Vizi della cosa consegnata prima della stipula del definitivo: chiarita la decorrenza del termine per la denuncia

Pubblicato il: 23/03/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 9953/2020, ha avuto modo di chiarire da quando decorre il termine per la denuncia dei vizi presenti su un bene immobile, il quale sia stato consegnato al promissario acquirente prima della stipula del contratto definitivo.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito alla decisione della società promittente venditrice, di convenire in giudizio il promissario acquirente che, dopo aver sottoscritto il contratto preliminare per l’acquisto di un immobile in corso di edificazione, corrispondendo la richiesta caparra confirmatoria, oltre ad un acconto, non si era, poi, recato dal notaio per la stipula del contratto definitivo, nonostante l’immobile gli fosse già stato consegnato. L’attrice chiedeva, quindi, che fosse accertato l’inadempimento della controparte, con la conseguente declaratoria del suo diritto a trattenere la caparra, nonché ad ottenere la restituzione dell’immobile, oltre al risarcimento del danno derivatole dall’occupazione abusiva dello stesso.

Il convenuto, nel costituirsi in giudizio, eccepiva l’inadempimento dell’attrice, stante la presenza di una serie di vizi nell’immobile oggetto del preliminare, chiedendo, pertanto, l’emissione di una pronuncia ai sensi dell’art. 2932 del c.c., oltre alla riduzione del prezzo convenuto per l’acquisto, in proporzione all’entità dei vizi lamentati.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello, tuttavia, accoglievano le istanze attoree. La Corte territoriale, in particolare, sosteneva come non fosse stata dimostrata la sussistenza dei vizi contestati dal convenuto, posto che le deposizioni testimoniali non avevano consentito né di individuare precisi e puntuali vizi dell’immobile, né di stabilire con certezza la data e le circostanze della relativa denuncia.
Gli stessi Giudici di secondo grado sottolineavano, inoltre, come le due raccomandate invocate dal promissario acquirente, oltre ad essere posteriori di oltre sei mesi alla presa di possesso dell’immobile, fossero del tutto generiche.

La Corte territoriale evidenziava, poi, come, concordemente con quanto deciso dal Tribunale, i vizi denunciati non fossero idonei a supportare l’eccezione di inadempimento, sottolineando, in ogni caso, come tale affermazione non fosse stata oggetto di specifica contestazione in appello.

Rimasto soccombente all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, l’originario convenuto ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, denunciando, innanzitutto, la violazione e la falsa applicazione dell’art. 1495 del c.c. Egli, infatti, contestava la decisione d’appello in ordine all’intervenuta decadenza del suo diritto a far valere la garanzia per vizi dell’immobile perché non denunciati nei termini di legge, posto che la norma invocata presupponeva, in realtà, l’intervenuto trasferimento del diritto il quale, nel caso di specie, non aveva avuto luogo, vista la mancata conclusione del contratto definitivo.

Con un ulteriore motivo di doglianza, il ricorrente eccepiva, poi, la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1490 e 1492 del c.c. A suo avviso, infatti, la Corte territoriale aveva errato sia nel ritenere i difetti da lui denunciati inidonei a suffragare la sua eccezione di inadempimento, sostenendo che gli stessi avessero uno scarso rilievo in relazione al valore dell’immobile, sia nell’affermare che tale circostanza non fosse stata contestata in appello.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Quanto al primo motivo, secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, in materia di contratto preliminare, la consegna dell’immobile, effettuata prima della stipula del definitivo, non determina la decorrenza del termine di decadenza per opporre i vizi noti, né comunque di quello di prescrizione, presupponendo l’onere della tempestiva denuncia l’avvenuto trasferimento del diritto, sicché il promissario acquirente, anticipatamente immesso nella disponibilità materiale del bene, risultato successivamente affetto da vizi, può chiedere l’adempimento in forma specifica del preliminare, ai sensi dell’art. 2932 del c.c., e contemporaneamente agire con l’azione quanti minoris per la diminuzione del prezzo, senza che gli si possa opporre la decadenza o la prescrizione” (Cass. Civ., n. 7584/2016).

In relazione, poi, al secondo motivo di doglianza, gli Ermellini hanno evidenziato come il ricorrente, in sede di giudizio di merito, in aggiunta e come conseguenza logica rispetto alla domanda di pronuncia della sentenza ex art. 2932 del c.c., avesse chiesto anche la riduzione del prezzo di vendita, in proporzione all’entità dei vizi dell’immobile oggetto del contratto, da accertare nel corso del giudizio.

La Corte territoriale avrebbe, quindi, dovuto provvedere sulla domanda di riduzione del prezzo ex art. 1492 del c.c., rapportandone la definizione non ad un generico giudizio di non rilevanza dei vizi ai fini della fondatezza dell’eccezione di inadempimento, ma, piuttosto, all’esistenza degli stessi in relazione a tale domanda, la proposizione della quale risulta rimessa, dalla citata disposizione codicistica, alla facoltà dell’acquirente, quale alternativa alla risoluzione del contratto.


