Tradimento via chat: può costare l’addebito della separazione

Pubblicato il: 22/07/2021

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del marito con l'addebito di separazione a suo carico per il tradimento provato in giudizio dalla moglie con le chat di WhatsApp.
L'art. 151 del c.c. prevede che il giudice possa addebitare la separazione in presenza della richiesta da parte di una delle due parti e sulla base di determinati presupposti, quali la violazione dei doveri nascenti dal matrimonio.
La norma si attiva nel momento i suddetti presupposti si basano su fatti obiettivi, che rendano intollerabile il prosieguo della convivenza o pregiudichino gravemente l'educazione dei figli. L'evoluzione giurisprudenziale ha comunque ampliato le ipotesi a tutti i casi in cui emergano litigi o si manifestino disaffezione e distacco spirituale di una parte, tali da comportare una incompatibilità della convivenza con la realtà coniugale.
La pronuncia di addebito ha conseguenze sia in ambito patrimoniale, con l'addebito della separazione, sia giuridico, con la perdita del diritto all'assegno di mantenimento e dei diritti successori. Tuttavia, non viene meno il dovere di versare gli alimenti in casi di stato di bisogno (art. 433 del c.c.) e nemmeno il diritto a percepire un assegno vitalizio a carico dell'eredità nel caso in cui lo stato di bisogno perduri al momento dell'apertura della successione.
Nel caso presentato alla Suprema Corte, il tribunale territoriale aveva rilevato il tradimento grazie al deposito della moglie dei messaggi WhatsApp e delle dichiarazioni dei testimoni rese in sede di udienza.
Il marito ricorreva, dunque, in Cassazione, sostenendo di aver smentito in più occasioni di essere l'autore dei messaggi incriminanti e che gli elementi di prova dell'addebito emersi nel corso del procedimento, comprese le prove testimoniali, non presentavano un grado di gravità tanto da provare la relazione extraconiugale.
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 12794/2021, ha però respinto tale ricostruzione. In merito all'efficacia probatoria delle riproduzioni informatiche rilevava che, per procedere al disconoscimento tanto da renderlo idoneo ad escludere la prova, occorre che esso sia chiaro, circostanziato ed esplicito per attestare che la riproduzione informatica non sia
congrua alla verità fattuale.
Oltre a ciò, le dichiarazioni rese negli atti difensivi dal marito non possono essere espressive di disconoscimento, dal momento che si sostanziano in una mera affermazione di non aver mai intrattenuto alcuna dichiarazione affettiva in costanza di matrimonio. La Corte ha ritenuto, quindi, questa spiegazione generica e carente di autosufficienza, rilevando che già in primo grado la decisione di era basata, oltre che sulle prove fornite dalla moglie, anche sulla audizione di testi. Il tradimento emergeva oltretutto da una confessione stragiudiziale del marito avvenuta in corso di mediazione, che aveva peraltro avuto esito negativo.

La Corte di Cassazione ha colto anche l'occasione per confermare implicitamente quello che è l'orientamento prevalente secondo cui il tradimento può essere anche solo virtuale, non essendo essenziale che si realizzi il tradimento carnale tra due soggetti non uniti in matrimonio. I sospetti di infedeltà, congiunti ad un comportamento equivoco del coniuge dato il rapporto segreto e diverso da quello di amicizia, può giustificare la dichiarazione di responsabilità in caso di separazione.

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Istigazione alle pratiche di pedofilia

Pubblicato il: 17/07/2021

Nel caso di pubblicazione di un racconto contente minuziose descrizioni di rapporti incestuosi con minorenni non è esclusa la sussistenza del dolo nel reato di istigazione alla pedofilia, anche se la pubblicazione è preceduta da una avvertenza sulla necessità di punire le molestie ai danni dei minori.
Proprio l'art. 414 bis del c.p. predispone una particolare tutela all'ordine pubblico, potenzialmente minacciato dall'istigazione e dall'apologia a commettere delitti di pedofilia e di pedopornografia, punibile anche se realizzato con qualsiasi mezzo e con qualsiasi forma di espressione.

L'imputato aveva pubblicato in un dominio liberamente accessibile su Internet un racconto a contenuto erotico e pedofilo, preceduto dalla frase: "L’autore non condona in alcun modo le molestie su minori e crede fermamente che esse vadano punite dalla legge nella maniera più severa". Il giudice di prime cure ed, in seconda battuta, la Corte d'Appello aveva raffigurato in questa azione il reato di istigazione alla pedofilia ex art. 414 bis del c.p..

Presentato ricorso in Cassazione, la difesa aveva sottolineato la errata interpretazione delle Corti, poiché l'art. 414 bis del c.p. rappresenta un reato di pericolo concreto e la soglia di rilevanza penale non potrebbe arretrare fino a ricomprendere ipotesi non pericolose. Tale reato, poi, richiede l'accertamento del dolo specifico, che non sussisterebbe proprio in forza dell'avvertenza scritta.

