Impugnazione del testamento: la Cassazione chiarisce chi sono le parti necessarie del procedimento

Pubblicato il: 08/04/2021

La Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 33302/2019, ha avuto modo di precisare quelli che sono i litisconsorti necessari all’interno di un procedimento di impugnazione testamentaria.

La questione sottoposta all’esame degli Ermellini era nata nell’ambito della successione testamentaria di una donna, la quale era deceduta senza lasciare né un coniuge né discendenti. Il fratello, tuttavia, decideva di citare in giudizio gli eredi testamentari della stessa, nonché l’esecutore testamentario, al fine di sentir dichiarare, in primo luogo, l’invalidità del testamento pubblico della defunta, a causa della sua incapacità naturale, e, in secondo luogo, l’apertura della successione legittima in suo favore, quale unico erede ex lege.

Stante l’accoglimento delle istanze attoree all’esito del giudizio di prime cure, i convenuti proponevano appello, deducendo un difetto di integrità del contraddittorio, posto che non erano stati chiamati in giudizio anche gli altri eredi istituiti con il testamento impugnato.

La Corte d’Appello, tuttavia, confermava la sentenza del Tribunale, rilevando come i soggetti non chiamati in giudizio non rivestissero la qualità di eredi, bensì di legatari.

Rimasti soccombenti, gli originari convenuti decidevano di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione denunciando la nullità della sentenza d’appello, la quale aveva rigettato la loro eccezione di difetto di contraddittorio, nonostante non fossero stati chiamati in giudizio gli altri soggetti contemplati all’interno del testamento impugnato.

Con un secondo motivo di ricorso, si censurava la decisione di secondo grado nella parte in cui aveva riconosciuto la qualità di legatari e non di eredi dei soggetti che, pur essendo contemplati nel testamento della dante causa, non erano stati chiamati a partecipare al giudizio. Con il medesimo motivo di doglianza, i ricorrenti sostenevano, poi, come il vizio di contraddittorio sussistesse in ogni caso, considerato che l’eventuale annullamento del testamento avrebbe annullato le disposizioni a titolo di legato, in esso contenute.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Gli Ermellini, esaminando congiuntamente i suddetti motivi di doglianza, hanno, innanzitutto, evidenziato come, sulla scorta della costante giurisprudenza di legittimità, “nelle cause aventi ad oggetto l'impugnazione del testamento sono parti necessarie, oltre alle persone istituite eredi, anche coloro che succederebbero al de cuius per legge, ove l'atto di ultima volontà fosse riconosciuto invalido, tenuto conto della unitarietà inscindibile del rapporto dedotto in giudizio, che non potrebbe rimanere contemporaneamente regolato per alcuni dal testamento e per altri dalla legge; pertanto, ove la sentenza sia stata impugnata nei confronti di alcuni soltanto dei litisconsorti necessari, il giudice deve ordinare che il contraddittorio venga esteso ai litisconsorti pretermessi” (Cass. Civ., n. 4452/2016; Cass. Civ., n. 8728/2005).

Tale principio trova la sua ragione d’essere nel fatto che l’impugnazione volta a far valere l’invalidità di un testamento è finalizzata ad ottenere una pronuncia in ordine ad un rapporto sostanzialmente unitario, ed ha per oggetto l’accertamento di uno status che non potrebbe operare se la statuizione non fosse emessa nei confronti di tutti coloro che, in quanto partecipi del rapporto stesso, siano interessati dalla successione (cfr. Cass. Civ., n. 1608/1975; Cass. Civ., n. 1261/1964).

Ad una diversa conclusione si deve, invece, pervenire, secondo la Cassazione, nel caso in cui l’azione sia diretta a far valere, non l’invalidità del testamento nel suo complesso, bensì quella di singole disposizioni in esso contenute. In questo caso, infatti, il litisconsorzio necessario sussiste soltanto tra gli eredi ed i beneficiari della disposizione impugnata, non, invece, nei confronti di coloro in favore dei quali il testamento contenga altre disposizioni che non siano state impugnate (Cass. Civ., n. 1462/1965).
Da ciò deriva, dunque, che non ricorre un litisconsorzio necessario tra eredi e legatari nei giudizi concernenti la sola validità giuridica della istituzione ereditaria e nei quali non siano individuabili contestazioni in ordine ai diritti dei legatari, poiché, in questo caso, l’eventuale accoglimento dell’impugnativa, mentre, da un lato, porrebbe nel nulla l’istituzione di erede, dall’altro, non pregiudicherebbe in alcun modo i legati, i quali sono dei negozi giuridici distinti (Cass. Civ., n. 968/1968).

Nel caso di specie, l’erede legittimo non ha impugnato la sola istituzione di erede o, comunque, una singola disposizione testamentaria, avendo, piuttosto, fatto valere genericamente l’annullabilità dell’intero testamento per incapacità naturale del testatore, potendone, dunque, derivare la sola caducazione del negozio nella sua interezza, non soltanto di singole disposizioni in esso contenute, stante l’unitaria inscindibilità del rapporto dedotto in giudizio, alla luce dei principi suindicati, da cui deriva la necessaria partecipazione in giudizio di tutti i beneficiari contemplati nel testamento, a prescindere dalla loro qualità di eredi o di legatari.


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Agevolazioni acquisto prima casa: ecco i requisiti per ottenerle

Pubblicato il: 07/04/2021

La Quinta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 13104/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in materia di agevolazioni per l’acquisto della prima casa, precisando quelli che sono i requisiti richiesti dalla legge al fine del loro ottenimento.

La questione sottoposta all’esame della Corte di legittimità era nata nell’ambito del giudizio proposto da un contribuente, nei confronti dell’Agenzia delle Entrate, in seguito all’avviso di liquidazione delle maggiori imposte di registro, ipotecaria e catastale, notificatogli per effetto della revoca delle agevolazioni per l’acquisto della prima casa, da lui precedentemente ottenute.