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Il curatore dell’inabilitato può succedere per testamento al proprio assistito?

Pubblicato il: 22/03/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 6079/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine al rapporto esistente tra gli istituti dell’interdizione, dell’inabilitazione e dell’amministrazione di sostegno, chiedendosi, in particolare, se sia conforme alla Costituzione il fatto che la legge non precluda, al curatore dell’inabilitato, la possibilità di succedergli per testamento, alla pari di quanto, invece, disposto, in relazione a tutore, protutore e amministratore di sostegno.

La questione sottoposta al vaglio dei giudici di legittimità era nata in seguito alla decisione di alcuni fratelli di agire in giudizio al fine di ottenere la dichiarazione della nullità o, in alternativa, l’annullamento del testamento olografo redatto dal defunto padre, il quale, pur essendo inabilitato, aveva istituito erede il proprio curatore, attribuendogli l’intera quota disponibile dell’asse ereditario, riservando, quindi, loro, la sola quota di legittima, al netto delle elargizioni da essi già ricevute quando il testatore era ancora in vita.

A sostegno della propria domanda, gli attori deducevano che il padre avesse redatto la scheda testamentaria in condizioni di incapacità naturale, sostenendo, peraltro, che il curatore avrebbe dovuto essere ritenuto incapace di succedere al proprio assistito.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello, tuttavia, rigettavano le istanze attore. La Corte territoriale, in particolare, evidenziava, innanzitutto, come la consulenza tecnica d’ufficio disposta nel corso del giudizio di secondo grado avesse confermato l’esistenza di una capacità naturale in capo al testatore all’atto della redazione del testamento oggetto di causa.

Gli stessi giudici di secondo grado, ritenevano, poi, manifestamente infondata l’eccezione di legittimità costituzionale dell’art. 596 del c.c. in relazione all’art. 3 Cost., con cui gli appellanti avevano sostenuto che, detta norma, prevedendo soltanto per tutore e protutore l’incapacità di succedere per testamento al proprio assistito, realizzasse un’irragionevole disparità di trattamento rispetto alla figura del curatore dell’inabilitato, per la quale, invece, la legge non contemplava un divieto analogo. A sostegno della loro tesi, essi evidenziavano, peraltro, come la suddetta norma fosse richiamata anche dall’art. 411 del c.c., con riferimento all’amministrazione di sostegno, la quale, a loro avviso, si occupava della gestione di situazioni meno gravi di quelle giustificanti l’istituto dell’inabilitazione.

Rimasto soccombente all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, uno degli originari attori ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, riproponendo, in particolare, l’eccezione di incostituzionalità dell’art. 596 del c.c., nella parte in cui non prevedeva l’incapacità di succedere al proprio assistito anche in capo al curatore dell’inabilitato.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo privo di fondamento il suddetto motivo di doglianza.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, evidenziato come la tesi del ricorrente si fondasse sulla ritenuta assimilabilità degli istituti della tutela dell’interdetto, della curatela dell’inabilitato e dell’amministrazione di sostegno, nonché sul presupposto logico che, alle predette forme di assistenza, corrispondessero gradi crescenti di incapacità di curare i propri affari o di infermità del soggetto beneficiato.

Tale posizione non è, tuttavia, coerente né con il quadro normativo vigente in materia, né con la giurisprudenza di legittimità, la quale ha più volte escluso la possibilità di configurare l’istituto dell’amministrazione di sostegno come un quid minus rispetto ai preesistenti istituti dell’interdizione e dell’inabilitazione.

La Cassazione ha, in particolare, affermato il principio di diritto per cui “l’amministrazione di sostegno – introdotta nell’ordinamento dall’art. 3 della legge 9 gennaio 2004, n. 6 – ha la finalità di offrire a chi si trovi nell’impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi, uno strumento di assistenza che ne sacrifichi nella minor misura possibile la capacità di agire, distinguendosi, con tale specifica funzione, dagli altri istituti a tutela degli incapaci, quali l’interdizione e l’inabilitazione, non soppressi, ma solo modificati dalla stessa legge attraverso la novellazione degli artt. 414 e 427 del codice civile. Rispetto ai predetti istituti, l’ambito di applicazione dell’amministrazione di sostegno va individuato con riguardo non già al diverso, e meno intenso, grado di infermità o di impossibilità di attendere ai propri interessi del soggetto carente di autonomia, ma piuttosto alla maggiore idoneità di tale strumento ad adeguarsi alle esigenze di detto soggetto, in relazione alla sua flessibilità e alla maggiore agilità della relativa procedura applicativa. Appartiene all’apprezzamento del giudice di merito la valutazione della conformità di tale misura alle suindicate esigenze, tenuto conto essenzialmente del tipo di attività che deve essere compiuta per conto del beneficiario e considerate anche la gravità e la durata della malattia, ovvero la natura e la durata dell’impedimento, nonché tutte le altre circostanze caratterizzanti la fattispecie” (Cass. Civ., n. 18171/2013; Cass. Civ., n. 619848/2011).

