Il lavoratore vittima di mobbing ha diritto all’indennizzo da parte dell’Inail?

Pubblicato il: 24/02/2021

La Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 8948/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine alla possibilità di ritenere assicurata dall’Inail qualsiasi malattia che sia derivata al lavoratore dallo svolgimento di un’attività lavorativa, anche se non tabellata, con preciso riferimento al caso in cui la malattia sia stata causata dal comportamento vessatorio del datore di lavoro.

La questione sottoposta all’esame dei Giudici di legittimità era nata in seguito al rigetto, in appello, della domanda proposta da un lavoratore al fine di ottenere il riconoscimento della natura professionale della malattia di cui era affetto, la quale era stata causata dalla condotta vessatoria tenuta, nei suoi confronti, dal proprio datore di lavoro.
Secondo la Corte territoriale, infatti, non era tutelabile, nell’ambito dell’assicurazione obbligatoria gestita dall’Inail, la malattia non derivante direttamente dalle attività lavorative elencate all’art. 1 del T.U. ass.ne infortuni sul lavoro, bensì da situazioni di cosiddetta “costrittività organizzativa”, come, appunto, il mobbing. A tal fine i Giudici di secondo grado avevano richiamato la sentenza n. 1576/2009 con cui il Consiglio di Stato aveva sostenuto che la malattia professionale, per essere indennizzabile, dovesse rientrare nell’ambito del rischio assicurato ex art. 3 del T.U. ass.ne infortuni sul lavoro, riguardante le sole malattie professionali, tabellate o non tabellate, contratte nell’esercizio e a causa delle attività lavorative specificamente elencate.

Rimasto soccombente, il lavoratore ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo, in particolare, la violazione e la falsa applicazione degli articoli 1, commi 1 e 4, 3, 4, comma 1, 66 e 74 del Testo Unico sull’assicurazione degli infortuni sul lavoro, D.P.R. n. 1124/1965, nonché dell’art. 13 della l. n. 38/2000, anche in relazione a quanto affermato dalla Corte Costituzionale e dalla stessa Cassazione, con riferimento all’elenco delle malattie professionali aggiornato, approvato con decreto del Ministero del Lavoro in data 11 dicembre 2009.
Sempre in relazione a ciò, il ricorrente lamentava anche una violazione dell’art. 115 del c.p.c., ritenendo che la Corte d’Appello avesse errato nel disconoscere l’indennizzabilità delle malattie psicofisiche derivanti della costrittività organizzativa, sul presupposto che esse non fossero attinenti ad un rischio specifico, tutelabile ai sensi del Testo unico sull’assicurazione degli infortuni sul lavoro, ed osservando, altresì, come lo stesso decreto del Ministero del Lavoro dell’11 dicembre 2009 avesse approvato una nuova tabella, inserendovi espressamente le disfunzioni dell’organizzazione del lavoro, le quali altro non erano che la cosiddetta “costrittività organizzativa”.

La Suprema Corte ha accolto il suddetto motivo di ricorso.

Gli Ermellini hanno, infatti, ritenuto doveroso confermare e consolidare l’orientamento, già espresso in materia dalla stessa giurisprudenza di legittimità, in ossequio al quale la decisione presa dai Giudici di merito, in relazione al caso de quo, non risulta essere in linea con l’ordinamento vigente.

Secondo il costante orientamento della Cassazione in materia di assicurazione sociale, di cui all’art. 1 del T.U. ass.ne infortuni sul lavoro, infatti, rileva non soltanto il rischio specifico proprio della lavorazione, ma anche il cd. rischio improprio, ossia non strettamente insito nell’atto materiale della prestazione ma collegato con la prestazione stessa” (cfr. ex multis Cass. Lav., 13882/2016; Cass. Lav., n. 7313/2016; Cass. Lav., n. 27829/2009).
Orientamento, questo, che è stato confermato dagli Ermellini anche con riferimento all’art. 3 del T.U. ass.ne infortuni sul lavoro e alle malattie professionali, estendendo, ad esempio, la protezione assicurativa anche alla malattia riconducibile all’esposizione al fumo passivo di sigaretta, subita dal lavoratore nei luoghi di lavoro, la quale è stata ritenuta meritevole di tutela, non perché dipendente da una prestazione pericolosa in sé e per sé considerata, ma in quanto connessa alla circostanza oggettiva dell’esecuzione di un’attività lavorativa all’interno di un determinato ambiente.

Secondo i Giudici di legittimità, dunque, si può affermare che, nell’ambito del sistema del Testo Unico sull’assicurazione degli infortuni sul lavoro, sono indennizzabili tutte le malattie di natura fisica o psichica, la cui origine sia riconducibile al rischio del lavoro, sia che esso riguardi la lavorazione, sia che riguardi, invece, l’organizzazione del lavoro e le modalità della sua esplicazione, posto che il lavoro coinvolge la persona in tutte le sue dimensioni, sottoponendola a rischi elevati sia per la sfera fisica che per quella psichica.

Ciò significa, quindi, che ogni forma di patologia che si possa ritenere conseguenza di un’attività lavorativa, risulta assicurata dall’Inail, anche qualora non sia compresa tra le malattie o i rischi tabellati, spettando, in tal caso, al lavoratore, l’onere di dimostrare il solo nesso causale tra l’attività lavorativa e la malattia.

Come osservato dagli stessi Ermellini, tale interpretazione risponde alla ratio stessa della tutela assicurativa, la quale, ai sensi dell’art. 38 Cost., va ricercata, non tanto nella nozione di rischio assicurato o di traslazione del rischio, ma, piuttosto, nella protezione del lavoratore, considerato in quanto persona. Come riconosciuto dalla Corte Costituzionale, infatti, “l’oggetto della tutela dell’art. 38 Cost. non è il rischio di infortuni o di malattia professionale, bensì questi eventi in quanto incidenti sulla capacità di lavoro e collegati ad un nesso causale con attività tipicamente valutata dalla legge come meritevole di tutela(Corte Cost., n. 100/1991).


