Convivenza di breve durata: è configurabile il reato di maltrattamenti?

Pubblicato il: 10/06/2021

L'art. 572 c.p. punisce chiunque maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, per l'esercizio di una professione o di un'arte.
La giurisprudenza ha aperto l'applicazione di questa norma a qualunque relazione che, per la consuetudine dei rapporti creati, implichi l'insorgenza di vincoli affettivi e aspettative di assistenza assimilabili a quelli tipici della famiglia o della convivenza abituale.
L'elaborazione giurisprudenziale non si è fermata qui: al fine di configurare il reato di cui all'art. 572 c.p. non è nemmeno necessario che la convivenza abbia una certa durata. È sufficiente, infatti, che la relazione sia stata istituita in una prospettiva di stabilità, anche se poi non si sia realizzata (ex multis Cass. pen. sez. III, n. 8953 del 3/0/1997) oppure che si possa delineare un regime di vita improntato a rapporti di solidarietà e a strette relazioni, dovute a motivi anche diversi da quello sentimentale, come le relazioni intense ed abituali, tali da ingenerare consuetudini di vita e fiducia tra i soggetti, in condizioni paritarie o anche di soggezione.
Si è arrivati a considerare vittima del reato di maltrattamenti anche una persona non più convivente con l'agente, quando questi conservi, tuttavia, con la vittima una stabilità di rapporti derivanti da doveri connessi alla filiazione al fine di adempiere gli obblighi di cooperazione e nel mantenimento, nell'educazione nell'istruzione e nell'assistenza morale del figlio minore naturale nell'esercizio congiunto della potestà genitoriale (Cass. pen. sez. VI, n. 25498 del 20/4/2017, I., CED Cass. 270673; Cass. pen. sez. VI, n. 33882 del 8/7/2014, C., CED Cass. 262078).
Nel caso in esame, il Tribunale aveva condannato un uomo per maltrattamenti ex artt. 94 e 572 c.p. nei confronti di una donna con cui aveva intrattenuto una relazione sentimentale con sporadici periodi di convivenza. Gli atti erano passati dall'ingiuria alle minacce, fino alle lesioni personali ex art. 81, comma 2, c.p. e artt. 582 e 585 c.p. La Corte d'Appello aveva confermato la pronuncia del giudice di merito.
L'imputato ricorreva, dunque, in Cassazione sostenendo l'insussistenza dell'art. 572 c.p. poiché non si poteva affermare che fosse stata avviata una stabile convivenza o un rapporto para-familiare, data la breve durata della frequentazione e in considerazione del basso livello di coinvolgimento sentimentale tra lui e la persona offesa. Si aggiungeva, altresì, la mancanza di abitualità dei comportamenti vessatori e di uno stato di prostrazione fisica e morale della persona offesa, che, paradossalmente, chiedeva di vederlo privatamente anche dopo aver sporto denuncia e attivato il procedimento penale.
La Cassazione, con la sentenza 7 maggio 2021, n. 17888, ha aderito al consolidato orientamento sopra descritto e ha disatteso la tesi difensiva. Infatti, osserva che, già nell'introduzione nel dispositivo dell'art. 572 c.p. della locuzione "comunque convivente", il legislatore ha ampliato l'ambito dell'applicabilità della norma anche ai soggetti che sono legati all'autore da rapporti diversi da quello familiare e derivanti, per esempio, da situazioni di convivenza o, addirittura, condivisione di spazi comuni.
I Supremi Giudici, nel caso di specie, hanno rilevato l'esistenza di relazioni abituali tra i due soggetti, anche se non estrinsecatesi nella convivenza, ma costituenti comunque un legame affettivo che produce una convivenza psicologica. Si sono posti in essere rapporti continui e strette relazioni che dovrebbero ingenerare rispetto e solidarietà e che pongono le basi per sopraffazioni della personalità del soggetto passivo, incompatibili con le normali condizioni di vita. La valutazione della riconducibilità delle vessazioni al paradigma dei maltrattamenti costituisce, inoltre, una quaestio facti, non valutabile in sede di legittimità se fondata su massime di esperienza ragionevoli e argomentata logicamente.
La Cassazione conclude che, in considerazione dei diversi tentativi dei due soggetti di costruire un rapporto duraturo e volto alla convivenza, nonostante il grado di conflittualità che ne emergeva, la breve durata del loro rapporto e le interruzioni della convivenza, è configurabile il reato di maltrattamenti ex art. 572 c.p..

Vai alla Fonte

Qual è la tassazione per l’acquisto di una casa?

Pubblicato il: 06/06/2021

Le imposte da pagare quando si acquista una casa dipendono da diversi fattori e variano a seconda che il venditore sia un “privato” o un’impresa e l’acquisto venga effettuato in presenza o meno dei benefici “prima casa”.
Se il venditore è un’impresa, la regola generale è che la cessione è esente da Iva. In questo caso, quindi, l’acquirente dovrà pagare:
– l’imposta di registro in misura proporzionale del 9%;
– l’imposta ipotecaria fissa di 50 euro;
– l’imposta catastale fissa di 50 euro.
Tuttavia, l’imposta sul valore aggiunto si applica:
– alle cessioni effettuate dalle imprese costruttrici o di ripristino dei fabbricati entro 5 anni dall’ultimazione della costruzione o dell’intervento oppure anche dopo i 5 anni, se il venditore sceglie di assoggettare l’operazione a Iva (la scelta va espressa nell’atto di vendita o nel contratto preliminare);
– alle cessioni di fabbricati abitativi destinati ad alloggi sociali, per le quali il venditore sceglie di sottoporre l’operazione a Iva (anche in questo caso, la scelta va espressa nell’atto di vendita o nel contratto preliminare).

In questi casi, l’acquirente dovrà pagare:
– l’Iva al 10% (per le cessioni e gli atti di costituzione di diritti reali di case di abitazione anche in corso di costruzione) classificate o classificabili nelle categorie catastali diverse da A/1, A/8 e A/9, qualora non sussistano i requisiti per fruire delle agevolazioni “prima casa”, ovvero l’Iva al 22% per le cessioni e gli atti di costituzione di diritti reali aventi a oggetto immobili classificati o classificabili nelle categorie A/1, A/8 e A/9;
– l’imposta di registro fissa di 200 euro;
– l’imposta ipotecaria fissa di 200 euro;
– l’imposta catastale fissa di 200 euro.