Da tale principio di diritto non può, quindi, che derivare la manifesta infondatezza dello stesso presupposto logico della questione di costituzionalità rilevata dal ricorrente.

Non potendosi, infatti, ravvisare un rapporto di inferiorità dell’amministrazione di sostegno rispetto all’inabilitazione o all’interdizione, posto che detti istituti, pur essendo tutti volti ad assicurare la protezione del soggetto debole, rispondono ad esigenze diverse che non sempre sono suscettibili di essere collocate su una scala unitaria di crescente gravità del disagio dell’assistito, per gli Ermellini non è possibile condividere la tesi del ricorrente, secondo cui il rinvio operato dall’art. 411 del c.c., estendendo in via automatica, all’amministratore di sostegno, il divieto di succedere, espressamente previsto dall’art. 596 del c.c. solo per il tutore e per il protutore, e non, invece, per il curatore dell’inabilitato, sarebbe stato incostituzionale.


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Evasione fiscale: il cliente è tenuto a vigilare sul corretto svolgimento dell’incarico da parte del commercialista?

Pubblicato il: 18/03/2021

La Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16469/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine alla configurabilità del reato di evasione fiscale per omessa dichiarazione, di cui all’art. 5 della legge reati tributari, anche in capo al contribuente che abbia conferito incarico ad un commercialista.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata nell’ambito del procedimento penale che aveva visto imputato, per il reato ex art. 5 della legge reati tributari, il legale rappresentante di una società cooperativa, al quale era stato contestato di aver omesso di presentare, pur essendovi obbligato, le relative dichiarazioni dei redditi e IVA, al fine di evadere le imposte sui redditi e sul valore aggiunto.

Di fronte alla propria condanna, pronunciata all’esito del giudizio d’appello, l’imputato ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo, innanzitutto, un vizio di motivazione della decisione impugnata, in relazione alla sussistenza del dolo specifico. Secondo il ricorrente, infatti, la sola evasione, non era, di per sé, sufficiente ad integrare il reato contestatogli.
Egli, inoltre, dichiarava di non comprendere le ragioni per cui la Corte territoriale non avesse attribuito la dovuta rilevanza né all’errore commesso dal commercialista, da lui incaricato per la trasmissione delle dichiarazioni, il quale aveva omesso di inviarle, né alla grave crisi finanziaria che aveva colpito la società da lui rappresentata.

Con un secondo motivo di ricorso, l’imputato lamentava, poi, un’omessa motivazione in relazione alla sussistenza di circostanze ed elementi inconciliabili con il dolo specifico, evidenziando come fossero stati prodotti in giudizio i modelli F24 incriminati, nonché come fosse stato adempiuto l’obbligo di presentare le dichiarazioni dei redditi.

La Suprema Corte ha, però, rigettato il ricorso, giudicando privi di fondamento i suddetti motivi di doglianza.

Nell’esaminare congiuntamente i due motivi di ricorso presentati dall’imputato, gli Ermellini hanno evidenziato come, secondo la costante giurisprudenza di legittimità in tema di reati tributari, la prova del dolo specifico di evasione, nel delitto di omessa dichiarazione, di cui all’art. 5 della legge reati tributari, possa essere desunta dall’entità del superamento della soglia di punibilità vigente, unitamente alla piena consapevolezza, da parte del soggetto obbligato, dell’esatto ammontare dell’imposta dovuta (Cass. Pen., n. 267022/2016; Cass. Pen., n. 18936/2016).

In altre parole, quindi, l’elemento soggettivo è integrato dalla deliberata ed esclusiva intenzione di sottrarsi al pagamento delle imposte, nella piena consapevolezza dell’illiceità del fine perseguito e del mezzo utilizzato.

Ai fini dell’integrazione del reato in esame, dunque, il soggetto agente deve non soltanto aver lasciato, coscientemente e volontariamente, inadempiuto l’obbligo di dichiarazione, ma deve anche essere stato consapevole che, a tale inadempienza, sia corrisposta un’evasione di imposta superiore alla soglia di punibilità stabilita, in ossequio alla volontà di politica criminale di selezionare le condotte punibili.

Secondo la costante giurisprudenza di legittimità, infatti, “neppure l’affidamento ad un professionista dell’incarico di predisporre e presentare la dichiarazione annuale dei redditi esonera il soggetto obbligato dalla responsabilità penale per il delitto di omessa dichiarazione. Infatti, trattandosi di reato omissivo proprio, la norma tributaria considera come personale ed indelegabile il relativo dovere. Tuttavia, la prova del dolo specifico di evasione non deriva dalla semplice violazione dell’obbligo dichiarativo né da una “culpa in vigilando” sull’operato del professionista che trasformerebbe il rimprovero per l’atteggiamento doveroso da doloso in colposo, ma dalla ricorrenza di elementi fattuali dimostrativi che il soggetto obbligato ha consapevolmente preordinato l’omessa dichiarazione all’evasione dell’imposta per quantità superiori alla soglia di rilevanza penale” (Cass. Pen., n. 37856/2015; Cass. Pen., n. 265087/2015).