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Il genitore che usa la violenza per educare i figli commette un reato?

Pubblicato il: 24/02/2021

La Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18706/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine alla configurabilità del delitto di maltrattamenti in famiglia, di cui all’art. 572 del c.p., nel caso in cui un genitore ricorra all’uso della violenza, sia essa fisica o morale, al fine di educare i propri figli.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito alla condanna, inflitta ad un uomo all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, per il reato di maltrattamenti in famiglia, commesso in danno della convivente e delle due figlie.

Di fronte alla conferma della propria condanna, l’imputato ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando, innanzitutto, un vizio di motivazione della sentenza d’appello, la quale, a suo dire, era fondata esclusivamente sulle dichiarazioni rese dalla convivente, le quali sarebbero state smentite da altre prove acquisite nel corso del processo.

Con un secondo motivo di ricorso, l’uomo eccepiva, poi, come, contrariamente a quanto deciso dai Giudici di merito, i fatti da lui commessi dovessero essere ricondotti al reato di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina, di cui all’art. 571 del c.p., in quanto, ad eccezione di un unico episodio, egli non aveva mai fatto uso di violenza.

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile.

Quanto al primo motivo di doglianza, nel dichiararne l’inammissibilità, gli Ermellini, dopo aver evidenziato l’analiticità della motivazione fornita dalla Corte d’Appello, hanno ribadito il costante principio di diritto per cui una sentenzanon può essere annullata sulla base di mere prospettazioni alternative che si risolvano in una rilettura orientata degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, ovvero nell’assunzione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, da preferire rispetto a quelli adottati dal giudice di merito, perché considerati maggiormente plausibili, o perché assertivamente ritenuti dotati di una migliore capacità esplicativa nel contesto in cui la condotta delittuosa si è in concreto realizzata” (Cass. Pen., n. 47204/2015; Cass. Pen., n. 22256/2006).

In relazione, poi, al secondo motivo di ricorso, la Corte di Cassazione ha ripreso il suo costante orientamento per cui “l’elemento differenziale tra il reato di abuso dei mezzi di correzione e quello di maltrattamenti non può individuarsi nel grado di intensità delle condotte violente tenute dall’agente; il reato di abuso dei mezzi di correzione presuppone l’uso non appropriato di metodi o comportamenti correttivi, in via ordinaria consentiti, quali l’esclusione temporanea dalle attività ludiche o didattiche, l’obbligo di condotte riparatorie o forme di rimprovero non riservate” (Cass. Pen., n. 11777/2020).

Come ulteriormente precisato dalla stessa giurisprudenza di legittimità, infatti, qualora si sia fatto ricorso alla violenza, non si può mai ritenere configurato il delitto di cui all'art. 571 c.p., in quanto l'uso della violenza per fini correttivi non è mai consentito (Cass. Pen., n. 11956/2017).

Alla luce di tali precisazioni, è, pertanto, risultata corretta la decisione dei Giudici di merito, i quali hanno puntualmente evidenziato come i fatti oggetto del processo fossero connotati da un ricorso reiterato alla violenza, sia fisica che morale, circostanza, questa, radicalmente incompatibile con il reato ex art. 571 del c.p.


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Il coerede che apporta delle migliorie al bene comune ha diritto al rimborso delle spese sostenute?

Pubblicato il: 23/02/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 3050/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine alla possibilità, per il coerede che abbia apportato delle migliorie alla cosa comune da lui posseduta, di ottenere un rimborso delle spese sostenute, in sede di giudizio di divisione ereditaria.

La questione sottoposta all’esame dei giudici di legittimità era nata nell’ambito del giudizio di divisione ereditaria in cui due fratelli avevano chiesto, oltre allo scioglimento della comunione ereditaria sui beni del padre deceduto, anche la condanna di un terzo fratello al pagamento dei frutti civili e alla resa del conto, considerato che lo stesso era nel possesso di alcuni beni immobili del de cuius.

Il fratello convenuto si costituiva in giudizio, eccependo la prescrizione del credito relativo ai frutti civili e chiedendo, in via riconvenzionale, l’accertamento, in suo favore, dell’usucapione dei beni immobili e dei terreni pertinenziali facenti parte della comunione ereditaria, che erano attualmente in suo possesso, nonché il rimborso della somma da lui pagata per ristrutturare uno di detti immobili, in cui aveva stabilito la sua abitazione, oltre all’assegnazione della quota di beni in natura spettantigli.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello, però, rigettavano le eccezioni e le domande riconvenzionali del convenuto, disponendo lo scioglimento della comunione ereditaria, sulla base del progetto delineato dal consulente tecnico d’ufficio.

Rimasto soccombente, all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, l’originario convenuto ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo, tra le altre cose, la violazione e la falsa applicazione dell’art. 1720 c.c. e degli articoli 115 e 116 c.p.c. Il ricorrente lamentava, infatti, il mancato riconoscimento, in suo favore, del rimborso delle spese da lui sostenute per ristrutturare l’immobile in cui lui stesso abitava e che faceva parte dell’asse ereditario.

La Suprema Corte ha accolto il suddetto motivo di ricorso.