La Corte ha ritenuto infondato il ricorso, argomentando come segue.
L'art. 414 bis del c.p., al pari della norma generale sull'istigazione a delinquere ex art. 414 bis del c.p., costituisce un reato di pericolo concreto che richiede un comportamento, sulla base del giudizio ex ante, effettivamente idoneo a provocare la commissione del delitto. Alla fine della configurabilità è, dunque, essenziale la valutazione sulla sua capacità di determinare un rischio effettivo della consumazione di altri reati lesivi di interessi omologhi a quello istigato. Queste norme, infatti, costituiscono una eccezione alla regola generale di irrilevanza penale dell'istigazione non accolta o, in ogni caso, accolta ma non seguita dalla commissione del reato istigato, giustificata dall'esigenza di tutela anticipata del bene.
Per quanto riguarda, dunque, la concretezza del pericolo, che secondo la difesa appariva scollegata dalla effettiva commissione dei reati da parte dei lettori, la sentenza ha opportunamente richiamato i commenti alla storia che comprovano la forza e l'efficacia concreta, e non solo teorica, dello scritto.
Oltre a ciò, la Corte ha richiamato l'attenzione su come la norma dell'art. 414 bis del c.p. specifichi che non possano essere invocate come scusanti ragioni o finalità di carattere artistico, letterario, storico o di costume. Seppur l'applicazione debba sempre avvenire con un occhio di riguardo all'art. 21 Cost., il fine della norma non è quello di incriminare vere manifestazioni del pensiero, limitando quindi la libertà di espressione, ma bensì di impedire condotte delittuose che coinvolgano la pubblica istigazione di reati contro l'integrità dei minori.
Infine, è stato specificato come il reato in esame non richieda un dolo specifico, bensì è sufficiente la consapevolezza che la condotta sia dotata di una forza suggestiva e persuasiva tale da poter stimolare nell'animo dei destinatari alla commissione dei fatti criminosi esaltati. Quindi, nel caso di specie, i Supremi Giudici hanno preso in considerazione la potenzialità emulativa del narrato, dato anche il facile accesso alle informazioni grazie alla pubblicazione su Internet.
La Corte, in conclusione, con la pronuncia 18 giugno 2021, n. 23943, ha respinto il ricorso e confermato il reato di istigazione.

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Assunzione di alcool volontaria: non si configura l’aggravante ex art. 609-ter c.p.

Pubblicato il: 15/07/2021

La Cassazione ha ribadito che, nel caso in cui la vittima di una violenza sessuale abbia assunto volontariamente alcool o droghe, in quantità tali da determinare una condizione di inferiorità psichica o fisica, si configura sempre una aggressione connotata da modalità insidiose e subdole tipica della fattispecie descritta dall'art. 609 bis, comma 1, n. 2, c.p. Resta fuori però l'applicazione della circostanza aggravante ex art. 609 ter c.p.

L'art. 609 ter c.p., per l'appunto, prescrive un aumento della pena in casi particolari, come quelli legati alla modalità di lesione che vedano il coinvolgimento di armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti o di altri strumenti o sostanze gravemente lesivi della salute della persona offesa, il travisamento o la simulazione della qualità di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio.
Nella fattispecie in esame gli imputati erano stati condannati dalla Corte distrettuale a tre anni e due mesi di reclusione per i capi di accusa relativi ai reati di violenza sessuale di gruppo ex art. 609 octies c.p. e lesioni personali dolose aggravate ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 582 e 585 c.p.
Con ricorso in Cassazione, si lamentava un vizio nella motivazione in quanto contraddittoria e manifestatamente illogica nella parte in cui era stata configurata la circostanza aggravante di cui all'art. 609 ter c.p. a carico degli imputati, contestati di aver commesso il reato con l'uso di sostanze alcoliche: la difesa sottolineava come la persona offesa non era in alcun modo stata indotta ad assumere alcolici o stupefacenti contro la sua volontà. Infatti, nel caso in cui più persone riunite partecipino alla dinamica lesiva, si integra il protocollo di tipicità strutturale del delitto a concorso necessario nella violenza sessuale di gruppo sanzionata all'art. 609 octies c.p.; ciononostante, anche se la stessa disposizione, al comma 3, rinvia direttamente alla suddetta circostanza aggravante, questa diventa operativa solo nel caso in cui le predette sostanze incapacitanti siano somministrate dal soggetto attivo alla vittima al fine di procurare uno stato di incapacità o minorata difesa e, dunque, in vista di una più agevole commissione dell'azione delittuosa.
La Suprema Corte ha accolto il ricorso dopo aver richiamato il sedimentato orientamento giurisprudenziale (ex multis Cass. pen. sez. III, n. 32462 del 2018, Cass. pen. sez. III, n. 10596 del 19/03/2020, Cass. pen. sez. III, n. 32462 del 19/01/2018), secondo il quale la circostanza aggravante speciale dell'art. 609 ter c.p. non opera nel caso di assunzione volontaria di sostanze alcoliche; ai fini della sua configurabilità è richiesto che l'assunzione di tali sostanze deficitanti sia stata provocata od agevolata dall'autore del reato e sia funzionalmente diretta alla realizzazione degli atti sessuali. Si deve, quindi, apprezzare in concreto la sussistenza di un rapporto di strumentalità tra l'uso di sostanze alcoliche e il reato di violenza sessuale. La somministrazione al soggetto attivo alla vittima deve essere volto a ingenerare uno stato di incapacità ed agevolare il reato.

Lo stato di incoscienza e di incapacità della vittima conseguente all'assunzione spontanea di alcolici rientra nelle condizioni di inferiorità fisica e psichica prescritte dall'art. 609 bis c.p., comma 1, n. 2 c.p., ma non nella circostanza aggravante dell'art. 609 ter c.p. Proprio ai fini poi della sussistenza del valido consenso al rapporto sessuale, lo stato di incapacità o incoscienza determinata da ubriachezza rileva ex se a prescindere dal fatto che tale condizione di assetto psichico deficitato sia stata dolosamente provocata o derivante da assunzione di alcol da parte della vittima, in quanto capace in incidere sul potere di autodeterminazione della persona.