La Commissione Tributaria Regionale, in riforma alla sentenza pronunciata, in primo grado, dalla Commissione Tributaria Provinciale, rigettava, però, il ricorso presentato dal contribuente. I Giudici di secondo grado evidenziavano, infatti, come esso, pur avendo presentato tempestivamente la domanda di variazione della residenza presso il proprio Comune, fosse, poi, decaduto dal beneficio in questione, non avendo effettivamente trasferito la propria residenza nel Comune in cui si trovava l’immobile acquistato, entro il termine di diciotto mesi dal relativo acquisto.

Rimasto soccombente, il contribuente decideva di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, denunciando la violazione e la falsa applicazione dell’art. 2, comma 6, della l. n. 168/1982, in relazione all’art. 2, comma 1 del D.L. n. 12/1985, nonché al Testo unico dell’imposta di registro.

Il ricorrente sosteneva, innanzitutto, che il termine stabilito dalla legge per il trasferimento della residenza, ai fini della fruizione delle agevolazioni previste per l’acquisto della prima casa, fosse di tre anni. Su tale presupposto, deduceva, quindi, come egli, avendo tempestivamente provveduto a presentare la richiesta di cambio di residenza al proprio Comune, non fosse incorso in alcuna decadenza, essendo, piuttosto, addebitabile all’autorità comunale il mancato perfezionamento del relativo procedimento amministrativo di variazione della residenza.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, rilevato come la disposizione di cui all'art. 2, comma 6, della l. n. 168/1982, della quale il ricorrente ha denunciato l’inosservanza, non sia pertinente con l’oggetto del giudizio, concernendo l'imposta sul reddito delle persone fisiche.

In secondo luogo, la Cassazione ha evidenziato come il Testo Unico dell’imposta di registro imponga, in realtà, un termine perentorio di diciotto mesi per lo stabilimento della residenza nel Comune in cui sia situato l’immobile acquistato.

Alla luce di ciò, ai fini dell’ottenimento delle agevolazioni per l’acquisto della prima casa, è, dunque, del tutto irrilevante la mera presentazione della richiesta di trasferimento della residenza nel Comune in cui sia ubicato l’immobile.

Con specifico riferimento al caso in cui l’autorità comunale abbia rigettato la domanda di trasferimento della residenza, presentata entro il termine di diciotto mesi dall’acquisto dell’immobile, la stessa giurisprudenza di legittimità ha, peraltro, già avuto modo di precisare che “in assenza di un accertamento dell’esistenza di vizi inficianti il provvedimento che respinge la richiesta di iscrizione all’anagrafe e/o il procedimento amministrativo che lo origina, la richiesta stessa non può avere alcuna rilevanza” (Cass. Civ., n. 14399/2010).

Ad un’analoga conclusione, secondo gli Ermellini, si deve pervenire nel caso in cui, come in quello di specie, il contribuente, in relazione alla domanda di trasferimento della propria residenza, si limiti ad asserire l’inerzia della pubblica amministrazione, senza, però, offrire la dimostrazione dell’accertamento dell’illegittimità del silenzio-inadempimento.


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Consegna di un bene di colore diverso da quello richiesto: il consumatore può chiedere la risoluzione del contratto?

Pubblicato il: 06/04/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 10456/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in materia di vendita di beni di consumo, chiedendosi, in particolare, se la consegna di un bene di una tonalità di colore leggermente diversa rispetto a quella richiesta dall’acquirente, possa integrare un’ipotesi di aliud pro alio, ed essere, quindi, sufficiente al fine di ottenere la risoluzione del contratto.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito alla decisione di un consumatore di citare in giudizio la ditta presso cui aveva acquistato un divano, al fine di ottenere la risoluzione del relativo contratto di vendita, lamentando il fatto che gli fosse stato consegnato un divano color verde marcio anziché verde smeraldo, come, invece, da lui richiesto.

Nonostante l’iniziale accoglimento delle pretese attore, da parte del Giudice di Pace, le stesse venivano, poi, disattese dal Tribunale, adito in grado di appello. Secondo il Giudice di secondo grado, infatti, la differenza di tonalità tra il colore richiesto e quello realizzato costituiva un elemento non essenziale all’interno dell’economia del contratto, posto che, nel corso dell’istruttoria, era emerso come l’attore non avesse espressamente richiesto che il colore fosse intonato a quello della mobilia della propria abitazione, né avesse chiesto immediatamente la sostituzione del divano al momento della consegna, nonostante si trattasse di una difformità facilmente rilevabile, avendo, anzi, inviato alla società venditrice i dati per l’emissione della fattura.

Rimasto soccombente all’esito del giudizio di secondo grado, il consumatore decideva di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, deducendo la violazione e la falsa applicazione degli artt. 129 e 130 del Codice del Consumo, nonché dell’art. 115 del c.p.c., oltre all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio. Secondo il ricorrente, infatti, il Giudice d’appello aveva errato nel ritenere che la consegna di un divano di una tonalità diversa da quella richiesta costituisse un vizio di lieve entità, in quanto, a suo avviso, si trattava, invece, di un’ipotesi di vendita di aliud pro alio.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, reputando privo di fondamento il suddetto motivo di doglianza.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, ribadito come, sulla scorta della costante giurisprudenza di legittimità, "l'ipotesi di vendita "aliud pro alio" ricorre quando il bene consegnato è completamente diverso da quello venduto, perché appartenente ad un genere differente oppure con difetti che gli impediscono di assolvere alla sua funzione naturale o a quella concreta assunta come essenziale dalle parti" (Cass. Civ., n. 10045/2018).

