È legittima l’esclusione del lavoratore disabile dalla turnazione prevista per il lavoro straordinario?

Pubblicato il: 04/05/2021

La Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 15075/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine alla legittimità dell’esclusione di un dipendente pubblico affetto da disabilità dalla turnazione per il lavoro straordinario, la quale sia avvenuta esclusivamente sulla base della sua condizione.

La questione sottoposta all’esame degli Ermellini era nata in seguito all’esclusione di un dipendente del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, affetto da disabilità, dai turni di lavoro straordinario, la quale era stata ritenuta discriminatoria sia dal Tribunale che dalla Corte d’Appello, con conseguente condanna del Ministero al risarcimento del danno.
La Corte territoriale, in particolare, aveva evidenziato come l’esclusione del lavoratore, adibito in via continuativa e non saltuaria allo sportello, fosse stata determinata dalla sola condizione di disabile, senza che la stessa fosse in alcun modo giustificata, considerato che il suo handicap fisico non influiva sulla possibilità di espletare il servizio, né comportava una difficoltà nell’erogarlo, tanto che, in precedenza, lo stesso era stato incluso nei turni e si era assentato con la medesima frequenza degli altri addetti alle stesse mansioni.

Il Ministero, rimasto soccombente all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, decideva di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, denunciando la violazione e la falsa applicazione degli artt. 15 e 16 dello Statuto dei lavoratori, nonché dell’art. 2077 del c.c. A suo avviso, infatti, la decisione di escludere il lavoratore in questione dai turni del personale addetto all’attività di revisione per conto dei privati, era stata assunta dal direttore dell’ufficio per rispondere alle necessità dell’utenza e nell’ambito delle prerogative riconosciute dall’art. 5 del T.U.P.I.
Il Ministero ricorrente sosteneva che il lavoratore, assunto come centralinista ipovedente, era stato addetto soltanto saltuariamente allo sportello ma, in seguito, a causa delle continue assenze, era stato assegnato a svolgere solo le mansioni di assunzione e, quindi, era stato escluso dai turni per garantire l’efficienza del servizio, aggiungendo come, peraltro, non esistesse un diritto soggettivo del lavoratore subordinato alla parità di trattamento, non essendo, dunque, configurabile, nel caso di specie, alcun comportamento discriminatorio imputabile al datore di lavoro.

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, evidenziato come, nel caso de quo, la Corte territoriale, dopo aver accertato che il lavoratore affetto da disabilità era stato adibito allo sportello in modo continuativo e non saltuario, avesse ritenuto che la sua esclusione dai turni di lavoro straordinario, disposti per la revisione dei veicoli, compensati direttamente dai privati, fosse discriminatoria perché fondata, senza giustificazioni, sulla sua condizione di disabile e, quindi, seppure in assenza di un espresso richiamo, avesse deciso la controversia conformemente a quanto disposto dall’art. 2 della l. n. 67/2006, secondo cui “il principio di parità di trattamento comporta che non può essere praticata alcuna discriminazione in pregiudizio delle persone con disabilità. Si ha discriminazione diretta quando, per motivi connessi alla disabilità, una persona è trattata meno favorevolmente di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata una persona non disabile in una situazione analoga”.

Il Ministero, invece, nella parte in cui, con il proprio ricorso, ha insistito nel sostenere che l’assegnazione allo sportello fosse stata soltanto saltuaria e che il direttore dell’ufficio avesse legittimamente esercitato i poteri attribuiti al dirigente dall’art. 5 del T.U.P.I., oltre a contestare la ricostruzione dei fatti di causa, non ha colto né censurato adeguatamente l’effettiva ratio della decisione, la quale era totalmente fondata sull’esclusione di ragioni idonee a giustificare il modello organizzativo adottato, da cui i Giudici di merito hanno desunto la natura discriminatoria dell’atto adottato.

È, poi, parso inconferente anche il richiamo all’art. 2077 del c.c., nonché al principio della parità di trattamento nell’ambito del lavoro privato, sia perché, per l’impiego pubblico contrattualizzato, la norma di riferimento è rappresentata dall’art. 45 del T.U.P.I., sia perché, nel caso in esame, viene in rilievo la tutela del disabile, la quale è assicurata, in ogni caso, dal richiamato art. 2 della l. n. 67/2006.


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Il genitore che paga il debito del figlio, senza chiedere la restituzione della somma, compie una donazione indiretta?

Pubblicato il: 29/04/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 23260/2019, ha avuto modo di tornare a pronunciarsi in materia di donazione indiretta, precisando se essa possa o meno considerarsi integrata a fronte della decisione del de cuius di rinunciare ad agire in regresso verso il figlio, dopo aver provveduto al pagamento di un debito proprio della società di cui entrambi facevano parte e che, al momento, stava fallendo.

La questione sottoposta all’esame dei giudici di legittimità era nata in seguito alla decisione di un uomo di citare in giudizio gli eredi del padre, chiedendo la dichiarazione della nullità del testamento olografo di quest’ultimo, e, di conseguenza, che fosse disposta la divisione ereditaria del patrimonio comune secondo le norme sulla successione legittima.

I convenuti, nel resistere in giudizio, chiedevano, d’altro canto, che la divisione ereditaria avvenisse previo conferimento, da parte dell’attore, ai sensi dell’art. 737 del c.c., della donazione indiretta effettuata in suo favore dal de cuius attraverso il pagamento di un suo debito.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello rigettavano, però, la richiesta di collazione avanzata dai coeredi convenuti. Secondo la Corte territoriale, in particolare, il pagamento effettuato dal dante causa in favore del figlio si doveva considerare avvenuto a titolo di garanzia e non di liberalità, posto che lo stesso rispondeva anche ad un interesse proprio del de cuius, in qualità di coobbligato in solido con il figlio per i debiti della loro società, al fine di evitare l’incremento degli interessi moratori e l’escussione coattiva del proprio patrimonio.

Di fronte a tale decisione, gli originari convenuti decidevano di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione denunciando, tra le altre cose, la violazione e la falsa applicazione degli artt. 737, 769 e 1236 del c.c. A loro avviso, infatti, il pagamento eseguito dal de cuius ad estinzione di un debito della società di cui facevano parte sia lui che il figlio, originario attore, aveva originato, verso quest’ultimo, un credito di pari importo e, per questo motivo, la rinuncia del padre ad agire in regresso verso il figlio costituiva, senza dubbio, un’ipotesi di donazione indiretta.

La Suprema Corte ha accolto il suddetto motivo di ricorso.