Se, invece, il venditore è un privato, l’acquirente dovrà pagare:
– l’imposta di registro proporzionale del 9%;
– l’imposta ipotecaria fissa di 50 euro;
– l’imposta catastale fissa di 50 euro.
In ogni caso (acquisto da impresa o acquisto da privato), le imposte di registro, ipotecaria e catastale sono versate dal notaio al momento della registrazione dell’atto.
Sia quando si compra da un’impresa in esenzione dall’Iva sia quando si compra da un privato, l’imposta di registro proporzionale non può comunque essere di importo inferiore a 1.000 euro.

Diversa è la situazione nel caso in cui l’acquisto viene effettuato in presenza dei requisiti “prima casa”.
In generale, in questo caso è necessario che:
– il fabbricato che si acquista appartenga a determinate categorie catastale;
– il fabbricato si trovi nel comune in cui l’acquirente ha (o intende stabilire) la residenza o lavora;
– l’acquirente abbia determinati requisiti.
Le imposte da versare quando si compra con i benefici “prima casa” sono:
– se il venditore è un privato o un’impresa che vende in esenzione Iva
− imposta di registro proporzionale nella misura del 2%;
− imposta ipotecaria fissa di 50 euro;
− imposta catastale fissa di 50 euro;
– se si acquista da un’impresa, con vendita soggetta a Iva
− Iva ridotta al 4%;
− imposta di registro fissa di 200 euro;
− imposta ipotecaria fissa di 200 euro;
− imposta catastale fissa di 200 euro.

Per usufruire delle agevolazioni “prima casa”, l’abitazione che si acquista deve appartenere a una delle seguenti categorie catastali:
A/2 (abitazioni di tipo civile)
A/3 (abitazioni di tipo economico)
A/4 (abitazioni di tipo popolare)
A/5 (abitazioni di tipo ultra popolare)
A/6 (abitazioni di tipo rurale)
A/7 (abitazioni in villini)
A/11 (abitazioni e alloggi tipici dei luoghi).

Le agevolazioni “prima casa” non sono ammesse, invece, per l’acquisto di un’abitazione appartenente alle categorie catastali A/1 (abitazioni di tipo signorile), A/8 (abitazioni in ville) e A/9 (castelli e palazzi di eminenti pregi artistici e storici).
Le agevolazioni spettano anche per l’acquisto delle pertinenze, classificate o classificabili nelle categorie catastali C/2(magazzini e locali di deposito), C/6(per esempio,rimesse e autorimesse) e C/7 (tettoie chiuse o aperte), limitatamente a una pertinenza per ciascuna categoria. È necessario, tuttavia, che le stesse siano destinate in modo durevole a servizio dell’abitazione principale e che questa sia stata acquistata beneficiando delle agevolazioni “prima casa”.

Altra fondamentale condizione è che per usufruire dei benefici, l’abitazione deve trovarsi nel territorio del comune in cui l’acquirente ha la propria residenza. Se residente in altro comune, entro 18 mesi dall’acquisto l’acquirente deve trasferire la residenza in quello dove è situato l’immobile. La dichiarazione di voler effettuare il cambio di residenza deve essere contenuta, a pena di decadenza, nell’atto di acquisto.

Si ha ugualmente diritto alle agevolazioni quando l’immobile si trova:

  • nel territorio del comune in cui l’acquirente svolge la propria attività (anche se svolta senza remunerazione, come, per esempio, per le attività di studio, di volontariato, sportive);
  • nel territorio del comune in cui ha sede o esercita l’attività il proprio datore di lavoro, se l’acquirente si è dovuto trasferire all’estero per ragioni di lavoro
  • nell’intero territorio nazionale, purché l’immobile sia acquisito come “prima casa” sul territorio italiano, se l’acquirente è un cittadino italiano emigrato all’estero. La condizione di emigrato può essere documentata attraverso il certificato di iscrizione all’AIRE o autocertificata con dichiarazione nell’atto di acquisto.

È ancora necessario che, nell’atto di acquisto, l'acquirente dichiari di non essere titolare esclusivo o in comunione con il coniuge dei diritti di proprietà, usufrutto, uso e abitazione di altra casa di abitazione nel territorio del comune in cui è situato l'immobile da acquistare e di non essere titolare, neppure per quote (salvo il caso di quota di proprietà dello stesso immobile oggetto di agevolazione – Circ. 38/2005, par. 2,3) , anche in regime di comunione legale, su tutto il territorio nazionale dei diritti di proprietà, usufrutto, uso, abitazione e nuda proprietà su altra casa di abitazione acquistata dallo stesso soggetto o dal coniuge con le medesime agevolazioni.

Dal 1° gennaio 2016, i benefici fiscali sono stati estesi anche al contribuente che è già proprietario di un immobile acquistato con le agevolazioni prima casa, a condizione però che la casa già posseduta sia venduta entro un anno dal nuovo acquisto.
Le agevolazioni “prima casa” non spettano quando si acquista un’abitazione ubicata nello stesso comune in cui si è già titolare di altro immobile acquistato senza fruire dei benefici. Questo, anche se si assume l’impegno a vendere l’immobile già posseduto entro un anno dal nuovo acquisto.
Come precisato nella nota II-bis di cui all’art. 1 della Tariffa, parte I, allegata al D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131 (TUR) la disciplina agevolativa prima citata si applica non solo agli atti traslativi a titolo oneroso della proprietà di case di abitazione non di lusso ma anche agli atti traslativi o costitutivi della nuda proprietà, dell’usufrutto, dell’uso e dell’abitazione relativi alle stesse.
Conseguentemente, sua madre, in relazione all’acquisto del diritto di abitazione sull’immobile, potrà fruire del regime agevolativo a patto che, ovviamente, sussistano le condizioni oggettive e soggettive prima indicate.


Vai alla Fonte

Gli screenshot di WhatsApp: legittimi anche senza accertamento

Pubblicato il: 01/06/2021

È una realtà oramai consolidata la produzione di messaggi SMS oppure di chat estrapolate da sistemi di messaggistica istantanea (per esempio WhatsApp, ma anche Telegram, WeChat, ecc.) al fine di provare atti persecutori, maltrattamenti, stalking e tutte le altre condotte in cui le comunicazione tra i soggetti sono essenziali per le sorti del procedimento.

Il caso di specie riguarda un soggetto condannato per atti persecutori, culminati nell'incendio dell'autovettura della ex compagna. In particolare, i messaggi erano stati inviati dall'imputato sul cellulare della madre della persona offesa, i quali erano poi stati estrapolati tramite screenshot dalla polizia giudiziaria. Lo stesso imputato, nel corso del dibattimento, aveva ammesso di aver inviato quegli stessi messaggi, ma, non trovandoli più nel telefono, aveva chiesto di provvedere ad un accertamento tecnico. La condanna si basava principalmente sulla produzione degli screenshot di messaggi e conversazioni WhatsApp inviati dall'imputato.