Nella specie, secondo la Cassazione, concordemente a quanto ritenuto dal Tribunale, la consegna di un divano dello stesso colore ma di tonalità diversa da quella pattuita non costituisce, invece, un vizio tale da impedire l'utilizzo del bene secondo la sua destinazione. Il Giudice d’appello ha, infatti, correttamente ritenuto che il difetto di conformità fosse di lieve entità, basandosi sia su un criterio oggettivo, in quanto si trattava di una diversa tonalità dello stesso colore, sia sul comportamento del compratore, il quale, subito dopo la consegna, aveva provveduto ad inviare al venditore i propri dati per l'emissione della fattura, senza svolgere alcuna contestazione.


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Il nuovo condomino è tenuto a pagare i debiti precedenti al suo ingresso nel condominio?

Pubblicato il: 01/04/2021

La Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 12580/2020, ha avuto modo di precisare se un condomino sia o meno obbligato al pagamento pro-quota dei debiti del condominio verso terzi, i quali siano sorti in un momento precedente al suo ingresso nel condominio stesso.

La questione sottoposta all’esame dei giudici di legittimità era nata dopo che un avvocato aveva notificato un atto di precetto ad un condomino, a seguito dell’accoglimento di un precedente decreto ingiuntivo emesso, a carico del condominio, per l’attività svolta dal professionista tra il 2002 e il 2008. Il condomino proponeva, però, opposizione a detto precetto, sostenendo che egli non era tenuto al pagamento pro-quota del relativo debito condominiale, essendo esso sorto in un’epoca precedente all’acquisto del suo immobile, avvenuto nel 2013.

Nonostante l’iniziale accoglimento dell’opposizione al precetto, da parte del Tribunale, la stessa veniva, poi, rigettata dalla Corte d’Appello, la quale riformava interamente la sentenza di primo grado. La Corte territoriale, infatti, sulla premessa per cui l’art. 63 delle disp. att. c.c. avrebbe potuto operare solo nei rapporti tra condomino e condominio e non anche in quelli tra condomino e terzi creditori del condominio, aveva ritenuto che il condomino fosse obbligato nei confronti dell’avvocato in forza di quanto disposto dal terzo comma dell’art. 1104 del c.c., applicabile al condominio grazie al richiamo contenuto nell’art. 1139 del c.c. A sostegno della propria tesi, la Corte d’Appello adduceva, poi, l’esigenza pratica di non attribuire al terzo creditore l’onere di accertare chi fossero i componenti del condominio nel momento in cui era sorta la propria obbligazione.

Rimasto soccombente all’esito del giudizio d’appello, il condomino ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, denunciando la violazione e la falsa applicazione dell’art. 1139 del c.c. e del comma 4 dell’art. 63 delle disp. att. c.c., posto che, a suo avviso, la Corte territoriale aveva errato nel ritenere che il cessionario di un’unità immobiliare di un fabbricato condominiale fosse obbligato a rispondere dei debiti del condominio verso terzi, anche nel caso in cui essi fossero sorti anteriormente al suo acquisto, sulla base dell’art. 1104 del c.c.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, evidenziato come, quanto disposto dalla sentenza impugnata, contrasti con il tenore letterale dell’art. 1104 del c.c., il quale si riferisce ai “contributi” dovuti non versati. A loro avviso, infatti, equiparare, ai fini della responsabilità del cessionario di un’unità condominiale, la nozione di “contributi” a quella di quota millesimale del credito vantato dal terzo nei confronti della comunione, contrasta con il canone ermeneutico, fissato dall'art. 12 delle preleggi, del “significato proprio delle parole”: il debito per contributi è, infatti, per definizione, un debito nei confronti degli altri comunisti, non un debito nei confronti dei terzi.

La stessa giurisprudenza di legittimità ha, peraltro, già avuto modo di osservare che “la costruzione giurisprudenziale del principio della diretta riferibilità ai singoli condomini della responsabilità per l'adempimento delle obbligazioni contratte verso i terzi dall'amministratore del condominio per conto del condominio, tale da legittimare l'azione del creditore verso ciascun partecipante, poggia comunque sul collegamento tra il debito del condomino e l’appartenenza di questo al condominio, in quanto è comunque la contitolarità delle parti comuni che ne costituisce il fondamento e l'amministratore può vincolare i singoli comunque nei limiti delle sue attribuzioni e del mandato conferitogli. Non può pertanto essere obbligato in via diretta verso il terzo creditore, neppure per il tramite del vincolo solidale ex art. 63 disp. att. c.c., chi non fosse condomino al momento in cui sia insorto l'obbligo di partecipazione alle relative spese condominiali, nella specie per l'esecuzione di lavori di straordinaria amministrazione sulle parti comuni, ossia alla data di approvazione della delibera assembleare inerente i lavori” (Cass. Civ., SS.UU., n. 9148/2008; Cass. Civ., n. 1847/2018).


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La dazione di denaro configura sempre una donazione indiretta?

Pubblicato il: 31/03/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 9379/2020, ha avuto modo di chiarire in quali ipotesi la dazione di una somma di denaro possa configurare una donazione indiretta.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata dopo che la moglie e i tre figli del de cuius avevano deciso di citare in giudizio l’ex moglie di uno di questi ultimi, la quale aveva acquistato un appartamento utilizzando del denaro fornitole interamente dai suoceri.

Gli attori, in particolare, dopo aver dedotto il fatto che l’operazione avesse realizzato una donazione indiretta da parte dei genitori nei confronti del figlio, ex marito della convenuta, con un’intestazione meramente fittizia in favore di quest’ultima, avevano, altresì, ritenuto che dovesse venire in rilievo l'esistenza, tra i coniugi, di un patto fiduciario, il quale, però, era, poi, venuto meno a causa della loro separazione.