Come già più volte ribadito dalla giurisprudenza di legittimità, la donazione indiretta va individuata sulla base del perseguimento di un fine di liberalità e non, invece, del mezzo giuridico impiegato, il quale può essere di vario tipo, seppur entro i limiti consentiti dall’ordinamento, potendo, dunque, consistere in atti o negozi la cui combinazione produce l’effetto di un’attribuzione patrimoniale gratuita, eccedente rispetto al mezzo utilizzato (ex multis Cass. Civ., n. 3134/2012; Cass. Civ., n. 5333/2004).

Nel caso di specie, essendo stato allegato il pagamento di un debito quale fattispecie di donazione indiretta, si doveva considerare, altresì, implicitamente dedotto anche il mancato regresso o la mancata surrogazione del de cuius, senza i quali l’attribuzione patrimoniale non si sarebbe potuta configurare.

Contrariamente a quanto affermato dalla Corte d’Appello, dunque, non assume alcun rilievo l’esistenza o meno di un interesse proprio del solvens all’adempimento, poiché tale interesse non elimina la natura di liberalità indiretta della rinuncia al regresso.


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Qual è il confine tra le trattative e la conclusione del contratto? La Cassazione fornisce alcune indicazioni operative

Pubblicato il: 27/04/2021

La Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 13610/2020, ha avuto modo di precisare, ancora una volta, in quali casi un contratto si possa dire definitivamente concluso.

La vicenda sottoposta all’esame degli Ermellini era nata in seguito all’opposizione, proposta da una società, contro il decreto ingiuntivo ottenuto da un’agenzia di sicurezza, per il pagamento dei corrispettivi dei servizi di portierato e cortesia da essa svolti.

Nel costituirsi in giudizio, la convenuta eccepiva l’incompetenza territoriale del Tribunale adito dell’attrice, considerato che era stata da esse prevista una deroga convenzionale della competenza territoriale, prevedendo, quale giudice competente, un Tribunale diverso da quello in cui era stata instaurata la causa.

Il Giudice adito, accogliendo l’eccezione sollevata dalla convenuta, dichiarava la propria incompetenza per territorio, e, di conseguenza, la nullità del decreto ingiuntivo emesso in precedenza. A sostegno della propria decisione, il Tribunale rilevava come, tra le parti, fosse stata effettivamente convenuta, per iscritto, una deroga alla competenza territoriale del Foro destinato a conoscere delle eventuali controversie riferite al contratto, a nulla rilevando la circostanza che esse non avessero ancora raggiunto l'accordo su alcuni punti secondari del contratto, dovendo ritenersi che le stesse non avessero attribuito, a detta lacuna, alcuna efficacia ostativa alla piena validità ed efficacia dell'accordo.

Avverso tale decisione, l’originaria attrice proponeva regolamento di competenza dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando la violazione degli artt. 20, 28 e 29 del c.p.c. in relazione agli artt. 1321, 1322, 1325 e 1326, comma 5, del c.c., nonché degli artt. 115 e 116 del c.p.c. A suo avviso, infatti, il Giudice di merito aveva erroneamente ricostruito la vicenda contrattuale sottoposta al suo esame, trascurando di rilevare come il rapporto intercorso tra le parti fosse stato originariamente concluso attraverso lo scambio di comunicazioni in forma orale e l’invio di posta elettronica, senza l’individuazione di alcun foro competente in via esclusiva per le eventuali controversie contrattuali. Allo stesso modo, il Tribunale aveva, altresì, omesso di tener conto del fatto che le trattative intercorse per la successiva modificazione degli accordi originariamente raggiunti, non avevano mai raggiunto un’effettiva definizione, cosicché la clausola con cui era stata prevista la competenza esclusiva di un Tribunale diverso da quello adito, non poteva essere ritenuta valida ed efficace.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Gli Ermellini hanno preliminarmente evidenziato come, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, “l’accordo che le parti abbiano raggiunto su alcuni punti essenziali del contratto non esaurisce la fase delle trattative, perché, al fine di perfezionare il vincolo contrattuale, è necessario che tra le stesse si sia raggiunta l’intesa sugli elementi costitutivi, sia principali che secondari, dell’accordo” (ex multis, Cass. Civ., n. 367/2005).

Di conseguenza, dunque, “l'eventuale redazione di appunti o bozze di contratto non supera di per sé la fase della puntuazione, vale a dire quella di un accordo preliminare su alcune delle condizioni del futuro contratto” (Cass. Civ., n. 2561/2009).

Sempre secondo la costante giurisprudenza della Cassazione, poi, tale principio si deve ritenere valido anche in relazione ai cosiddetti contratti a formazione progressiva, in cui l'accordo delle parti su tutte le clausole si raggiunge gradatamente ed il momento perfezionativo del negozio è, di regola, quello dell'accordo finale su tutti gli elementi principali ed accessori, salvo che le parti abbiano inteso vincolarsi agli accordi raggiunti sui singoli punti, riservando per un secondo momento la disciplina degli elementi secondari (Cass. Civ., n. 16016/2003).

Nel caso di specie, dal complesso degli elementi istruttori acquisiti nel corso del giudizio, pur risultando evidente l’avvenuta esecuzione iniziale di alcuni accordi intercorsi in maniera informale tra le parti, non risultava definita, in termini inequivoci, la volontà delle parti di considerare già pienamente vincolanti i punti stabiliti e destinati a formalizzare un nuovo assetto dei rapporti contrattuali in corso tra di esse.

Non risultando, peraltro, in alcun modo la sussistenza di una volontà delle parti di derogare al principio generale in base al quale, al fine di perfezionare il vincolo contrattuale, è indispensabile che tra le stesse sia stato raggiunto un accordo su tutti gli elementi costitutivi del contratto, sia principali che secondari, secondo gli Ermellini, la clausola contenuta nei testi oggetto di negoziazione, con cui le parti avevano individuato un foro competente in via esclusiva per le controversie relative al loro rapporto, si deve ritenere del tutto priva di efficacia, essendo, pertanto, erronea la decisione emessa dal Giudice di merito.


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Cancellazione di una società di persone: i soci sono responsabili per i debiti della società estinta?

Pubblicato il: 21/04/2021

La Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 12758/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine alla responsabilità personale dei soci per i debiti societari, in seguito alla cancellazione di una società di persone dal Registro delle Imprese.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito al ricorso proposto dall’ex legale rappresentante di una società, contro un avviso di accertamento relativo ad Irap ed IVA, relativamente alla società di persone, da lui rappresentata, la quale, nel frattempo, era stata cancellata dal Registro delle Imprese.

Sia la Commissione Tributaria Provinciale che la Commissione Tributaria Regionale osservavano come l’avviso di accertamento non potesse essere diretto nei confronti di una società estinta, dovendo, invece, essere indirizzato nei confronti degli ex soci personalmente e, in ogni caso, nei limiti in cui erano stati distribuiti gli utili in sede di bilancio finale di liquidazione.

