Reato continuato e reformatio in peius

Pubblicato il: 26/09/2021

La Corte di Cassazione, con la sentenza 27 agosto 2021, n. 32278, ha ribadito il principio per cui non viene violato il principio della reformatio in peius previsto dall'art. 597 del c.p.p. nel caso in cui il giudice della impugnazione, di fronte alla mutazione del reato continuato, apporti per uno dei fatti unificati dal medesimo disegno criminoso, una pena maggiore rispetto al primo giudice, ma non irrogando, nel complesso, una pena maggiore.

L'appello come disciplinato dall'art. 597 del c.p.p. si configura come strumento di impugnazione parzialmente devolutivo, in quanto attribuisce alla cognizione del giudice di secondo grado solo i punti della decisione ai quali si riferiscono i motivi proposti dall'appellante. Oltre a ciò il giudice dell'appello ha il potere-dovere di decidere anche in ordine ai punti della sentenza non specificamente impugnati, qualora tali punti siano comunque collegati da un rapporto di pregiudizialità, di interdipendenza o di connessione essenziale con quelli effettivamente impugnati. L'597 stabilisce, inoltre, la facoltà per il giudice dell'appello di dare al fatto una diversa e anche più grave connotazione giuridica, ma sempre senza poter violare il divieto della reformatio in peius. In particolare il giudice non potrà aumentare la pena per specie o per quantità, applicare una misura di sicurezza nuova o più grave o ancora revocare i benefici.

Nel caso in esame, la Corte d'Appello aveva assolto l'imputato per ricettazione e, in relazione al reato di detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio ex art. 73, comma 5, del D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, aveva rideterminato la pena con un aumento della pena pecuniaria.
La Suprema Corte, oltre a riaffermare un principio consolidato (ex multis Cass. pen. sez. I, n. 26645 del 17 giugno 2019), ha osservato come nella fattispecie, una volta sciolto il vincolo della continuazione grazie alla pronuncia risolutoria e essendo, dunque, necessaria una rideterminazione della pena, il giudice ha la libertà di muoversi all'interno della forbice edittale del reato, con il limite dell'obbligo dell'applicazione della pena complessivamente inferiore rispetto a quella fissata dal primo giudice per il reato continuato.
Proprio in relazione alla pena pecuniaria, dunque, non può ritenersi riscontrabile la reformatio in peius nel caso in cui la pena base indicata in misura superiore a quella fissata dal giudice di primo grado con riferimento ad altro reato: la ratio risiede nella autonomia di ciascuna fattispecie e nella impossibilità di operare un confronto tra le forbici edittali delle due fattispecie. La pena detentiva, associata a quella pecuniaria, risultava essere notevolmente diminuita rispetto alla pena fissata in primo grado per il reato di ricettazione. D'altro canto la pena pecuniaria minima prevista dall'art. 73, comma 5, del D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, è di molto superiore rispetto a quella prevista dal reato di ricettazione, pertanto, anche sotto questo profilo, il giudice di appello risultava essersi adeguato alla diversa forbice prevista per il reato residuato dallo scioglimento del vincolo della continuazione.
In conclusione, non può esservi reformatio in peius se il risultato finale della pena non è superiore a quello indicato dal primo giudice, neppure in relazione alla pena pecuniaria.

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Etilometro: valido anche in caso di malfunzionamento