Non rileva, dunque, nemmeno il fatto che il commercialista non abbia correttamente assolto l’incarico affidatogli, come prospettato, invece, dall’imputato. In tema di dichiarazioni fiscali, infatti, il contribuente non assolve agli obblighi tributari con il mero affidamento ad un commercialista, a cui dà mandato a trasmettere, in via telematica, la dichiarazione medesima alla competente Agenzia delle Entrate, essendo egli, comunque, tenuto a vigilare affinché tale mandato sia puntualmente adempiuto, sicché la sua responsabilità è suscettibile di esclusione soltanto dinanzi ad un comportamento fraudolento del professionista, finalizzato a mascherare il proprio inadempimento (cfr. Cass. Pen., n. 18845/2016).


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Lavoratore fuma sul posto di lavoro: quali le conseguenze sanzionatorie?

Pubblicato il: 17/03/2021

La Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 12841/2020, ha avuto modo di chiarire se un certo comportamento del lavoratore, per il quale il CCNL di settore preveda l’applicazione della sola sanzione conservativa, possa costituire, comunque, una giusta causa di licenziamento.

La questione sottoposta all’esame dei Giudici di legittimità era nata in seguito alla decisione con cui la Corte d’Appello, in riforma della pronuncia di primo grado, aveva deciso di accogliere la domanda di annullamento, presentata da un lavoratore, avverso il licenziamento per giusta causa intimatogli per aver contravvenuto al divieto di fumo durante l’orario di lavoro. La Corte territoriale, infatti, dopo aver circoscritto l’oggetto del licenziamento alla mera contravvenzione del divieto di fumare, aveva escluso che il fatto addebitato al lavoratore, pur essendo stato provato, rientrasse nella previsione di cui all’art. 48, lett. b), del CCNL di settore, il quale ricollegava il licenziamento ai soli casi in cui il lavoratore fosse trovato “a fumare dove può provocare un pregiudizio all’incolumità delle persone o alla sicurezza degli impianti”.

Secondo il parere dei Giudici di secondo grado, pertanto, il caso di specie poteva integrare soltanto la previsione collegata al mero divieto di fumare, di cui all’art. 47 del medesimo CCNL, il quale disponeva, in tali ipotesi, l’applicazione della sanzione conservativa dell’ammonizione o della sospensione dal lavoro e dalla retribuzione, con la conseguente illegittimità del licenziamento e la necessaria reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, ai sensi del comma 4 dell’art. 18 dello st. lav., come modificato dalla l. n. 92/2012.

Avverso tale decisione, la società datrice di lavoro decideva di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo, in particolare, la violazione e la falsa applicazione degli artt. 51, nn. 1 e 2 della l. n. 3/2003 e degli artt. 48, lett. f), e 47, lett. h), del CCNL di settore. A suo avviso, infatti, la Corte d’Appello aveva trascurato il fatto che il divieto di fumare fosse, ex lege, inderogabile, e che la clausola contenuta nel contratto collettivo di lavoro richiedesse la sussistenza di un pregiudizio all’incolumità delle persone e alla sicurezza degli impianti anche solo potenziale.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, giudicando privo di fondamento il suddetto motivo di doglianza.

I Giudici di legittimità hanno, innanzitutto, evidenziato come, in tema di licenziamento per giusta causa, in ossequio al canone di proporzionalità, rilevi ogni condotta che, per la sua gravità, possa minare la fiducia del datore di lavoro, facendogli ritenere che la continuazione del rapporto lavorativo possa essere pregiudizievole per gli scopi aziendali, essendo, dunque, determinante, in tal senso, l’influenza che su ciò possa avere il comportamento del lavoratore, che, per le sue concrete modalità, denoti una scarsa inclinazione all’attuazione degli obblighi lavorativi, in conformità ai principi di diligenza, buona fede e correttezza.

Secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, spetta, peraltro, al giudice di merito, valutare la congruità della sanzione espulsiva comminata ad un lavoratore, non sulla base di una valutazione astratta dell’addebito, bensì tenendo conto di ogni circostanza concreta, alla luce di una valutazione unitaria e sistematica della sua gravità rispetto ad un’utile prosecuzione del rapporto di lavoro, dando rilievo, in particolare, “alla configurazione delle mancanze operata dalla contrattazione collettiva, all’intensità dell’elemento intenzionale, al grado di affidamento richiesto dalle mansioni, alle precedenti modalità di attuazione del rapporto, alla durata di quest’ultimo, all’assenza di pregresse sanzioni, nonché alla natura e alla tipologia del rapporto medesimo” (cfr. ex multis Cass. Lav., n. 2013/2012; Cass. Lav., n. 13574/2011).