Rimasta soccombente, l’Agenzia delle Entrate decideva di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, deducendo la violazione e la falsa applicazione degli artt. 2291, 2312 e 2495 del c.c., nonché del comma 4 dell’art. 65 delle disp. accert. imp. redditi, nella parte in cui la sentenza aveva ritenuto che l’avviso di accertamento fosse stato notificato nei confronti della società e non dei singoli soci. La ricorrente evidenziava, altresì, come, all’esito della cancellazione di una società di persone dal Registro delle Imprese, i soci succedessero nelle posizioni debitorie della società estinta, nonché come l’avviso di accertamento potesse essere notificato ai soci, indipendentemente dal riparto del bilancio finale di liquidazione, costituendo, tale elemento, un mero limite di esigibilità della pretesa del creditore.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, dato atto di come, in ossequio alla costante giurisprudenza di legittimità, “all'atto della cancellazione di una società, per i rapporti facenti capo a questa e ancora pendenti dopo la cancellazione dal Registro delle Imprese si determina un fenomeno successorio in capo ai soci, anche per i debiti non definiti in sede di bilancio finale di liquidazione, nei quali essi succedono ciascuno nei limiti della quota di partecipazione(Cass. Civ., n. 15637/2019; Cass. Civ., n. 17492/2018).

Concordemente a quanto eccepito dall’Agenzia delle Entrate, la Cassazione ha, dunque, evidenziato come i giudici di merito abbiano errato nel ritenere che l’avviso di accertamento potesse essere diretto contro i soci soltanto nei limiti in cui risultavano distribuiti gli utili in sede di bilancio finale di liquidazione. Sulla scorta di quanto precisato dalle Sezioni Unite della Suprema Corte, infatti, “il successore che risponde solo intra vires dei debiti trasmessigli non cessa, per questo, di essere un successore; e se il suaccennato limite di responsabilità dovesse rendere evidente l'inutilità per il creditore di far valere le proprie ragioni nei confronti del socio, ciò si rifletterebbe sul requisito dell'interesse ad agire (ma si tenga presente che il creditore potrebbe avere comunque interesse all'accertamento del proprio diritto, ad esempio in funzione dell'escussione di garanzie) ma non sulla legittimazione passiva del socio medesimo” (Cass. Civ., SS.UU., n. 6070/2013).

Invero, nonostante una parte minoritaria della successiva giurisprudenza di legittimità si sia discostata da tale posizione, l’orientamento maggioritario ritiene che il limite di responsabilità dei soci, di cui all’art. 2495 del c.c., non incida sulla loro legittimazione processuale ma, al più, sull’interesse ad agire dei creditori sociali, il quale non è, di per sé, escluso dalla circostanza che i soci medesimi non abbiano partecipato utilmente alla ripartizione finale, potendo, ad esempio, sussistere beni e diritti che, sebbene non ricompresi nel bilancio di liquidazione della società estinta, siano stati trasferiti ai soci (cfr. ex multis Cass. Civ., n. 5988/2017; Cass. Civ., n. 9094/2017).


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Qual è il ruolo della consulenza tecnica d’ufficio nel processo civile?

Pubblicato il: 19/04/2021

La Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 12387/2020, ha avuto modo di precisare quella che è la natura della consulenza tecnica d’ufficio.

La questione sottoposta all’esame della Suprema Corte era nata dal ricorso presentato, in sede di legittimità, da una società fornitrice di energia elettrica, la quale era rimasta parzialmente soccombente all’esito del giudizio di secondo grado.

Con un primo motivo di ricorso, la società denunciava la nullità della sentenza d’appello per violazione e falsa applicazione degli artt. 61, 62, 113, 115 e 116 del c.p.c. A suo avviso, infatti, la Corte territoriale aveva errato, da un lato, nel non aver tenuto conto degli accertamenti e delle affermazioni della consulenza tecnica d’ufficio espletata in primo grado, pur riconoscendone la validità del contenuto, e, dall’altro, nell’essersi discostata dalla stessa senza motivare adeguatamente il proprio dissenso.

Con un secondo motivo di ricorso, si eccepiva la nullità della sentenza di seconde cure denunciando come la Corte d’Appello avesse valutato in maniera illogica e contraddittoria gli esiti della consulenza tecnica, omettendo, così, di esaminare dei fatti decisivi per il giudizio.

La Suprema Corte, analizzando congiuntamente i motivi di doglianza avanzati dalla ricorrente, ha dichiarato l’inammissibilità del ricorso.

Gli Ermellini hanno, in particolare, evidenziato come, nell'eccepire l’omesso esame di un fatto decisivo, il ricorrente sia tenuto ad indicare il preciso fatto storico il cui esame sia stato omesso, il dato, sia esso testuale o extra testuale, da cui esso risulti esistente, il come e il quando tale atto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti, nonché la sua decisività, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo, qualora il fatto storico, rilevante per la causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (cfr. Cass. Civ., SS.UU., 8053/2014).

Alla luce di tale principio, i giudici di legittimità hanno, dunque, sottolineato come la ricorrente non abbia provveduto ad evidenziare un fatto storico decisivo, il cui esame sia stato omesso, non potendosi ricondurre, di per sé, alla nozione di "fatto storico" la consulenza tecnica d’ufficio.

La costante giurisprudenza di legittimità ha, infatti, più volte ribadito che il fatto storico "è un accadimento fenomenico esterno alla dinamica propria del processo, ossia a quella sequela di atti ed attività disciplinate dal codice di rito che, dunque, viene a caratterizzare la diversa natura e portata del "fatto processuale", il quale segna il differente ambito del vizio deducibile in sede di legittimità ai sensi del n. 4 dell'art. 360 c.p.c." (Cass. Civ., n. 18328/2019).

La consulenza tecnica d’ufficio è, difatti, un atto processuale che svolge una funzione di ausilio nei confronti del giudice, nella valutazione dei fatti e degli elementi acquisiti, assurgendo, in determinati casi, a fonte di prova per l’accertamento dei fatti. Essa, pertanto, non è un "fatto storico", rappresentando, piuttosto, l’elemento istruttorio da cui è possibile trarre il "fatto storico" rilevato o accertato dal consulente.


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Il bando di concorso riservato ai soli soggetti disabili disoccupati è discriminatorio?