La Suprema Corte ha sempre dato grande rilevanza al regime di ammissibilità che tali messaggi hanno nel panorama delle nuove prove. Con la pronuncia n. 17552 del 6 maggio 2021, la Cassazione penale prosegue nel solco dell'orientamento giurisprudenziale che l'ha preceduta.
Come sopra esposto, nel corso del procedimento, era stata dedotta la violazione della legge processuale e la richiesta di accertamenti tecnici volti a dimostrare l'autenticità dei messaggi prodotti nella mera forma fotografica. Tale richiesta era stata rigettata sia dal Tribunale che dalla Corte d'Appello. La giurisprudenza a favore del ricorrente prevede che tale forma di produzione delle conversazioni come prova sia consentita solo in presenza di un accertamento tecnico, come precisato dalla stessa Corte di Cassazione, con la pronuncia n. 49016/2017. D'altro canto, è necessario precisare che tale pronuncia si basava sulla valutazione del giudice di merito, il quale aveva considerato opportuna una ulteriore verifica per analizzare compiutamente l'attendibilità dei messaggi.

Nel caso in esame, al contrario, la Suprema Corte ha ritenuto il motivo inammissibile in quanto manifestatamene infondato. È oramai cristallizzata la posizione che attribuisce valore documentale ex art. 234 c.p.p. a tali produzioni. La captazione di messaggi e chat attraverso la funzione screenshot rappresenta una forma di documentazione della conversazione ex post e non in corso, la quale si pone in netta distinzione rispetto alle registrazioni o alle intercettazioni. Non è nemmeno assimilabile alla disciplina dell'art. 254 c.p.p. relativamente all'acquisizione della corrispondenza (ex multis Cass. pen., Sez. VI, n. 1822 del 12/11/2019, dep. 17/01/2020, Tacchi, Rv. 278124). La norma dell'art. 234 c.p.p. permette, infatti, l’acquisizione, oltre agli scritti, di ogni altra cosa idonea a rappresentare fatti, persone o cose attraverso la cinematografia, la fotografia, la fonografia e qualsiasi altro mezzo.

La riproduzione tramite screenshot di una conversazione oramai cessata può essere, pertanto, pienamente ammessa come mero documento, al pari di una fotografia o di un qualsiasi altro mezzo idoneo, la cui rilevanza e attendibilità sarà valutata liberamente dal giudice.

La Corte, in conclusione, non ha ritenuto necessario attivare un approfondimento tecnico.
Risulta, dunque, pienamente legittima l'acquisizione come documento di messaggi SMS o di conversazioni intrattenute con sistemi di messaggistica istantanea, mediante la realizzazione di una fotografia dello schermo di un telefono cellulare sul quale gli stessi sono leggibili, tenendo sempre conto che si tratta di un'attività di mera documentazione.


Vai alla Fonte

Responsabilità da contatto sociale della casa farmaceutica: quando è configurabile?

Pubblicato il: 28/05/2021

Con sentenza 20 aprile 2021, n. 1034, la Corte di Cassazione ha affrontato il tema della responsabilità della casa farmaceutica per i danni subiti dalle persone alle quali siano stati somministrati medicinali prodotti e forniti dalla stessa nel corso di una sperimentazione clinica condotta presso una struttura sanitaria.
La vicenda prende avvio da una paziente che, a seguito della somministrazione di un medicinale in fase di sperimentazione in ospedale, aveva sviluppato una patologia cardiovascolare attribuibile al farmaco, la quale era anche indicata tra i possibili effetti collaterali. La danneggiata avviava un procedimento giudiziario sia nei confronti dell'azienda ospedaliera che dell'impresa farmaceutica al fine di ottenere il risarcimento dei danni. In appello, i giudici avevano configurato un "contatto sociale" tra la paziente e l'impresa che aveva avviato il trial clinico, alla quale si potevano ricollegare i medici che avevano eseguito la sperimentazione, configurandosi in questo modo la responsabilità contrattuale dell'impresa.
La regolamentazione della sperimentazione clinica di medicinali è contenuta nel D.Lgs. 24 giugno 2003, n. 211, in attuazione della direttiva 2001/20/CE. Il testo di legge precedentemente citato prevede che possono essere chiamati a rispondere dei danni non solo gli sperimentatori che hanno materialmente effettuato i test, ma anche il soggetto che ha promosso la sperimentazione; non viene, tuttavia, identificata la natura di tale responsabilità.
La ricostruzione della Corte d'Appello non ha trovato supporto presso la Suprema Corte: nel caso di specie è risultata decisiva l'assenza di un rapporto diretto tra la casa farmaceutica e la paziente, la quale era entrata in contatto solamente con i dipendenti dell'azienda ospedaliera.
La stessa Corte ha chiarito come la casa farmaceutica può essere chiamata a rispondere a titolo contrattuale dei danni provocati da errori degli "sperimentatori" solamente nel caso in cui risulti dall'accordo di sperimentazione che la struttura ospedaliera e i suoi dipendenti abbiano agito quali ausiliari della stessa casa farmaceutica, di talché la stessa dovrà rispondere del loro inadempimento o inesatto adempimento ai sensi dell'art. 1228 c.c..
Anche in caso di esclusione della responsabilità contrattuale, rimane, comunque, sempre aperta la via dell'illecito aquiliano ex art. 2043 c.c. in caso di pregiudizi all'integrità psico-fisica, ovvero quella della responsabilità per esercizio di attività pericolosa ai sensi dell'art. 2050 c.c..
Nel caso specifico, la Suprema Corte riserva una posizione di favore alla responsabilità ex art. 2050 c.c.: la produzione di farmaci o di loro componenti è già stata configurata come attività pericolosa in diverse occasioni (ex multis Cass. civ., sez. III, 27 gennaio 1997, n. 814; Cass. civ. sez. III, 1 febbraio 1995, n. 1138; Cass. civ. sez. III, 20 luglio 1993, n. 8069). Di conseguenza vi può essere inclusa anche la sperimentazione di farmaci.
Si è ritenuto, inoltre, che integri la prova liberatoria al fine di escludere la responsabilità della casa farmaceutica ex art. 2050 c.c. la dimostrazione di aver osservato i protocolli di sperimentazione previsti dalla legge, oltre ad aver fornito una adeguata informazione circa i possibili effetti collaterali o indesiderati dello stesso, che possono essere aggiornati mano a mano che la ricerca si evolve (Cass. civ. sez. III, 7 marzo 2019, n. 6587). Ciò vale anche nei casi di danni successivi alla immissione in commercio e distribuzione dei farmaci.