In conclusione, la Corte annullava la sentenza impugnata limitatamente alla configurabilità della circostanza aggravante in ragione dell'assunzione volontaria di sostanze incapacitanti, ferma restando la piena configurabilità della violenza sessuale.

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Assemblea chiede la demolizione del gazebo: preliminare risolto

Pubblicato il: 11/07/2021

Nel caso in cui parte dell'oggetto del contratto preliminare sia il terrazzo arredato, la circostanza che il bene da trasferire con il contratto definitivo consista esclusivamente nel lastrico solare privo degli elementi decorativi, costituisce motivo di inadempimento contrattuale.

Nel corso della trattativa immobiliare, era stato chiarito all'acquirente che il terrazzo era di proprietà condominiale ma di suo uso esclusivo, come dichiarato da delibera assembleare e che, in seguito alla ristrutturazione, era stato attrezzato con un gazebo stabilmente infisso al suolo, coperto e chiuso per tre lati con fioriere e pareti legno. Dopo la conclusione del preliminare, però, il suddetto acquirente aveva appreso dall'amministratore di condominio che l'assemblea aveva ordinato la rimessione in pristino del terrazzo e l'installazione di stenditoi ad uso comune nel caso in cui l'immobile fosse stato alienato.
La difesa del venditore chiariva che, in fase di trattative, si era invece chiarito la funzione decorativa del gazebo e che lo stesso non era stato oggetto specifico delle di disposizioni contrattuali preliminari. Richiedeva, inoltre, di trattenere la caparra e l'ottenimento del risarcimento dei danni.
Il Tribunale ha dichiarato risolto o comunque nullo il contratto disponendo la restituzione della caparra.
La Corte d'Appello, in parziale riforma, ha dichiarato la legittimità del recesso dal momento che in venditore aveva già appreso due anni prima della conclusione del preliminare che il gazebo doveva essere rimosso e sostituito con uno stenditoio. A seguito di tale decisione, era stato intimato al proprietario di ripristinare lo status quo ante. Ciò rilevava proprio in ragione della promessa di vendita di un terrazzo attrezzato, la cui superficie andava ad integrare quella dell'appartamento. Considerato, inoltre, che l'inadempimento non era di scarsa importanza (1455), la corte d'appello ha dichiarato il contratto risolto e condannato il venditore al pagamento della doppia caparra.
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 6 luglio 2021, n. 19044, è intervenuta con particolare attenzione sull'oggetto del contratto. Si trattava di un monolocale di 40 mq con terrazza attrezzata ad uso esclusivo, pubblicizzata come casa vacanze. L'uso esclusivo del lastrico sarebbe derivato dalla natura del bene, che per la sua conformazione sarebbe stato utilizzabile solo da proprietario dell'appartamento avente accesso al terrazzo, rientrando quindi nella disciplina dell'art. 1226 del c.c..
La terrazza attrezzata rivestiva particolare rilevanza nell'economia dell'affare in considerazione della sua superficie e della possibilità di essere utilizzata come una estensione dell'abitazione, grazie ai lavori di ristrutturazione e ammodernamento. La circostanza che il preliminare facesse specifico riferimento ad un appartamento con terrazza anziché ad un lastrico solare ove sarebbe stato collocato uno stenditoio ha costituito un valore determinante nel valutare l'inadempimento del promittente dante causa. Nel giudizio comparativo relativo agli interessi delle parti, la Corte ha ritenuto determinante che l'assemblea avesse già da tempo ordinato al proprietario di rimuovere il manufatto posto sul lastrico solare in caso di alienazione a terzi.
La circostanza che il bene da trasferire con il contratto definitivo consistesse in un lastrico solare privo di gazebo, che non avrebbe consentito di utilizzare il terrazzo come un'estensione dell'appartamento, costituiva il fondamento dell'inadempimento contrattuale. Da ciò consegue che non si configura una falsa applicazione dell'art. 1126 del c.c. ma bensì l'inadempimento contrattuale, rilevando la circostanza che le caratteristiche dell'oggetto da trasferire erano diverse da quelle del bene promesso in vendita.
Nell'economia dell'accordo contrattuale lo stato di fatto del terrazzo era di essenziale rilevanza in ragione della delibera condominiale, taciuta al promittente acquirente, che obbligava il proprietario alla rimozione del gazebo in caso di alienazione a terzi. La Corte ha così dichiarato risolto il contratto preliminare di vendita.

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Errori del progettista: risponde l’appaltatore

Pubblicato il: 08/07/2021

L'appaltatore deve assolvere al proprio obbligo di osservare i criteri generali della tecnica relativi al particolare lavoro ed è tenuto a controllare, nei limiti delle sue cognizioni, la bontà delle istruzioni impartite dal committente. Sarà esente dalla responsabilità per vizi dell'opera soltanto se dimostra di aver manifestato il proprio dissenso e di essere stato indotto ad eseguirla insistentemente quale nudus minister. In mancanza di tale prova, l'appaltatore risponderà a titolo di responsabilità contrattuale in relazione alla sua obbligazione di risultato per le imperfezioni o i vizi dell'opera, senza poter invocare il concorso di colpa del progettista o del committente o l'esimente di eventuali errori nelle istruzioni impartite dal direttore dei lavori.
Nell'obbligazione principale dell'appaltatore è compresa ogni attività finalizzata a raggiungere lo scopo del contratto. L'esecuzione dell'opera sarà sempre giuridicamente ascritta all'appaltatore fin dalla fase organizzativa: ciò non può però prescindere dall'esercizio di una posizione di controllo e di direzione sull'attività dell'apparato progettuale. Il contenuto dell'obbligazione è essenzialmente delineato dalle previsioni contrattuali, ma oltre a ciò si aggiunge una parallela obbligazione di esecuzione dell'opera a regola d'arte, ossia con l'applicazione delle conoscenze tecnico-scientifiche specifiche del settore, dei principi tecnici e degli usi che presiedono all'esecuzione del momento storico e nel luogo in cui l'opera deve essere realizzata. Le regole tecniche riguardano la sicurezza, la stabilità e l'utilizzabilità dell'opera, senza escludere l'aspetto estetico, derivato diretto del canone di diligenza ex art. art. 1176 del c.c..