Pubblicato il: 15/04/2021

La Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14790/2020, ha avuto modo di precisare se possa o meno essere considerato discriminatorio il bando di un concorso pubblico che riservi l’accesso alle sole persone disabili che siano anche disoccupate al momento dell’assunzione.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata all’interno del procedimento che aveva visto come protagonista un uomo affetto da disabilità, il quale, pur essendo risultato vincitore di un concorso riservato alle categorie protette ex art. 8 l. n. 68/1999, era stato, poi, escluso dall’assunzione per carenza del requisito della disoccupazione al momento dell’assunzione, come previsto dal relativo bando di concorso, il quale prevedeva, quale requisito necessario, il permanere dello stato di disoccupazione, in capo al portatore di disabilità, sia al momento della domanda che all’atto dell’assunzione. Di fronte a ciò, l’uomo decideva di agire in giudizio nei confronti dell’Azienda Ospedaliera che avrebbe dovuto assumerlo, deducendo come il suo comportamento avesse costituito una discriminazione diretta dei disabili, tenuto conto del fatto che nei concorsi relativi a soggetti non affetti da disabilità, la sussistenza dello stato di disoccupazione al momento dell’assunzione non veniva richiesta e che, in altri analoghi concorsi riservati ai disabili, tale requisito non era previsto.

Nonostante l’iniziale rigetto delle istanze attoree, da parte del Tribunale, le stesse venivano, poi, accolte dalla Corte d’Appello, la quale dichiarava illegittima l’esclusione dall’assunzione del ricorrente, quale vincitore del concorso pubblico per titoli ed esami, ordinando, altresì, la rimozione di ogni atto discriminatorio pregiudizievole. Nel prendere tale decisione, la Corte territoriale evidenziava, in particolare, come l’art. 16 della l. n. 68/1999 prevedesse la possibilità di partecipazione dei disabili ai pubblici concorsi Anche se non versino in stato di disoccupazione, nonché come tale inciso fosse, poi, stato eliminato ad opera della l. n. 114/2014.

Rimasta soccombente all’esito del giudizio di secondo grado, l’Azienda Ospedaliera decideva di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, denunciando, innanzitutto, la violazione del combinato disposto del bando di concorso con l’art. 8 della l. n. 68/1999, gli artt. 1 e 3 della l. n. 216/2003 e l’art. 28 del d.lgs. 150/2011. A suo avviso, infatti, contrariamente a quanto ritenuto dai Giudici di merito, nel caso di specie tali norme erano state correttamente applicate, avendo previsto il requisito della sussistenza dello stato di disoccupazione al momento dell’assunzione al fine di garantire la tutela del disabile non occupato rispetto a quello occupato, in ossequio al principio di parità di trattamento, il quale doveva essere valutato con riferimento alla posizione di chi permaneva nello stato di disoccupazione anche all’atto dell’assunzione, oltre che al momento della partecipazione al concorso.

Nel censurare, poi, la sentenza impugnata per aver omesso di valutare la posizione del soggetto disabile ancora disoccupato al momento dell’assunzione, nonché di operare il necessario bilanciamento delle posizioni contrapposte, la ricorrente ha richiamato i principi affermati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo in ordine alla discriminazione indiretta, riconducibile alla condizione di discriminazione subita da un soggetto per effetto di un medesimo trattamento riservato a persone che si trovino in situazioni diverse.
Secondo la ricorrente, inoltre, la Corte di merito aveva, altresì, omesso di esaminare il fatto che l’Amministrazione avesse scelto di tutelare in via prioritaria, in termini antidiscriminatori, la condizione dei disabili che permanevano nello stato di disoccupazione al momento dell’assunzione.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, ritenuto opportuno chiarire l’ambito di operatività della tutela antidiscriminatoria reclamata dal cittadino affetto da disabilità. Il diritto di tutte le persone, comprese, quindi, quelle affette da disabilità, all'uguaglianza dinanzi alla legge e alla protezione contro le discriminazioni, costituisce un diritto universale riconosciuto dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e dai trattati a cui tutti gli Stati membri dell'Unione Europea hanno aderito, relativi, rispettivamente, ai diritti civili e politici, ai diritti economici, sociali e culturali, nonché dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, di cui tutti gli Stati membri sono firmatari.

Sono, peraltro, varie, le fonti internazionali che regolano la materia lavoristica, affrontando anche il problema delle discriminazioni, quali, ad esempio, la Convenzione dell’organizzazione internazionale del lavoro del 28 giugno 1958, che proibisce la discriminazione in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, oppure, le regole per le pari opportunità dei disabili adottate dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 dicembre 1993, nonché la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità del 13 dicembre 2006, ratificata in Italia con l. n. 18/2009 e dall’Unione Europea nel dicembre 2010, avendo, così, essa assunto rilievo vincolante per le istituzione europee e per gli Stati membri.

Nell'ambito del Diritto dell'Unione Europea assume, poi, una significativa rilevanza la direttiva 2000/78/CE del Consiglio del 27 novembre 2000, la quale stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, indipendentemente dalla religione o dalle convinzioni personali, dagli handicap, dall’età o dalle tendenze sessuali. Tale Direttiva fissa, peraltro, degli standard minimi comuni nelle leggi in vigore negli Stati membri contro la discriminazione fondata sulla razza, l'origine etnica, la religione, le convinzioni personali, la disabilità, l'età o l'orientamento sessuale, con l’obiettivo di creare un quadro giuridico generale volto a combattere queste forme di discriminazione e tradurre, così, nella pratica, il principio della parità di trattamento.

Nel diritto sovranazionale il principio di non discriminazione è, altresì, enunciato dai trattati fondativi e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Dagli artt. 2, 3 e 6 del Trattato sull’Unione Europea si evince, infatti, che l’Unione è fondata sul rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e che essa combatte ogni forma di discriminazione. Gli artt. 10 e 19 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea ribadiscono, poi, che l’Unione, nella definizione ed attuazione delle sue politiche, mira a combattere ogni forma di discriminazione fondata sul sesso, sulla razza, sull’origine etnica, sulla religione, sulle convinzioni personali, sulla disabilità, sull’età o sull’orientamento sessuale.

Assume, altresì, rilievo la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, la quale, dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, ha il medesimo valore giuridico dei trattati, essendo, dunque, pienamente vincolante sia per le istituzioni europee che per gli Stati membri. Essa proclama la centralità della persona, fondata su valori indivisibili ed universali quali la libertà umana, l’uguaglianza e la solidarietà. L’art. 21 della CEDU vieta, poi, qualsiasi forma di discriminazione.

Sempre nell’ambito del diritto antidiscriminatorio dell’Unione, assume, inoltre, un importante rilievo anche la giurisprudenza della Corte di Giustizia, la quale ha, peraltro, fornito una nozione di “handicap”, quale limitazione di capacità, risultante in particolare da durature menomazioni fisiche, mentali o psichiche, che, in interazione con barriere di diversa natura, può ostacolare la piena ed effettiva partecipazione dell'interessato alla vita professionale su base di uguaglianza con gli altri lavoratori”.

Sempre secondo quanto stabilito dalla Corte di Giustizia, affinché si possa configurare una discriminazione “diretta”, deve sussistere “una differenza nel trattamento riservato a persone che si trovano in situazioni analoghe o significativamente simili, basata su una caratteristica identificabile”.