Essi, dunque, avevano chiesto, in via principale, un accertamento della proprietà dell’immobile a favore dell’ex marito della convenuta e, in ogni caso, la pronuncia di una sentenza costitutiva ex art. 2932 del c.c. In subordine, nell’ipotesi in cui non fosse stato ritenuto sussistente un patto fiduciario, chiedevano, poi, la condanna della convenuta alla restituzione di un importo non inferiore a quanto corrisposto a titolo di prezzo della compravendita, stante l’assenza di un titolo di tale attribuzione.

Le istanze attoree venivano, però, rigettate all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito. La Corte d’Appello, in particolare, contrariamente a quanto affermato dagli attori, riteneva che sussistesse, in realtà, una donazione indiretta del bene da parte dei suoceri in favore della nuora, la cui esistenza comportava, necessariamente, l’assorbimento della subordinata domanda di arricchimento ingiustificato.

Rimasti soccombenti, gli originari attori ricorrevano dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando, innanzitutto, la violazione e la falsa applicazione dell’art. 132, n. 4, del c.p.c., nonché degli artt. 769 e 2727 del c.c., ritenendo che la Corte territoriale avesse errato nel ritenere sussistente una donazione indiretta, senza, però, indicare le ragioni idonee a dimostrare l’intento liberale perseguito dai suoceri della convenuta, nel versare, a suo favore, le somme occorrenti per l’acquisto dell’immobile, considerato, peraltro, che il legame esistente tra di essi non giustificava alcuna presunzione in relazione alla sussistenza dell’animus donandi.

Con un secondo motivo di doglianza, i ricorrenti eccepivano, poi, la violazione e la falsa applicazione degli artt. 2727 e 2729 del c.c., ritenendo che i giudici di secondo grado avessero, altresì, errato nel qualificare l’operazione come una donazione indiretta, semplicemente per il fatto che la scrittura unilateralmente redatta dalla convenuta non avrebbe potuto dimostrare né un riconoscimento di debito, né un’intestazione fiduciaria del bene. Gli stessi osservavano, infatti, come la scrittura provenisse dall’accipiens, con la conseguenza che non era idonea a fornire alcuna indicazione in ordine all’animus del solvens.

Si denunciava, altresì, la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1362 e 1366 del c.c., sostenendo che la Corte territoriale avesse del tutto trascurato di considerare il fatto che i dati rinvenibili nel complessivo comportamento delle parti e dal contenuto delle scritture intercorse tra le stesse fossero incompatibili con la sussistenza di un fine liberale.

Con un quarto motivo di doglianza, i ricorrenti rilevavano, infine, come lo scopo che, secondo la convenuta, sarebbe stato perseguito dai suoceri, ossia quello di assicurare alla famiglia del figlio un’abitazione adatta a crescervi i nipoti, fosse incompatibile con l’attribuzione della piena proprietà alla sola nuora, alla quale veniva, così, consentito di disporne in via esclusiva.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Nell’analizzare congiuntamente i motivi di ricorso proposti, gli Ermellini hanno sottolineato come, nell’economia della motivazione della sentenza impugnata, assuma un rilievo determinante la ritenuta sussistenza di una donazione indiretta in favore dell’originaria convenuta, dal momento che essa costituisce un titolo idoneo a paralizzare qualsiasi pretesa dei ricorrenti, finalizzata alla rimozione dell’arricchimento realizzato dalla controparte.

Come più volte ribadito dalla stessa giurisprudenza di legittimità, infatti, “la donazione indiretta si identifica in ogni negozio che, pur non avendo la forma della donazione, sia mosso dal fine di liberalità e abbia lo scopo o l’effetto di arricchire gratuitamente il beneficiario(cfr. ex multis Cass. Civ., SS.UU., n. 9282/1982).

La stessa Cassazione ha, peraltro, recentemente ribadito che “nella donazione indiretta la liberalità si realizza, anziché attraverso il negozio tipico di donazione, mediante il compimento di uno o più atti che, conservando la forma e la causa che è ad essi propria, realizzano, in via indiretta, l'effetto dell'arricchimento del destinatario, sicché l'intenzione di donare emerge non già, in via diretta, dall'atto o dagli atti utilizzati, ma solo, in via indiretta, dall'esame, necessariamente rigoroso, di tutte le circostanze di fatto del singolo caso, nei limiti in cui risultino tempestivamente e ritualmente dedotte e provate in giudizio da chi ne abbia interesse” (cfr. Cass. Civ., n. 4682/2018).

Nel caso di specie, i giudici d’appello hanno ritenuto che la donazione indiretta fosse stata dimostrata dal fatto che la dazione di denaro fosse stata effettuata come mezzo per l’unico e specifico fine dell’acquisto dell’immobile.
Gli Ermellini hanno, tuttavia, evidenziato come la pronuncia citata dai giudici di merito, abbia, in realtà, valorizzato il suddetto criterio soltanto per distinguere la donazione indiretta dell’immobile dalla donazione diretta del denaro elargito, ancorché successivamente utilizzato per l’acquisto del bene, non, quindi, per trarre dalla mera finalizzazione della dazione di denaro la conseguenza della certa sussistenza dell’intento liberale.


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È possibile revocare tacitamente una precedente revoca espressa del testamento olografo?

Pubblicato il: 30/03/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11472/2020, ha avuto modo di precisare quelli che sono i limiti entro cui può essere disposta la revoca tacita di una precedente revoca espressa di un testamento olografo.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito alla domanda giudiziale con cui una donna, in qualità di erede, aveva convenuto in giudizio coloro ai quali il de cuius aveva conferito procura speciale a vendere i propri diritti su un fabbricato. Essa assumeva, infatti, che le procure conferite fossero nulle o, quantomeno, annullabili e che, in ogni caso, il procuratore non avesse reso il conto della propria gestione, chiedendo, pertanto, che fosse dichiarata anche l’invalidità dei conseguenti atti di compravendita.

I convenuti, nel costituirsi in giudizio, eccepivano un difetto di legittimazione attiva in capo all’attrice, assumendo che il testamento da lei invocato era stato revocato dal de cuius con una lettera raccomandata, con la quale lo stesso aveva anche provveduto a nominare un nuovo erede universale.