Sul punto gli Ermellini hanno, innanzitutto, evidenziato come il costante orientamento della Corte di Cassazione abbia, da tempo, affermato, in materia, il principio di diritto per cui “il coerede che sul bene comune da lui posseduto abbia eseguito delle migliorie può pretendere, in sede di divisione, non già l'applicazione dell'art. 1150 cod. civ. – secondo cui è dovuta un'indennità pari all'aumento di valore della cosa in conseguenza dei miglioramenti – ma, quale mandatario o utile gestore degli altri eredi partecipanti alla comunione ereditaria, il rimborso delle spese sostenute per la cosa comune, esclusa la rivalutazione monetaria, trattandosi di debito di valuta e non di debito di valore” (cfr. ex multis Cass. Civ., n. 5135/2019; Cass. Civ., n. 16206/2013).

Alla luce di tale statuizione, accolta dalla costante giurisprudenza di legittimità, i giudici di merito, una volta accertato, attraverso una consulenza tecnica d’ufficio, l’esistenza di opere realizzate dal ricorrente su uno degli immobili oggetto della comunione ereditaria, nonché il loro presumibile costo, avrebbero, dunque, dovuto riconoscergli il diritto ad ottenere un rimborso, essendo, in tal modo, state provate le spese da lui sostenute.


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È legittimo ricorrere ad un investigatore privato per accertare la veridicità della malattia del dipendente?

Pubblicato il: 23/02/2021

La Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 11697/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine alla possibilità, per il datore di lavoro, di far seguire un proprio dipendente da un investigatore privato, al fine di accertare la veridicità della sua malattia.

La questione sottoposta al vaglio dei Giudici di legittimità era nata in seguito al ricorso, proposto da un lavoratore, a fronte del licenziamento per giusta causa intimatogli dal proprio datore di lavoro.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello, tuttavia, rigettavano le istanze attoree. Secondo i Giudici di secondo grado, in particolare, doveva essere considerata legittima l’attività investigativa svolta dal datore di lavoro, dalla quale era emerso che il dipendente, il quale aveva lamentato di essersi procurato un trauma ed una lesione lacero contusa nell’allontanarsi, a bordo del proprio scooter, dal luogo di lavoro, si era, in realtà, dedicato ad attività fisiche, pedalando per ore e camminando per il centro cittadino.

Avverso tale decisione il lavoratore ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione eccependo, innanzitutto, la violazione dell’art. 5 dello st. lav., dell’art. 69 D.L. n. 150/2009 e dell’art. 25 D.L. n. 151/2015, in ordine alle esenzioni dalla reperibilità per i lavoratori subordinati e alla connessa illegittimità dei controlli investigativi effettuati.

Il ricorrente lamentava, poi, come la sanzione del licenziamento risultasse essere sproporzionata rispetto al suo comportamento.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso.

Con riferimento, innanzitutto, alla legittimità dei controlli investigativi, gli Ermellini hanno evidenziato come, trattandosi, in realtà, nel caso de quo, di un controllo datoriale di verifica e controllo di un comportamento extralavorativo illecito, e non, invece, di un controllo circa l’esecuzione della prestazione lavorativa, sia più corretto qualificarlo ai sensi degli artt. 2, 3 e 4 dello Statuto dei Lavoratori, l. n. 300/1970, in relazione a cui la costante giurisprudenza di legittimità sostiene che è legittimo servirsi delle agenzie investigative per verificare l’esatto adempimento delle obbligazioni in capo al dipendente con riguardo a comportamenti tenuti al di fuori dell’ambito lavorativo disciplinarmente rilevanti(cfr. ex multis Cass. Lav., n. 12810/2017).

Sulla base di quanto già in precedenza disposto dalla stessa Cassazione, dunque, in casi come quello di specie, in cui il datore di lavoro abbia motivo di pensare che il mancato svolgimento dell’attività lavorativa sia riconducibile alla perpetrazione di un illecito, anche il solo sospetto in tal senso giustifica l’espletamento di un controllo attraverso il ricorso ad un investigatore privato, non rilevando, peraltro, il fatto che non si tratti di un’assenza per malattia, bensì di un infortunio sul lavoro, in relazione a cui non è richiesta la reperibilità e non è esperibile una visita fiscale.

Quanto, poi, all’asserita sproporzione tra la condotta del lavoratore e la sanzione del licenziamento, il costante orientamento della Suprema Corte dispone che “in tema di licenziamento per giusta causa, l’accertamento dei fatti ed il successivo giudizio in ordine alla gravità e proporzione della sanzione espulsiva adottata sono demandati all’apprezzamento del giudice di merito, che – anche qualora riscontri l’astratta corrispondenza dell’infrazione contestata alla fattispecie tipizzata contrattualmente – è tenuto a valutare la legittimità e congruità della sanzione inflitta, tenendo conto di ogni aspetto concreto della vicenda, con giudizio che, sorretto da adeguata e logica motivazione, è incensurabile in sede di legittimità(Cass. Lav., n. 26010/2018).

Orbene, nel caso di specie, oltre al fatto che le circostanze oggetto di contestazione sono state confermate anche dalle dichiarazioni rese da testimoni, la Corte territoriale ha adeguatamente esaminato la contrarietà della condotta del lavoratore ai più elementari obblighi di correttezza e buona fede nell’esecuzione del rapporto di lavoro, ai sensi del combinato disposto degli artt. 1175 e 1375 c.c.


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Depuratore non funzionante: il gestore del servizio deve rimborsare il canone per la depurazione dell’acqua?

Pubblicato il: 22/02/2021

La Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11270/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine alla possibilità, per gli utenti del servizio idrico, di ottenere il rimborso del canone per la depurazione delle acque, di fronte al mancato funzionamento del depuratore.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata nell’ambito del giudizio attivato da un condominio e da alcuni soggetti privati, nei confronti del Comune, per ottenere la ripetizione di quanto versato a titolo di canone per la depurazione delle acque, stante il mancato funzionamento e l’obsolescenza dell’impianto di depurazione. Le istanze attoree si fondavano, prevalentemente, sulla sentenza n. 335/2008, con cui la Corte Costituzionale aveva sancito l'incostituzionalità dell’art. 14, comma 1, L. n. 36/1994, nonché dell’art. 155, comma 1, D. lgs. n. 152/2006, nella parte in cui prevedevano che la quota per la depurazione idrica fosse dovuta anche qualora mancassero impianti di depurazione oppure questi fossero temporaneamente inattivi.