Nell'ordinamento interno italiano, il principio di non discriminazione trova il suo fondamento negli artt. 2 e 3 della Costituzione e, dunque, nel riconoscimento e nella garanzia dei diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità, oltre che nel principio di uguaglianza formale, il quale impone di trattare situazioni uguali in modo uguale e situazioni diverse in modo diverso, espresso attraverso una serie di divieti specifici di discriminazione per sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali; nonché nel principio di uguaglianza sostanziale, che attribuisce allo Stato il compito di porre in essere delle azioni positive per rimuovere quelle barriere, di ordine sociale ed economico, che, di fatto, limitano la libertà e l'uguaglianza dei cittadini.

L’inclusione sociale delle persone disabili si collega, poi, necessariamente, al tema del diritto al lavoro, sancito dall’art. 4 Cost. come espressione di una partecipazione operosa alla vita collettiva, di contributo alla crescita generale ed economica del Paese, nonché di realizzazione di sé e dei propri desideri, di soddisfacimento delle aspettative e dei bisogni personali. Infatti, l'inserimento nel mondo del lavoro è occasione di frequenti ed intensi rapporti sociali, di scambio e confronto, nonché il modo più diretto per combattere la discriminazione culturale e sociale ancora persistente nei confronti della disabilità.

Tra i vari interventi normativi realizzati, in quest’ottica, dal legislatore italiano, assume particolare rilievo, in relazione al caso di specie, la l. n. 68/1999, recante le “Norme per il diritto al lavoro dei disabili”, la quale ha specificamente inteso soddisfare la necessità di venire incontro, da un lato, al bisogno di inclusione ed integrazione effettiva delle persone affette da disabilità e, dall’altro, alle esigenze produttive degli operatori economici.

L'art. 16 della l. n. 68/1999 disciplina, in particolare, l'assunzione delle persone disabili mediante concorso pubblico, prevedendo, al riguardo, che “Ferme restando le disposizioni di cui agli articoli 3, comma 4, e 5, comma 1, i disabili possono partecipare a tutti i concorsi per il pubblico impiego, da qualsiasi amministrazione pubblica siano banditi. A tal fine i bandi di concorso prevedono speciali modalità di svolgimento delle prove di esame per consentire ai soggetti suddetti di concorrere in effettive condizioni di parità con gli altri”. La medesima disposizione al comma 2, stabiliva, altresì, che “I disabili che abbiano conseguito le idoneità nei concorsi pubblici possono essere assunti, ai fini dell'adempimento dell'obbligo di cui all'articolo 3, anche se non versino in stato di disoccupazione e oltre il limite dei posti ad essi riservati nel concorso”, ma l’inciso “anche se non versino in stato di disoccupazione” è stato eliminato dall'art. 25, comma 9 bis, della l. n. 114/2014.

Come evidenziato dai Giudici di legittimità, l’ordinamento italiano prevede, quindi, oggi, tre diverse modalità di assunzione dei soggetti affetti da disabilità nel settore pubblico: la chiamata numerica per le categorie ed i profili per i quali è richiesto il solo requisito della scuola dell’obbligo, ai sensi dell’art. 35, comma 2, del d.lgs. n. 165/2001; il concorso con riserva di posti per le altre qualifiche, ai sensi della l. n. 68/1999; le convenzioni, ai sensi della stessa l. n. 68/1999.

Nel caso in esame, l'Azienda Ospedaliera, con il bando di concorso in questione, si è avvalsa della seconda modalità di assunzione indicata, prevedendo non un concorso aperto a tutti e con riserva di posti, bensì un concorso interamente riservato alle categorie ex art. 8 della l. n. 68/1999.

Si trattava, dunque, di un concorso non aperto ai normodotati e, pertanto, la discriminazione andava valutata con riferimento ai soggetti nella medesima situazione o condizione e, cioè, con riferimento agli altri appartenenti alle categorie protette ex art. 8 della l. n. 68/1999. Ed infatti, sulla base delle previsioni di cui alla l. n. 68/1999 e, in particolare, delle previsioni speciali riservate ai disabili e concernenti le differenti modalità di assunzione, non si può ragionare in termini di rapporto con il normodotato avendo il legislatore previsto, per facilitare il disabile nel reperimento della prima occupazione, un iter particolarmente agevolato, con modalità diverse rispetto a quelle previste per il lavoratore abile.

Era solo con riguardo agli altri appartenenti alle categorie protette che andavano, quindi, verificate l'eventuale carenza di un’adeguata e ragionevole giustificazione della verificatasi differenziazione, nonché la sproporzione tra la giustificazione stessa e i mezzi utilizzati. Non vi è dubbio, allora, che la scelta operata dalla ricorrente, di richiedere la sussistenza dello stato di disoccupazione non solo al momento della presentazione della domanda, ma anche al momento dell'assunzione, fosse una misura idonea a tutelare il disabile che, all'atto dell'assunzione, permanesse nello stato di disoccupazione.

Su tali premesse, la Cassazione ha, perciò, ritenuto opportuno enunciare il principio di diritto per cui non costituisce comportamento discriminatorio la previsione, in sede di bando di concorso riservato alle categorie ex art. 8 della l. n. 68 del 1999, del requisito della sussistenza dello stato di disoccupazione anche al momento dell'assunzione trattandosi di previsione avente la finalità di tutelare, in conformità con il dettato legislativo e con i principi affermati dalla Corte di Giustizia UE, il disabile disoccupato rispetto ad altro soggetto, egualmente disabile, ma nelle more fuoriuscito dalla categoria dei disoccupati”.


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Niente restituzione nei termini di fronte alla negligenza del difensore

Pubblicato il: 14/04/2021

La Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 20132/2020, ha avuto modo di precisare se il mancato o inesatto adempimento del proprio incarico, da parte del difensore, sia idoneo a giustificare una restituzione in termini.

La questione sottoposta all’esame dei giudici di legittimità era nata a seguito della decisione del Tribunale di Milano di rigettare l’istanza di restituzione nel termine per chiedere il rito abbreviato, avanzata, nell’interesse dell’imputato, dal suo difensore di fiducia.

Di fronte a tale decisione, l’imputato, a mezzo del proprio legale, ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, deducendo, con un unico motivo di doglianza, la violazione dell’art. 175 del c.p.p. e la manifesta illogicità della decisione del giudice di merito. Il ricorrente lamentava, infatti, come il Tribunale avesse errato nel respingere la sua richiesta di rito abbreviato sostenendo che le circostanze dedotte a giustificazione del mancato rispetto dei termini non trovassero riscontro né nella documentazione prodotta, né nel mancato rilascio di una procura speciale per chiedere l’applicazione di riti alternativi. Orbene, tale motivazione, ad avviso del difensore, risultava essere manifestamente illogica, posto che, da un lato, il suo inadempimento era stato dovuto ad un fraintendimento con il proprio assistito, e dall’altro, il fatto che non fosse stata rilasciata una procura speciale non poteva costituire una dimostrazione della volontà di procedere con il dibattimento.