L'eventuale conflitto tra le pattuizioni originarie e le regole dell'arte deve essere segnalato dall'appaltatore al committente e all'esito di tale intervento, il committente può insistere nel pretendere di seguire la pattuizione contrattuale vigente oppure acconsentire ai correttivi suggeriti dall'assuntore.

Nel caso di specie, la Corte d'Appello aveva sommariamente escluso il coinvolgimento della società appaltatrice nel controllo delle attività del progettista e del direttore dei lavori sul presupposto di una estraneità alle sue specifiche conoscenze necessarie a valutare la correttezza dell'operato. Era tuttavia emerso che le ditte non avevano manifestato alcun dissenso rispetto alle soluzioni progettuali od esecutive, anche se si erano manifestati obiettivamente vari difetti durante l'esecuzione dei lavori.
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 22 giugno 2021, n. 17819, ha però disatteso l'esclusione della responsabilità in capo all'appaltatore, constatando la violazione della diligenza qualificata ex art. 1176, comma 2, c.c. che impone all'appaltatore di realizzare l'opera a regola d'arte, impiegando l'energia ed i mezzi normalmente ed obiettivamente necessari od utili; sicché nel caso in cui sia il committente a predisporre il progetto e a fornire indicazioni per la sua realizzazione, l'appaltatore risponde dei vizi dell'opera se, eseguendo fedelmente il progetto e le indicazioni ricevute, non ne segnali eventuali carenze od errori, poiché il controllo e correzione di eventuali errori commessi in fase di progettazione rientrano nella sfera della sua prestazione. Rimane esente da responsabilità ove il committente, edotto di tali carenze, richieda di dare egualmente esecuzione al progetto o ribadisca le indicazioni, riducendo l'appaltatore al nudus minister, completamente condizionato dalle istruzioni ricevute e senza possibilità di iniziativa o vaglio critico.
La Suprema Corte ha, in conclusione, accolto la censura, non essendosi attenuto il giudice di prime cure al principio in base al quale l'appaltatore, anche quando sia chiamato a realizzare un progetto altrui, è sempre tenuto a rispettare le regole dell'arte e, in caso di loro violazione, è responsabile anche delle relative conseguenze, configurabili come vizi dell'opera. Da ciò deriva un obbligo risarcitorio, il quale non viene meno neppure in caso di possibili vizi imputabili ad errori del progettista o del direttore, se lo stesso appaltatore, accortosi dei vizi, non li abbia tempestivamente denunziati al committente, manifestando il proprio dissenso, ovvero non li abbia rilevati pur potendo e dovendo riconoscerli in relazione alla perizia ed alla capacità tecnica da lui esigibili.

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Atti persecutori ed omicidio aggravato: vi è concorso?

Pubblicato il: 06/07/2021

La Corte di Cassazione è tornata sul rapporto intercorrente tra il delitto di atti persecutori ex art. 612 bis c.p. e l'omicidio aggravato ex art. 576, comma 1, n. 5.1, c.p., commesso dall'autore dello stalking nei confronti della stessa persona offesa. Secondo il più recente orientamento giurisprudenziale, il rapporto è regolato dal concorso apparente di norme, alla stregua dell'art. 84, comma 1, c.p.
L'art. 576, comma 1 n. 5.1 disciplina l'applicazione delle circostanze aggravanti, quali la comminazione della pena dell'ergastolo, in particolare se il fatto è riconducibile alla fattispecie delittuosa dell'art. 612 bis c.p. nei confronti della stessa persona.
Un primo orientamento riportato nella pronuncia n. 20786 del 12 aprile 2019 ha risolto la questione optando per la ricostruzione secondo la disciplina del concorso dei reati, ritenendo insussistente una relazione di specialità tra le due fattispecie. In particolare, l'elemento aggravatore di cui al suddetto art. 576 c.p. è di natura soggettiva, essendo incentrato sulla mera identità del soggetto autore sia degli atti persecutori di cui all'art. 612 bis c.p. che dell'omicidio di cui all'art. 575 c.p. In questo modo si è arrivati ad affermare l'estraneità alla condotta e alla sua modalità di commissione e quindi ad escludere un rapporto di interferenza fra le fattispecie. La commissione dello stalking, che si configura come reato abituale a condotta vincolata, non involge in alcun modo la commissione di un omicidio, che è invece un reato istantaneo a forma libera. La decisione della Cassazione del 2019 si basa, quindi, sulla comparazione strutturale fra fattispecie astratte, di conseguenza non si verifica l'assorbimento del delitto di atti persecutori in quello di omicidio aggravato, data l'assenza di qualsivoglia affinità strutturale tra fattispecie e non può nemmeno operare la clausola di riserva dell'art. 612 c.p.
La sentenza del 6 novembre 2020, n. 30931 ha, invece, ribaltato la suddetta prospettazione giurisprudenziale. L'art. 576, comma 1 n. 5.1 c.p. viene delineato come reato complesso rilevante alla stregua dell'art. 84, comma 1, c.p. che esclude il concorso nel caso in cui le circostanze aggravanti di un solo reato costituiscano di per se stesse reato. Lo stesso art. 576 c.p. assegna rilevanza all'identità dell'autore che deve essere il medesimo del delitto di cui all'art. 612 bis c.p. Tuttavia ciò che aggrava il delitto di omicidio non è tanto la medesima identità dell'autore del reato, ma che questa azione delittuosa sia preceduta da una serie di condotte persecutorie. Di conseguenza, con l'introduzione dell'aggravante, il legislatore ha voluto colpire con la pena dell'ergastolo un fenomeno sociale in allarmante crescita. Si incorrerebbe inoltre alla violazione del ne bis in idem sostanziale, poiché gli atti persecutori verrebbero addebitati due volte: sia come reato autonomo sia come aggravante.
I Supremi giudici hanno, così, affermato il principio secondo il quale tra le due fattispecie in esame sussiste una ipotesi di concorso apparente di norme alla stregua dell'art. 84, comma 1, c.p. per cui il delitto di atti persecutori non trova autonoma applicazione nel caso in cui questo sia casualmente legato ad un successivo atto omicidiario.
La questione è da tempo oggetto di un contrasto giurisprudenziale ed e rimessa con l'udienza del 1 Marzo del 2021 alla valutazione delle Sezione Unite.

