“Sindrome della madre malevola” e affidamento super-esclusivo al padre

Pubblicato il: 16/06/2021

La capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l'altro genitore è un requisito indicativo della idoneità genitoriale che garantisce il diritto della prole alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena. Questi diritti possono essere messi a rischio nel momento in cui uno dei due genitori ponga in essere comportamenti volti a realizzare un allontanamento sia materiale che morale della prole dall'altra figura parentale. In questi casi si parla di "sindrome di alienazione parentale" (cosiddetta P.A.S., Parental Alienation Syndrome), anche detta "sindrome della madre malevola". Il suo fondamento scientifico rimane tutt'altro che condiviso: la comunità medico-psichiatrica ha avanzato numerose critiche circa la sua definitiva enucleazione nell'ambito delle patologie cliniche e si è ancora in attesa dell'individuazione di criteri sistematici condivisi per la sua diagnosi.

Il caso in esame prende avvio dalla pronuncia del Tribunale di Treviso, che rigettava la richiesta di affido super-esclusivo della figlia minore al padre, concedendo l'affidamento esclusivo e quest'ultimo e regolamentando le visite presso la madre. Il padre presentava, quindi, ricorso avanti alla Corte d'Appello di Venezia, la quale, al contrario, rilevava il rischio di alienazione parentale della minore rispetto al padre e disponeva l'affidamento super-esclusivo allo stesso, in considerazione dell'elevato livello di conflittualità presente tra i due genitori, ma anche dei ripetuti atteggiamenti di estraniazione e di allontanamento della minore dal padre, orchestrati dalla madre e dalla nonna materna, potenzialmente dannosi e rischiosi per il sereno sviluppo psico-fisico della minore.

La Suprema Corte, con la pronuncia 17 maggio 2021, n. 13217, ha cassato con rinvio la pronuncia impugnata. Risulta, infatti, trascurata dalla Corte veneziana una valutazione comparativa degli effetti sula minore dell'affido super-esclusivo in relazione al trauma dell'allontanamento dalla figura materna rispetto al beneficio atteso.
Gli Ermellini hanno colto, così l'occasione per mettere in chiaro due criteri cardine in tema provvedimenti che coinvolgano la prole. In primo luogo, il giudice, che percepisca la necessità, nell'interesse del minore, di variare le modalità di affidamento, è tenuto ad accertare la veridicità dei comportamenti a lui esposti, con l'utilizzo dei normali mezzi di prova, incluse le presunzioni.
In secondo luogo, è necessario offrire una adeguata motivazione alla propria decisione, a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica di una patologia psichiatrica. In particolare, nei giudizi in cui sia stata esperita CTU medico-psichiatrica, il giudice di merito non può limitarsi al mero richiamo alle risultanze del consulente, ma è comunque tenuto a verificare il fondamento scientifico del contenuto della stessa, anche con la comparazione statistica di diversi casi clinici e la consulenza di esperti, soprattutto nei casi in cui siano presenti opinioni scientifiche contrastanti (come nel caso della sindrome da alienazione parentale).
Oltre a ciò, giova ricordare che il giudice deve in ogni momento attenersi al criterio fondamentale dell'esclusivo interesse morale e materiale della prole, privilegiando quel genitore che appaia più idoneo a ridurre al massimo il pregiudizio derivante dalla disgregazione del nucleo familiare ed ad assicurare il migliore sviluppo della personalità del minore. Tale figura deve essere individuata alla conclusione di un giudizio prognostico circa a capacità del padre o della madre di crescere ed educare il figlio, sulla base di comportamenti tenuti in passato, dell'apprezzamento della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell'ambiente che è in grado di offrire al minore.
La decisione sull'affidamento della prole si sostanzia, quindi, in una complessa valutazione di natura discrezionale del giudice di merito, il quale, ove dia sufficiente conto delle ragioni della decisione adottata, esprime un apprezzamento di fatto non suscettibile di censura in sede di legittimità.

A seguito di approfondita una revisione della condotta della madre, i Supremi Giudici hanno dichiarato, però, che quest'ultima non appare pregiudizievole per il benessere della minore. Tale decisione ha messo in evidenza come le CTU abbiamo fatto generico riferimento alla "sindrome della madre malevola", non approfondendo, tuttavia, le critiche circa l'effettiva sussumibilità della predetta sindrome nell'ambito delle patologie cliniche e non costituendo, dunque, un valido presupposto per una forma così estrema di allontanamento della minore dalla figura materna.

L'affidamento super-esclusivo risulta, in conclusione, illegittimo: si esclude che la Corte d'Appello con tale disposizione abbia garantito il migliore sviluppo della personalità della stessa, escludendo l'affidamento condiviso su una astratta previsione circa le capacità genitoriali della ricorrente, fondata, in sostanza, su qualche episodio attraverso cui la madre avrebbe tentato di impedire al padre di incontrare la figlia e su opinioni prive di reale fondamento scientifico.


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È diffamazione aggravata dare del “frocio” su Facebook