Considerato, poi, che il comma 1 dell’art. 175 del c.p.p. prevede che la restituzione nel termine, stabilito a pena di decadenza, possa essere concessa qualora vi sia la prova che esso non sia stato osservato per caso fortuito o forza maggiore, secondo il ricorrente il caso di specie integrava proprio quest’ultima ipotesi. Citando la sentenza n. 11440/2019 della Cassazione, la quale aveva spiegato come il caso fortuito consistesse in “ogni evento inevitabile con la normale diligenza e non imputabile a titolo di colpa o dolo, così da caratterizzarsi con l’elemento dell’irresistibilità”, il legale ha, infatti, evidenziato come il caso de quo potesse rientrare in tale definizione, posto che l’inosservanza dei termini di presentazione dell’istanza per l’applicazione del rito abbreviato era stata dovuta ad una serie di incomprensioni con l’assistito, nonché a vari impegni di studio, sopravvenuti ed improrogabili.

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile.

Gli Ermellini hanno evidenziato come, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, il Tribunale abbia rigettato la richiesta di restituzione nel termine per chiedere il rito abbreviato, avanzata dal suo difensore, fornendo una motivazione priva di errori logici e perfettamente coerente con i principi di diritto vigenti in materia.

Pur essendo consapevoli dell’esistenza di un orientamento giurisprudenziale minoritario di segno contrario, i giudici di legittimità hanno ritenuto opportuno ribadire, in relazione al caso di specie, quanto sostenuto dalla prevalente giurisprudenza della stessa Cassazione, secondo cui “il mancato o inesatto adempimento da parte del difensore di fiducia dell’incarico a qualsiasi causa ascrivibile, non è idoneo ad integrare le ipotesi di caso fortuito e di forza maggiore, (che si concretano in forze impeditive non altrimenti vincibili, le quali legittimano la restituzione in termini) poiché consiste in una falsa rappresentazione della realtà, superabile mediante la normale diligenza ed attenzione (cfr. ex multis Cass. Pen., n. 6592/2020; Cass. Pen., n. 24960/2017; Cass. Pen., n. 39535/2016).

Sempre sulla base del costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, non può, peraltro, essere esclusa, in via presuntiva, l’esistenza di un onere dell’assistito di vigilare sull’esatta osservanza dell’incarico conferito al proprio difensore, nelle ipotesi in cui il controllo sull’adempimento non sia impedito al comune cittadino ex lege (cfr. Cass. Pen., n. 43277/2011).


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Cosa succede se nella copia notificata dell’atto di citazione manca la sottoscrizione del difensore?

Pubblicato il: 13/04/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 10450/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine alle possibili conseguenze della mancata sottoscrizione, da parte del difensore, della copia notificata alla controparte di un atto di citazione.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata a seguito del giudizio promosso da una società, al fine di ottenere il saldo dei lavori di ristrutturazione dell’immobile di proprietà del convenuto.

Il Tribunale rigettava le istanze attoree, accogliendo, invece, l’eccezione, sollevata dal convenuto, in merito alla nullità dell’atto di citazione, in quanto, nella relativa copia notificata, mancava sia l’indicazione della firma di colui che aveva conferito il mandato alle liti, sia la firma, per autentica, del legale.

La decisione di primo grado veniva, però, ribaltata all’esito del giudizio di seconde cure. La Corte d’Appello accoglieva, infatti, quanto chiesto dall’attrice, sulla base della considerazione per cui l’originale dell’atto di citazione conteneva tutti gli elementi non trasfusi nella copia notificata, essendo, pertanto, esclusa la possibilità che vi fosse un’assoluta incertezza in ordine alle indicazioni riguardanti l’individuazione della società attrice, nonché le generalità del procuratore e la procura. Nel prendere tale decisione, la Corte territoriale teneva, altresì, conto del principio di conservazione degli atti, di cui al terzo comma dell’art. 164 del c.p.c., in base al quale la costituzione del convenuto sana i vizi della citazione.

Il Giudice d’appello rilevava, inoltre, il fatto che la procura fosse valida anche se non sottoscritta dalla parte nella copia notificata al destinatario dell’atto, nonché come la mancata sottoscrizione del difensore nella copia notificata non incidesse sulla validità della citazione, qualora tale firma fosse esistente nell’originale.

L’originario convenuto, rimasto soccombente all’esito del giudizio d’appello, ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, deducendo la violazione e la falsa applicazione degli artt. 163, nn. 2 e 6, 164, comma 1 e 167, comma 2, del c.p.c. A suo avviso, infatti, la Corte territoriale aveva errato nel non dichiarare, a sua volta, la nullità dell’atto di citazione, nonostante lo stesso mancasse del nominativo dell’attore, della firma di chi aveva conferito il mandato, nonché della firma, per autentica, del legale.
Secondo il ricorrente, peraltro, la tesi sostenuta dalla Corte d’Appello, per cui il fatto che l’originale dell’atto di citazione non fosse affetto dalle stesse mancanze riscontrate nella copia notificata ne impediva la nullità, contrastava con il principio generale secondo cui, in caso di difformità, doveva prevalere la copia notificata dell’atto. Né, a suo avviso, risultava invocabile il principio generale di conservazione degli atti, avendo egli provveduto a sollevare la relativa eccezione all’atto della propria costituzione in giudizio.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso.

In relazione, innanzitutto, alla questione relativa alla firma di chi aveva conferito mandato, la Cassazione ha ribadito come, sulla scorta del suo costante orientamento in tema di illeggibilità della sottoscrizione della procura, “la decifrabilità della firma non è requisito di validità dell’atto ove l’autore sia identificabile, con nome e cognome, dal contesto dell’atto medesimo(Cass. Civ., n. 27548/2014).

Nel caso di specie, dunque, il Giudice di merito ha correttamente rilevato come, dall’intestazione della citazione, risultasse chiaramente l’identità del soggetto che aveva conferito il mandato.

Quanto, poi, alla mancata sottoscrizione del difensore nella copia dell’atto di citazione notificata, la Suprema Corte ha ribadito come tale carenza non incida sulla validità della citazione, qualora la sottoscrizione risulti essere presente all’interno dell’originale, e la copia notificata fornisca, comunque, alla controparte, elementi sufficienti per acquisire la certezza della sua rituale provenienza da un certo procuratore (cfr. ex multis Cass. Civ., n. 20817/2006).