Nonostante, però, l’iniziale accoglimento delle richieste attoree, da parte del Giudice di Pace, le stesse venivano, poi, rigettate dal Tribunale, in sede d’appello.

Rimasti soccombenti, gli originari attori ricorrevano dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo, tra le altre cose, la violazione e la falsa applicazione degli articoli 1705 e 2033 del c.c., in ordine al preteso e dichiarato difetto di legittimazione passiva del gestore del servizio idrico. I ricorrenti censuravano, quindi, la sentenza impugnata nel punto in cui il Tribunale aveva escluso detta legittimazione passiva, giungendo a tale conclusione sul rilievo che il gestore provvedesse a ripartire il compenso ricevuto in tre quote, attribuendo quella per la depurazione alla Regione che, così, a suo avviso, sarebbe stata l’unica possibile legittimata passiva.

La Suprema Corte ha accolto il suddetto motivo di ricorso.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, rilevato come, per effetto del D. lgs. n. 258/2000, si sia passati all’applicazione della tariffa del servizio idrico integrato di cui agli artt. 13 e ss. della L. n. 36/1994.

Sul punto, la stessa giurisprudenza di legittimità ha già avuto modo di precisare che “la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione è divenuta, appunto, una componente della complessiva tariffa del servizio idrico integrato, configurato come corrispettivo di una prestazione commerciale complessa che, per quanto determinata nel suo ammontare in base alla legge, trova fonte non in un atto autoritativo direttamente incidente sul patrimonio dell’utente, bensì nel contratto di utenza. Sicché, tenuto conto della declaratoria di incostituzionalità della legge 5 gennaio 1994, n. 36, art. 14, comma 1 – sia nel testo originario, sia nel testo modificato dalla legge 31 luglio 2002, n. 179, art. 28 (Disposizioni in materia ambientale) – nella parte in cui prevedeva che la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione fosse dovuta dagli utenti “anche nel caso in cui la fognatura sia sprovvista di impianti centralizzati di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi” (v. Corte Cost., n. 335/2008), va affermato il principio secondo il quale, in caso di mancata fruizione, da parte dell’utente, del servizio di depurazione, per fatto a lui non imputabile, è irragionevole, per mancanza della controprestazione, l’imposizione dell’obbligo del pagamento della quota riferita a detto servizio(Cass. Civ., n. 9500/2018).

Nel caso di specie, dunque, una volta appurato che la pretesa fatta valere dagli attori deriva dall’inadempimento di una prestazione negoziale, appare chiaro, secondo i giudici di legittimità, che il soggetto tenuto alla restituzione non può che essere lo stesso che, in forza di tale contratto, abbia chiesto ed ottenuto il pagamento.
Come osservato dalla stessa Cassazione, infatti, posto che la quota riferita al servizio di depurazione, in quanto componente della complessiva tariffa del servizio idrico integrato, ne ripete necessariamente la natura di corrispettivo contrattuale, il cui ammontare è inserito automaticamente nel contratto, ne consegue che, ove il servizio di depurazione non sia stato fornito, ma, nonostante ciò, l’utente abbia pagato la relativa quota, quest’ultimo può agire nei confronti della controparte del contratto di utenza per ottenerne la restituzione (Cass. Civ., n. 14042/2013).


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Fusione societaria: l’iscrizione nel registro delle imprese ne esclude la declaratoria di invalidità

Pubblicato il: 18/02/2021

La Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 5602/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in materia di fusione societaria, interrogandosi, in particolare, in ordine alla portata della preclusione alla declaratoria di invalidità del relativo atto, sancita dall’art. 2504 quater del c.c., di fronte alla sua iscrizione nel registro delle imprese.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata nell’ambito dell’opposizione, proposta, ai sensi dell’art. 2503 del c.c., dal Ministero dell'Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare, dal Ministero dell'Economia e delle Finanze e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, in qualità di creditori, al fine di ottenere l’accertamento dell’illegittimità delle operazioni riguardanti una complessa operazione di fusione transfrontaliera, posta in essere da una società operante nel settore chimico, colpevole di un grave disastro ambientale, nonché di sentir dichiarare l’invalidità e l’inefficacia della relativa delibera societaria.

Il Tribunale respingeva le istanze attoree rilevando come l’operazione di fusione fosse ormai stata completata con le rituali iscrizioni nel registro delle imprese, ai sensi dell’art. 2594 del c.c., le quali producevano gli effetti preclusivi espressamente previsti dall’art. 2504 quater del c.c.

La decisione di prime cure veniva, poi, confermata anche dalla Corte d’Appello, la quale ribadiva che, in seguito all’iscrizione della fusione nel registro delle imprese, essa non poteva più essere posta in discussione, stante l’effetto preclusivo sancito dall’art. 2504 quater del c.c.

Rimasti soccombenti all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, gli originari attori ricorrevano dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo, tra le altre cose, la violazione e la falsa applicazione dell’art. 2503 del c.c.

La Suprema Corte ha, tuttavia, rigettato il ricorso.