Pubblicato il: 20/09/2021

La Corte di Cassazione con la pronuncia del 6 agosto 2021, n. 30801 ha confermato il principio secondo il quale il reato di guida in stato di ebbrezza disciplinato dall'art. 186 del codice strada sia configurabile anche quando lo scontrino dell'alcoltest riporti l'indicazione del tasso alcolemico in misura superiore alle soglie di punibilità previste ma contenga anche la dicitura "volume insufficiente", se l'apparecchio non segnala un irregolare funzionamento.
Nello specifico l'art. 186 del codice strada punisce chiunque guidi in stato di ebbrezza, nel caso in cui il fatto non costituisca più grave reato. Al momento il valore limite legale "normale" di alcolemia stabili per poter guidare un veicolo senza incorrere in sanzioni è di 0,5 g/L.
La stima dei valori del tasso alcolemico può essere effettuata tramite analisi di un campione di sangue venoso periferico oppure la cd. "prova del palloncino" o alcoltest, che consiste in una più facile e veloce analisi del respiro tramite l'etilometro. I problemi sono sorti nei casi di malfunzionamento di questo strumento di misurazione.
Un consolidato orientamento giurisprudenziale ritiene che l'esito positivo dell'alcoltest costituisce prova dello stato di ebbrezza. Ciò è legato all'affidabilità di tale strumento in ragione dei controlli periodici volti a verificare il corretto funzionamento successivamente all'omologazione e alla taratura. Ne consegue che ricade sull'imputato l'onere di fornire prova contraria all'accertamento in modo da dimostrare l'assenza e l'inattualità dei controlli. Ancora la Cassazione ha chiarito, inoltre, che, in caso mancata stampa dello scontrino, l'esito della verifica del tasso alcolemico può essere annotato nel verbale di contestazione e può formare oggetto di testimonianza da parte degli agenti accertatori, non essendo necessario procedere alla stampa dei risultati del test.
Nel caso in esame l'imputato era stato condannato per il reato di guida in stato di ebbrezza ex art. art. 186 del codice strada dopo che la Polizia era intervenuta a seguito della segnalazione di un sinistro. L'imputato, in evidente stato confusionale, era andato a collidere con la propria auto contro un palo della luce. L'esame alcolemico, accertato mediate etilometro, aveva rilevato valori oltre il limite massimo di legge.
Nel ricorso in Cassazione, la difesa dell'imputato aveva sostenuto che la misurazione effettuata sul luogo era viziata ed inattendibile in quanto l'apparecchio impiegato aveva emesso due scontrini contenenti quale annotazione del rilevamento "volume d'aria insufficiente".
La Suprema Corte, rigettando la tesi difensiva, ha ribadito il principio oramai consolidato secondo cui il reato di guida in stato di ebbrezza ai sensi dell'art. 186 del codice strada è configurabile anche quando lo scontrino dell'alcoltest riporti un valore del tasso alcolemico superiore al valore limite e contenga la dicitura "volume insufficiente". Tale messaggio, infatti, evidenzia solo che l'espirazione è stata effettuata con ridotto volume di aria ed è, quindi, inidonea ad invalidare l'esito dell'alcoltest.
Rimane minoritario l'orientamento secondo il quale, nella medesima situazione esposta, sia necessario accertare, attraverso una accurata verifica delle modalità di funzionamento della macchina, se l'insufficienza del volume abbia o meno inficiato il risultato del testo espresso in parametri numerici (Cass. pen., Sez. IV, n. 23520 del 7/06/2016).

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Piccolo spaccio abituale: nessuna tenuità del fatto

Pubblicato il: 16/09/2021

In tema di spaccio di stupefacenti, la fattispecie di lieve entità prevista dall'art. 73, comma 5, del D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 e la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto ex art. art. 131 bis del c.p. sono fattispecie non coincidenti sul piano strutturale e ciò è stato confermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza 10 agosto 2021, n. 31427.
Nel caso di specie, l'imputato era in possesso di 10 grammi di sostanza stupefacente, da cui erano ricavabili 40 dosi; data la propensione allo spaccio dell'imputato, i giudici di merito rigettavano la richiesta di applicazione dell'art. 131 bis del c.p.. La difesa ha, dunque, presentato ricorso presso la Corte di Cassazione, lamentando la confusione rispetto ai concetti di tenuità del fatto e abitualità del reato e la mancata valutazione della concreta offensività della condotta dell'imputato.
La Suprema Corte ha ritenuto il ricorso infondato. È stato ribadito come la modesta entità della cessione dello stupefacente richiamata dal comma 5 dell'art. 73 del D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 e la particolare tenuità del fatto ex art. 131 bis del c.p. sono istituti diversi e non sovrapponibili. Nel caso, infatti, di una pluralità di modeste cessioni tali da costituire una abituale condotta di spaccio si va a costituire una circostanza incompatibile con il beneficio della non punibilità. Attraverso la ricostruzione dell'istituto previsto dall'art. 131 bis del c.p., infatti, i Supremi Giudici hanno rimarcato come sia necessaria la contemporanea sussistenza quali condizioni per l'esclusione della punibilità, sia della particolare tenuità dell'offesa che della non abitualità del comportamento. Nel caso questi due indici-criteri coesistano, si potrà considerare il fatto di particolare tenuità ed escluderne, conseguentemente, la punibilità.
Secondo la Cassazione, inoltre, i giudici di merito hanno dato corretta applicazione alla disposizione sopra citata, escludendo che la condotta potesse essere inquadrata in un ambito di minima offensività, dato che il comportamento illecito dell'imputato, caratterizzato dalla spaccio al minuto di marijuana in un luogo frequentato da spacciatori, è la tipica espressione di chi vive esclusivamente del frutto della sua attività di spaccio di droga.
Per quanto riguarda il rapporto tra le due fattispecie, la Cassazione ha confermato il suo precedente indirizzo sul rapporto tra le due fattispecie, affermando che la fattispecie di lieve entità prevista dall'art. 73 del D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 e la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto ex art. 131 bis del c.p. sono fattispecie non coincidenti sul piano strutturale e teleologico. Per quanto riguarda la prima ipotesi, il giudice è tenuto a valutare i mezzi, le modalità e le circostanze dell'azione nonché la quantità e la qualità delle sostanze stupefacenti. Ai fini del riconoscimento della non punibilità, invece, devono essere prese in considerazione le modalità della condotta, il grado di colpevolezza e l'entità del danno o del pericolo oltre che al carattere non abituale della condotta.