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Acquisto di un’auto difettosa: la Cassazione chiarisce entro quali limiti possa essere ritenuto responsabile il venditore

Pubblicato il: 12/04/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 13148/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in materia di vendita di beni di consumo, precisando in quali ipotesi ed entro quali limiti temporali si possa ritenere responsabile il venditore.

La questione sottoposta all’esame dei Giudici di legittimità era nata in seguito alla decisione di una donna di convenire in giudizio la concessionaria presso cui aveva acquistato un’autovettura, esponendo come la stessa, subito dopo l’acquisto, avesse presentato dei gravi vizi occulti, i quali erano stati regolarmente denunciati e non riparati. L’attrice chiedeva, pertanto, la condanna della convenuta ad un risarcimento del danno pari al rimborso delle spese da essa sostenute per il noleggio di un’auto sostitutiva.

La ditta convenuta si costituiva in giudizio, deducendo che il veicolo, al momento della consegna, era perfettamente funzionante e che il vizio lamentato dall’attrice era stato causato da un uso anomalo del mezzo, il quale aveva percorso un numero di chilometri superiore alla norma, nonché dalla carente manutenzione.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello rigettavano le istanze attoree. I Giudici di secondo grado, in particolare, rilevavano come l’attrice, pur avendo acquistato l’auto in questione nel marzo 2006, avesse provato la sussistenza dei vizi soltanto a partire dal mese di giugno dello stesso anno, ossia dopo tre mesi. La stessa Corte territoriale osservava, poi, il fatto che il veicolo era stato venduto quando aveva già percorso 140.000 km e che la stessa attrice aveva ammesso di aver fatto un uso anomalo del mezzo. Dalla valutazione delle deposizioni testimoniali, era, inoltre, emerso che l’auto, prima della vendita, era stata accuratamente controllata ed era risultata perfettamente funzionante, tanto da non aver presentato problemi fino al mese di giugno 2006.

Rimasta soccombente all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, l’attrice ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, denunciando la violazione e la falsa applicazione degli artt. 128, 129, 130, 132 e 135 del codice del consumo. A suo avviso, infatti, i Giudici di merito avevano errato, innanzitutto, nell’applicare la normativa civilistica relativa al contratto di vendita e non, invece, l’art. 130 del codice consumo, il quale prevedeva la responsabilità del venditore in caso di difetto di conformità del bene venduto. La Corte territoriale avrebbe poi errato anche in relazione alla mancata applicazione dell’art. 132 del codice consumo, il quale prevedeva una presunzione del difetto di conformità del bene, qualora i vizi si fossero manifestati entro sei mesi dalla consegna, considerato che, nel caso di specie, essi si erano presentati dopo soli tre mesi, con conseguente inversione dell’onere della prova, in capo alla concessionaria, della loro insussistenza al momento della vendita.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Sul presupposto che l’art. 1469 bis del c.c., introdotto dall’art. 142 del codice consumo, stabilisce espressamente che le disposizioni del Codice Civile in materia di contratti in generale “si applicano ai contratti del consumatore, ove non derogati dal codice del consumo o da altre disposizioni più favorevoli per il consumatore”, gli Ermellini hanno sottolineato come, nell’attuale assetto normativo della disciplina della compravendita, esista una chiara preferenza del legislatore per la normativa dettata dal Codice del consumo, attribuendo, dunque, un ruolo sussidiario alla disciplina del codice civile. Ciò significa che si deve ritenere applicabile, innanzitutto, la disciplina contenuta nel codice del consumo, potendosi applicare quella dettata dal codice civile solo in relazione a quanto non previsto dalla normativa speciale (cfr. Cass. Civ., n. 14775/2019).

È, però, necessario che sussistano i presupposti per l’applicazione del codice del consumo. L’art. 128 del codice consumo prevede, infatti, che, per “bene di consumo” si intende “qualsiasi bene mobile” e per “venditore” si intende “qualsiasi persona fisica o giuridica pubblica o privata che, nell'esercizio della propria attività imprenditoriale o professionale, utilizza i contratti di cui al comma 1”, ossia, ad esempio, i contratti di vendita o di permuta.

In tema di garanzia per vizi dei beni oggetto di vendita, alle disposizioni dettate dagli artt. 1490 ss. del codice civile, si aggiungono, quindi, in una prospettiva di maggior tutela, gli strumenti predisposti dal codice del consumo, il quale, agli artt. 129 ss., prevede la sussistenza di una responsabilità del venditore, nei riguardi del consumatore, per qualsiasi difetto di conformità del bene esistente al momento della sua consegna, allorché tale difetto si palesi entro due anni. L’esistenza di un difetto di conformità del bene acquistato consente, poi, al consumatore, di esperire i vari rimedi contemplati dall’art. 130 del codice consumo, con l’onere, però, di denunciare al venditore il difetto di conformità entro il termine di due mesi dalla sua scoperta.

In base, però, a quanto stabilito dal terzo comma dell’art. 132 del codice consumo, si presume che i difetti di conformità, che si manifestino entro sei mesi dalla consegna del bene, siano già sussistenti a tale data, salvo che l'ipotesi in questione sia incompatibile con la natura del bene o del difetto lamentato. Qualora, dunque, il difetto si manifesti entro tale termine, il consumatore gode di un'agevolazione probatoria, dovendo semplicemente allegare la sussistenza del vizio e gravando, conseguentemente, sulla controparte, l'onere di provare la conformità del bene consegnato rispetto al contratto di vendita.

Soltanto una volta superato tale termine trova, quindi, nuovamente applicazione la disciplina generale in materia di onere della prova ex art. 2697 del c.c., ricadendo in capo al consumatore che agisca in giudizio l’onere di fornire la prova che il difetto fosse presente ab origine nel bene.

Il quadro normativo illustrato ha portato la giurisprudenza di legittimità a ritenere che la responsabilità da prodotto difettoso abbia natura presuntiva, e non oggettiva, poiché prescinde dall'accertamento della colpevolezza del produttore, ma non anche dalla dimostrazione dell'esistenza di un difetto del prodotto. La Cassazione ha, infatti, più volte precisato che “incombe sul soggetto danneggiato – ai sensi dell'art. 120 del d.lgs. n. 206 del 2005 (cd. codice del consumo), come già previsto dall'8 del d.P.R. n. 224 del 1988 – la prova del collegamento causale non già tra prodotto e danno, bensì tra difetto e danno e, una volta fornita tale prova, incombe sul produttore – a norma dell'art. 118 dello stesso codice – la corrispondente prova liberatoria, consistente nella dimostrazione che il difetto non esisteva nel momento in cui il prodotto veniva posto in circolazione, o che all'epoca non era riconoscibile in base allo stato delle conoscenze tecnico-scientifiche” (Cass. Civ., n. 29828/2018).