Pubblicato il: 15/06/2021

La vicenda prende avvio dalla condotta dell'imputato, transessuale esercente la prostituzione, che, con molteplici post sulla propria bacheca di Facebook, aveva affermato la presunta omosessualità della vittima, nonché di aver intrattenuto con lui un rapporto sessuale, usando nelle comunicazioni termini come "frocio" e "schifoso". La Corte d'Appello ha confermato la decisione di primo grado che aveva condannato l'imputato per diffamazione ex art. 595 c.p. in danno di una persona, aggravata a mezzo Internet.
La condotta in esame è giuridicamente inquadrabile nel reato di diffamazione previsto all'art. 595 c.p., il quale punisce chiunque, comunicando con più persone, offende l'altrui reputazione. L'offesa può essere arrecata anche col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero con atto pubblico.
La dottrina tradizionale delinea come diffamatorio ogni fatto che, se fosse commesso in presenza dell'offeso, costituirebbe ingiuria (Antolisei). La giurisprudenza però ha alleggerito tale affermazione. Difatti non ogni espressione "forte" e "pungente" è idonea a configurare penale responsabilità: è essenziale che i termini utilizzati o il concetto veicolato siano oggettivamente idonei a ledere la reputazione del soggetto passivo. Oggetto di tutela del delitto in esame è, dunque, l'onore in senso oggettivo o esterno, da intendersi in senso di dignità personale in conformità all'opinione del gruppo sociale, secondo il particolare contesto storico (ex multis Cass. pen., Sez. V, n. 3247 del 28/2/1995, L.P. ed altro, CED Cass. 201054).
La reputazione è, perciò, da tenersi distinta dall'identità personale, che corrisponde, invece, al diritto dell'individuo alla rappresentazione della propria personalità agli altri, senza alterazioni e travisamenti. Tale interesse può essere violato attraverso rappresentazioni offensive ma che, se poste in essere, non hanno autonoma rilevanza penale, bensì rientrando nell'ambito dell'illecito civile (Cass. pen., Sez. V, n. 849/93 del 6 novembre 1992, T., CED Cass. 193494).
I termini utilizzati o il concetto veicolato devono risultare, quindi, oggettivamente idonei a ledere la reputazione. In relazione al caso di specie – ha sostenuto la difesa dell'imputato – sembra non configurare reato di diffamazione il riferimento e l'utilizzo di espressioni attributive di tendenze sessuali. La Suprema Corte, in un costante orientamento, ha statuito che il mero riferimento ad una persona, indicandola con il termine "omosessuale", non può considerarsi foriera di offesa all'onore, poiché si tratta di espressione che, a differenza di altri termini denigratori, si limita ad attribuire una qualità personale attinente alle preferenze sessuali ed entrata oramai nel linguaggio comune. In un'ottica di diritto vivente, è da escludere che la mera attribuzione della suindicata qualità abbia carattere lesivo della reputazione del soggetto, in considerazione proprio l'evoluzione della percezione della omosessualità da parte della collettività e mantenendo altresì un carattere di neutralità. Non rileverà, nemmeno, se evocato con una intenzione offensiva, integrante esclusivamente un illecito civile, come sopra indicato. La difesa dell'imputato, seguendo questa linea interpretativa, si era opposta, appunto, alla configurazione del reato di diffamazione, proprio in ragione della suddetta evoluzione della coscienza sociale che ha ridotto, anche se non annullato, il carattere dispregiativo degli appellativi utilizzati dall'imputato ("frocio").
I Supremi Giudici non hanno aderito a questa argomentazioni della difesa, rilevando ed evidenziando il chiaro tenore denigratorio degli appellativi indirizzati alla vittima. Hanno ribadito, inoltre, che, anche se si può rilevare una presunta evoluzione della coscienza italiana, tali espressioni devono essere valutate nell'ottica della maggioranza della popolazione italiana, alle quali ricorre con il chiaro fine di veicolare, oltre che una evidente lesione dell'identità personale della vittima, sopratutto un avvilimento dell'altrui personalità e dignità.

La Corte, con la sentenza 17 maggio 2021, n. 19359, ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso dell'imputato e confermato il tenore denigratorio di tali appellativi, configurando quindi il reato di diffamazione ex art. 595 c.p., aggravato dall'utilizzo del social network.

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Coniuge non convivente e assegno di mantenimento: quando spetta?

Pubblicato il: 14/06/2021

La mancata convivenza dei coniugi non fa venir meno i diritti e i doveri patrimoniali che scaturiscono dal matrimonio, tra i quali il diritto della moglie all'assegno di mantenimento. Lo ha statuito la Corte di Cassazione con l'ordinanza 18 maggio 2021, n. 13450.
La vicenda prende avvio dalla sentenza di separazione senza addebito, confermata dalla Corte d'Appello di Roma, che riconosceva a favore della moglie un assegno mensile pari a 200 Euro come contributo al mantenimento della stessa. Il marito ricorre, dunque, in Cassazione, deducendo la violazione dell'art. 156 c.c. in quanto era stato riconosciuto il diritto all'assegno di mantenimento, anche se era stato accertato in giudizio che ciascuno dei coniugi, nel corso dei 14 anni di matrimonio, aveva provveduto al proprio sostentamento, dal momento che vivevano in due città diverse. Secondo il ricorrente, non poteva, quindi, delinearsi un tenore di vita da usare quale parametro per l'assegno di mantenimento.
La Corte di Cassazione ha ritenuto tale motivo inammissibile. La stessa ha ribadito più volte che le modalità di svolgimento della vita coniugale, anche se si è realizzata con la residenza in due luoghi diversi, erano quelle tipiche del vincolo matrimoniale a tutti gli effetti (ex multis Cass. n. 19349 del 22/09/2011). Ciò comporta la permanenza dei doveri di assistenza familiare in sede di separazione. Si ribadisce, inoltre, che il diritto al mantenimento del coniuge non presuppone l'instaurazione di una effettiva convivenza tra i coniugi: la mancanza di convivenza, per l'appunto, può fondarsi su svariate motivazioni ed esigenze da valutare caso per caso. Tale caratteristica del rapporto si configura come espressione della libertà scelta di coppia e non è idonea ad escludere la comunione materiale e spirituale. Nel caso in cui si dimostri il contrario, non è nemmeno possibile far gravare effetti penalizzati su uno dei componenti della coppia, e non possono nemmeno considerarsi estinti i diritti ed i doveri di natura patrimoniale scaturenti dal matrimonio. Oltre a ciò, l'ammontare dell'assegno di separazione, che si quantifica in una modesta entità di denaro, non risulta parametrato su uno standard di vita specifico, ma piuttosto, calibrato al fine di soddisfare i bisogni primari a seguito di mutamenti lavorativi incorsi a seguito della separazione.
Con il secondo motivo, il ricorrente ha censurato la comparazione dei redditi compiuta dalla Corte d'Appello, la quale si era basata su una lettera di licenziamento prodotta dalla moglie solo all'udienza di precisazione delle conclusioni, senza così tener conte delle preclusioni poste in relazione alla produzione degli elementi di prova nel rito ordinario. Il licenziamento, infatti, avrebbe dovuto essere introdotto in sede di revisione delle statuizioni economiche della sentenza di separazione ai sensi dell'art. 710 c.p.c.. La Cassazione ha dichiarato anche questo motivo inammissibile, chiarendo come i procedimenti che riguardano gli assegni di mantenimento sono soggetti alla regola del rebus sic stantibus. Ciò comporta che il giudice debba limitare il proprio accertamento a verificare se dopo la formazione del titolo – in questo caso la sentenza di separazione – siano intervenuti nuovi elementi in grado di alterare l'assetto che era stato sancito dalla precedente pronuncia. Non potrà, invece, accertare le condizioni in essere prima dell'emanazione del titolo definitivo o quelle che, comunque, avrebbero potute essere fatte valere con gli strumenti concessi per impedire la definitività.
In conclusione, la Suprema Corte conferma il suo orientamento, ritenendo legittimo diritto all'assegno di mantenimento anche in caso di non convivenza dei coniugi nel corso del matrimonio, nei casi in cui tale decisione derivi da scelte di vita condivise dai coniugi.