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Resistenza a pubblico ufficiale e tenuità del fatto

Pubblicato il: 14/09/2021

Sul tema delle clausole di non punibilità, la convinzione del cittadino extraeuropeo di essere sottoposto ad un provvedimento di espulsione illegittimo, anche se non del tutto idonea ad escludere l'elemento soggettivo del reato di resistenza a pubblico ufficiale, può di certo essere presa in considerazione ai fini della valutazione dell'intensità del dolo manifestato dal reo, spinto ad agire quale unica via di reagire – sia pure commettendo il reato – ad una situazione percepita come ingiusta.
La Corte d'Appello aveva confermato la sentenza di condanna nei confronti di un cittadino extracomunitario per il reato di resistenza a pubblico ufficiale ex art. 337 del c.p. a seguito di episodi di violenza contro un membro della Polizia di Stato italiano a reazione del provvedimento di espulsione dallo Stato Italiano.
In sede di ricorso in Cassazione era stato rilevato come i giudici avessero errato nel mancato riconoscimento dell'art. 131 bis del c.p., pur essendo il reato commesso in un'unica azione, con modalità non particolarmente violente e che non avevano effettivamente provocato alcuna lesione al pubblico ufficiale e puramente legato a motivi di autotutela e attuato da un soggetto incensurato.
I Supremi Giudici hanno accolto la tesi della difesa. Nella motivazione della Corte d'Appello si era esclusa la dedotta tenuità del fatto valorizzando esclusivamente le modalità di condotta e la particolare intensità del dolo, desunta dalla ripetizione dei colpi. Proprio nella esaltazione della reiterazione delle condotte la Corte territoriale aveva osteggiato l'accesso all'istituto dell'art. 131 bis del c.p., figurando la presenza di comportamenti abituali e nella connotazione come abituali anche i reati che abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali e reiterate.
Tale ricostruzione è stata rivista precisando che fra i reati necessariamente abituali e quelli eventualmente abituali caratterizzati dalla reiterazione della condotta non possono iscriversi i casi in cui la condotta tipica si articoli in una pluralità di atti commessi nel medesimo contesto spazio-temporale e sorretti dalla stessa finalità, quale la condotta di resistenza, che è da ritenere unica, seppure attuata divincolandosi e poi infliggendo una pluralità di calci.

Partendo da queste considerazioni, la Suprema Corte ha ritenuto che la causa di non punibilità ex art. 131 bis del c.p. potesse essere riconosciuta direttamente in sede di legittimità in considerazione che non valeva la preclusione all'applicazione della causa di non punibilità di cui all'art. 337 del c.p., introdotta con il D.L. 14 giugno 2019, n. 53, convertito con modificazioni con L. 8 agosto 2019, n. 77.
Sotto il profilo oggettivo, inoltre, la condotta di resistenza a pubblico ufficiale non si realizzava con un particolare grado di gravità, essendosi concretizzata in uno strattonamento e qualche calcio funzionale alla fuga, e soprattutto non risultava connotata da abitualità, poiché è del tutto pacifico che la fattispecie si sia sviluppata in un unico contesto di tempo, di luogo e di azione.
Il giudizio sulla tenuità richiede infatti una valutazione complessa e congiunta di tutte le peculiarità della fattispecie concreta che tenga conto delle modalità della condotta, del grado di colpevolezza e dell'entità del danno o del pericolo.
In considerazione poi che la convinzione di essere sottoposto ad un provvedimento di espulsione ingiusto non era del tutto fuori luogo, vista la revoca avvenuta il medesimo giorno, possono essere ammesse, ai fini dell'apprezzamento del dolo, le specifiche ragioni proposte e fondanti la coscienza e volontà dell'agire stesso.

In conclusione, la Corte di Cassazione, con la pronuncia 1 luglio 2021, n. 25309, ha censurato la mancanza di considerazione della percezione della situazione come ingiusta, non presa in considerazione dalle Corti territoriali e confermato la tenuità del fatto, con applicazione della clausola di non punibilità ex art. 131 bis del c.p..


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Parente deceduto: intascare la pensione è appropriazione indebita?