La stessa Cassazione ha, peraltro, già avuto modo di precisare che “la giusta causa di licenziamento è nozione legale ed il giudice non è vincolato dalle previsioni del contratto collettivo onde lo stesso può ritenere la sussistenza della giusta causa per un grave inadempimento o per un grave comportamento del lavoratore, contrario alle norme della comune etica o del comune vivere civile, ove tale grave inadempimento o tale grave comportamento, secondo un apprezzamento di fatto non sindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, abbia fatto venire meno il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore e, per altro verso, può escludersi altresì che il comportamento del lavoratore costituisca di fatto una giusta causa, pur essendo qualificato come tale dal contratto collettivo, in considerazione delle circostanze concrete che lo hanno caratterizzato” (Cass. Lav., n. 4060/2011).

Secondo gli stessi Ermellini, la scala valoriale espressa dal contratto collettivo, deve costituire uno dei parametri cui occorre fare riferimento per riempire il contenuto della clausola generale di cui all’art. 2119 del c.c., considerato che la l’art. 30, comma 3, della l. n. 183/2010, ha previsto che “nel valutare le motivazioni poste alla base del licenziamento, il giudice tiene conto delle tipizzazioni di giusta causa e di giustificato motivo presenti nei contratti collettivi di lavoro” (Cass. Lav., n. 32500/2018; Cass. Lav., n. 28492/2018).

Tale principio generale subisce, però, un’eccezione, ove la previsione negoziale ricolleghi ad un determinato comportamento giuridicamente rilevante una sola sanzione conservativa. In questi casi, infatti, il giudice è vincolato dal contratto collettivo, trattandosi di una condizione di maggior favore fatta espressamente salva dal legislatore, ai sensi dell’art. 12 della l. n. 604/1966.

Qualora, dunque, alla condotta di un lavoratore sia ricollegata una sanzione conservativa, il giudice non può estendere il catalogo delle giuste cause o dei giustificati motivi di licenziamento oltre quanto stabilito dall’autonomia delle parti, a meno che non si accerti che le parti stesse abbiano inteso prevedere, per i casi di maggiore gravità, la possibilità di applicare una sanzione espulsiva (cfr. ex multis Cass. Lav., n. 17337/2016; Cass. Lav., n. 11860/2016).

Secondo la Cassazione risulta, dunque, conforme ai suddetti principi di diritto, la decisione della Corte territoriale, la quale ha accertato che, in relazione al caso di specie, non si potesse ritenere sussistente la nozione legale di giusta causa di licenziamento, anche alla luce delle fattispecie previste dal CCNL di settore, nonché sulla base della scala valoriale in esso contenuta, pervenendo così, all’esclusione della sussistenza di una giustificazione della sanzione espulsiva intimata al lavoratore.


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Il compimento della voltura catastale da parte dell’erede comporta accettazione tacita di eredità?

Pubblicato il: 16/03/2021

La Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 1438/2020, ha avuto modo di chiarire i criteri da seguire al fine di accertare l’avvenuta accettazione tacita di un’eredità, da parte del presunto erede.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito alla sentenza con cui la Corte d’Appello aveva confermato la pronuncia emessa dal giudice di prime cure, la quale, su domanda della banca creditrice della de cuius, aveva accertato che il convenuto, successibile ex lege della dante causa, aveva compiuto degli atti che comportavano un’accettazione tacita dell’eredità materna.

La Corte territoriale ha, innanzitutto, condiviso la tesi del Tribunale per cui il compimento di una voltura catastale in relazione a degli immobili compresi nell’asse ereditario, comportava un’accettazione tacita dell’eredità. Oltre a ciò, gli stessi Giudici d’appello evidenziavano come il convenuto avesse trasferito la propria residenza in un alloggio caduto in successione, sostenendo anche i relativi oneri condominiali.

L’originario convenuto, presunto erede, rimasto soccombente all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, decideva di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione censurando, da un lato, la tesi, fatta propria dalla Corte d’Appello, secondo cui la voltura catastale di un immobile ereditario costituiva un atto di accettazione tacita dell’eredità, e, dall’altro, la ricostruzione dei fatti, proposta con la sentenza di secondo grado, in ordine alla propria immissione nel possesso di un immobile ereditario, al pagamento dei relativi oneri condominiali, nonché al trasferimento della propria residenza anagrafica.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso.