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Convivenza di breve durata: è configurabile il reato di maltrattamenti?

Pubblicato il: 10/06/2021

L'art. 572 c.p. punisce chiunque maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, per l'esercizio di una professione o di un'arte.
La giurisprudenza ha aperto l'applicazione di questa norma a qualunque relazione che, per la consuetudine dei rapporti creati, implichi l'insorgenza di vincoli affettivi e aspettative di assistenza assimilabili a quelli tipici della famiglia o della convivenza abituale.
L'elaborazione giurisprudenziale non si è fermata qui: al fine di configurare il reato di cui all'art. 572 c.p. non è nemmeno necessario che la convivenza abbia una certa durata. È sufficiente, infatti, che la relazione sia stata istituita in una prospettiva di stabilità, anche se poi non si sia realizzata (ex multis Cass. pen. sez. III, n. 8953 del 3/0/1997) oppure che si possa delineare un regime di vita improntato a rapporti di solidarietà e a strette relazioni, dovute a motivi anche diversi da quello sentimentale, come le relazioni intense ed abituali, tali da ingenerare consuetudini di vita e fiducia tra i soggetti, in condizioni paritarie o anche di soggezione.
Si è arrivati a considerare vittima del reato di maltrattamenti anche una persona non più convivente con l'agente, quando questi conservi, tuttavia, con la vittima una stabilità di rapporti derivanti da doveri connessi alla filiazione al fine di adempiere gli obblighi di cooperazione e nel mantenimento, nell'educazione nell'istruzione e nell'assistenza morale del figlio minore naturale nell'esercizio congiunto della potestà genitoriale (Cass. pen. sez. VI, n. 25498 del 20/4/2017, I., CED Cass. 270673; Cass. pen. sez. VI, n. 33882 del 8/7/2014, C., CED Cass. 262078).
Nel caso in esame, il Tribunale aveva condannato un uomo per maltrattamenti ex artt. 94 e 572 c.p. nei confronti di una donna con cui aveva intrattenuto una relazione sentimentale con sporadici periodi di convivenza. Gli atti erano passati dall'ingiuria alle minacce, fino alle lesioni personali ex art. 81, comma 2, c.p. e artt. 582 e 585 c.p. La Corte d'Appello aveva confermato la pronuncia del giudice di merito.
L'imputato ricorreva, dunque, in Cassazione sostenendo l'insussistenza dell'art. 572 c.p. poiché non si poteva affermare che fosse stata avviata una stabile convivenza o un rapporto para-familiare, data la breve durata della frequentazione e in considerazione del basso livello di coinvolgimento sentimentale tra lui e la persona offesa. Si aggiungeva, altresì, la mancanza di abitualità dei comportamenti vessatori e di uno stato di prostrazione fisica e morale della persona offesa, che, paradossalmente, chiedeva di vederlo privatamente anche dopo aver sporto denuncia e attivato il procedimento penale.
La Cassazione, con la sentenza 7 maggio 2021, n. 17888, ha aderito al consolidato orientamento sopra descritto e ha disatteso la tesi difensiva. Infatti, osserva che, già nell'introduzione nel dispositivo dell'art. 572 c.p. della locuzione "comunque convivente", il legislatore ha ampliato l'ambito dell'applicabilità della norma anche ai soggetti che sono legati all'autore da rapporti diversi da quello familiare e derivanti, per esempio, da situazioni di convivenza o, addirittura, condivisione di spazi comuni.
I Supremi Giudici, nel caso di specie, hanno rilevato l'esistenza di relazioni abituali tra i due soggetti, anche se non estrinsecatesi nella convivenza, ma costituenti comunque un legame affettivo che produce una convivenza psicologica. Si sono posti in essere rapporti continui e strette relazioni che dovrebbero ingenerare rispetto e solidarietà e che pongono le basi per sopraffazioni della personalità del soggetto passivo, incompatibili con le normali condizioni di vita. La valutazione della riconducibilità delle vessazioni al paradigma dei maltrattamenti costituisce, inoltre, una quaestio facti, non valutabile in sede di legittimità se fondata su massime di esperienza ragionevoli e argomentata logicamente.
La Cassazione conclude che, in considerazione dei diversi tentativi dei due soggetti di costruire un rapporto duraturo e volto alla convivenza, nonostante il grado di conflittualità che ne emergeva, la breve durata del loro rapporto e le interruzioni della convivenza, è configurabile il reato di maltrattamenti ex art. 572 c.p..