Pubblicato il: 08/09/2021

L'azione di prelievo della pensione al posto del parente deceduto non costituisce percezione indebita di erogazioni ai danni dello Stato, se l'evento morte sia stato regolarmente comunicato all'Ufficio Anagrafe del Comune. Infatti è responsabilità degli enti preposti provvedere alla comunicazione agli altri uffici che si occupano della erogazione del trattamento pensionistico. La condotta del congiunto, in ogni caso, che continui a percepire i ratei pensionistici del deceduto sine titulo è più idonea ad integrare il reato di appropriazione indebita.
Intervenendo in questa fattispecie, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 20346/2021, si pronuncia sulla condotta all'art. 316 ter del c.p. ("Indebita percezioni di erogazioni a danno dello Stato") per essersi l'imputato indebitamente appropriato del trattamento pensionistico di cui beneficiava la madre, dato che non aveva comunicato all'ente erogatore di tale trattamento l'intervenuto decesso della beneficiaria.
La difesa dell'imputato evidenziava che lo stesso aveva rispettato gli obblighi di comunicazioni che erano propri della sua sfera di azione, ossia all'ufficio dello stato civile del luogo in cui era avvenuto il decesso non oltre le 24. In seguito il responsabile dell'ufficio anagrafe era obbligato alla trasmissione questa informazione all'ente erogatore del trattamento pensionistico per gli adempimenti di competenza.
Il ricorrente invoca, inoltre, la buona fede nell'aver continuato a ricevere le somme sul conto corrente cointestato con la madre. Inoltre la percezione indebita delle somme erogate in favore della madre defunta avrebbe integrato con maggior precisione l'art. 646 del c.p. (ossia l'appropriazione indebita), ma tale reato è improcedibile per mancanza di querela.

Gli Ermellini condividono le motivazioni esposte nel ricorso dalla difesa. La fattispecie astratta di cui l'art. 316 ter del c.p. richiede che la percezione di erogazioni pubbliche sia comunque legata alla presentazione di documenti falsi o all'omissione nella comunicazione di informazioni obbligatorie al fine dell'erogazione di contributi pubblici.
Nel caso di specie, il Comune era stato tempestivamente informato dal privato: ha dunque errato la sentenza nel ritenere sussistente in capo all'imputato un ulteriore obbligo di comunicazione del decesso all'ente erogatore dei ratei di pensione. Di conseguenza, nel caso di specie, manca uno degli elementi costitutivi della fattispecie astratta contestata, rappresentato dall'omissione di informazioni dovute.

La sentenza impugnata, in ordine alla buona fede dell'imputato, ha evidenziato, però, come i ratei erano stati accreditati per 4 anni su un conto cointestato, poi su un altro conto intestato solamente al ricorrente, all'evidenza su richiesta dello stesso ricorrente. Ciò si scontra con l'asserzione che non si sarebbe reso conto degli accrediti.
Il fatto dunque è stato riqualificato nella diversa fattispecie incriminatrice prevista dall'art. 646 del c.p., ma, dato che tale delitto è perseguibile a querela, ciò comporta l'annullamento della sentenza impugnata senza rinvio per originaria mancanza della predetta condizione di procedibilità.

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Maltrattamenti a scuola: condotta illecita e penalmente rilevante o mero ius corrigendi?

Pubblicato il: 06/09/2021

In tema di configurabilità del delitto di maltrattamenti in famiglia anche in ambiente scolastico, la Corte di Cassazione ribadisce i presupposti per la sua configurazione sotto il profilo della reiterazione, oltre a fornire interessanti spunti sia sulla valutazione della prova testimoniale sia sui confini dello ius corrigendi.

L'art. 572 del c.p. si fonda infatti sulla centralità che assume lo stabile vincolo affettivo ed umano volto a proteggere il minore da fenomeni di sopraffazione. È un reato abituale proprio, caratterizzato cioè da condotte di per sé lecite, ma che assumono carattere illecito in ragione del loro protrarsi. Le condotte lesive dell’integrità fisica, della libertà o del decoro, oppure degradanti, fisicamente o moralmente devono essere realizzate nei confronti di una persona della famiglia, di un convivente, ma anche di una persona che sia sottoposta all’autorità del soggetto agente o sia a lui affidata.

Il caso in oggetto è quello di un maestro di scuola d'infanzia accusato di molteplici episodi di violenza fisica e verbale nei confronti dei bambini di età compresa tra i due e i cinque anni, quali anche sollevare i bambini per un braccio o per una gamba e trasportarli così da una stanza ad un'altra oppure scuotere testa e collo o ancora esercitare pressione sulla testa.
Le prove si basavano sulle testimonianze di alcuni bambini e colleghi, oltre che su dei filmati realizzati attraverso l'introduzione di telecamere nascoste all'interno della scuola, le quali hanno consentito di immortalare le percosse inflitte agli allievi. Il giudice di prime cure aveva appunto derubricato il delitto in quello di percosse ex art. 581 del c.p., che ha portato al proscioglimento del maestro per difetto di querela. La derubricazione era stata valutata anche a fronte del carattere episodico degli eventi, sicché non poteva vedersi integrato il requisito dell'abitualità tipico del reato di maltrattamenti in famiglia. La difesa ha interpretato la prevalenza della comunicazione fisica rispetto a quella verbale quale reazione tipica del sesso maschile, oltre che frutto di stanchezza e di tensione legata alla tenuta della classe multietnica ed attuazione dello ius corrigendi, anche se i filmati riproducevano in maniera inequivocabile delle reazioni irragionevoli. Le prove testimoniali erano invece state giudicate inattendibili. Tutto ciò era stato confermato anche dalla Corte d'Appello.