Risulta, quindi, essenziale indagare il contenuto del contratto stipulato tra promotore della sperimentazione e centro sperimentale: se sono presenti disposizioni che inquadrano il primo almeno come compartecipe nell'esecuzione delle attività relative ai farmaci sperimentali, allora si connota una responsabilità contrattuale. Al contrario, nel caso in cui la sperimentazione sia completamente affidata agli sperimentatori, tale forma di responsabilità verrà esclusa, venendo in essere la responsabilità extracontrattuale, in particolare ai sensi dell'art. 2050 c.c.. Ciò comporta che le verifiche debbano essere effettuate caso per caso, analizzando l'organizzazione della singola sperimentazione clinica.


Vai alla Fonte

Guida in stato di ebbrezza: per il prelievo ematico serve l’assistenza del difensore?

Pubblicato il: 25/05/2021

La Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 21390/2020, ha avuto modo di precisare in quali casi, di fronte ad un incidente causato da un soggetto che si sia posto alla guida in stato di ebbrezza, l’esecuzione del prelievo ematico debba o meno essere preceduta da un avviso relativo alla facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia durante il suo svolgimento.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito alla decisione del Tribunale del Riesame di annullare l’ordinanza con cui il GIP aveva disposto, nei confronti di un soggetto, l’applicazione della misura della custodia cautelare in carcere, in relazione al delitto di cui ai commi 1 e 2 dell’art. 590 bis del c.p., essendogli stato contestato, con l’imputazione provvisoria, di avere causato, ad un altro soggetto, delle lesioni personali gravi, per averlo travolto dopo essersi posto alla guida di un’autovettura senza aver mai conseguito la patente di guida, nonché in stato di ebbrezza alcolica.

Detto provvedimento riteneva, infatti, inutilizzabili gli accertamenti relativi al tasso alcolemico, ai sensi dell’art. 356 del c.p.p. e dell’art. 114 delle disp. att. c.p.p., avendo osservato come l’accertamento del tasso alcolemico, effettuato tramite esame ematico presso l’ospedale in cui era stato condotto l’indagato, a seguito del sinistro, non fosse stato preceduto dall’avviso della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia, nonostante l’analisi fosse stata richiesta autonomamente dalla Polizia giudiziaria.

Avverso tale ordinanza, il procuratore della Repubblica presso il Tribunale territorialmente competente decideva di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando la violazione dell’art. 356 del c.p.p. e dell’art. 114 delle disp. att. c.p.p., nonché un vizio di motivazione.
Il ricorrente, ricostruendo la vicenda, sottolineava come l’indagato, dopo essere stato condotto in ospedale in uno stato di incoscienza, fosse stato immediatamente sottoposto ad una visita, non risultando, però, collaborativo. In tale sede erano stati prescritti, dal medico, degli esami ematici e tossicologici, oltre ad altre indagini cliniche. Solo in un secondo momento era, invece, giunta alla direzione sanitaria la richiesta della Polizia giudiziaria in relazione all’effettuazione dei test alcolemici e per la ricerca di tracce di stupefacenti nel sangue. Considerato, dunque, che tali controlli erano già stati richiesti ed effettuati nell’ambito del protocollo sanitario-terapeutico, il previo avviso della facoltà di farsi assistere da un difensore, a suo avviso, non era dovuto, con la conseguenza che il relativo accertamento poteva essere utilizzato in giudizio.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Gli Ermellini hanno, infatti, evidenziato come, sulla base del consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, “in caso di richiesta, ai sensi del comma 5 dell'art. art. 186 del codice strada, di prelievo ematico su un soggetto coinvolto in un incidente stradale e condotto presso una struttura ospedaliera, al fine di accertare il tasso alcolemico e la presenza di droghe d'abuso nel sangue, l'esecuzione deve essere preceduta dal “previo avviso” della facoltà di farsi assistere da un difensore, come disposto dagli artt. 356 cod. proc. pen. e 114 disp. att. cod. proc. pen., non solo nell'ipotesi in cui il prelievo venga effettuato esclusivamente su richiesta della Polizia giudiziaria, ma anche nel caso in cui l'accertamento venga richiesto esclusivamente dalla Polizia giudiziaria sul campione di sangue prelevato per esigenze diagnostiche di altro genere, disposte dal personale medico, non comprensive della verifica specifica” (cfr. ex multis Cass. Pen., n. 49371/2018).

Al contrario, “qualora l'esecuzione dell'accertamento intervenga nell'ambito dell'applicazione di un protocollo sanitario, essendo l'esame del quantitativo di alcool o della presenza di tracce di stupefacenti nel sangue destinato a fini di cura, e quindi disposto al di fuori del contesto di indagine, nessun previo avviso è richiesto dal rito, mancando qualunque rapporto fra l'effettuazione dell'analisi ed il diritto di difesa” (cfr. ex multis Cass. Pen., n. 8862/2020; Cass. Pen., n. 11722/2019).

Orbene, posto che, nel caso di specie, è emerso che gli esami ematici per la ricerca della presenza di alcol e droghe erano stati disposti dal medico del pronto soccorso prima dell’intervento della Polizia giudiziaria, gli Ermellini hanno ritenuto che si fosse configurata la seconda ipotesi, non risultando quindi necessario il previo avviso della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia durante l’esecuzione del prelievo ematico.


Vai alla Fonte

Omesso mantenimento dei figli e perdita dell’affidamento

Pubblicato il: 21/05/2021

La vicenda prende il via dalla volontà della ex moglie di risolvere il frequente problema dell'omesso pagamento delle spese di mantenimento da parte dell'ex marito nei confronti delle due figlie.

Le condizioni, concordate ed omologate dal Tribunale di Velletri al tempo della separazione, prevedevano l'affidamento condiviso delle figlie, con diritto di visita del padre e obbligo di corresponsione di un assegno pari a 500,00 euro mensili per il mantenimento delle stesse, da corrispondere alla madre.
Il padre, nel corso degli anni, oltre a non corrispondere alcuna somma, rivendicava il diritto di decidere del futuro scolastico delle figlie, arrivando a non dare il consenso per la loro iscrizione scolastica presso l'istituto proposto, preferendo un istituto nel Comune più vicino alla sua residenza. La madre presentava, quindi, ricorso ex art. 709 ter c.p.c. per chiedere l'autorizzazione all’iscrizione delle figlie, senza interpellare il marito. Il Tribunale di Velletri ha riconosciuto come ingiustificato il rifiuto dell'uomo nella scelta dell’istituto scolastico scelto e lo ha condannato alle spese di giudizio.
In un secondo ricorso ex art. 709 ter, secondo comma, c.p.c., veniva inoltre sollecitata la condanna ad una sanzione in capo al padre per non aver rispettato nel corso degli anni il diritto di visita ed aver omesso per più di quattro anni il versamento del contributo di mantenimento, ignorando un precedente richiamo ufficiale.