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Qual è la tassazione per l’acquisto di una casa?

Pubblicato il: 06/06/2021

Le imposte da pagare quando si acquista una casa dipendono da diversi fattori e variano a seconda che il venditore sia un “privato” o un’impresa e l’acquisto venga effettuato in presenza o meno dei benefici “prima casa”.
Se il venditore è un’impresa, la regola generale è che la cessione è esente da Iva. In questo caso, quindi, l’acquirente dovrà pagare:
– l’imposta di registro in misura proporzionale del 9%;
– l’imposta ipotecaria fissa di 50 euro;
– l’imposta catastale fissa di 50 euro.
Tuttavia, l’imposta sul valore aggiunto si applica:
– alle cessioni effettuate dalle imprese costruttrici o di ripristino dei fabbricati entro 5 anni dall’ultimazione della costruzione o dell’intervento oppure anche dopo i 5 anni, se il venditore sceglie di assoggettare l’operazione a Iva (la scelta va espressa nell’atto di vendita o nel contratto preliminare);
– alle cessioni di fabbricati abitativi destinati ad alloggi sociali, per le quali il venditore sceglie di sottoporre l’operazione a Iva (anche in questo caso, la scelta va espressa nell’atto di vendita o nel contratto preliminare).

In questi casi, l’acquirente dovrà pagare:
– l’Iva al 10% (per le cessioni e gli atti di costituzione di diritti reali di case di abitazione anche in corso di costruzione) classificate o classificabili nelle categorie catastali diverse da A/1, A/8 e A/9, qualora non sussistano i requisiti per fruire delle agevolazioni “prima casa”, ovvero l’Iva al 22% per le cessioni e gli atti di costituzione di diritti reali aventi a oggetto immobili classificati o classificabili nelle categorie A/1, A/8 e A/9;
– l’imposta di registro fissa di 200 euro;
– l’imposta ipotecaria fissa di 200 euro;
– l’imposta catastale fissa di 200 euro.

Se, invece, il venditore è un privato, l’acquirente dovrà pagare:
– l’imposta di registro proporzionale del 9%;
– l’imposta ipotecaria fissa di 50 euro;
– l’imposta catastale fissa di 50 euro.
In ogni caso (acquisto da impresa o acquisto da privato), le imposte di registro, ipotecaria e catastale sono versate dal notaio al momento della registrazione dell’atto.
Sia quando si compra da un’impresa in esenzione dall’Iva sia quando si compra da un privato, l’imposta di registro proporzionale non può comunque essere di importo inferiore a 1.000 euro.

Diversa è la situazione nel caso in cui l’acquisto viene effettuato in presenza dei requisiti “prima casa”.
In generale, in questo caso è necessario che:
– il fabbricato che si acquista appartenga a determinate categorie catastale;
– il fabbricato si trovi nel comune in cui l’acquirente ha (o intende stabilire) la residenza o lavora;
– l’acquirente abbia determinati requisiti.
Le imposte da versare quando si compra con i benefici “prima casa” sono:
– se il venditore è un privato o un’impresa che vende in esenzione Iva
− imposta di registro proporzionale nella misura del 2%;
− imposta ipotecaria fissa di 50 euro;
− imposta catastale fissa di 50 euro;
– se si acquista da un’impresa, con vendita soggetta a Iva
− Iva ridotta al 4%;
− imposta di registro fissa di 200 euro;
− imposta ipotecaria fissa di 200 euro;
− imposta catastale fissa di 200 euro.

Per usufruire delle agevolazioni “prima casa”, l’abitazione che si acquista deve appartenere a una delle seguenti categorie catastali:
A/2 (abitazioni di tipo civile)
A/3 (abitazioni di tipo economico)
A/4 (abitazioni di tipo popolare)
A/5 (abitazioni di tipo ultra popolare)
A/6 (abitazioni di tipo rurale)
A/7 (abitazioni in villini)
A/11 (abitazioni e alloggi tipici dei luoghi).

Le agevolazioni “prima casa” non sono ammesse, invece, per l’acquisto di un’abitazione appartenente alle categorie catastali A/1 (abitazioni di tipo signorile), A/8 (abitazioni in ville) e A/9 (castelli e palazzi di eminenti pregi artistici e storici).
Le agevolazioni spettano anche per l’acquisto delle pertinenze, classificate o classificabili nelle categorie catastali C/2(magazzini e locali di deposito), C/6(per esempio,rimesse e autorimesse) e C/7 (tettoie chiuse o aperte), limitatamente a una pertinenza per ciascuna categoria. È necessario, tuttavia, che le stesse siano destinate in modo durevole a servizio dell’abitazione principale e che questa sia stata acquistata beneficiando delle agevolazioni “prima casa”.

Altra fondamentale condizione è che per usufruire dei benefici, l’abitazione deve trovarsi nel territorio del comune in cui l’acquirente ha la propria residenza. Se residente in altro comune, entro 18 mesi dall’acquisto l’acquirente deve trasferire la residenza in quello dove è situato l’immobile. La dichiarazione di voler effettuare il cambio di residenza deve essere contenuta, a pena di decadenza, nell’atto di acquisto.

Si ha ugualmente diritto alle agevolazioni quando l’immobile si trova:

  • nel territorio del comune in cui l’acquirente svolge la propria attività (anche se svolta senza remunerazione, come, per esempio, per le attività di studio, di volontariato, sportive);
  • nel territorio del comune in cui ha sede o esercita l’attività il proprio datore di lavoro, se l’acquirente si è dovuto trasferire all’estero per ragioni di lavoro
  • nell’intero territorio nazionale, purché l’immobile sia acquisito come “prima casa” sul territorio italiano, se l’acquirente è un cittadino italiano emigrato all’estero. La condizione di emigrato può essere documentata attraverso il certificato di iscrizione all’AIRE o autocertificata con dichiarazione nell’atto di acquisto.