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Pedone fuori dalle strisce: è un ostacolo prevedibile

Pubblicato il: 30/06/2021

L'art. art. 589 del c.p. c.p. punisce la condotta di chiunque cagioni per colpa la morte di una persona. Tale disposizione è stata oggetto di aggiornamento: grazie alla L. 23 marzo 2016, n. 41 è stata introdotto l'art. art. 589 bis del c.p. che disciplina l'autonoma fattispecie dell'omicidio stradale.

Attraverso questa novella normativa, il legislatore ha irrigidito il trattamento sanzionatorio dell'omicidio colposo e delle lesioni personali colpose nel caso in cui questi siano conseguenza della violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale, nonché della guida in stato di alterazione dovuta all'abuso di sostanze alcoliche o stupefacenti.

La relazione tra colpa in materia di circolazione stradale e investimento di pedoni è stato oggetto di molteplici pronunce e chiarimento da parte della Suprema Corte, che negli anni ha proceduto ad un costate consolidamento del c.d. principio di affidamento, il quale pone a carico del conducente anche la previsione di eventuali comportamenti imprudenti dello stesso pedone (ex multis Cass. pen., sez. IV, 19/12/2019, n. 51147), purché questo rientri nel limite della prevedibili.

La casistica si distingue in due grandi ipotesi. Se il pedone è investito sulle strisce pedonali, può ammettersi il concorso di colpa della vittima nel solo caso in cui questi abbia intrapreso l'attraversamento a così breve distanza dal veicolo in avvicinamento da rendere impossibile al conducente evitare l'investimento, ovvero quando lo stesso abbia violato le prescrizioni regolamentari.
Al contrario, nel caso in cui il pedone proceda all'attraversamento della strada al di fuori delle strisce pedonali, la sua colpa non esclude quella del conducente del veicolo nel caso in cui quest'ultimo abbia infranto una prescrizione specifica o generica di prudenza (Cass. pen. sez. IV, 13/10/2005; Cass. pen. sez. IV, 12/10/2005; Cass. pen. sez. IV, 1/10/1990, Cass. pen. sez. IV, 6/9/2018, n. 40050).
L'investitore sarà, invece, escluso da qualsiasi forma di responsabilità e il sinistro verrà attribuito al pedone unicamente in presenza di un rigoroso rispetto da parte del conducente delle norme generiche e specifiche di prudenza e di un'oggettiva impossibilità di avvistarlo ed osservarne tempestivamente i movimenti, per motivi estranei a ogni suo obbligo di diligenza. È, quindi, necessario che la condotta del pedone si ponga come causa eccezionale, atipica, imprevista ed imprevedibile dell'evento e che sia stata da sola sufficiente a produrlo.
Di talché lo scorretto attraversamento del passeggero disceso da un mezzo di trasporto pubblico si configura come mitigatore della colpevolezza del conducente, ma non la esclude del tutto. È stato, per l'appunto, giudicato responsabile il conducente che aveva investito un pedone, sceso dalla portiera anteriore di un autobus in sosta, anche se aveva rispettato il limite di velocità, ma non aveva provveduto a moderarla in ragione delle condizioni spazio-temporali di guida e della presenza in sosta del pullman (Cass. pen. sez. IV, 9/1/2015, n. 12260).