Con particolare riferimento al suddetto motivo di doglianza, i Giudici di legittimità, conformemente a quanto stabilito in sede di merito, hanno evidenziato come, pur essendo concesso ai creditori sociali, ai sensi dell’art. 2503 del c.c., uno strumento preventivo per impedire che la loro aspettativa di soddisfacimento del credito possa essere pregiudicata dalla fusione, l’art. 2504 quater del c.c. stabilisca che, una volta eseguite le iscrizioni dell’atto di fusione richieste dall’art. 2504 del c.c., l’invalidità dell’atto di fusione non può più essere pronunciata, salvo il diritto al risarcimento del danno patito dai soci o da terzi. Di fronte all’iscrizione dell’atto di fusione societaria nel registro delle imprese, viene, dunque, meno la tutela reale altrimenti consentita ex art. 2503 del c.c., al fine di garantire il pubblico affidamento nei confronti dell’atto societario.

In ossequio al costante orientamento della stessa Cassazione, infatti, “la disposizione di cui all'art. 2504 quater c.c., richiamata anche per le operazioni di scissione dall'art. 2504 novies (oggi art. 2506 ter c.c.), secondo cui, una volta eseguita l'iscrizione dell'atto di fusione delle società, l'invalidità dello stesso non può più essere dichiarata, pone una preclusione di carattere assoluto, che riguarda tanto il caso in cui si deducano vizi inerenti direttamente all'atto di fusione, quanto l'ipotesi in cui i vizi concernano il procedimento di formazione dell'atto e della sua iscrizione; tale preclusione rimane operante anche nel caso in cui si asserisca che l'impugnativa è meramente preordinata ad una futura ed ipotetica azione di risarcimento del danno nei confronti degli amministratori o di terzi” (Cass. Civ., n. 28245/2005).

La preclusione della declaratoria di invalidità dell'atto di fusione, sancita dall'art. 2504 quater c.c., quale effetto dell'iscrizione nel registro delle imprese, infatti,tutela l'affidamento dei terzi e la certezza dei traffici, sicché, quando l'iscrizione dell'atto di fusione nel registro delle imprese sia avvenuta in base ad una sequenza procedimentale priva di riconoscibili anomalie esteriori, l'inesistenza giuridica di una delle delibere assembleari propedeutiche alla fusione, nei limiti in cui essa possa essere ipotizzata, non determina l'inesistenza giuridica dell'atto di fusione, ormai iscritto nel registro, restando esclusa l'impugnabilità di quest'ultimo e risultando carente, pertanto, l'interesse all'accertamento dell'inesistenza della delibera prodromica(Cass. Civ., n. 8864/2012).


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Il chiamato rinuncia all’eredità: quali tutele per i suoi creditori?

Pubblicato il: 18/02/2021

La Sesta Sezione della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 5994/2020, ha avuto modo di chiarire quelli che sono i presupposti necessari per l’impugnazione della rinuncia all’eredità da parte dei creditori dell’erede rinunciante, ex art. 524 del c.c.

La questione sottoposta all’esame degli Ermellini era nata in seguito all’impugnazione, proposta ai sensi dell’art. 524 del c.c., dalla creditrice di due coeredi che avevano rinunciato all’eredità dei propri genitori.

Di fronte all’accoglimento delle istanze attoree, all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, i coeredi convenuti ricorrevano dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo la violazione e la falsa applicazione dell’art. 524 del c.c., in relazione all’art. 2697 del c.c.
A loro avviso, infatti, ai fini della prova dell’eventus damni, sarebbe dovuto ricadere in capo all’attrice l’onere di dimostrare la consistenza del patrimonio dei debitori, mentre essa, nel caso di specie, non vi aveva provveduto in alcun modo. Secondo i ricorrenti, dunque, i giudici di merito avevano indebitamente invertito l’onere della prova, avendo erroneamente richiesto che fossero i debitori convenuti a dimostrare la capienza dei propri patrimoni rispetto alle ragioni attoree, anche in seguito all’intervenuta rinuncia all’eredità.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso.

Gli Ermellini hanno, infatti, evidenziato che, secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità “per l'impugnazione della rinunzia ereditaria ai sensi dell'art. 524 c.c., è richiesto il solo presupposto oggettivo del prevedibile danno ai creditori, che si verifica quando, al momento dell'esercizio dell'azione, fondate ragioni facciano apparire i beni personali del rinunziante insufficienti a soddisfare del tutto i suoi creditori(Cass. Civ., n. 8519/2016).

Secondo una più risalente pronuncia della stessa Cassazione, peraltro, l’art. 524 c.c. “richiede un unico presupposto di carattere oggettivo, ossia che la rinunzia all'eredità da parte del debitore importi un danno per i suoi creditori, in quanto il suo patrimonio personale non basti a soddisfarli e l'eredità dimostri un attivo, aggiungendosi che basta che al momento della proposizione dell'azione di cui all'art. 524 c.c. il danno sia sicuramente prevedibile, nel senso che ricorrano fondate ragioni per ritenere che i beni personali del debitore possano non risultare sufficienti per soddisfare del tutto i suoi creditori” (Cass. Civ., n. 2394/1974).

Quanto, poi, alla ripartizione dell’onere della prova, i giudici di legittimità hanno ritenuto applicabili, anche nel caso de quo, i principi da essi espressi in relazione all’azione revocatoria, in base ai quali, una volta dimostrato il presupposto oggettivo dell'azione revocatoria ordinaria, ossia l’eventus damni, il quale ricorre non solo nel caso in cui l'atto dispositivo comprometta totalmente la consistenza patrimoniale del debitore, ma anche quando lo stesso atto determini una variazione quantitativa o anche soltanto qualitativa del patrimonio, che comporti una maggiore incertezza o difficoltà nel soddisfacimento del credito, è onere del debitore, che voglia sottrarsi agli effetti di tale azione, provare che il suo patrimonio residuo sia tale da soddisfare ampiamente le ragioni del creditore (Cass. Civ., n. 19207/2018; Cass. Civ., n. 1902/2015).