Con la pronuncia 22 giugno 2021, n. 24462, in relazione all'inattendibilità della dichiarazione della teste, gli Ermellini hanno evidenziato l'esigenza che la valutazione non debba mai sconfinare in osservazioni di carattere soggettivo. In particolare la Corte d'Appello aveva descritto la denunciante come teste astioso e calunniante verso il maestro, fornendo una interpretazione personale dei gesti violenti attuati dallo stesso nei confronti del figlio di 4 anni. I giudici non avevano, tuttavia, tenuto conto della valutazione sulla genuinità e spontaneità della narrazione. La Corte, quindi, ribadisce che la valutazione della prova testimoniale non può fondarsi su criteri esclusivamente soggettivi, così come il presunto astio della denunciante non può decretare l'inattendibilità delle dichiarazioni della denunciante.

La Corte di Cassazione si è poi opposta alla ricostruzione logico-giuridica proposta dalla stessa Corte d'Appello: le condotte contestate all'imputato potevano integrare il delitto ex art. 572 del c.p., anche se prive di abitualità, e quindi sporadiche, oltre che motivate da finalità educative. La manifesta illogicità della sentenza impugnata emerge proprio dalle registrazioni audiovisive documentano gesti di intollerabile violenza e gratuite vessazioni psicologiche che si reiteravano nella classe del maestro, se non quotidianamente, con cadenza costante.
Sul tema della cadenza, gli Ermellini hanno altresì ritenuto sussistente la violazione di legge poiché, pur essendo richiesta l'abitualità della condotta ovvero una serialità o una forma di reiterazione di comportamenti, non è legittimo negare tale nesso nel caso in cui vi sia una minima porzione quantitativa tra condotte maltrattanti e condotte lecite. Ciò in particolare nel caso in cui il reato potrebbe realizzarsi attraverso la ripetizione di gesti violenti o umilianti, ciascuno in sé di durata istantanea.

Viene respinta anche l'interpretazione sullo ius corrigendi: la sentenza si inserisce nel solco dell'orientamento della Suprema Corte secondo il quale l'uso sistematico della violenza, quale ordinario trattamento del minore, non rientra nella fattispecie di abuso dei mezzi di correzione, ma delinea gli estremi del più grave delitto di maltrattamenti, respingendo l'anacronistico uso dello ius corrigendi, che invece era stata sposato dalla Corte d'Appello (Cass. pen., Sez. VI, 30/05/2017, n. 31717).
Tale tesi risulta del tutto infondata in diritto, proprio nell'ottica della funzione propria dell'educatore, non compatibile con la necessità di una comunicazione fisica e in ogni caso non scusabile per suddetti motivi. È stato, quindi, condannato l'uso della comunicazione fisica, tanto più nell'accudimento di bambini piccoli. Al contrario, un educatore, in situazioni in cui vi siano delle difficoltà di ambientamento dei bambini, ha il dovere di creare un ambiente il più possibile sereno e favorevole all'apprendimento e all'armonico sviluppo psico-fisico dei soggetti affidati alla sua cura.

La Corte così conferma e ribadisce la configurabilità del delitto di cui all'art. art. 572 del c.p., anche nei casi in cui non vi sia una manifesta abitualità, operando una valutazione più qualitativa che quantitativa del tempo e delle azioni. Sono, inoltre, state nettamente condannate le tesi relative alla necessità di una comunicazione fisica in luogo di quella verbale.


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Cambio di imputazione: ammesse le intercettazioni del reato più grave

Pubblicato il: 06/09/2021

La legge autorizza l'utilizzo dell intercettazioni per svolgere indagini sul reato di corruzione e queste saranno utilizzabili anche se il capo di imputazione muta in un reato minore. È, tuttavia, necessario che i fatti siano gli stessi; in caso contrario, si procederà alla prova di resistenza per verificarne la gravità indiziaria.

Tale è la conclusione a cui è giunta la Corte di Cassazione nella vicenda che prende avvio dalla decisione del tribunale delle libertà il quale, in accoglimento dell'appello proposto dal P.M., ha disposto la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti di Tizio, il quale era ritenuto gravemente indiziato per numerosi fatti di abuso d'ufficio. Tizio, quale dipendente dell'Agenzia delle Entrate con mansioni di certificazione e rilascio copie, avrebbe svolto attività di consulenza e gestito pratiche estranee rispetto ai fini istituzionali, il tutto durante le ore di servizio. In questo modo avrebbe procurato un ingiusto vantaggio ad alcuni soggetti. Il GIP aveva disposto la misura cautelare anche per alcuni fatti corruttivi, ma aveva rigettato la domanda cautelare per la fattispecie dell'abuso d'ufficio. La decisione si basava sul fatto che le intercettazioni erano state autorizzate per il reato di corruzione e, di conseguenza, non potevano essere utilizzate anche in relazione dell'ipotizzato reato di abuso.