La violenza economica, inquadrata e descritta nella Convenzione di Istanbul e ratificata in Italia con la legge n. 77/2013, si sostanzia in una serie di comportamenti omissivi che non permettono ai familiari di godere di una indipendenza economica, esercitando un controllo indiretto sulle scelte di vita degli stessi. Nella prassi la violenza economica viene raramente riconosciuta e rilevata dai tribunali italiani, ragion per cui tale pronuncia ha il pregio di aver dimostrato il pregiudizio subito dalle figlie e la inidoneità del padre nel suo ruolo di genitore e guida.
Lo stesso Tribunale di Velletri ha avuto modo di statuire che tale inadempimento è da ritenersi alquanto grave nella misura in cui si realizza un completo disinteresse e sprezzo del padre per le esigenze di educazione ed istruzione delle figlie, atteggiamento che si somma alla mancata corresponsione del mantenimento.
Questo indirizzo è basato su un orientamento costante della Corte di Cassazione (ex multis Cass. Civ. n. 26587/2019) che configura tali condotte come un'inidoneità ad affrontare le maggiori responsabilità derivanti dall'affido condiviso, arrivando a concretizzarsi in una fattispecie di violenza economica.

Ciò ha permesso al giudice di derogare all’affidamento condiviso, essendosi rilevata una condizione di manifesta incapacità educativa tale da rendere tale regime dannoso per i figli. Proprio l'omissione del pagamento del mantenimento è ulteriormente indicativo di una carenza di qualsivoglia volontà da parte del genitore di soddisfare le necessità dei figli e di assumere le responsabilità genitoriali. Si ricorda che l'interesse dei figli è il faro che deve guidare il giudice nella gestione della separazione. In questo modo si è potuto affidare alla madre l'autonomia decisionale al fine di tutelare gli interessi maggioritari delle figlie.


Vai alla Fonte

Trust: la Cassazione chiarisce se l’atto istitutivo possa essere assoggettato ad azione revocatoria

Pubblicato il: 18/05/2021

La Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 13883/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in materia di trust, chiedendosi se, con specifico riferimento al caso in cui all’istituzione del trust abbia fatto seguito l’effettiva intestazione del bene conferito al trustee, il relativo atto istitutivo possa essere assoggettato ad azione revocatoria.

La questione sottoposta all’esame dei Giudici di legittimità era nata in seguito alla decisione di una società di gestione del credito di citare in giudizio, in veste di mandataria di un istituto di credito, ai sensi dell’art. 2901 del c.c., le parti di un trust, sul presupposto che il relativo atto istitutivo fosse pregiudizievole per la posizione creditoria del mandante, essendo stato seguito dall'intestazione al trustee del bene conferito. Detta società, infatti, vantando una fideiussione nei confronti di una delle parti del trust, la quale rivestiva il ruolo di garante di una società debitrice, dopo che quest’ultima era stata dichiarata fallita, aveva deciso di esperire azione revocatoria, affinché fosse dichiarata l’inefficacia dell’atto istitutivo del trust familiare, sul presupposto che il proprio credito non potesse essere soddisfatto dalla vendita concorsuale dei beni immobili di proprietà della società debitrice.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello accoglievano l’azione revocatoria proposta dalla società di gestione del credito, dichiarando l’inefficacia, nei suoi confronti, dell’atto istitutivo del trust in questione.

Rimasti soccombenti all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, gli originari convenuti decidevano di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, deducendo la violazione e la falsa applicazione dell’art. 2901 del c.c., in relazione all’assoggettabilità ad azione revocatoria dell’atto istitutivo di un trust. Secondo i ricorrenti, infatti, tale atto non poteva essere assoggettato alla cosiddetta “actio pauliana”, destinata ad investire soltanto l’atto dispositivo con cui i beni erano stati trasferiti al trustee oppure posti sotto il controllo dello stesso, o, ancora, segregati nel patrimonio del disponente, nell’interesse di un beneficiario. A sostegno della propria tesi, essi richiamavano, peraltro, alcune pronunce di merito, secondo cui l’atto istitutivo del trust si sarebbe dovuto considerare “neutro” e, quindi, non idoneo ad incidere sulla garanzia dei creditori.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, evidenziato come, sulla base della costante giurisprudenza di legittimità, nel trust dispositivo è l’atto con il quale viene intestato al trustee il bene conferito in trust, il che, però, “non comporta che la relativa domanda revocatoria debba essere necessariamente indirizzata negli immediati confronti di quest’atto, né che possa, perciò stesso, essere utilmente proposta pure nei confronti dell’atto istitutivo del trust” (cfr. Cass. Civ., n. 25926/2019; Cass. Civ., n. 24212/2019).

Secondo la stessa Corte di Cassazione, in realtà, “nel caso in cui all'istituzione del trust abbia fatto poi seguito l'effettiva intestazione del bene conferito al trustee, la domanda di revocatoria, che assume ad oggetto l'atto istitutivo, appare comunque idonea a produrre l'esito di inefficacia dell'atto dispositivo a cui propriamente tende la predetta azione (ove la dichiarazione di inefficacia potesse essere emessa anche in assenza dell'effettiva esistenza di un atto dispositivo, per contro, si fuoriuscirebbe senz'altro dalla funzione di conservazione patrimoniale che risulta specificamente connotare, nel sistema del codice civile, come ripreso anche nella sede della normativa fallimentare, lo strumento dell'azione revocatoria)” (Cass. Civ., n. 25926/2019).

La stessa citata pronuncia di legittimità ha, inoltre, precisato come, per constatare la suddetta idoneità, sia sufficiente considerare che l’atto di trasferimento ed intestazione del bene conferito al trustee non risulti essere un atto isolato ed autoreferente, visto che, nella complessa dinamica di un’operazione di trust, lo stesso si pone, non solo come atto conseguente, ma, prima ancora, come atto dipendente da quello istitutivo.

Secondo la dottrina maggioritaria, peraltro, il trustee risulta titolare di un ufficio o di una funzione, per cui egli è proprietario non già nel proprio interesse, bensì nell’interesse altrui, secondo i termini e le modalità stabiliti di volta in volta dall’atto istitutivo. La particolare tipologia di proprietà sussistente in capo al trustee non potrebbe, quindi, sopravvivere all’inesistenza o, comunque, al venir meno dell’atto istitutivo del trust.

Da ciò deriva, dunque, che l’inefficacia dell’atto istitutivo che consegue all’accoglimento di un’azione revocatoria, determina anche l’inefficacia dell’atto dispositivo.