Gli Ermellini hanno evidenziato come, secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, “l’accettazione tacita di eredità, che si ha quando il chiamato all’eredità compie un atto che presuppone la sua volontà di accettare e che non avrebbe diritto di compiere se non nella qualità di erede, può essere desunta anche dal comportamento del chiamato, che abbia posto in essere una serie di atti incompatibili con la volontà di rinunciare o che siano concludenti e significativi della volontà di accettare; ne consegue che, mentre sono inidonei allo scopo gli atti di natura meramente fiscale, come la denuncia di successione, l'accettazione tacita può essere desunta dal compimento di atti che siano al contempo fiscali e civili, come la voltura catastale, che rileva non solo dal punto di vista tributario, ma anche da quello civile” (Cass. Civ., n. 22317/2014; Cass. Civ., n. 10796/2009).

Peraltro, “l’indagine relativa all’esistenza o meno di un comportamento qualificabile in termini di accettazione tacita, risolvendosi in un accertamento di fatto, va condotta dal giudice di merito caso per caso (in considerazione delle peculiarità di ogni singola fattispecie, e tenendo conto di molteplici fattori, tra cui quelli della natura e dell’importanza, oltreché della finalità, degli atti di gestione), e non è censurabile in sede di legittimità, purché la relativa motivazione risulti immune da vizi logici o da errori di diritto” (Cass. Civ., n, 12753/1999).

Alla luce di tali principi, dunque, la Cassazione, nel rigettare le doglianze avanzate dal ricorrente, non ha potuto far altro che evidenziare come, in realtà, i Giudici di merito non abbiano fatto discendere l’esistenza di un’accettazione tacita di eredità dal solo compimento di una voltura catastale, avendo considerato complessivamente tutte le circostanze di causa, ponendo l’accento, in particolare, sul fatto che il chiamato all’eredità vivesse nell’immobile ereditario e che avesse pagato i relativi oneri condominiali.


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La sentenza che accerta l’inesistenza di una servitù costituisce titolo esecutivo?

Pubblicato il: 15/03/2021

Due proprietari di un fondo avevano proposto ricorso ex art. 612 c.p.c. nei confronti di un albergo, chiedendo al giudice dell’esecuzione di ordinare l’apposizione di una sbarra inamovibile lungo la rampa d’accesso ad un garage, in virtù di una sentenza del Tribunale di Belluno che accertava l'insussistenza della servitù di passaggio lungo la rampa vantata dall'albergo. Il giudice dell’esecuzione aveva accolto il ricorso e disposto con ordinanza l’apposizione della sbarra.
L’albergo, di conseguenza, aveva proposto opposizione agli atti esecutivi, la quale era stata accolta dal Tribunale, che, di conseguenza, aveva annullato l'ordinanza resa ex art. 612 c.p.c. I due proprietari del fondo avevano perciò proposto ricorso in Cassazione.
La Corte di Cassazione si è pronunciata con l’ordinanza n. 9637/2020, rigettando il ricorso. La questione sottoposta alla Suprema Corte concerneva il rapporto tra accertamento (negativo) di un diritto ed azione tesa a far cessare le turbative del diritto di proprietà. La sentenza pronunciata dal Tribunale di Belluno con cui veniva accertata l'insussistenza della servitù di passaggio vantata dall'albergo sui fondi dei vicini aveva contenuto di mero accertamento negativo, ma non conteneva alcuna condanna suscettibile di esecuzione forzata ex art. 612 c.p.c.
Trattandosi di un'azione negatoria, gli attori avevano errato a rivolgersi al giudice dell’esecuzione ex art. 612 c.p.c., dal momento che erano sprovvisti di un titolo esecutivo contenente l'indicazione delle misure da adottare; essi avrebbero prima dovuto chiedere l'ordine di cessazione delle turbative ai sensi dell'art. 949 comma 2 c.c. al giudice del merito.
La Cassazione ha affermato che “la sentenza che, accogliendo un'azione negatoria servitutis, si limiti ad accertare l'inesistenza della servitù, non è utilizzabile come titolo esecutivo per richiedere al giudice dell'esecuzione, ex art. 612 c.p.c., l'individuazione delle misure atte a garantire la protezione da turbative o molestie, ove sul punto non si sia pronunciato, con statuizione di condanna, il giudice del merito ai sensi dell'art. 949 c.c., comma 2”. Specularmente, nel caso di accertamento della servitù ex art. 1079 c.c., non è possibile rivolgersi al giudice dell’esecuzione per far cessare eventuali impedimenti o turbative se l'adozione dei provvedimenti necessari non sia stata prima disposta dal giudice del merito.

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Nella dichiarazione dei redditi vanno indicate anche le criptovalute?

Pubblicato il: 11/03/2021

Il TAR del Lazio, con la sentenza n. 1077/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in relazione alla legittimità delle istruzioni fornite dall’Agenzia delle Entrate in ordine alla compilazione del quadro RW del Modello Unico per i redditi delle persone fisiche, chiedendosi se, effettivamente, sia necessario indicarvi anche l’eventuale possesso di valute virtuali.