L'art. 270, comma 1, c.p.p. prescrive una norma del tutto eccezionale, ossia la possibilità di utilizzare i risultati delle intercettazioni disposte nell'ambito di un determinato processo limitatamente a procedimenti diversi, relativi all'accertamento di reati per i quali è obbligatorio l'arresto in flagranza, e risponde all'esigenza di ammettere una deroga alla regola generale del divieto di utilizzazione delle intercettazioni in altri procedimenti, giustificata dall'interesse dell'accertamento dei reati di maggiore gravità. La Cassazione è stata, dunque, chiamata a pronunciarsi sull'utilizzabilità delle intercettazioni dalle quali emergano reati diversi ed ulteriori rispetto a quello oggetto dell'autorizzazione originaria. Risulta, quindi, fondamentale la verifica che i fatti posti a fondamento dell'imputazione provvisoria siano gli stessi per i quali sia intervenuto il provvedimento autorizzatorio. Se le intercettazioni non saranno utilizzabili, si procederà alla prova per resistenza per la eventuale formulazione del giudizio di gravità indiziaria.
L'orientamento nomofiliaco delle Sezioni Unite sancisce che siano inutilizzabili le intercettazioni al fine di provare un altro reato connesso, anche se emerso nel medesimo procedimento, e per il quale la legge non autorizza tale strumento di indagine, data la sua natura altamente intrusiva. Questa interpretazione è stata confermata dalla recente pronuncia delle Sezioni Unite 14 giugno 2021, n. 23244. La correttezza dell'autorizzazione si basa, infatti, sul rispetto delle ipotesi tassativamente previste dalla legge e sull'espletamento di un esame da parte del giudice che si fondi sul contemperamento delle esigenze investigative per la persecuzione di reati di grave allarme sociale e la tutela del diritto costituzionalmente garantito, ossia la segretezza della corrispondenza. Fermo il principio sopra esposto, la Corte opera una eccezione. La riqualificazione di un'ipotesi di reato, per il quale siano autorizzabili le intercettazioni telefoniche, in altro reato che non consenta tale strumento di indagine, non rende le captazioni automaticamente inutilizzabili se i fatti posti alla base dell'inchiesta sono i medesimi. L'originaria autorizzazione del giudice deve essere fondata sui presupposti di necessità e gravità che impregnano lo spirito di questo strumento che rappresenta una pesante invasione della sfera privata degli indagati.
La sentenza degli Ermellini contiene, tuttavia, due puntuali indicazioni per i giudici di merito del rinvio. In primo luogo, è necessario accertare se lo strumento di indagine sia stato ab origine legittimamente autorizzato dal GIP. Oltre a ciò, i fatti posti alla base dell'iniziale autorizzazione per il reato più grave, in questo caso la corruzione, siano realmente i medesimi su cui è stata formulata l'imputazione definitiva a seguito della riqualificazione della fattispecie di reato meno grave e non autorizzabile.
Questo risponde alle esigenze di economia processuale e di finalità di giustizia le quali non possono essere disattese ponendo nel nulla fonti di prova almeno inizialmente legittimamente acquisite. Rimane fermo il principio per cui il vaglio di legittimità sui presupposti che consentono l'autorizzazione ad intercettare, la quale deve essere stringente al fine di evitare la deriva degli inquirenti a qualificare i fatti oggetto di indagine sotto una delle fattispecie di reato autorizzabile determinando in concreto la precostituzione di una autorizzazione in bianco.

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Tradimento del marito: non c’ diritto automatico all’assegno di mantenimento a favore della moglie

Pubblicato il: 30/08/2021

L'addebito della separazione non determina automaticamente il riconoscimento dell'assegno di mantenimento a favore dell'altro coniuge. Infatti, devono concorrere nello stesso momento anche gli altri presupposti previsti dall'art. 156 del c.c..
Tale norma prescrive, infatti, il diritto al mantenimento, che consiste in una prestazione economica comprensiva di tutto ciò che risulti necessario alla conservazione del tenore di vita goduto dai coniugi prima della separazione e che prescinde da uno stato di bisogno. La condizione per l'ottenimento dell'assegno è determinata dalla non addebitabilità al beneficiario della separazione e dalla disparità economica tra le condizioni patrimoniali dei due coniugi.
La sentenza di fissazione dell'assegno di mantenimento ha natura cd. "determinativa", ossia conserva i suoi effetti fino a quando, per eventi successivi, non si verifichi un mutamento oggettivo della situazione patrimoniale, e tale mutamento non sia riconosciuto da una nuova decisione. La funzione di questo contributo, pertanto, è sempre assistenziale e non risarcitoria.
Su questi presupposti si fondava la sentenza di separazione emessa dalla Corte territoriale, che aveva stabilito l'addebito della separazione al marito a causa di infedeltà extraconiugale e aveva, purtuttavia, rigettato la richiesta riconoscimento dell'assegno di mantenimento presentata dalla moglie. La Corte d'Appello aveva confermato tale posizione, lasciando immutate le condizioni predisposte.