È ancora necessario che, nell’atto di acquisto, l'acquirente dichiari di non essere titolare esclusivo o in comunione con il coniuge dei diritti di proprietà, usufrutto, uso e abitazione di altra casa di abitazione nel territorio del comune in cui è situato l'immobile da acquistare e di non essere titolare, neppure per quote (salvo il caso di quota di proprietà dello stesso immobile oggetto di agevolazione – Circ. 38/2005, par. 2,3) , anche in regime di comunione legale, su tutto il territorio nazionale dei diritti di proprietà, usufrutto, uso, abitazione e nuda proprietà su altra casa di abitazione acquistata dallo stesso soggetto o dal coniuge con le medesime agevolazioni.

Dal 1° gennaio 2016, i benefici fiscali sono stati estesi anche al contribuente che è già proprietario di un immobile acquistato con le agevolazioni prima casa, a condizione però che la casa già posseduta sia venduta entro un anno dal nuovo acquisto.
Le agevolazioni “prima casa” non spettano quando si acquista un’abitazione ubicata nello stesso comune in cui si è già titolare di altro immobile acquistato senza fruire dei benefici. Questo, anche se si assume l’impegno a vendere l’immobile già posseduto entro un anno dal nuovo acquisto.
Come precisato nella nota II-bis di cui all’art. 1 della Tariffa, parte I, allegata al D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131 (TUR) la disciplina agevolativa prima citata si applica non solo agli atti traslativi a titolo oneroso della proprietà di case di abitazione non di lusso ma anche agli atti traslativi o costitutivi della nuda proprietà, dell’usufrutto, dell’uso e dell’abitazione relativi alle stesse.
Conseguentemente, sua madre, in relazione all’acquisto del diritto di abitazione sull’immobile, potrà fruire del regime agevolativo a patto che, ovviamente, sussistano le condizioni oggettive e soggettive prima indicate.


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Gli screenshot di WhatsApp: legittimi anche senza accertamento

Pubblicato il: 01/06/2021

È una realtà oramai consolidata la produzione di messaggi SMS oppure di chat estrapolate da sistemi di messaggistica istantanea (per esempio WhatsApp, ma anche Telegram, WeChat, ecc.) al fine di provare atti persecutori, maltrattamenti, stalking e tutte le altre condotte in cui le comunicazione tra i soggetti sono essenziali per le sorti del procedimento.

Il caso di specie riguarda un soggetto condannato per atti persecutori, culminati nell'incendio dell'autovettura della ex compagna. In particolare, i messaggi erano stati inviati dall'imputato sul cellulare della madre della persona offesa, i quali erano poi stati estrapolati tramite screenshot dalla polizia giudiziaria. Lo stesso imputato, nel corso del dibattimento, aveva ammesso di aver inviato quegli stessi messaggi, ma, non trovandoli più nel telefono, aveva chiesto di provvedere ad un accertamento tecnico. La condanna si basava principalmente sulla produzione degli screenshot di messaggi e conversazioni WhatsApp inviati dall'imputato.

La Suprema Corte ha sempre dato grande rilevanza al regime di ammissibilità che tali messaggi hanno nel panorama delle nuove prove. Con la pronuncia n. 17552 del 6 maggio 2021, la Cassazione penale prosegue nel solco dell'orientamento giurisprudenziale che l'ha preceduta.
Come sopra esposto, nel corso del procedimento, era stata dedotta la violazione della legge processuale e la richiesta di accertamenti tecnici volti a dimostrare l'autenticità dei messaggi prodotti nella mera forma fotografica. Tale richiesta era stata rigettata sia dal Tribunale che dalla Corte d'Appello. La giurisprudenza a favore del ricorrente prevede che tale forma di produzione delle conversazioni come prova sia consentita solo in presenza di un accertamento tecnico, come precisato dalla stessa Corte di Cassazione, con la pronuncia n. 49016/2017. D'altro canto, è necessario precisare che tale pronuncia si basava sulla valutazione del giudice di merito, il quale aveva considerato opportuna una ulteriore verifica per analizzare compiutamente l'attendibilità dei messaggi.

Nel caso in esame, al contrario, la Suprema Corte ha ritenuto il motivo inammissibile in quanto manifestatamene infondato. È oramai cristallizzata la posizione che attribuisce valore documentale ex art. 234 c.p.p. a tali produzioni. La captazione di messaggi e chat attraverso la funzione screenshot rappresenta una forma di documentazione della conversazione ex post e non in corso, la quale si pone in netta distinzione rispetto alle registrazioni o alle intercettazioni. Non è nemmeno assimilabile alla disciplina dell'art. 254 c.p.p. relativamente all'acquisizione della corrispondenza (ex multis Cass. pen., Sez. VI, n. 1822 del 12/11/2019, dep. 17/01/2020, Tacchi, Rv. 278124). La norma dell'art. 234 c.p.p. permette, infatti, l’acquisizione, oltre agli scritti, di ogni altra cosa idonea a rappresentare fatti, persone o cose attraverso la cinematografia, la fotografia, la fonografia e qualsiasi altro mezzo.

La riproduzione tramite screenshot di una conversazione oramai cessata può essere, pertanto, pienamente ammessa come mero documento, al pari di una fotografia o di un qualsiasi altro mezzo idoneo, la cui rilevanza e attendibilità sarà valutata liberamente dal giudice.