Vai alla Fonte

Installazione di telecamere esterne di videosorveglianza

Pubblicato il: 14/05/2021

Riceviamo la seguente richiesta di consulenza:

Salve,
vivo al pian terreno di una casa a due piani, al secondo piano invece c'è un altro proprietario. Per motivi di sicurezza ho deciso di installare telecamere tutte intorno al perimetro di casa, tutte le telecamere sono puntate verso la mia proprietà questo però non impedisce che alcune parti della zona comunque o del terreno del vicino vengano in parte inquadrate.
Anche la telecamera che inquadra il cancello di ingresso riprende parte della strada pubblica.

Cosa dice la legge a riguardo? Posso mantenere le telecamere attive previa segnalazione con apposito cartello?, Non è consentito inquadrare, anche se in parte, le zone che non sono di mia proprietà? Per quanto riguarda la telecamere che inquadra il cancello e quindi parte della strada pubblica?
Grazie

La nostra consulenza legale
Il quesito in esame deve essere analizzato alla luce di diversi profili.
Devono essere adottate in particolare tutte le misure e le precauzioni previste dal Reg. Ue 679/2016, dal Codice della privacy e dal Provvedimento generale del Garante in tema di videosorveglianza (n. 99/2020, pubblicato in Gazzetta Ufficiale in aprile 2020).
Tra gli obblighi che valgono anche in ambito condominiale vi è quello di segnalare le telecamere con appositi cartelli, eventualmente avvalendosi del modello predisposto dal Garante.
Infatti gli interessati debbono essere informati con speciale segnaletica informativa prima del raggio d’azione delle telecamere in modo ben visibile, anche in orario notturno.
La cartellonistica deve inoltre specificare se si tratti di registrazione o di mera rilevazione in modalità live delle immagini.
Le registrazioni non possono essere conservate per un periodo superiore alle ventiquattro ore, fatte salve esigenze specifiche di ulteriore conservazione in relazione a festività o chiusura di esercizi, nonché in ipotesi in cui si debba aderire a specifiche richieste delle Autorità giudiziarie.

Per tempi di conservazione superiori ai sette giorni è comunque necessario presentare una verifica preliminare al Garante.

Andranno predisposte misure tecniche-organizzative per la cancellazione anche in forma automatica delle registrazioni, come ad esempio la sovrascrittura o la cancellazione.
Le telecamere devono riprendere solo le aree comuni da controllare, possibilmente evitando la ripresa di luoghi circostanti e di particolari che non risultino rilevanti.

I dati raccolti, quindi le riprese e le immagini, devono essere protetti con idonee misure che ne consentano l’accesso alle sole persone autorizzate (Titolare, Responsabile o Autorizzato al trattamento).

Con riguardo alla qualifica della casa in oggetto
Qualora si tratti di un condominio, per controllare le aree comuni, l’installazione deve essere approvata dall’assemblea condominiale solo per le parti comuni e con un numero di voti che rappresenti la maggioranza degli intervenuti all’assemblea medesima e almeno la metà del valore dell’edificio, calcolato in millesimi.

Il secondo profilo concerne l’installazione di un impianto di videosorveglianza all’interno della proprietà privata per fini personali.
Non applicandosi la disciplina di riferimento, non si pongono particolari problemi.
È opportuno assicurarsi che le videocamere non inquadrino aree comuni, spazi pubblici o proprietà altrui: in tal senso si rischia di rientrare, qualora le riprese assumano una certa rilevanza quanto al contenuto, nella fattispecie di cui all’art. 615 bis c.p. recante “Illecite interferenze nella vita privata”.
La giurisprudenza di legittimità ha chiarito più volte che l’angolo della visuale delle riprese deve essere limitato ai soli spazi di proprietà esclusiva, come quelli antistanti alla propria abitazione o aree comuni o antistanti l’abitazione di altri condomini (ex multis Cass. civ., sent. 44156/2008).

Tuttavia, è bene precisare che risulta difficile, talvolta, installare un impianto di videosorveglianza senza inquadrare aree altrui.
In tal senso un consiglio pratico è quello di farsi assistere da un tecnico informatico che possa, attraverso un’oscurazione dei pixels, limitare la portata visiva della videocamera alle sole aree di proprietà del Titolare del trattamento nel rispetto del principio di minimizzazione.

Come chiarito dalle Linee Guida del Garante Privacy, la disciplina in questione non si applica al trattamento di dati che non consentono di identificare le persone, direttamente o indirettamente, come nel caso delle riprese ad alta quota (effettuate, ad esempio, mediante l’uso di droni).

Dal punto di vista normativo, si segnala che il trattamento dei dati in oggetto deve essere anzitutto lecito e fondarsi sulle basi giuridiche di cui all’art. 6 del G.D.P.R., delle quali, le più utilizzate sono:

  • la legge ex art. 6, lett. c) che si applica laddove sia la stessa legge nazionale a prevedere l’obbligo di videosorveglianza;
  • legittimo interesse ex art. art. 6, lett. f);
  • esecuzione di un compito di interesse pubblico o connesso all’esercizio di pubblici poteri ex art. 6 lett. e);
  • il consenso ex art. 6, lett. a).

Con riguardo al legittimo interesse
Questo presuppone un accurato bilanciamento di interessi: da un lato i diritti fondamentali e le libertà dell’interessato e dall’altro l’interesse legittimo del titolare che deve essere

  • reale: non immaginario o speculativo;
  • attuale: non potenziale bensì concreto;

Con riguardo al consenso
Questo costituisce un’adeguata base giuridica solo in casi eccezionali e deve essere:

  • libero;
  • specifico;
  • informato;
  • attuale;
  • revocabile.

Tuttavia il numero indefinito di persone coinvolte nel trattamento, le difficoltà di raccolta preventiva e le difficoltà in caso di revoca rischiano di compromettere le condizioni che rendono il consenso valido.

L’attività di videosorveglianza deve essere svolta anche nel rispetto del principio di proporzionalità, con specifico riguardo alla scelta nelle modalità di ripresa (tramite telecamere fisse o brandeggiabili dotate o meno di zoom) e dislocazione.
L’attività in questione deve comportare un trattamento dei dati pertinenti e non eccedenti rispetto alle finalità perseguite.

Da un punto di vista tecnico-informatico occorre inoltre ottenere dall’installatore la dichiarazione di conformità privacy dell’impianto che garantisca la possibilità di impostare:

  • credenziali di autenticazione: con User ID / password per ciascun autorizzato alla visione delle immagini;
  • cambio password: reimpostazione al primo utilizzo, password adeguata e con scadenza automatica periodica (trimestrale o semestrale);
  • cancellazione automatica delle eventuali immagini registrate: da configurare allo scadere del tempo di conservazione stabilito, con possibilità di calendarizzazione dei giorni di chiusura.