I motivi di gravame presentati davanti agli Ermellini dalla moglie riguardavano, in primo luogo, l'esclusione del riconoscimento dell'assegno di mantenimento e della mancata comparazione della situazione economica e patrimoniale in cui versavano i due coniugi, avendo il marito uno stipendio più elevato. In aggiunta, si lamentava la violazione e falsa applicazione del predetto art. 156 del c.c.

La Suprema Corte, con l'ordinanza 11 agosto 2021, n. 22704, ha ritenuto entrambi i motivi inammissibili e ha rigettato il ricorso.

Il Collegio ha osservato che, anche in presenza di un addebito di separazione, la valutazione delle condizioni economiche per l'attribuzione dell'assegno di mantenimento non richiede necessariamente l'accertamento dei redditi nel loro esatto ammontare, essendo sufficiente una attendibile ricostruzione delle rispettive situazioni reddituali e patrimoniali (ex multis Corte di Cassazione, n. 975 del 2021; Corte di Cassazione n. 605 del 2017). Oltre a ciò, la comparazione tra le posizioni economiche dei coniugi deve ricomprendere la complessiva situazione economico-patrimoniale, includendo non solo i redditi ed il patrimonio, ma anche ogni altra utilità apprezzabile in termini economici, tra cui anche la disponibilità ed il godimento della casa familiare. Allo stesso modo si deve tener conto delle spese mensili che dovranno essere sostenute al fine del proprio mantenimento e di quello della prole e che andranno ad incidere nella situazione patrimoniale del coniuge a cui può essere addebitata la separazione, anche se presenta un reddito più elevato.

La Corte esclude, quindi, il riconoscimento automatico dell'assegno di mantenimento per la sola addebitabilità della separazione, essendo necessario anche il concorso di altri elementi quali la mancanza di redditi propri e il divario economico-patrimoniale valutato nel suo complesso. Nel caso di specie, questi presupposti non erano stati ritenuti sussistenti.

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Struttura sanitaria convenzionata: foro del consumatore?

Pubblicato il: 30/08/2021

Secondo le disposizioni del Codice del consumo, il foro del luogo di residenza del consumatore non si può applicare ai rapporti tra pazienti e strutture sanitarie, poiché non può ritenersi sorto un vero e proprio contratto se il soggetto si limita a versare esclusivamente alla struttura il corrispettivo per il godimento della camera di degenza.
Nello specifico, l'istanza era stata presentata di fronte al Tribunale di Catania quale foro del consumatore ex art. 33, comma 2, lett. u), del Codice del consumo. Il giudice dichiarava la sua incompetenza stante il principio sopra esposto in ragione dell'ambito pubblicistico in cui si era svolta la prestazione sanitaria e quindi non rientrate tra le ipotesi del Codice del consumo; scelta che non poteva essere fondata giuridicamente nemmeno nella marginale prestazione patrimoniale richiesta dal paziente in relazione alla camera.

Gli attori hanno proposto regolamento di competenza di fronte alla Cassazione al fine di veder dichiarato il rapporto di natura privata tra paziente e chirurgo instaurato prima del ricovero. Il predetto rapporto si era svolto all'interno della struttura sanitaria privata convenzionata con il servizio sanitario nazionale ed era stato versato un corrispettivo per la stanza che poteva configurare un rapporto di natura contrattuale, attestando così lo scopo di profitto dell'attività svolta dalla struttura sanitaria e dallo stesso medico.

La Cassazione, nella sua decisione, conferma la correttezza del ragionamento operato dalla Corte territoriale. Infatti il foro del luogo di residenza del consumatore è inapplicabile ai rapporti tra pazienti e struttura ospedaliere pubbliche o private operanti in regime di convenzione con il servizio sanitario nazionale.