La Corte, in conclusione, non ha ritenuto necessario attivare un approfondimento tecnico.
Risulta, dunque, pienamente legittima l'acquisizione come documento di messaggi SMS o di conversazioni intrattenute con sistemi di messaggistica istantanea, mediante la realizzazione di una fotografia dello schermo di un telefono cellulare sul quale gli stessi sono leggibili, tenendo sempre conto che si tratta di un'attività di mera documentazione.


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Responsabilità da contatto sociale della casa farmaceutica: quando è configurabile?

Pubblicato il: 28/05/2021

Con sentenza 20 aprile 2021, n. 1034, la Corte di Cassazione ha affrontato il tema della responsabilità della casa farmaceutica per i danni subiti dalle persone alle quali siano stati somministrati medicinali prodotti e forniti dalla stessa nel corso di una sperimentazione clinica condotta presso una struttura sanitaria.
La vicenda prende avvio da una paziente che, a seguito della somministrazione di un medicinale in fase di sperimentazione in ospedale, aveva sviluppato una patologia cardiovascolare attribuibile al farmaco, la quale era anche indicata tra i possibili effetti collaterali. La danneggiata avviava un procedimento giudiziario sia nei confronti dell'azienda ospedaliera che dell'impresa farmaceutica al fine di ottenere il risarcimento dei danni. In appello, i giudici avevano configurato un "contatto sociale" tra la paziente e l'impresa che aveva avviato il trial clinico, alla quale si potevano ricollegare i medici che avevano eseguito la sperimentazione, configurandosi in questo modo la responsabilità contrattuale dell'impresa.
La regolamentazione della sperimentazione clinica di medicinali è contenuta nel D.Lgs. 24 giugno 2003, n. 211, in attuazione della direttiva 2001/20/CE. Il testo di legge precedentemente citato prevede che possono essere chiamati a rispondere dei danni non solo gli sperimentatori che hanno materialmente effettuato i test, ma anche il soggetto che ha promosso la sperimentazione; non viene, tuttavia, identificata la natura di tale responsabilità.
La ricostruzione della Corte d'Appello non ha trovato supporto presso la Suprema Corte: nel caso di specie è risultata decisiva l'assenza di un rapporto diretto tra la casa farmaceutica e la paziente, la quale era entrata in contatto solamente con i dipendenti dell'azienda ospedaliera.
La stessa Corte ha chiarito come la casa farmaceutica può essere chiamata a rispondere a titolo contrattuale dei danni provocati da errori degli "sperimentatori" solamente nel caso in cui risulti dall'accordo di sperimentazione che la struttura ospedaliera e i suoi dipendenti abbiano agito quali ausiliari della stessa casa farmaceutica, di talché la stessa dovrà rispondere del loro inadempimento o inesatto adempimento ai sensi dell'art. 1228 c.c..
Anche in caso di esclusione della responsabilità contrattuale, rimane, comunque, sempre aperta la via dell'illecito aquiliano ex art. 2043 c.c. in caso di pregiudizi all'integrità psico-fisica, ovvero quella della responsabilità per esercizio di attività pericolosa ai sensi dell'art. 2050 c.c..
Nel caso specifico, la Suprema Corte riserva una posizione di favore alla responsabilità ex art. 2050 c.c.: la produzione di farmaci o di loro componenti è già stata configurata come attività pericolosa in diverse occasioni (ex multis Cass. civ., sez. III, 27 gennaio 1997, n. 814; Cass. civ. sez. III, 1 febbraio 1995, n. 1138; Cass. civ. sez. III, 20 luglio 1993, n. 8069). Di conseguenza vi può essere inclusa anche la sperimentazione di farmaci.
Si è ritenuto, inoltre, che integri la prova liberatoria al fine di escludere la responsabilità della casa farmaceutica ex art. 2050 c.c. la dimostrazione di aver osservato i protocolli di sperimentazione previsti dalla legge, oltre ad aver fornito una adeguata informazione circa i possibili effetti collaterali o indesiderati dello stesso, che possono essere aggiornati mano a mano che la ricerca si evolve (Cass. civ. sez. III, 7 marzo 2019, n. 6587). Ciò vale anche nei casi di danni successivi alla immissione in commercio e distribuzione dei farmaci.

Risulta, quindi, essenziale indagare il contenuto del contratto stipulato tra promotore della sperimentazione e centro sperimentale: se sono presenti disposizioni che inquadrano il primo almeno come compartecipe nell'esecuzione delle attività relative ai farmaci sperimentali, allora si connota una responsabilità contrattuale. Al contrario, nel caso in cui la sperimentazione sia completamente affidata agli sperimentatori, tale forma di responsabilità verrà esclusa, venendo in essere la responsabilità extracontrattuale, in particolare ai sensi dell'art. 2050 c.c.. Ciò comporta che le verifiche debbano essere effettuate caso per caso, analizzando l'organizzazione della singola sperimentazione clinica.


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Guida in stato di ebbrezza: per il prelievo ematico serve l’assistenza del difensore?

Pubblicato il: 25/05/2021

La Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 21390/2020, ha avuto modo di precisare in quali casi, di fronte ad un incidente causato da un soggetto che si sia posto alla guida in stato di ebbrezza, l’esecuzione del prelievo ematico debba o meno essere preceduta da un avviso relativo alla facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia durante il suo svolgimento.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito alla decisione del Tribunale del Riesame di annullare l’ordinanza con cui il GIP aveva disposto, nei confronti di un soggetto, l’applicazione della misura della custodia cautelare in carcere, in relazione al delitto di cui ai commi 1 e 2 dell’art. 590 bis del c.p., essendogli stato contestato, con l’imputazione provvisoria, di avere causato, ad un altro soggetto, delle lesioni personali gravi, per averlo travolto dopo essersi posto alla guida di un’autovettura senza aver mai conseguito la patente di guida, nonché in stato di ebbrezza alcolica.