Su tali premesse, la Cassazione ha, pertanto, ritenuto che, nel caso di specie, la Corte d’Appello abbia errato nell’applicare le norme civilistiche in materia di vendita, e non, invece, la disciplina relativa ai contratti di consumo, posto che l’auto in questione era stata alienata da un operatore commerciale ad una persona fisica, la quale l’aveva acquistata per ragioni personali, e che, per giunta, i vizi della stessa si erano manifestati entro sei mesi dalla consegna.

Gli Ermellini hanno, quindi ritenuto opportuno ribadire i principi di diritto per cui, in primo luogo, “in tema di vendita di beni di consumo, si applica innanzitutto la disciplina del codice del consumo (art. 128 e segg.), potendosi applicare la disciplina del codice civile in materia di compravendita solo per quanto non previsto dalla normativa speciale, attesa la chiara preferenza del legislatore per la normativa speciale ed il conseguente ruolo “sussidiario” assegnato alla disciplina codicistica”, e, in secondo luogo, “si presume che i difetti di conformità, che si manifestino entro sei mesi dalla consegna del bene, siano sussistenti già a tale data, sicché è onere del consumatore allegare la sussistenza del vizio, gravando sulla controparte l'onere di provare la conformità del bene consegnato rispetto al contratto di vendita. Superato il suddetto termine, trova nuovamente applicazione la disciplina generale posta in materia di onere della prova posta dall'art. 2697 c.c.”.


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Impugnazione del testamento: la Cassazione chiarisce chi sono le parti necessarie del procedimento

Pubblicato il: 08/04/2021

La Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 33302/2019, ha avuto modo di precisare quelli che sono i litisconsorti necessari all’interno di un procedimento di impugnazione testamentaria.

La questione sottoposta all’esame degli Ermellini era nata nell’ambito della successione testamentaria di una donna, la quale era deceduta senza lasciare né un coniuge né discendenti. Il fratello, tuttavia, decideva di citare in giudizio gli eredi testamentari della stessa, nonché l’esecutore testamentario, al fine di sentir dichiarare, in primo luogo, l’invalidità del testamento pubblico della defunta, a causa della sua incapacità naturale, e, in secondo luogo, l’apertura della successione legittima in suo favore, quale unico erede ex lege.

Stante l’accoglimento delle istanze attoree all’esito del giudizio di prime cure, i convenuti proponevano appello, deducendo un difetto di integrità del contraddittorio, posto che non erano stati chiamati in giudizio anche gli altri eredi istituiti con il testamento impugnato.

La Corte d’Appello, tuttavia, confermava la sentenza del Tribunale, rilevando come i soggetti non chiamati in giudizio non rivestissero la qualità di eredi, bensì di legatari.

Rimasti soccombenti, gli originari convenuti decidevano di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione denunciando la nullità della sentenza d’appello, la quale aveva rigettato la loro eccezione di difetto di contraddittorio, nonostante non fossero stati chiamati in giudizio gli altri soggetti contemplati all’interno del testamento impugnato.

Con un secondo motivo di ricorso, si censurava la decisione di secondo grado nella parte in cui aveva riconosciuto la qualità di legatari e non di eredi dei soggetti che, pur essendo contemplati nel testamento della dante causa, non erano stati chiamati a partecipare al giudizio. Con il medesimo motivo di doglianza, i ricorrenti sostenevano, poi, come il vizio di contraddittorio sussistesse in ogni caso, considerato che l’eventuale annullamento del testamento avrebbe annullato le disposizioni a titolo di legato, in esso contenute.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Gli Ermellini, esaminando congiuntamente i suddetti motivi di doglianza, hanno, innanzitutto, evidenziato come, sulla scorta della costante giurisprudenza di legittimità, “nelle cause aventi ad oggetto l'impugnazione del testamento sono parti necessarie, oltre alle persone istituite eredi, anche coloro che succederebbero al de cuius per legge, ove l'atto di ultima volontà fosse riconosciuto invalido, tenuto conto della unitarietà inscindibile del rapporto dedotto in giudizio, che non potrebbe rimanere contemporaneamente regolato per alcuni dal testamento e per altri dalla legge; pertanto, ove la sentenza sia stata impugnata nei confronti di alcuni soltanto dei litisconsorti necessari, il giudice deve ordinare che il contraddittorio venga esteso ai litisconsorti pretermessi” (Cass. Civ., n. 4452/2016; Cass. Civ., n. 8728/2005).

Tale principio trova la sua ragione d’essere nel fatto che l’impugnazione volta a far valere l’invalidità di un testamento è finalizzata ad ottenere una pronuncia in ordine ad un rapporto sostanzialmente unitario, ed ha per oggetto l’accertamento di uno status che non potrebbe operare se la statuizione non fosse emessa nei confronti di tutti coloro che, in quanto partecipi del rapporto stesso, siano interessati dalla successione (cfr. Cass. Civ., n. 1608/1975; Cass. Civ., n. 1261/1964).

Ad una diversa conclusione si deve, invece, pervenire, secondo la Cassazione, nel caso in cui l’azione sia diretta a far valere, non l’invalidità del testamento nel suo complesso, bensì quella di singole disposizioni in esso contenute. In questo caso, infatti, il litisconsorzio necessario sussiste soltanto tra gli eredi ed i beneficiari della disposizione impugnata, non, invece, nei confronti di coloro in favore dei quali il testamento contenga altre disposizioni che non siano state impugnate (Cass. Civ., n. 1462/1965).
Da ciò deriva, dunque, che non ricorre un litisconsorzio necessario tra eredi e legatari nei giudizi concernenti la sola validità giuridica della istituzione ereditaria e nei quali non siano individuabili contestazioni in ordine ai diritti dei legatari, poiché, in questo caso, l’eventuale accoglimento dell’impugnativa, mentre, da un lato, porrebbe nel nulla l’istituzione di erede, dall’altro, non pregiudicherebbe in alcun modo i legati, i quali sono dei negozi giuridici distinti (Cass. Civ., n. 968/1968).

Nel caso di specie, l’erede legittimo non ha impugnato la sola istituzione di erede o, comunque, una singola disposizione testamentaria, avendo, piuttosto, fatto valere genericamente l’annullabilità dell’intero testamento per incapacità naturale del testatore, potendone, dunque, derivare la sola caducazione del negozio nella sua interezza, non soltanto di singole disposizioni in esso contenute, stante l’unitaria inscindibilità del rapporto dedotto in giudizio, alla luce dei principi suindicati, da cui deriva la necessaria partecipazione in giudizio di tutti i beneficiari contemplati nel testamento, a prescindere dalla loro qualità di eredi o di legatari.


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