Alla luce di tali principi, appare dunque chiaro che i giudici di merito, contrariamente a quanto ritenuto dai ricorrenti, non hanno errato nell’aver richiesto a questi ultimi di dimostrare che il loro patrimonio, nonostante la rinuncia all’eredità, fosse in grado di soddisfare il credito dell’attrice.


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Locazione di immobili urbani ad uso non abitativo e Covid-19: è possibile il recesso per causa di forza maggiore?

Pubblicato il: 17/02/2021

Tra i vari quesiti generati dalla pandemia da Covid-19, nonché dalla conseguente chiusura forzata di innumerevoli attività economiche, figura senza dubbio anche quello relativo alla possibilità, per il locatore di un immobile urbano adibito ad un uso diverso da quello abitativo, di recedere dal relativo contratto, ritenendo che l’emergenza sanitaria che ha colpito il nostro Paese possa integrare una causa di forza maggiore.

L’art. 27 della l. n. 392/1978, cosiddetta "Legge equo canone", recante la disciplina delle locazioni di immobili urbani prevede, infatti, a favore del conduttore, due diverse ipotesi di recesso, nell’ambito della locazione di immobili urbani adibiti ad uso diverso da quello abitativo: il recesso convenzionale e il recesso legale o titolato.

Quanto, innanzitutto, al recesso convenzionale, esso è previsto dal comma 7 della citata norma, il quale dispone che “è in facoltà delle parti consentire contrattualmente che il conduttore possa recedere in qualsiasi momento dal contratto dandone avviso al locatore, mediante lettera raccomandata, almeno sei mesi prima della data in cui il recesso deve avere esecuzione”.
In base a tale norma, dunque, le parti hanno la facoltà di attribuire contrattualmente al conduttore, il diritto di recedere dalla locazione in qualsiasi momento, dando, però, al locatore, un preavviso scritto di almeno sei mesi. Come chiarito dalla Corte di Cassazione, peraltro, le parti, nell’esercizio della loro autonomia contrattuale, sono comunque libere di fissare un termine di preavviso inferiore a quello prescritto ex lege, facendo, però, sorgere, in capo al conduttore, l’obbligo di corrispondere i canoni dovuti fino al compimento del periodo di preavviso convenzionalmente stabilito (Cass. Civ., n. 23424/2019).

In relazione a tale ipotesi di recesso, la giurisprudenza di merito ha, tuttavia, precisato che le parti, nel prevedere un termine di preavviso inferiore a quello legale, devono necessariamente indicare il momento da cui il recesso acquista efficacia, considerato che è proprio questo elemento a determinare fino a quando il conduttore dovrà pagare i canoni dovuti alla controparte.

Qualora, però, mancasse una pattuizione di questo tipo, in virtù dell'art. 1372 del c.c., il conduttore sarebbe tenuto a rispettare il contratto fino alla sua scadenza, dovendo, dunque, provvedere, fino ad allora, alla corresponsione del canone concordato, anche nel caso in cui fosse venuto meno il suo interesse nei confronti dell'immobile locato.
Questa evenienza è, tuttavia, in parte scongiurata dalla previsione contenuta al comma 8 dell’art. 27 della l. equo canone, il quale disciplina, invece, il recesso legale, anche detto recesso titolato, prevedendo che indipendentemente dalle previsioni contrattuali il conduttore, qualora ricorrano gravi motivi, può recedere in qualsiasi momento dal contratto con preavviso di almeno sei mesi da comunicarsi con lettera raccomandata”.

Tale previsione normativa consente, quindi, al conduttore, indipendentemente da quanto pattuito con la controparte, di recedere dal contratto di locazione in qualunque momento, limitatamente, però, alle ipotesi in cui sussistano dei gravi motivi, i quali sono costituiti, di fatto, da quelle situazioni sopravvenute, imprevedibili ed inevitabili, che sono, di norma, ritenute idonee ad escludere la responsabilità contrattuale in capo alla parte inadempiente.
Il conduttore che intenda invocare questa tipologia di recesso, nel comunicarlo per iscritto al locatore dovrà, quindi, indicare in modo specifico i gravi motivi che lo hanno indotto a recedere dal contratto, non essendo possibile indicarli in un momento successivo, né potendo addurre, come giustificazione del recesso, il fatto di trovarsi semplicemente in un periodo di crisi economica.

Fondamentale è, innanzitutto, l'osservanza del preavviso semestrale imposto ex lege, in quanto l'interruzione unilaterale del rapporto ad opera del conduttore che, seppur in presenza di gravi motivi, non abbia rispettato tale onere, comporta l'obbligo di risarcire i danni patiti dal locatore, qualora non si dimostri che quest'ultimo non sarebbe, comunque, riuscito ad utilizzare l'immobile, né direttamente né indirettamente (cfr. Cass. Civ., n. 5827/1993).

Per quanto concerne, poi, la specifica indicazione dei gravi motivi che abbiano indotto il conduttore a recedere dal contratto di locazione, essa è richiesta dalla legge proprio in forza dell’unilateralità di tale atto, la quale impone la necessità di tutelare anche il locatore, che avrà, quindi, da un lato, l’onere di verificare la sussistenza di ragioni idonee a giustificare il recesso, e, dall’altro, il diritto di contestarle, se inesistenti.

Ovviamente, però, non tutte le motivazioni sono idonee a giustificare lo scioglimento del contratto di locazione. La giurisprudenza di legittimità si è, infatti, dimostrata unanime nel ritenere che i gravi motivi, idonei a giustificare un recesso ex art. 27, comma 8, l. n. 392/1978, debbano consistere in fatti estranei alla volontà del conduttore, imprevedibili e sopravvenuti alla costituzione del rapporto, ma tali da rendere oltremodo gravosa la sua prosecuzione(cfr. ex multis Cass. Civ., n. 23639/2019; Cass. Civ., n. 12291/2014; Cass. Civ., n. 9443/2010).