L'organizzazione sanitaria si basa su un principio di territorialità, ma ciò non limita l'assistito alla scelta di una specifica struttura, potendo bensì scegliere fra le altre presenti sul territorio nazionale. Ciò comporta che, se il rapporto si è svolto al di fuori del luogo di residenza del paziente allora verrebbe meno la ratio dell'art. 33 comma 2, lett. u), del Codice del consumo. Inoltre la struttura sanitaria non opera per fini di profitto e, pertanto, non si può qualificare come imprenditore o professionista.
Inoltre appariva chiaro che la prestazione patrimoniale si era limitata solo al corrispettivo per il godimento della camera di degenza, essendo rimasti a carico del servizio sanitario pubblico tutti gli oneri economici connessi all'esecuzione della principale presentazione chirurgica e medica dei sanitari della struttura, oltre che quelle connesse alle attività di supporto.
Gli Ermellini hanno precisato, oltretutto, che esiste la possibilità che le prestazione rese in ambito sanitario vengano attratte nella competenza del foro del consumatore, ammettendo così che ciò possa realizzarsi esclusivamente nel caso in cui trai due soggetti sia intercorsi un vero e proprio contratto avente ad oggetto una prestazione esulante dalle procedure del S.S.N., con addebito dei costi delle procedure sanitarie e delle prestazioni rese dagli altri medici della struttura, considerando che la struttura di pone nei confronti dell'utente come professionista.

In conclusione, non può ritenersi venuto in essere un vero e proprio contratto se il paziente si limita a versare il corrispettivo del godimento della camera di degenza. Pertanto, la struttura non si è posta nella posizione del professionista, circostanza che invece sarebbe stata decisiva ai fini dell'applicazione delle norme relative al c.d. foro del consumatore. Il regolamento di competenza è stato, così, rigettato.

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Giornalista: quando è lavoro subordinato?

Pubblicato il: 29/07/2021

La Cassazione interviene nuovamente sul tema della subordinazione in ambito giornalistico, dichiarando che sussiste subordinazione tutte le volte che emerge un patto in forza del quale il datore di lavoro può fare affidamento sulla continua disponibilità del giornalista, senza necessità di contattarlo di volta in volta.
La fattispecie in esame prende avvio dalla richiesta di accertamento dell'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato e mansioni di redattrice con la RAI Radiotelevisione italiana s.p.a., nonché la richiesta di pagamento delle differenze retributive e alla regolarizzazione contributiva. La giornalista affermava che, pur avendo lavorato formalmente sulla base di contratti di collaborazione professionale, aveva osservato un orario stabile di 7 ore al giorno per 5 giorni alla settimana ed era soggetta alle direttive del proprio superiore.
La Corte d'Appello aveva accolto parzialmente il gravame: aveva confermato che veniva in particolare rilievo l'inserimento continuativo ed organico della lavoratrice nell'organizzazione RAI. Ciò comportava la condanna della RAI al ripristino del rapporto di lavoro e al pagamento delle differenze retributive in ragione dell'inquadramento come lavoratrice subordinata. Veniva, inoltre, riconosciuta una indennità risarcitoria quantificata in sei mensilità dall'ultima retribuzione globale di fatto. Contro tale statuizione, la RAI propone ricorso avanti la Corte di Cassazione, lamentando essenzialmente l'errata qualificazione del rapporto di lavoro come subordinato. Non erano stati, inoltre, tenuti in considerazione i contratti di collaborazioni esterne intrattenute dalla giornalista.
La sentenza 14 luglio 2021, n. 20099 della Cassazione ha sottolineato che la subordinazione si connota in particolar modo per l'assoggettamento
  • al potere direttivo
  • disciplinare
  • e di controllo del datore di lavoro.

Inoltre, per quanto riguarda la natura professionale ed intellettuale, questo tipo di rapporto deve essere sottoposto ad una valutazione complessiva, per cui la libertà di movimento, la libertà di orario e la retribuzione parametrata alle singole prestazioni non escludono la delineazione di un rapporto subordinato in ambito giornalistico, anche se in presenza di contratti di collaborazione ripetuti nel tempo ad intervalli di tempo regolari. Il discrimine tra la prestazione di lavoro subordinato e quella di lavoro autonomo risiede proprio nell'essere rimasta a disposizione del datore di lavoro tra una prestazione e l'altra.

Un ulteriore aspetto sottolineato riguardava la qualifica della figura di redattore. Si contestava, infatti, la mancanza, in capo alla lavoratrice, di un potere di rielaborazione autonoma dei materiali. Gli Ermellini si sono discostati da questa posizione e hanno ripreso il principio consolidato secondo cui tale qualifica si caratterizza per l'inserimento nell'organizzazione e programmazione necessaria per la formazione del prodotto finale, quindi anche se in presenza di revisioni da parte di terzi. La ricorrente, per l'appunto, redigeva articoli che le venivano assegnati sulla base delle indicazioni del proprio capo redattore e nel rispetto della programmazione dell'azienda.
Alla luce dei principi esposti, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso presentato da RAI Radiotelevisione italiana s.p.a. e affermato nuovamente il vincolo di subordinazione anche per mansioni di carattere prevalentemente intellettuale e creativo come è quella del giornalista.

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