Il Tribunale rigettava la domanda dell’attrice, evidenziando come essa non avesse tempestivamente disconosciuto la conformità del documento, prodotto in copia dai convenuti, rispetto all'originale, dovendosi reputare, in ogni caso, tardivi, il disconoscimento e la contestazione avvenuti in un'udienza successiva a quella immediatamente seguente alla produzione documentale.

La Corte d’Appello, nel confermare la sentenza di primo grado, osservava, innanzitutto, come nessuno avesse mai posto in discussione il fatto che la lettera raccomandata prodotta dai convenuti, la quale recava la sottoscrizione del de cuius e possedeva i medesimi requisiti di forma prescritti per il testamento olografo, fosse idonea a determinare la revoca del primo testamento, con cui l’originaria attrice era stata designata erede.

Su tali presupposti, dunque, per i giudici di secondo grado non si controverteva unicamente sulla possibilità di discutere o meno di un testamento olografo di cui non fosse stato prodotto l’originale, ma, piuttosto, sulla possibilità di verificare l’idoneità dell’atto di revoca, prodotto in copia, ma di cui non era stata contestata validamente la conformità all’originale, a determinare gli effetti che la legge gli attribuiva.

Considerato che, anche per la contestazione della conformità della copia all’originale, si doveva ritenere applicabile il medesimo termine di decadenza richiesto dagli artt. 214 e 215 del Codice di procedura civile, la contestazione dell’attrice andava, peraltro, considerata tardiva, posto, altresì, che quanto da essa dedotto in occasione della prima udienza di comparizione, immediatamente successiva alla produzione della copia della raccomandata da parte dei convenuti, non possedeva i necessari requisiti di specificità.

Rimasta soccombente all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, l’originaria attrice ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, denunciando la violazione e la falsa applicazione degli artt. 684 e 2719 del Codice Civile, nonché dell’art. 214 del c.p.c., per aver il giudice d’appello ritenuto che essa, già in primo grado, sarebbe stata obbligata a contestare la conformità della copia della revoca del testamento prodotta dei convenuti, rispetto all'originale.

Secondo la ricorrente, infatti, anche di fronte alla produzione della revoca di un testamento, doveva trovare applicazione il principio, affermato dalla Cassazione, per cui “chi abbia interesse a far valere le disposizioni di un testamento, e si trovi nell'impossibilità di produrre l'originale, deve formulare una specifica domanda di accertamento dell'esistenza dei requisiti di legge e del contenuto del testamento, a nulla rilevando la circostanza che la copia prodotta non sia stata disconosciuta dalla controparte, in quanto nulla impedirebbe di ipotizzare che il testatore abbia successivamente distrutto l'originale dopo averlo fotocopiato, al fine di pervenire alla revoca del testamento stesso”.

A suo avviso, dunque, da ciò derivava che, contrariamente a quanto ritenuto dai giudici di merito, era onere dei convenuti dimostrare che la revoca del precedente testamento fosse ancora esistente alla data di apertura della successione. La ricorrente sosteneva, infatti, che la revoca del primo testamento fosse stata, a sua volta, revocata da parte del de cuius, sebbene non in maniera espressa.

La donna eccepiva, infine, come, per il disconoscimento di una fotocopia, ex art. 2719 del c.c., non fossero invocabili le limitazioni temporali ex art. 215 del c.p.c., non potendosi, quindi, ritenere che essa fosse incorsa nella decadenza ravvisata dai giudici di merito.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, disatteso la contestazione relativa alla pretesa inapplicabilità del termine ex art. 215 del c.p.c. anche al disconoscimento di conformità della fotocopia all’originale, in quanto l’ormai prevalente orientamento della Cassazione ha stabilito che “il disconoscimento della conformità all'originale delle copie fotografiche o fotostatiche che, se non contestate, acquistano, ai sensi dell'art. 2719 c.c., la stessa efficacia probatoria dell'originale, è soggetto alla disciplina di cui agli artt. 214 e 215 c.p.c. e, pertanto, deve avvenire, in modo formale e specifico, nella prima udienza o risposta successiva alla produzione(cfr. ex multis Cass. Civ., n. 4053/2018).

Parimenti priva di fondamento è risultata anche l’eccezione relativa all’onere di disconoscimento, posto che l’art. 214 del c.p.c. impone anche agli eredi, seppur con particolari modalità, l’onere di disconoscere la scrittura privata o la conformità della copia dell’atto riferibile al loro dante causa.

Venendo, poi, alla questione principale, relativa alla revoca tacita della precedente revoca espressa di un testamento olografo, gli Ermellini hanno sottolineato come, nel caso di specie, venga in gioco la previsione di cui all’art. 681 del c.c., la quale prevede che la revocazione totale o parziale di un testamento possa essere, a sua volta, revocata, ma sempre con le forme previste dall’art. 680 del c.c., ossia con un nuovo testamento o con un atto ricevuto dal notaio.

In merito alla dibattuta questione relativa all’ammissibilità di una revoca tacita di una precedente revoca espressa di un testamento, sulla scorta del costante orientamento della Cassazione, “l'art. 681 cod. civ., il quale disciplina la sola revocazione espressa della precedente revoca di un testamento, disponendo in tal caso la reviviscenza delle disposizioni revocate, non preclude al testatore la possibilità di revocare tacitamente la precedente revocazione, lasciando, tuttavia, in tal caso impregiudicata l'efficacia del testamento per primo revocato, da valutare in base alla volontà complessiva del testatore” (Cass. Civ., n. 19915/2012).