Detto provvedimento riteneva, infatti, inutilizzabili gli accertamenti relativi al tasso alcolemico, ai sensi dell’art. 356 del c.p.p. e dell’art. 114 delle disp. att. c.p.p., avendo osservato come l’accertamento del tasso alcolemico, effettuato tramite esame ematico presso l’ospedale in cui era stato condotto l’indagato, a seguito del sinistro, non fosse stato preceduto dall’avviso della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia, nonostante l’analisi fosse stata richiesta autonomamente dalla Polizia giudiziaria.

Avverso tale ordinanza, il procuratore della Repubblica presso il Tribunale territorialmente competente decideva di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando la violazione dell’art. 356 del c.p.p. e dell’art. 114 delle disp. att. c.p.p., nonché un vizio di motivazione.
Il ricorrente, ricostruendo la vicenda, sottolineava come l’indagato, dopo essere stato condotto in ospedale in uno stato di incoscienza, fosse stato immediatamente sottoposto ad una visita, non risultando, però, collaborativo. In tale sede erano stati prescritti, dal medico, degli esami ematici e tossicologici, oltre ad altre indagini cliniche. Solo in un secondo momento era, invece, giunta alla direzione sanitaria la richiesta della Polizia giudiziaria in relazione all’effettuazione dei test alcolemici e per la ricerca di tracce di stupefacenti nel sangue. Considerato, dunque, che tali controlli erano già stati richiesti ed effettuati nell’ambito del protocollo sanitario-terapeutico, il previo avviso della facoltà di farsi assistere da un difensore, a suo avviso, non era dovuto, con la conseguenza che il relativo accertamento poteva essere utilizzato in giudizio.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Gli Ermellini hanno, infatti, evidenziato come, sulla base del consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, “in caso di richiesta, ai sensi del comma 5 dell'art. art. 186 del codice strada, di prelievo ematico su un soggetto coinvolto in un incidente stradale e condotto presso una struttura ospedaliera, al fine di accertare il tasso alcolemico e la presenza di droghe d'abuso nel sangue, l'esecuzione deve essere preceduta dal “previo avviso” della facoltà di farsi assistere da un difensore, come disposto dagli artt. 356 cod. proc. pen. e 114 disp. att. cod. proc. pen., non solo nell'ipotesi in cui il prelievo venga effettuato esclusivamente su richiesta della Polizia giudiziaria, ma anche nel caso in cui l'accertamento venga richiesto esclusivamente dalla Polizia giudiziaria sul campione di sangue prelevato per esigenze diagnostiche di altro genere, disposte dal personale medico, non comprensive della verifica specifica” (cfr. ex multis Cass. Pen., n. 49371/2018).

Al contrario, “qualora l'esecuzione dell'accertamento intervenga nell'ambito dell'applicazione di un protocollo sanitario, essendo l'esame del quantitativo di alcool o della presenza di tracce di stupefacenti nel sangue destinato a fini di cura, e quindi disposto al di fuori del contesto di indagine, nessun previo avviso è richiesto dal rito, mancando qualunque rapporto fra l'effettuazione dell'analisi ed il diritto di difesa” (cfr. ex multis Cass. Pen., n. 8862/2020; Cass. Pen., n. 11722/2019).

Orbene, posto che, nel caso di specie, è emerso che gli esami ematici per la ricerca della presenza di alcol e droghe erano stati disposti dal medico del pronto soccorso prima dell’intervento della Polizia giudiziaria, gli Ermellini hanno ritenuto che si fosse configurata la seconda ipotesi, non risultando quindi necessario il previo avviso della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia durante l’esecuzione del prelievo ematico.


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Omesso mantenimento dei figli e perdita dell’affidamento

Pubblicato il: 21/05/2021

La vicenda prende il via dalla volontà della ex moglie di risolvere il frequente problema dell'omesso pagamento delle spese di mantenimento da parte dell'ex marito nei confronti delle due figlie.

Le condizioni, concordate ed omologate dal Tribunale di Velletri al tempo della separazione, prevedevano l'affidamento condiviso delle figlie, con diritto di visita del padre e obbligo di corresponsione di un assegno pari a 500,00 euro mensili per il mantenimento delle stesse, da corrispondere alla madre.
Il padre, nel corso degli anni, oltre a non corrispondere alcuna somma, rivendicava il diritto di decidere del futuro scolastico delle figlie, arrivando a non dare il consenso per la loro iscrizione scolastica presso l'istituto proposto, preferendo un istituto nel Comune più vicino alla sua residenza. La madre presentava, quindi, ricorso ex art. 709 ter c.p.c. per chiedere l'autorizzazione all’iscrizione delle figlie, senza interpellare il marito. Il Tribunale di Velletri ha riconosciuto come ingiustificato il rifiuto dell'uomo nella scelta dell’istituto scolastico scelto e lo ha condannato alle spese di giudizio.
In un secondo ricorso ex art. 709 ter, secondo comma, c.p.c., veniva inoltre sollecitata la condanna ad una sanzione in capo al padre per non aver rispettato nel corso degli anni il diritto di visita ed aver omesso per più di quattro anni il versamento del contributo di mantenimento, ignorando un precedente richiamo ufficiale.

La violenza economica, inquadrata e descritta nella Convenzione di Istanbul e ratificata in Italia con la legge n. 77/2013, si sostanzia in una serie di comportamenti omissivi che non permettono ai familiari di godere di una indipendenza economica, esercitando un controllo indiretto sulle scelte di vita degli stessi. Nella prassi la violenza economica viene raramente riconosciuta e rilevata dai tribunali italiani, ragion per cui tale pronuncia ha il pregio di aver dimostrato il pregiudizio subito dalle figlie e la inidoneità del padre nel suo ruolo di genitore e guida.
Lo stesso Tribunale di Velletri ha avuto modo di statuire che tale inadempimento è da ritenersi alquanto grave nella misura in cui si realizza un completo disinteresse e sprezzo del padre per le esigenze di educazione ed istruzione delle figlie, atteggiamento che si somma alla mancata corresponsione del mantenimento.
Questo indirizzo è basato su un orientamento costante della Corte di Cassazione (ex multis Cass. Civ. n. 26587/2019) che configura tali condotte come un'inidoneità ad affrontare le maggiori responsabilità derivanti dall'affido condiviso, arrivando a concretizzarsi in una fattispecie di violenza economica.