La questione è sorta in seguito al ricorso presentato da alcune associazioni, aventi lo scopo di promuovere una più ampia diffusione della tecnologia identificata sotto il nome di “Blockchain”, nonché di rappresentare gli interessi e le istanze di tutti i soggetti che svolgano attività ad essa connesse o, comunque, riconducibili, quali, ad esempio, lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione dei relativi software ed hardware. Con il loro atto introduttivo, le associazioni ricorrenti hanno contestato l’inserimento, da parte dell’Agenzia delle Entrate, delle cosiddette valute virtuali nell’ambito degli obblighi di monitoraggio fiscale, individuando i loro detentori quali destinatari degli adempimenti di cui al D.L. n. 167/1990, senza che, a loro avviso, alcuna norma di legge, di rango primario o secondario, avesse previsto alcunché in tal senso.

Secondo le ricorrenti, infatti, detto inserimento era stato realizzato in base alla semplice pubblicazione, da parte dell'Agenzia delle Entrate, delle “istruzioni per la compilazione del modello 2019 per la dichiarazione dei redditi delle persone fisiche”, che, alla riga 14 del quadro RW, relativo agli “investimenti all’estero e attività estere di natura finanziaria”, aveva previsto l’obbligo di indicare anche “le altre attività estere di natura finanziaria e valute virtuali”.

In sintesi, dunque, secondo le ricorrenti, l’Agenzia delle Entrate aveva assoggettato le criptovalute all’imposizione fiscale in via amministrativa, senza che ciò avesse un fondamento normativo, nonché senza l'adozione di un provvedimento amministrativo e senza, peraltro, che le monete virtuali possedessero delle caratteristiche tali da consentirne l’assimilazione ai redditi di natura finanziaria. In particolare, le monete virtuali non erano incluse nell’elencazione tipica dei redditi di cui all’art. 6 del T.U.I.R., ed inoltre, da un lato, la loro non assoggettabilità a criteri geografici a fini di conservazione, non ne permetteva l’inclusione tra le attività finanziarie estere, e, dall’altro, la loro natura di mezzi di scambio, privi di valore monetario, ostava alla loro assimilazione ai redditi finanziari.

Il Giudice adito ha respinto il ricorso.

Si è, innanzitutto, precisato come, in realtà, a norma dell’art. 4 del D.L. n. 167/1990, convertito in l. n. 227/1990 “le persone fisiche, gli enti non commerciali e le società semplici ed equiparate ai sensi dell’art. 5 del T.U.I.R., residenti in Italia, che nel periodo di imposta detengono investimenti all’estero ovvero attività estere di natura finanziaria, suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia, devono indicarle nella dichiarazione annuale dei redditi”.

Ad essere dirimente è, però, il fatto che la modifica del D.L. n. 167/1990, ad opera del d.lgs. n. 90/2017, abbia esplicitamente inserito l’utilizzo delle monete virtuali nel novero delle operazioni relative ai trasferimenti da e per l’estero, rilevanti ai fini del relativo monitoraggio ex art. 1 del D.L. n. 167/1990, il quale, sotto il profilo oggettivo, assoggetta espressamente a detto monitoraggio sia l’utilizzo di valute virtuali, che quello di mezzi di pagamento in generale, e, sotto il profilo soggettivo, prevede che a tali obblighi di monitoraggio siano tenuti sia gli operatori finanziari che quelli non finanziari.

Alla luce di tale disposizione, dunque, risulta infondata l’argomentazione delle ricorrenti secondo cui le valute virtuali non avrebbero dovuto essere dichiarate nel quadro RW, in quanto non espressamente indicate nel citato art. 4. La nozione di investimenti esteri valida ai fini di detto monitoraggio, è, infatti, chiaramente definita dall’art. 1 del medesimo D.L. n. 167/1990, il quale include nella definizione di “investimenti all’estero” e di “attività estere di natura finanziaria” anche gli investimenti e le attività che siano poste in essere attraverso l’impiego di valute virtuali.


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Testamento: come si interpretano le espressioni dubbie?

Pubblicato il: 10/03/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 7025/2019, è tornata a pronunciarsi in materia testamentaria, precisando quelli che sono i criteri da applicare al fine di interpretare la volontà del testatore, nel caso in cui il testamento contenga delle parole o delle espressioni di dubbio significato.

La questione sottoposta all’esame degli Ermellini era nata all’interno della vicenda giudiziaria nella quale alcuni eredi avevano citato in giudizio l’Arcidiocesi a cui il de cuius aveva assegnato, a titolo di legato, alcuni immobili di sua proprietà “per fini di culto e di religione”. Uno di tali immobili, infatti, dopo essere stato gestito, nei primi tempi, dalle suore per la cura dei preti poveri, era stato trasformato in diversi mini locali affittati a terzi, per cui gli altri eredi del testatore avevano deciso di agire in giudizio affinché fosse dichiarata la risoluzione del legato per inadempimento del modus in esso contenuto.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello accoglievano le istanze attoree. I giudici di secondo grado, in particolare, consideravano corretto il ragionamento che aveva portato il Tribunale a ritenere che, al fine di ricostruire la volontà espressa nella scheda testamentaria del de cuius, si dovesse utilizzare e valorizzare una lettera da lui inviata alla Curia nel 1943, ove spiegava cosa intendesse con l’espressione “fini di culto e di religione”, apposta nel legato. Parimenti corretta risultava, a loro avviso, la qualificazione di detta clausola come modus.