Ciò è, tuttavia, consentito solo entro i limiti in cui la revoca tacita sia desumibile dalla redazione di un successivo testamento le cui disposizioni siano incompatibili con quelle precedenti, ponendosi, eventualmente, un problema di interpretazione in ordine alla volontà del testatore di far rivivere o meno le disposizioni già revocate (cfr. Cass. Civ., n. 1260/1987).

La stessa Cassazione ha, peraltro, avuto modo di pronunciarsi di recente in materia, affermando che “la cancellazione del testamento disciplinata dall'art. 684 c.c. si configura, al pari della distruzione, come un comportamento concludente avente valore legale, riconducibile in via presuntiva al testatore quale negozio di attuazione, che deve essere giuridicamente qualificato, alla luce del citato art. 684 c.c., quale revoca tacita del detto testamento, così che, qualora ad essere cancellato sia un testamento successivo contenente la revoca di quello precedente, non trova applicazione l'articolo 683 c.c., per il quale, nelle ipotesi dallo stesso indicate, la revocazione fatta con un testamento posteriore conserva la sua efficacia anche quando questo resta senza effetto, ma l'art. 681 c.c. che disciplina il diverso caso” (Cass. Civ., n. 8031/2019).

Non merita, infine, accoglimento, secondo la Suprema Corte, neppure la tesi per cui il mancato reperimento dell'originale impedirebbe la pubblicazione del testamento contenente la revoca espressa di quello precedente, posto che, secondo il suo costante orientamento, la pubblicazione del testamento olografo va intesa come atto anteriore e soltanto preparatorio alla sua effettiva e concreta esecuzione, non costituendo, dunque, un requisito di efficacia del testamento stesso.

Alla luce di tali osservazioni, gli Ermellini non hanno, quindi, potuto far altro che rilevare l’infondatezza della tesi della ricorrente, posto che, da un lato, non è stata fornita alcuna prova della volontaria cancellazione o distruzione, da parte del testatore, del secondo testamento, contenente la revoca dell'istituzione, quale erede, della ricorrente, e, dall’altro, non rileva, nel caso di specie, la mancata pubblicazione del secondo testamento contenente la revoca espressa del primo, in quanto i convenuti non ne hanno richiesto l’esecuzione, ma si sono limitati a farne valere l’efficacia, nella parte in cui aveva disposto la revoca del primo testamento e, quindi, la perdita della qualità di erede in capo alla ricorrente.


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Cartella di pagamento: la domanda di rateizzazione degli importi costituisce riconoscimento del debito?

Pubblicato il: 29/03/2021

La Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 12735/2020, ha avuto modo di precisare se la domanda di rateizzazione degli importi indicati in una cartella di pagamento, avanzata dal contribuente, possa o meno costituire un riconoscimento del debito.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito al ricorso, proposto da una società, poi dichiarata fallita, contro una cartella di pagamento per crediti erariali, notificatale dall’Agenzia delle Entrate.

Sia la Commissione Tributaria Provinciale che la Commissione Tributaria Regionale accoglievano le istanze della contribuente evidenziando, in particolare, come, ai fini della tempestività della proposizione del ricorso introduttivo, la richiesta di rateizzazione da lei avanzata non costituisse un’ipotesi di acquiescenza, né dimostrasse la conoscenza, da parte sua, del debito portato dalla cartella di pagamento.

Rimasta soccombente all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, l’Agenzia delle Entrate ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, denunciando, in particolare, la violazione e la falsa applicazione dell’art. 21 del codice proc. tributario, nonché dell’art. 1988 del c.c., in quanto, a suo avviso, la Commissione Tributaria Regionale aveva errato nel ritenere che il ricorso introduttivo, proposto dalla contribuente, fosse tempestivo, sulla base del presupposto che la richiesta di rateizzazione, da essa avanzata, non costituisse un riconoscimento del debito, non implicando, quindi, la sua effettiva conoscenza.

La Suprema Corte ha ritenuto privo di fondamento il suddetto motivo di doglianza.

I giudici della Cassazione hanno, innanzitutto, ribadito come, sulla base del costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, in materia tributaria, non costituisca acquiescenza, da parte del contribuente, l’aver chiesto ed ottenuto, senza alcuna riserva, la rateizzazione degli importi indicati in una cartella di pagamento, posto che non si può attribuire al puro e semplice riconoscimento dell’essere tenuto al pagamento di un tributo, contenuto all’interno di atti della procedura di accertamento e di riscossione, l’effetto di precludere ogni contestazione in ordine all’an debeatur, salvo che non siano scaduti i termini di impugnazione e non possa considerarsi estinto il rapporto tributario (cfr. Cass. Civ., n. 3347/2017).

Alla luce di tale precisazione, la Commissione Tributaria Regionale, quindi, contrariamente a quanto affermato dall’Agenzia delle Entrate, ha correttamente escluso che l’istanza di rateizzazione avanzata, nel caso de quo, dalla contribuente, costituisse acquiescenza. La Cassazione ha, infatti, rilevato che, ai fini del decorso del termine di impugnazione, la presentazione di un'istanza di questo tipo non comporta l’effettiva conoscenza della cartella di pagamento, posto che è sempre riconosciuta, al contribuente, la possibilità di richiedere la rateizzazione di un pagamento anche per finalità che non presuppongono il riconoscimento del debito, come, ad esempio, al fine di evitare di subire un’esecuzione o l’applicazione di misure cautelari.


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Procedimento di sorveglianza: la mancata notifica al difensore di fiducia dell’avviso di fissazione dell’udienza è causa di nullità?

Pubblicato il: 25/03/2021

La Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19853/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in materia di procedimento di sorveglianza, precisando quelle che sono le conseguenze della mancata notifica, al difensore di fiducia, dell’avviso di fissazione dell’udienza.

La questione sottoposta all’esame dei giudici di legittimità era nata in seguito all’ordinanza con cui il Tribunale di sorveglianza di Napoli aveva rigettato l’istanza proposta, ex art. 656 del c.p.p., da un soggetto posto in regime di sospensione della pena, al fine di ottenere l’affidamento in prova al servizio sociale o, in subordine, la detenzione domiciliare.