Al fine di precisare quali circostanze possano, però, concretamente essere considerate “oltremodo gravose”, sono intervenute diverse pronunce giurisprudenziali, sia di merito che di legittimità. La Corte di Cassazione, in particolare, ha più volte precisato che una tale evenienza non si possa risolvere “nell'unilaterale valutazione effettuata dal conduttore in ordine alla convenienza o meno di continuare il rapporto locativo, e dev'essere, non solo tale da eccedere l'ambito della normale alea contrattuale, ma anche consistere in un sopravvenuto squilibrio tra le prestazioni originarie, tale da incidere significativamente sull'andamento dell'azienda globalmente considerata e, quindi, se di rilievo nazionale o multinazionale, anche nel complesso delle sue varie articolazioni territoriali”(cfr. ex multis Cass. Civ., n. 23639/2019; Cass. Civ., n. 26711/2011).

Proprio in ossequio a tale precisazione, i Giudici di merito hanno, ad esempio, escluso che i gravi motivi, richiesti dal comma 8 dell’art. 27 della l. equo canone, possano essere costituiti dalle variazioni di clientela che non dipendano da cause oggettive ed esterne all’azienda, rappresentando, esse, delle evenienze normali e prevedibili per qualsiasi attività d’impresa. Parimenti, la Cassazione ha escluso che i gravi motivi possano consistere nella soggettiva ed unilaterale valutazione effettuata dal conduttore circa l’opportunità o meno di continuare la locazione (Cass. Civ., n. 15215/2005).

Al contrario, secondo il costante parere della Suprema Corte, “può integrare grave motivo, che legittima il recesso del conduttore, un andamento della congiuntura economica (sia favorevole che sfavorevole all'attività di impresa), sopravvenuto e oggettivamente imprevedibile (quando fu stipulato il contratto), che lo obblighi ad ampliare o ridurre la struttura aziendale in misura tale, da rendergli particolarmente gravosa la persistenza del rapporto locativo (tenendo conto, quanto al requisito della imprevedibilità della congiuntura economica, che esso va valutato in concreto e in relazione ai fattori che ne hanno determinato l'andamento)” (Cass. Civ., n. 9443/2010; Cass. Civ., n. 10980/1996).

Come precisato dalla Cassazione, l’idoneità di una motivazione a giustificare un recesso anticipato deve, altresì, essere accertata in relazione all’attività concretamente svolta dal conduttore nell’immobile locato, non consentendo, peraltro, a quest’ultimo, di non attribuire rilievo alle difficoltà riscontrate da una certa attività rispetto ai risultati positivi registrati, ad esempio, da un altro ramo della medesima azienda (Cass. Civ., n. 5803/2019).

Alla luce di tali precisazioni, il conduttore di un immobile urbano ad uso non abitativo, il quale intenda recedere dal relativo contratto a causa delle conseguenze generate della pandemia di Covid-19 sulla sua attività, dovrà valutare attentamente se esse possano essere considerate dei gravi motivi idonei a giustificare un recesso ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 27 della l. n. 392/1978, tenendo presente, peraltro, che in caso di contestazione, la relativa valutazione non potrà essere rimessa al prudente apprezzamento del giudice.


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Il conducente risponde dei danni riportati dal passeggero che non abbia allacciato la cintura di sicurezza

Pubblicato il: 17/02/2021

La Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 11095/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine alla possibilità di ritenere sussistente, in capo al conducente di un'auto che sia stata tamponata da un altro mezzo, una responsabilità per i danni riportati dal terzo trasportato che non indossava la cintura di sicurezza.

La questione sottoposta al vaglio dei Giudici di legittimità era nata in seguito al rigetto della domanda di risarcimento del danno, avanzata, ex art. 141 del codice ass. private, da una donna, in qualità di terza trasportata, nei confronti del conducente dell’auto a bordo della quale si trovava nel momento in cui la stessa era stata tamponata da un’altra vettura.

Di fronte al rigetto della propria istanza, all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, l’attrice ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo, innanzitutto, la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1223, 1226, 1227, 2043, 2056 e 2697 del c.c., nonché degli artt. 132, comma 4, 115 e 116 del c.p.c. A suo avviso, infatti, il Giudice di secondo grado aveva errato nel ravvisare, sulla base della sola consulenza tecnica d’ufficio, la sua esclusiva responsabilità in relazione alle lesioni subite per il fatto di non aver allacciato la cintura di sicurezza, mentre, secondo il suo parere, si poteva, tuttalpiù, configurare un mero concorso di colpa con il conducente dell’auto da cui era trasportata, avendo egli accettato che essa non si allacciasse la cintura.

Parimenti, la ricorrente si doleva del fatto che il Giudice d’appello avesse considerato la consulenza tecnica d'ufficio quale unica fonte di prova. Non era, infatti, stato considerato né il fatto che il soggetto trasportato, danneggiato in seguito ad un sinistro stradale, potesse ottenere il risarcimento senza dover dimostrare la responsabilità dei conducenti coinvolti nell’incidente, né il fatto che il mancato allacciamento della cintura, pur avendo potuto contribuire alla produzione del danno, non potesse pregiudicare totalmente il diritto del danneggiato ad essere risarcito.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, ribadito come la stessa giurisprudenza di legittimità abbia già più volte affermato che “qualora la messa in circolazione dell’autoveicolo in condizioni di insicurezza sia ricollegabile all’azione od omissione, non solo del trasportato, ma anche del conducente, il quale prima di iniziare o proseguire la marcia deve controllare che essa avvenga in conformità delle normali norme di prudenza e sicurezza, fra costoro si è formato il consenso alla circolazione medesima con consapevole partecipazione di ciascuno alla condotta colposa dell’altro ed accettazione dei relativi rischi; pertanto si verifica un’ipotesi di cooperazione nel fatto colposo, cioè di cooperazione nell’azione produttiva dell’evento”.