Ciò ha permesso al giudice di derogare all’affidamento condiviso, essendosi rilevata una condizione di manifesta incapacità educativa tale da rendere tale regime dannoso per i figli. Proprio l'omissione del pagamento del mantenimento è ulteriormente indicativo di una carenza di qualsivoglia volontà da parte del genitore di soddisfare le necessità dei figli e di assumere le responsabilità genitoriali. Si ricorda che l'interesse dei figli è il faro che deve guidare il giudice nella gestione della separazione. In questo modo si è potuto affidare alla madre l'autonomia decisionale al fine di tutelare gli interessi maggioritari delle figlie.


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Trust: la Cassazione chiarisce se l’atto istitutivo possa essere assoggettato ad azione revocatoria

Pubblicato il: 18/05/2021

La Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 13883/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in materia di trust, chiedendosi se, con specifico riferimento al caso in cui all’istituzione del trust abbia fatto seguito l’effettiva intestazione del bene conferito al trustee, il relativo atto istitutivo possa essere assoggettato ad azione revocatoria.

La questione sottoposta all’esame dei Giudici di legittimità era nata in seguito alla decisione di una società di gestione del credito di citare in giudizio, in veste di mandataria di un istituto di credito, ai sensi dell’art. 2901 del c.c., le parti di un trust, sul presupposto che il relativo atto istitutivo fosse pregiudizievole per la posizione creditoria del mandante, essendo stato seguito dall'intestazione al trustee del bene conferito. Detta società, infatti, vantando una fideiussione nei confronti di una delle parti del trust, la quale rivestiva il ruolo di garante di una società debitrice, dopo che quest’ultima era stata dichiarata fallita, aveva deciso di esperire azione revocatoria, affinché fosse dichiarata l’inefficacia dell’atto istitutivo del trust familiare, sul presupposto che il proprio credito non potesse essere soddisfatto dalla vendita concorsuale dei beni immobili di proprietà della società debitrice.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello accoglievano l’azione revocatoria proposta dalla società di gestione del credito, dichiarando l’inefficacia, nei suoi confronti, dell’atto istitutivo del trust in questione.

Rimasti soccombenti all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, gli originari convenuti decidevano di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, deducendo la violazione e la falsa applicazione dell’art. 2901 del c.c., in relazione all’assoggettabilità ad azione revocatoria dell’atto istitutivo di un trust. Secondo i ricorrenti, infatti, tale atto non poteva essere assoggettato alla cosiddetta “actio pauliana”, destinata ad investire soltanto l’atto dispositivo con cui i beni erano stati trasferiti al trustee oppure posti sotto il controllo dello stesso, o, ancora, segregati nel patrimonio del disponente, nell’interesse di un beneficiario. A sostegno della propria tesi, essi richiamavano, peraltro, alcune pronunce di merito, secondo cui l’atto istitutivo del trust si sarebbe dovuto considerare “neutro” e, quindi, non idoneo ad incidere sulla garanzia dei creditori.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, evidenziato come, sulla base della costante giurisprudenza di legittimità, nel trust dispositivo è l’atto con il quale viene intestato al trustee il bene conferito in trust, il che, però, “non comporta che la relativa domanda revocatoria debba essere necessariamente indirizzata negli immediati confronti di quest’atto, né che possa, perciò stesso, essere utilmente proposta pure nei confronti dell’atto istitutivo del trust” (cfr. Cass. Civ., n. 25926/2019; Cass. Civ., n. 24212/2019).

Secondo la stessa Corte di Cassazione, in realtà, “nel caso in cui all'istituzione del trust abbia fatto poi seguito l'effettiva intestazione del bene conferito al trustee, la domanda di revocatoria, che assume ad oggetto l'atto istitutivo, appare comunque idonea a produrre l'esito di inefficacia dell'atto dispositivo a cui propriamente tende la predetta azione (ove la dichiarazione di inefficacia potesse essere emessa anche in assenza dell'effettiva esistenza di un atto dispositivo, per contro, si fuoriuscirebbe senz'altro dalla funzione di conservazione patrimoniale che risulta specificamente connotare, nel sistema del codice civile, come ripreso anche nella sede della normativa fallimentare, lo strumento dell'azione revocatoria)” (Cass. Civ., n. 25926/2019).

La stessa citata pronuncia di legittimità ha, inoltre, precisato come, per constatare la suddetta idoneità, sia sufficiente considerare che l’atto di trasferimento ed intestazione del bene conferito al trustee non risulti essere un atto isolato ed autoreferente, visto che, nella complessa dinamica di un’operazione di trust, lo stesso si pone, non solo come atto conseguente, ma, prima ancora, come atto dipendente da quello istitutivo.

Secondo la dottrina maggioritaria, peraltro, il trustee risulta titolare di un ufficio o di una funzione, per cui egli è proprietario non già nel proprio interesse, bensì nell’interesse altrui, secondo i termini e le modalità stabiliti di volta in volta dall’atto istitutivo. La particolare tipologia di proprietà sussistente in capo al trustee non potrebbe, quindi, sopravvivere all’inesistenza o, comunque, al venir meno dell’atto istitutivo del trust.

Da ciò deriva, dunque, che l’inefficacia dell’atto istitutivo che consegue all’accoglimento di un’azione revocatoria, determina anche l’inefficacia dell’atto dispositivo.


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