Ciò si ricollega al caso di specie in cui la Corte d'appello aveva confermato la responsabilità penale del conducente di un'autovettura, cui era stato contestato il reato di omicidio colposo per aver investito un pedone mentre quest'ultimo attraversava la strada in un punto privo di strisce pedonali. La colpa consisteva nella negligenza, imprudenza ed imperizia nell'atto di compiere una svolta a sinistra, causa dell'investimento del pedone che, dopo essere sceso dal pullman, attraversava fuori dalle strisce pedonali in senso perpendicolare rispetto alla direzione di marcia del veicolo. L'urto ha cagionato lesioni tali da portare alla morte.
La tesi difensiva aveva escluso qualsiasi profilo di responsabilità colposa in capo al conducente in considerazione, principalmente, del comportamento imprevedibile tenuto dal pedone. Le evidenze processuali avevano dimostrato senza alcun dubbio che il pedone aveva attraversato in una zona non consentita, a passo svelto, e che il punto d'urto risultava essere interno alla carreggiata impegnata dall'automobile, la quale procedeva ad una velocità di 40 Km/h. La Cassazione non ha condiviso la tesi avanzata dalla difesa. Il mancato tempestivo avvistamento del pedone sarebbe effettivamente dipeso dall'inadeguatezza del comportamento alla guida in prossimità di una fermata del servizio pubblico, la cui presenza rende inevitabilmente prevedibile un attraversamento sconsiderato da parte dei pedoni e impone una andatura moderata e una particolare attenzione per evitare ogni possibile sinistro.
Su quest'ultimo punto la Corte ha chiarito che il comportamento richiesto al conducente nel caso in esame doveva uniformarsi alla norma dell'art. art. 141 del codice strada del Codice della Strada secondo cui il conducente deve essere in grado di compiere tutte le manovre necessarie, con particolare riferimento all'arresto tempestivo entro i limiti del suo campo di visibilità e dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile, oltre che con l'art. art. 145 del codice strada del Codice della Strada che richiede ai guidatori nelle intersezioni di usare la massima prudenza al fine di evitare sinistri. La violazione di queste disposizioni si configura in termini di colpa generica, facendo sempre capo alla diligenza e alla prudenza nella guida dei veicoli. Tra gli ostacoli prevedibili è oramai indubbia la previsione di un pedone che attraversa fuori dalle strisce pedonali. Nel caso di specie, di conseguenza, l'ostacolo non può configurarsi come improvviso, proprio in ragione della prossimità della stazione degli autobus e del traffico pedonale che consegue alla discesa dei passeggeri. L'obbligo di moderare la velocità si concretizza, dunque, nella capacità del conducente di essere in grado di padroneggiare il veicolo in qualsiasi situazione.
La Corte di Cassazione, rigettando il ricorso del conducente, ha così ribadito che, pur trovando applicazione il cd. principio di affidamento, l'esclusione o la limitazione di responsabilità in ordine alle conseguenze alle altrui condotte prevedibili o il poter contare sulla correttezza del comportamento di altri si riduce in ragione della diffusività del pericolo, che impone un corrispondente ampliamento della responsabilità in relazione alla prevedibilità del comportamento scorretto od irresponsabile di altri agenti. In concreto, la velocità in prossimità di determinati luoghi deve sempre essere proporzionata al campo di visibilità al fine di consentire al conducente una manovra di arresto, in considerazione del tempo psico-tecnico di reazione per l'ipotesi in cui si profili un ostacolo improvviso.

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Matrimonio e violenza sessuale: vale il dissenso non espresso

Pubblicato il: 29/06/2021

Al fine del corretto inquadramento giuridico della vicenda occorre fare riferimento all'art. art. 609 bis del c.p. che prevede la condanna di chiunque con la violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali. Lo stesso vale per chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto, ovvero traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.
In relazione al soggetto convivente, l'idoneità della violenza o della minaccia a coartare la volontà della vittima non va esaminata secondo criteri astratti, ma valorizzando in concreto ogni circostanza oggettiva e soggettiva, in modo che possa emergere ogni eventuale minaccia o intimazione psicologica attuata in situazioni tali da influire negativamente sul processo mentale di libera determinazione della vittima, quale può essere il comportamento legato al ritorno della vittima insieme al consenso al rapporto.

La Cassazione ha statuito che è sufficiente qualsiasi forma di costringimento fisico o psichico idoneo ad incidere sulla libertà altrui di autodeterminarsi sessualmente, non rilevando né il rapporto di coppia coniugale o para-coniugale, né la circostanza che la donna non abbia opposto un esplicito rifiuto ai rapporti sessuali qualora emerga che l'agente abbia la consapevolezza di un rifiuto implicito da parte della donna al compimento di atti sessuali a causa delle violenze o delle minacce. Ai fini della configurabilità del delitto in esame, sono quindi prive di rilevanza le circostanze relative all'assenza di lesioni personali sul corpo della vittima, il comportamento remissivo della stessa, anche dopo i fatti, e le esitazioni nello sporgere denuncia, in quanto tali circostanze sarebbero facilmente spiegabili con lo stato di terrore che pervade la vittima (Cass. pen. sez. III, 21/2/2000, n. 1911). Integra, inoltre, l'elemento oggettivo del delitto in esame non solo la condotta invasiva della sfera della libertà ed integrità sessuale altrui, realizzata in presenza di una manifestazione del dissenso della vittima, ma anche quella posta in essere in assenza del consenso della persona offesa, anche tacitamente, nel caso in cui la stessa non abbia consapevolezza della materialità degli atti compiuti sulla sua persona (Cass. pen. sez. III, 8/5/2017, n. 22127).

In aggiunta integra la violenza sessuale il fatto che colui che prosegua un rapporto sessuale quando il consenso della vittima, anche se inizialmente prestato, venga meno a causa di un ripensamento o della non condivisione delle forme o delle modalità di consumazione del rapporto, dal momento che il consenso della vittima al compimento degli atti sessuali deve perdurare nel corso dell'intero rapporto (ex multis Cass. pen. sez. III, 27/1/2020, n. 3158; Cass. pen. sez. III, 5/4/2019, n. 15010; Cass. pen. sez. III, 7/3/2016, n. 9221; Cass. pen., Sez. III, 6/2/2014, n. 5768). Inoltre, non è necessario che il dissenso della vittima si manifesti per tutto il periodo di esecuzione del delitto, essendo sufficiente che si estrinsechi nel momento iniziale della condotta antigiuridica. Inoltre la violenza richiesta per l'integrazione del reato è anche quella che si manifesta nel compimento insidiosamente rapido dell'azione criminosa, superando la contraria volontà del soggetto passivo.