Come chiarito dalla stessa Cassazione, dunque, di fronte a situazioni di questo tipo, oltre all’eventuale responsabilità verso terzi ex art. 2054 del c.c., si deve ritenere risarcibile, a carico del conducente del veicolo tamponato, secondo gli artt. 2043, 2056 e 1227 del c.c., anche il pregiudizio all’integrità fisica subito dal soggetto trasportato in conseguenza del sinistro, tenuto conto del fatto che il suo stesso comportamento, nell’ambito dell’indicata cooperazione, non è idoneo ad interrompere il nesso causale tra la condotta del conducente e il danno, ad integrare un valido consenso alla lesione ricevuta, vertendosi in materia di diritti indisponibili (cfr. Cass. Civ., n. 6481/2017; Cass. Civ., n. 10526/2011).


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Il beneficiario dell’amministrazione di sostegno può impugnare autonomamente i provvedimenti del giudice tutelare?

Pubblicato il: 16/02/2021

La Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 5380/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in materia di amministrazione di sostegno, chiedendosi, in particolare, se il beneficiario di tale istituto sia legittimato ad impugnare autonomamente i provvedimenti emessi dal giudice tutelare, nel corso del relativo procedimento, o se, invece, necessiti della sua preventiva autorizzazione.

La questione sottoposta ai Giudici di legittimità era nata in seguito alla sentenza con cui il Tribunale aveva dichiarato l’inammissibilità del reclamo, proposto dai due beneficiari di una procedura di amministrazione di sostegno, contro il provvedimento con cui il giudice tutelare aveva stabilito la necessità dell’intervento dell’amministratore di sostegno anche per il compimento degli atti di ordinaria amministrazione.

Il giudice d’Appello, tuttavia, sul rilievo che il conferimento del mandato al difensore per la proposizione di un’azione giudiziale costituisse un atto di straordinaria amministrazione, riteneva che sussistesse un difetto di legittimazione processuale dei ricorrenti, avendo gli stessi instaurato direttamente il procedimento, in mancanza della rappresentanza dell’amministratore di sostegno e dell’autorizzazione del giudice tutelare, come imposto dal combinato disposto degli artt. 374, n. 5 e 411 c.c.

Di fronte a tale decisione, i beneficiari dell’amministrazione di sostegno decidevano di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo la violazione e la falsa applicazione degli articoli 374, 406 e 407 del c.c., nonché degli articoli 24 e 111 della Costituzione.
Secondo i ricorrenti, infatti, essi, sebbene fossero beneficiari di un’amministrazione di sostegno, così come potevano proporre, ex art. 406 del c.c., il ricorso per l’apertura della relativa procedura, erano legittimati anche ad impugnare i provvedimenti emessi dal giudice tutelare nel corso del medesimo procedimento, i quali fossero stati ritenuti lesivi dei propri interessi, conservando, dunque, in tale ambito, la propria capacità d’agire.
A loro avviso, dunque, le impugnazioni avverso i decreti del giudice tutelare non erano soggette né alla preventiva autorizzazione dello stesso giudice, il quale, diversamente, sarebbe stato chiamato ad autorizzare l’impugnazione di un provvedimento emesso da se stesso, in violazione del principio di terzietà ed imparzialità del giudice, né alla rappresentanza dell’amministratore di sostegno.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Gli Ermellini, nell’accogliere la tesi dei ricorrenti, hanno, infatti, evidenziato come, pur essendo vero che, ai sensi degli artt. 374 e 411 c.c., i beneficiari di un’amministrazione di sostegno necessitino di autorizzazione per promuovere un’azione giudiziaria nei confronti di terzi, è anche vero che gli stessi sono dotati di un’autonoma legittimazione processuale ai diversi fini dell’apertura di un’amministrazione di sostegno, nonché per impugnare i provvedimenti adottati dal giudice tutelare nel corso di tale procedura.

Detta legittimazione trova il proprio fondamento normativo, in primo luogo, nell’art. 406 del c.c., che costituisce un’evidente deroga alla regola generale dell’art. 75 del c.p.c., attribuendo la legittimazione processuale a proporre il ricorso per l’istituzione dell’amministrazione di sostegno allo stesso beneficiario “anche se minore, o interdetto o inabilitato”, ossia a soggetti normalmente privi della capacità d’agire e, quindi, della capacità processuale.

L’autonoma legittimazione processuale del beneficiario a promuovere i ricorsi nell’ambito di un'amministrazione di sostegno, nonché ad impugnare i provvedimenti emessi dal giudice tutelare, si evince, però, anche dal comma 4 dell’art. 411 del c.c.

Alla luce di tali precisazioni la Cassazione ha ritenuto opportuno disporre l’applicazione, in relazione al caso de quo, del principio di diritto per cui “i beneficiari di un’amministrazione di sostegno sono dotati di un’autonoma legittimazione processuale non solo ai fini dell’apertura, ma anche per impugnare i provvedimenti adottati dal Giudice Tutelare nel corso di tale procedura, essendo, invece necessaria l’assistenza dell’amministratore di sostegno e la previa autorizzazione del Giudice Tutelare, a norma del combinato disposto degli artt. 374, n. 5 e 411 c.c., per l’instaurazione di giudizi nei confronti di soggetti terzi estranei a tale procedura”.


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