Vai alla Fonte

Concerti lirici dal vivo e covid-19

Pubblicato il: 11/05/2021

Riceviamo la seguente richiesta di consulenza:

Spett.le Studio, sono un artista lirico in attività.
Mi trovo a subire in questo periodo un trattamento artistico davvero riprovevole, aggressivo e disonorevole. Mi trovo attualmente a lavorare in teatro come cantante lirico solista, dopo aver fornito tampone aggiornato della mia negatività al test covid.19 prima delle prove.

Mi viene (e ci viene imposto a tutta la compagnia) di cantare per tutta la durata delle prove con la mascherina FFP2 pur rispettando le distanze di sicurezza durante l'esecuzione nella sala, e per circa 6 ore al giorno (con delle pause). Preciso che tale modalità di esercitazione pratica è assolutamente deleteria per la voce, per la respirazione, per il canto e compromette moltissimo la concentrazione e la riuscita sonora e la concentrazione. Sono stato rimproverato duramente davanti a tutto il teatro con toni aggressivi e assolutamente inaccettabili, per aver durante una prova con orchestra tolto la mascherina. Ero posizionato su un palco da solo, l'orchestra era in platea e il direttore mi ha chiesto di cantare alcune parti dal palco per farmi sentire da 52 elementi di orchestra. Ovviamente ho subito preso lo spartito ed eseguito quanto richiestomi. Dopo circa 5/7 minuti è entrato sul mio palchetto il direttore di palcoscenico che urlandomi con toni molto aggressivi mi ha attaccato ferocemente e in maniera assolutamente inaccettabile, senza permettermi di replicare, e minacciandomi che mi avrebbero mandato via. Tutta l'orchestra ha assistito all'evento guardandomi con sguardo comprensivo e compassionevole, comprendendo il mio disagio e facendomi capire che erano dalla mia parte.

Due giorni dopo ho incontrato questa persona, ed educatamente ho cercato un chiarimento scusandomi prima di tutto per l'accaduto, e chiarendo che non era dovuto alla mia volontà di trasgredire la regola impostami, ma ad un atteggiamento di difesa fisico del mio corpo perchè sentivo affanno respiratorio durante il canto a voce piena con orchestra (preciso che io sono un soggetto che soffre di asma, ma di questo il teatro non è a conoscenza); mi scusavo ma facevo anche notare che avrei ugualmente compreso lo stesso messaggio senza tali urla e aggressività nei miei confronti. Il soggetto in questione mi ha risposto che io non dovevo assolutamente replicare e che se fosse riaccaduto "AVREBBE URLATO DI PIU", sempre con un fare arrogante e molto aggressivo, senza lasciarmi possibilità alcuna e di alcuna possibilità di dialogo costruttivo. Un ultima precisazione riguarda il fatto che tale modalità di esercitazione non ci è stata comunicata per iscritto e nemmeno fatta accettare per iscritto dal teatro e da nessuno. Inoltre mi risulta che in tutti gli altri teatri italiani al momento i cantanti solisti eseguono le loro performance senza mascherina, ma rispettando le distanze di sicurezza. Vorrei se possibile un confronto ed una consulenza a riguardo dal Vs studio Legale su come comportarmi per il proseguio di questo mio ingaggio professionale. Come poter fare rispettare i miei diritti da cantante lirico solista, per i quali vorrei ottenere tutela ed eventuale risarcimento danni nel caso fossero già stati violati o dovesserlo essere nuovamente. Ovviamente l'atteggiamento assunto nei miei confronti e l'episodio mi ha mal predisposto alla prestazione artistica, per la quale sto lavorando con molta ansia da prestazione.

La nostra consulenza legale
Le attuali linee guida adottate dalla Conferenza Stato-Regioni riguardo alle produzioni liriche (aggiornate il 28 aprile 2021), prevedono che:

  • “L’entrata e l’uscita dal palco dovrà avvenire indossando la mascherina, che potrà essere tolta durante l’esecuzione della prestazione artistica se sono mantenute le distanze interpersonali, e in maniera ordinata, mantenendo il distanziamento interpersonale, dando precedenza a coloro che dovranno posizionarsi nelle postazioni più lontane dall’accesso (in fase di uscita dal palco, si procederà con l’ordine inverso).
  • I Professori d’orchestra dovranno mantenere la distanza interpersonale di almeno 1 metro; per gli strumenti a fiato, la distanza interpersonale minima sarà di 1,5 metri; per il Direttore d’orchestra, la distanza minima con la prima fila dell’orchestra dovrà essere di 2 metri. Tali distanze possono essere ridotte solo ricorrendo a barriere fisiche, anche mobili, adeguate a prevenire il contagio tramite droplet.
  • Per gli ottoni, ogni postazione dovrà essere provvista di una vaschetta per la raccolta della condensa, contenente liquido disinfettante.
  • I componenti del coro dovranno mantenere una distanza interpersonale laterale di almeno 1 metro e almeno 2 metri tra le eventuali file del coro e dagli altri soggetti presenti sul palco. Tali distanze possono essere ridotte solo ricorrendo a barriere fisiche, anche mobili, adeguate a prevenire il contagio tramite droplet.
  • Si dovrà evitare l’uso di spogliatoi promiscui e privilegiare l’arrivo in teatro degli orchestrali già in abito da esecuzione”.

Stando a tali linee guida, pertanto, il comportamento da lei tenuto è conforme alla legge.

Tuttavia, se il teatro ha deciso per delle misure di sicurezza più restrittive, come ad esempio l’imposizione della mascherina FFP2 anche ai cantanti durante l’esibizione (o le prove), nonostante il mantenimento del distanziamento fisico, questo non può essere considerato un illecito.

Infatti, il teatro deve rispettare le misure di sicurezza minime previste dalla legge, ma nulla vieta che lo stesso, nell’ambito di proprie valutazioni dei rischi, decida di adottare misure di sicurezza superiori.

Pertanto, nonostante l’artista in questione sia un libero professionista e non un dipendente, quindi non soggetto al potere disciplinare del datore di lavoro, dovrà comunque rispettare le condizioni imposte dal committente nell’ambito della propria organizzazione.

Effettivamente, sarebbe stato opportuno che il teatro affiggesse il regolamento COVID o, comunque, lo comunicasse per iscritto a tutta la compagnia.
E, se effettivamente non vi è stata alcuna comunicazione ufficiale, questo potrebbe essere addotto come giustificazione nell’eventualità che il teatro lamenti un inadempimento in tal senso da parte dell’artista sul punto.