La vicenda prende avvio dalla condanna inflitta in primo grado dal Tribunale ad un uomo per aver costretto in più occasioni la moglie ad intrattenersi sessualmente con lui, anche se consapevole del dissenso di quest'ultima alla congiunzione carnale. La ex moglie, dopo essere stata picchiata con calci e pugni dal convivente, era fuggita di casa. Dopo pochi minuti, al suo ritorno, era stata nuovamente vittima di percosse e tale situazione l'aveva indotta a consentire ad avere rapporti sessuali contro la sua volontà, al fine di evitare ulteriori conseguenze lesive.
La Corte d'Appello, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di primo grado, riduceva la pena all'imputato, confermando, in ogni caso, la responsabilità per i fatti compiuti. L'imputato depositava ricorso presso la Corte di Cassazione contro la suddetta pronuncia, sostenendo che era stata confermata l'attendibilità della persona offesa senza approfondire tutte le osservazioni avanzate nell'atto d'appello e limitandosi a richiamare quale riscontro esterno la documentazione sanitaria che riguardava un solo episodio risalente, ed inoltre erano state travisate le dichiarazioni rese dalla persona offesa in ordine al reato di cui all'art. art. 609 bis del c.p. e, infine, le motivazioni dei giudici di secondo grado sul punto risultavano congetturali e non aderenti ai fatti.
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19611 del 18 maggio 2021, ha disatteso la tesi difensiva secondo cui il reato non poteva sussistere anche alla luce della scarsa attendibilità dimostrata dall'ex coniuge e con l'occasione ha ribadito che, ai fini della configurabilità del reato di violenza sessuale, non si richiede che la violenza sia tale da annullare la volontà del soggetto passivo, ma è sufficiente che la volontà risulti coatta. Non si richiede nemmeno che l'uso della violenza o della minaccia sia contestuale al rapporto sessuale per tutto il tempo, dall'inizio fino al congiungimento; è sufficiente che il rapporto sessuale non voluto dalla parte offesa sia consumato anche approfittando dello stato di prostazione, angoscia o diminuita resistenza in cui la vittima è ridotta. Oltre a ciò, il dissenso della vittima può essere desunto da molteplici fattori, anche a prescindere dalla esistenza di riscontri fisici sul corpo della vittima, essendo sufficiente la costrizione ad un consenso viziato.
Il ricorso è stato dichiarato, dunque, inammissibile. La Cassazione ha sottolineato la corretta la ricostruzione dei fatti dettagliatamente operata dalla Corte d'Appello ed evidenziato che la persona offesa era stata chiara nell'indicare il lasso temporale in cui erano avvenuti i rapporti non consenzienti e che negli ultimi tempi, anche se aveva deciso di dormire in camera dei figli, ciò non aveva impedito il perpetrarsi delle violenze, in quanto soggiogata dal timore della reazione violenta che ne sarebbe seguita se si fosse rifiutata.

La Cassazione ha, in conclusione, affermato che, in tema di reati sessuali, l'idoneità della violenza o della minaccia a coartare la volontà della vittima va esaminata valorizzando in concreto ogni circostanza oggettiva e soggettiva, sicché essa può sussistere anche in relazione ad una intimazione psicologica attuata in situazioni particolari tali da influire negativamente sul processo mentale di libera determinazione della vittima, senza necessità di protrazione nel corso della successiva fase esecutiva. Quindi, ai fini della configurabilità del delitto, non si richiede che la violenza sia tale da annullare la volontà del soggetto passivo, ma è sufficiente che la volontà risulti coartata. Non risulta nemmeno necessario che l'uso della violenza o della minaccia sia contestuale a tutta la durata del rapporto sessuale: è sufficiente che tale rapporto non voluto sia consumato anche profittando dello stato di prostrazione, angoscia o diminuita resistenza in cui la vittima è ridotta. Il dissenso della vittima può essere desunto da una molteplicità di fattori anche a prescindere dalla esistenza di riscontri fisici sul corpo della vittima, essendo sufficiente la costrizione ad un consenso viziato.


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Manutenzione straordinaria: non si possono imporre lavori nelle singole proprietà esclusive per migliorare l’impianto elettrico

Pubblicato il: 24/06/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14300/2020, ha avuto modo di precisare se il condominio possa o meno imporre ai condomini l’esecuzione di lavori straordinari all’interno delle loro singole proprietà esclusive, al fine di ammodernare l’impianto elettrico dell’edificio sulla base delle disposizioni di legge.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito alla decisione di alcuni condomini di citare in giudizio il condominio affinché fosse dichiarata nulla o, comunque, annullata la deliberazione assunta dall’assemblea condominiale, nella parte in cui aveva deliberato e ripartito alcune spese. Gli attori chiedevano, in particolare, che, in relazione ad opere elettriche eseguite sui beni di proprietà esclusiva, l’impianto degli interruttori fosse configurato in modo tale da consentire ai singoli condomini di provvedere autonomamente al suo adeguamento.