Avverso tale decisione, il difensore dell’uomo decideva di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione chiedendone l’annullamento a causa della violazione dell’art. 666 del c.p.p., con conseguente nullità, ai sensi degli artt. 178 e 179 del c.p.p. Secondo la difesa, infatti, oltre ad alcune incongruenze all’interno della motivazione fornita dal Tribunale, sussisteva un determinante errore di procedura, posto che essa stessa non aveva ricevuto l’avviso di fissazione dell’udienza presso il Tribunale di sorveglianza, nel cui ambito si era discusso in merito all’istanza di applicazione di misure alternative proposta dal condannato, nonostante nell’ordine di carcerazione fosse indicato il nome del legale di fiducia, il quale, per giunta aveva poi presentato l’istanza di affidamento in prova oggetto di trattazione.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, confermato che, dall’esame degli atti, risultava come il difensore di fiducia del condannato non fosse stato raggiunto da alcuna forma di notificazione dell’avviso di fissazione dell’udienza presso il Tribunale di sorveglianza, tanto che lo stesso non aveva partecipato a nessuna delle udienze tenutesi in tale sede.

Poste tali premesse, la Cassazione ha ritenuto opportuno ribadire il principio di diritto per cui “nel procedimento di sorveglianza, il provvedimento di fissazione dell’udienza camerale comporta l’obbligo di notificare l’avviso di fissazione di quest’ultima all’interessato e al suo difensore, pena la nullità di ordine generale, assoluta ed insanabile.

Come già più volte stabilito dalla stessa giurisprudenza di legittimità, peraltro, tale obbligo sussiste non solo con riferimento all’iniziale fissazione determinata dal decreto presidenziale, ma anche nel caso in cui l’esigenza di fissazione sia generata da un rinvio a nuovo ruolo senza una contestuale indicazione della relativa data, qualunque sia la causa del differimento (Cass. Pen., n. 36764/2014).

L’avviso al difensore, relativo ad un procedimento che contempla la sua necessaria partecipazione, è, difatti, dovuto ai sensi del comma 3 dell’art. 666 del c.p.p., per effetto del rinvio operato dall’art. 678 del c.p.p. al rito scandito dall’art. 666 c.p.p., e la sua violazione determina, pertanto, un’ipotesi di nullità assoluta ex artt. 178, comma 1, lett. c) e 179 del c.p.p. (cfr. ex multis Cass. Pen., n. 50484/2017; Cass. Pen., n. 11643/2005).

Tale nullità non risulta, peraltro, sanata nemmeno dalla nomina di un difensore d’ufficio, nel corso della suddetta udienza camerale. La Corte di Cassazione, anche a Sezioni Unite, ha, infatti, più volte chiarito che “l'omesso avviso dell'udienza al difensore di fiducia, tempestivamente nominato dall'imputato o dal condannato, integra una nullità assoluta ai sensi degli artt. 178 comma 1, lett. c) e 179 comma 1, cod. proc. pen., quando del difensore è obbligatoria la presenza, a nulla rilevando che la notifica sia stata effettuata al difensore d'ufficio e che in udienza sia stato presente un sostituto nominato ex art. 97 comma 4, cod. proc. pen., in quanto anche in quest'ultimo caso risulta leso il diritto ad avere un difensore di sua scelta riconosciuto all'interessato dall'art. 6 CEDU(cfr. Cass. Pen., SS.UU., n. 24630/2015).


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La Cassazione stabilisce requisiti e limiti per l’azione di riduzione proposta da un legittimario nei confronti di un altro

Pubblicato il: 24/03/2021

La Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 4694/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine al caso in cui un legittimario proponga azione di riduzione nei confronti di un altro.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito alla decisione con cui, all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, era stata disposta la riduzione di una disposizione testamentaria con cui il de cuius aveva nominato erede universale la moglie, a scapito del figlio naturale pretermettesso.

La Corte d’Appello, in particolare, dopo aver calcolato le quote di riserva sulla somma di relictum e donatum, aveva ritenuto che il coniuge convenuto dovesse subire una riduzione per l’intero valore della legittima del figlio del dante causa, disattendendo la sua eccezione secondo cui la riduzione doveva essere effettuata sulla differenza tra il valore del relictum e quello della propria quota di riserva, essendo il coniuge un legittimario al pari del figlio.

Rimasta soccombente all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, l’originaria convenuta ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo come la proposizione dell’azione di riduzione nei confronti di un legittimario non potesse comportare il sacrificio della sua quota di legittima.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Sulla base del costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, infatti, nel caso in cui l’azione di riduzione venga proposta da un legittimario nei confronti di un altro, “l’integrazione non va fatta a scapito della legittima del legittimario convenuto, che così verrebbe lesa contro le disposizioni di legge, ma della sua quota disponibile(Cass. Civ., n. 708/1964).

Concordemente, dunque, a quanto eccepito dalla ricorrente, la Corte territoriale si è posta in evidente contrasto con il suddetto principio di diritto, ritenendo che fosse infondata la pretesa della moglie, nominata erede universale, di circoscrivere la riduzione entro i limiti della differenza tra il valore complessivo dei beni relitti e la quota a lei riservata, reintegrando, di conseguenza, la legittima del figlio per intero sui beni relitti, ma intaccando, al contempo, la legittima del coniuge.

La Corte d’Appello aveva, peraltro, sostenuto che non potesse trovare applicazione, nel caso in esame, il criterio di riduzione proporzionale stabilito dal primo comma dell’art. 558 del c.c., in considerazione del fatto che la domanda di riduzione proposta dall’attore non era stata contrastata da alcuna analoga domanda o eccezione della convenuta.