Per evitare l’uso della mascherina, sarebbe invece più opportuno intavolare una discussione con il teatro, portando prove concrete della dannosità della stessa per la voce e per la performance ed eventualmente avvertendo da un lato che in caso di danni alla voce, si riterrà responsabile l’organizzazione teatrale, dall’altro che non si potrà garantire una riuscita ottimale dell’esecuzione, senza per questo essere ritenuti responsabili.
Anche l’asma potrebbe essere una causa di esclusione dell’obbligo della mascherina, nel caso si fornisca documentazione medica della stessa e attestazioni del medico curante circa l’effetto deleterio della mascherina sui sintomi della malattia.

Naturalmente, trattandosi di lavoro autonomo, si dovrà trovare un accordo tra professionista e committente.
Il libero professionista, infatti, potrebbe anche rifiutare l’ingaggio o, come nel caso di specie, recedere dal contratto, se non ritiene che vi siano le condizioni di sicurezza per operare.
Solitamente, nei contratti di scrittura artistica sono previsti degli obblighi di sicurezza da parte del committente e delle clausole risolutive espresse a favore dell’artista nel caso in cui non vengano rispettate tali norme.

Nel caso in cui si ritenga e si possa provare che l’uso della mascherina durante il canto sia deleterio per la voce, si potrà contestare un inadempimento in tal senso da parte del teatro (che non ha fatto in modo che l’artista potesse provare in sicurezza) e/o recedere dal contratto senza timore di dover pagare delle penali.

Tuttavia, la valutazione circa la dannosità della mascherina durante il canto è una valutazione che esula dalle nostre competenze legali, non essendoci una norma che ne vieti l’utilizzo.

Un discorso diverso deve essere fatto per le modalità con cui è stato intimato l’uso della mascherina.

Si premette, innanzitutto, che, seppure risulti deprecabile che il direttore di palcoscenico abbia alzato la voce e usato toni minacciosi davanti a tutto il teatro, si tratterebbe comunque di un singolo episodio e, almeno da quanto riferito, non vi sarebbero stati insulti e minacce.
Fermo restando ciò, previa lettera di diffida si potrebbe avviare un’azione civile, per ottenere un risarcimento del danno.
La causa presenterebbe tuttavia una serie di insidie.
Innanzitutto, le parti in causa non possono essere testimoni di sé stessi. Di conseguenza, sarà necessario avere testimoni disposti a confermare di aver sentito, in modo chiaro e preciso, l’offesa o l’insulto.

Peraltro, non basterà dimostrare il comportamento illecito del direttore di palcoscenico, ma anche il danno subito. Danno che potrà variare sulla base della notorietà della vittima, del luogo in cui è stata proferito l’insulto e delle conseguenze. Senza dimostrazione del danno, la domanda verrà rigettata.

Infine, dal punto di vista contrattuale, i toni e le modalità usati dal direttore di palcoscenico potranno essere contestati dal punto di vista della violazione della correttezza e della buona fede nell’esecuzione del contratto (art. 1375 c.c.). Anche in tal caso, tuttavia, si dovrà dimostrare il fatto e il danno.

Peraltro, come già ricordato, l’organizzazione teatrale potrebbe eccepire l’inadempimento da parte dell’artista circa le disposizioni in materia di dispositivi di protezione individuale imposti dalla stessa nell’ambito della propria attività e a cui l’artista si sarebbe dovuto assoggettare.


Vai alla Fonte

Recesso del committente dall’appalto e diritto dell’appaltatore all’indennizzo per il mancato guadagno

Pubblicato il: 11/05/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 15304/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in materia di contratto d’appalto, precisando quale onere probatorio ricada in capo all’appaltatore che chieda di essere indennizzato del mancato guadagno conseguente al recesso unilaterale del committente dal contratto d’appalto.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito alla decisione di un condominio, in veste di committente, di recedere, ex art. 1671 del c.c., dal contratto d’appalto concluso con un’impresa di costruzioni per lo svolgimento di alcune opere.

Di fronte al rigetto, all’esito del giudizio di primo grado, della propria domanda di risarcimento del danno, l’appaltatore proponeva appello, il quale veniva accolto soltanto parzialmente. La Corte territoriale, infatti, condannava il condominio a pagare all’appaltatore una somma di denaro a titolo di indennizzo, ex art. 1671 del c.c., essendo notorio che la parte contrattuale che subisca l’interruzione di un rapporto in essere venga privata dell’utile che dall’esecuzione del contratto le sarebbe derivato, ove la controparte non dimostri un aliunde perceptum, ossia che il danneggiato abbia percepito un utile dallo svolgimento di diverse attività lucrative, nel medesimo periodo in cui avrebbe dovuto eseguire l’appalto oggetto di contestazione. Non trovava, però, accoglimento la domanda di risarcimento del danno per le spese generali d’impresa, le quali, secondo i giudici di merito, non erano state debitamente provate.

Di fronte a tale decisione, il condominio decideva di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando la violazione delle norme che regolano l’onere della prova, nonché del principio di vicinanza della prova, ex art. 2697 del c.c., in relazione all’affermazione secondo cui sarebbe stato onere della parte convenuta dimostrare l’aliunde perceptum dell’impresa, al fine di evitare la corresponsione dell'indennizzo a favore dell'appaltatore.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Gli Ermellini, concordemente con quanto affermato dal ricorrente, hanno evidenziato come quanto sostenuto dai giudici di merito, si ponga in contrasto con la costante giurisprudenza di legittimità, la quale, in ossequio al principio della vicinanza al fatto oggetto di prova, ha più volte ribadito che “in ipotesi di recesso unilaterale del committente dal contratto d'appalto, ai sensi dell'art. 1671 cod. civ., grava sull'appaltatore, che chiede di essere indennizzato del mancato guadagno, l'onere di dimostrare quale sarebbe stato l'utile netto da lui conseguibile con l'esecuzione delle opere appaltate, costituito dalla differenza tra il pattuito prezzo globale dell'appalto e le spese che si sarebbero rese necessarie per la realizzazione delle opere, restando salva per il committente la facoltà di provare che l'interruzione dell'appalto non ha impedito all'appaltatore di realizzare guadagni sostitutivi ovvero gli ha procurato vantaggi diversi(Cass. Civ., n. 8853/2017; Cass. Civ., n. 9132/2012).

Contrariamente a ciò, la Corte territoriale, in relazione al caso di specie, ha erroneamente affermato, mediante un apodittico richiamo il fatto notorio, che la sussistenza dell’an del pregiudizio dovrebbe ritenersi dimostrata, non già in ragione della prova offerta dall’appaltatore, bensì dalla mancata allegazione, da parte del committente, dell’aliunde perceptum.


Vai alla Fonte

1 2 3 4 5