Nonostante l’iniziale rigetto delle istanze attoree da parte del Tribunale, adito in primo grado, le stesse venivano, poi, parzialmente accolte dalla Corte d’Appello, la quale annullava la deliberazione assembleare impugnata nella parte in cui, in sede di approvazione dei lavori di adeguamento dell’impianto elettrico ai sensi della l. n. 46/1990, aveva ripartito su base millesimale anche le spese relative ad interventi su parti di proprietà esclusiva.

Tale decisione veniva, tuttavia, impugnata dinanzi alla Corte di Cassazione dall’erede di due degli originari attori, nel frattempo deceduti. Il ricorrente denunciava, in particolare, la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1112 e 1117 del c.c., deducendo come, con riferimento alla voce di spesa relativa all’adeguamento dell’impianto elettrico condominiale alle disposizioni dettate dalla l. n. 46/1990, l’assemblea condominiale non avesse mai deliberato, in precedenza, l’esecuzione di tali lavori, per cui la successiva deliberazione doveva essere dichiarata nulla in relazione a tale voce di spesa, la quale ledeva i diritti dei singoli condomini sulle porzioni di proprietà esclusiva.

La Suprema Corte ha accolto il suddetto motivo di ricorso.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, evidenziato come l’adeguamento dell’impianto elettrico condominiale alle prescrizioni dettate dalla l. n. 46/1990 costituisca un intervento urgente di straordinaria manutenzione, motivo per cui viene in rilievo l’ultimo comma dell’art. 1135 del c.c., secondo cui “l’amministratore non può ordinare lavori di manutenzione straordinaria, salvo che rivestano carattere urgente, ma in questo caso deve riferirne alla prima assemblea. Tale norma permette, infatti, di riconoscere come, nel caso di specie, l’assemblea, con la propria deliberazione, abbia, di fatto, ratificato i lavori disposti in via urgente dall’amministratore.

Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, in tema di condominio di edifici, tuttavia, “i poteri dell’assemblea non possono invadere la sfera di proprietà dei singoli condomini, sia in ordine alle cose comuni che a quelle esclusive, tranne che una siffatta invasione sia stata da loro specificamente accettata o nei singoli atti di acquisto o mediante approvazione del regolamento di condominio che la preveda(cfr. Cass. Civ., n. 26468/2007; Cass. Civ., n. 9157/1991).

È, quindi, chiaro che, nel caso de quo, essendo stati inseriti degli interruttori all’interno delle singole proprietà esclusive, la deliberazione impugnata abbia senza dubbio realizzato un’invasione dei diritti dei singoli condomini sulle loro proprietà esclusive, dovendo, perciò, essere considerata nulla.


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Beni provenienti da titoli diversi: no ad un’unica divisione salvo il consenso scritto di tutti i condividenti

Pubblicato il: 21/06/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 15494/2019, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine al caso in cui i beni in godimento comune provengano da titoli diversi, chiedendosi se, di fronte ad una tale ipotesi, si possa o meno ritenere sussistente un’unica comunione, con la conseguente possibilità di procedere, quindi, ad una sola divisione.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito alla decisione di una donna di convenire in giudizio i propri fratelli, affinché fosse disposta la divisione ereditaria dei beni pervenuti della successione del padre, nonché dei beni acquistati in comunione tra le parti stesse con due atti di compravendita.

La pronuncia di accoglimento emessa all’esito del giudizio di prime cure, veniva, però, parzialmente riformata in appello. La Corte territoriale escludeva, infatti, che si dovesse procedere alla formazione di masse distinte per i beni provenienti dalla successione ereditaria e per quelli acquistati in comunione ordinaria dalle parti.

In seguito a tale statuizione, uno degli originari convenuti decideva di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, denunciando, in particolare, la violazione degli artt. 713 e 720 del c.c., nonché dell’art. 345 del c.p.c. A suo avviso, infatti, nel procedere alla divisione, si sarebbero dovuti tenere distinti i beni acquistati in comunione ordinaria da quelli provenienti dalla successione del padre, non potendosi unificare le due masse senza il consenso di tutti i condividenti, espresso in forma scritta.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso, ritenendo fondato il suddetto motivo di doglianza.

I Giudici di legittimità, concordemente a quanto sostenuto dal ricorrente, hanno evidenziato come, nel caso di specie, si fosse in presenza di masse fondate su titoli diversi, le quali, in sede di divisione, non potevano essere unificate.

Secondo il costante orientamento della stessa Corte di Cassazione, infatti, quando i beni in godimento comune provengono da titoli diversi, non si realizza un’unica comunione, bensì tante comunioni quanti sono i titoli di provenienza dei beni, corrispondendo, quindi, alla pluralità di titoli una pluralità di masse, ciascuna delle quali costituisce un’entità patrimoniale a sé stante, nella quale ogni condividente deve poter far valere i propri diritti indipendentemente da quelli che gli competono sulle altre masse.

Come chiarito dalla stessa Suprema Corte, peraltro, si può procedere ad un’unica divisione in presenza di masse distinte soltanto qualora sussista il consenso di tutti i condividenti, il quale deve trovare titolo in un specifico negozio, con cui si attui il conferimento delle singole comunioni in una comunione unica, ed il quale, in presenza di beni immobili, deve rivestire la forma scritta ad substantiam (Cass. Civ., n. 314/2009).

Alla luce di tali precisazioni, appare, dunque, chiaramente come i Giudici di merito avrebbero dovuto rilevare il fatto che i beni da dividere provenissero da titoli diversi e che nessun consenso scritto fosse stato prestato dalle parti, affinché si procedesse ad un’unica divisione.


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