Su tali premesse i Giudici di legittimità hanno, quindi, ritenuto opportuno disporre l’applicazione del principio di diritto per cui l'azione di riduzione proposta contro un soggetto che è legittimario al pari del legittimario attore implica che il convenuto abbia ricevuto una donazione o debba beneficiare di una disposizione testamentaria, per cui venga ad ottenere, oltre alla rispettiva legittima, che è anche a suo favore intangibile, qualcosa di più, che contribuisce a privare, in tutto o in parte, della legittima il legittimario attore. In questo caso il convenuto con l'azione di riduzione non deve proporre alcuna domanda o eccezione per contenere la riduzione nei limiti di quanto eventualmente sopravanzi quanto gli compete come legittimario, conseguendo tale risultato dall’applicazione delle norme di legge, senza che rilevi minimamente che la riduzione così operata non è sufficiente a reintegrare la legittima dell'attore”.


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Vizi della cosa consegnata prima della stipula del definitivo: chiarita la decorrenza del termine per la denuncia

Pubblicato il: 23/03/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 9953/2020, ha avuto modo di chiarire da quando decorre il termine per la denuncia dei vizi presenti su un bene immobile, il quale sia stato consegnato al promissario acquirente prima della stipula del contratto definitivo.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito alla decisione della società promittente venditrice, di convenire in giudizio il promissario acquirente che, dopo aver sottoscritto il contratto preliminare per l’acquisto di un immobile in corso di edificazione, corrispondendo la richiesta caparra confirmatoria, oltre ad un acconto, non si era, poi, recato dal notaio per la stipula del contratto definitivo, nonostante l’immobile gli fosse già stato consegnato. L’attrice chiedeva, quindi, che fosse accertato l’inadempimento della controparte, con la conseguente declaratoria del suo diritto a trattenere la caparra, nonché ad ottenere la restituzione dell’immobile, oltre al risarcimento del danno derivatole dall’occupazione abusiva dello stesso.

Il convenuto, nel costituirsi in giudizio, eccepiva l’inadempimento dell’attrice, stante la presenza di una serie di vizi nell’immobile oggetto del preliminare, chiedendo, pertanto, l’emissione di una pronuncia ai sensi dell’art. 2932 del c.c., oltre alla riduzione del prezzo convenuto per l’acquisto, in proporzione all’entità dei vizi lamentati.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello, tuttavia, accoglievano le istanze attoree. La Corte territoriale, in particolare, sosteneva come non fosse stata dimostrata la sussistenza dei vizi contestati dal convenuto, posto che le deposizioni testimoniali non avevano consentito né di individuare precisi e puntuali vizi dell’immobile, né di stabilire con certezza la data e le circostanze della relativa denuncia.
Gli stessi Giudici di secondo grado sottolineavano, inoltre, come le due raccomandate invocate dal promissario acquirente, oltre ad essere posteriori di oltre sei mesi alla presa di possesso dell’immobile, fossero del tutto generiche.

La Corte territoriale evidenziava, poi, come, concordemente con quanto deciso dal Tribunale, i vizi denunciati non fossero idonei a supportare l’eccezione di inadempimento, sottolineando, in ogni caso, come tale affermazione non fosse stata oggetto di specifica contestazione in appello.

Rimasto soccombente all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, l’originario convenuto ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, denunciando, innanzitutto, la violazione e la falsa applicazione dell’art. 1495 del c.c. Egli, infatti, contestava la decisione d’appello in ordine all’intervenuta decadenza del suo diritto a far valere la garanzia per vizi dell’immobile perché non denunciati nei termini di legge, posto che la norma invocata presupponeva, in realtà, l’intervenuto trasferimento del diritto il quale, nel caso di specie, non aveva avuto luogo, vista la mancata conclusione del contratto definitivo.

Con un ulteriore motivo di doglianza, il ricorrente eccepiva, poi, la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1490 e 1492 del c.c. A suo avviso, infatti, la Corte territoriale aveva errato sia nel ritenere i difetti da lui denunciati inidonei a suffragare la sua eccezione di inadempimento, sostenendo che gli stessi avessero uno scarso rilievo in relazione al valore dell’immobile, sia nell’affermare che tale circostanza non fosse stata contestata in appello.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Quanto al primo motivo, secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, in materia di contratto preliminare, la consegna dell’immobile, effettuata prima della stipula del definitivo, non determina la decorrenza del termine di decadenza per opporre i vizi noti, né comunque di quello di prescrizione, presupponendo l’onere della tempestiva denuncia l’avvenuto trasferimento del diritto, sicché il promissario acquirente, anticipatamente immesso nella disponibilità materiale del bene, risultato successivamente affetto da vizi, può chiedere l’adempimento in forma specifica del preliminare, ai sensi dell’art. 2932 del c.c., e contemporaneamente agire con l’azione quanti minoris per la diminuzione del prezzo, senza che gli si possa opporre la decadenza o la prescrizione” (Cass. Civ., n. 7584/2016).

In relazione, poi, al secondo motivo di doglianza, gli Ermellini hanno evidenziato come il ricorrente, in sede di giudizio di merito, in aggiunta e come conseguenza logica rispetto alla domanda di pronuncia della sentenza ex art. 2932 del c.c., avesse chiesto anche la riduzione del prezzo di vendita, in proporzione all’entità dei vizi dell’immobile oggetto del contratto, da accertare nel corso del giudizio.

La Corte territoriale avrebbe, quindi, dovuto provvedere sulla domanda di riduzione del prezzo ex art. 1492 del c.c., rapportandone la definizione non ad un generico giudizio di non rilevanza dei vizi ai fini della fondatezza dell’eccezione di inadempimento, ma, piuttosto, all’esistenza degli stessi in relazione a tale domanda, la proposizione della quale risulta rimessa, dalla citata disposizione codicistica, alla facoltà dell’acquirente, quale alternativa alla risoluzione del contratto.


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