Rimasta soccombente all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, l’Arcidiocesi ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo, in particolare, la violazione e la falsa applicazione degli artt. 587 e 1362 del c.c. Secondo la ricorrente, infatti, la Corte territoriale aveva errato nell’interpretare la volontà del testatore sulla base della lettera del 1943, essendo, tale conclusione, contraria al principio secondo cui i documenti estranei al testamento potevano essere utilizzati per interpretare la volontà del de cuius, ma non per integrarla, considerato, peraltro, che detta lettera non era autografa, bensì dattiloscritta e che, in forza della sua considerazione, la disposizione testamentaria che conteneva un legato semplice, era stata trasformata in un legato modale.

La Suprema Corte ha accolto il suddetto motivo di ricorso.

La giurisprudenza di legittimità ha, difatti, precisato più volte che l’interpretazione di un testamento, rispetto a quella di un contratto, si caratterizza per una più profonda ricerca della volontà del testatore, la quale, ai sensi dell’art. 1362 del c.c., va individuata sulla base dell’esame globale della scheda testamentaria, e non, quindi, di ciascuna singola disposizione.

Sempre secondo la Cassazione, poi, “al fine di superare eventuali dubbi sull’effettivo significato di parole ed espressioni usate dal testatore, si deve fare riferimento anche ad elementi estrinseci a detta scheda, quali la cultura, la mentalità, le abitudini espressive e l’ambiente di vita dello stesso testatore, in modo tale che il giudice di merito, il cui accertamento è insindacabile in sede di legittimità se immune da vizi logici e giuridici, nella doverosa ricerca di detta volontà, può attribuire alle parole usate dal testatore un significato diverso da quello tecnico e letterale, quando si manifesti evidente, nella valutazione complessiva dell’atto, che esse siano state adoperate in senso diverso, purché non contrastante e antitetico, e si prestino ad esprimere in modo più adeguato la reale intenzione del de cuius” (Cass. Civ., n. 10075/2018; Cass. Civ., n. 12861/1993).

Il rispetto dei criteri ermeneutici che mirano a ricostruire l’effettiva volontà del testatore, impedisce, tuttavia, qualsiasi operazione che conduca ad integrare ab extrinseco quest’ultima, attribuendole dei contenuti inespressi o, comunque, diversi da quelli risultanti dalla dichiarazione stessa.

Nel caso di specie, concordemente a quanto ritenuto dalla ricorrente, i giudici di merito non si sono, però, attenuti a tali principi di diritto, in quanto, pur svolgendo le loro considerazioni su un piano apparentemente interpretativo, hanno, in realtà, utilizzato la lettera del 1943, non per chiarire il significato dell’espressione “fini di culto e di religione” contenuta nel legato, bensì per attribuirle un contenuto particolare e specifico.

Così facendo, dunque, la Corte territoriale ha, di fatto, posto in essere un’operazione diretta, non a ricostruire la volontà del de cuius, ma, piuttosto, ad integrarla, attribuendole un significato non espresso all’interno della scheda testamentaria.


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È discriminatorio escludere i disabili privi di patente o di veicolo dalla fruizione di parcheggi gratuiti

Pubblicato il: 09/03/2021

La Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 24936/2019, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine alla legittimità o meno di un regolamento comunale il quale preveda che beneficiari di un permesso per parcheggiare gratuitamente sui posti auto a pagamento possano essere soltanto i disabili in possesso della patente di guida o, comunque, proprietari di un veicolo, escludendo, di conseguenza, quelli che non rispondano a tali requisiti.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata nell’ambito del procedimento in cui una cittadina disabile aveva citato in giudizio il Comune di residenza, ritenendo discriminatorio il regolamento comunale che non aveva previsto che anche i disabili non provvisti di patente o di veicolo di proprietà, potessero usufruire del permesso gratuito di sosta nei parcheggi delimitati dalle strisce blu, qualora quelli riservati alle persone con disabilità fossero tutti occupati.

Le istanze attoree, tuttavia, venivano rigettate all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito. Sia il Tribunale che la Corte d’Appello sostenevano, infatti, che non fosse configurabile alcuna discriminazione, posto che la disciplina comunale incriminata rispondeva a criteri di equilibrio e ragionevolezza. La Corte territoriale osservava, peraltro, come le esigenze di frequentazione del centro cittadino da parte dell’attrice non avessero una frequenza e una durata tali da far sì che l’eventualità di dover parcheggiare nei posti a pagamento comportasse un esborso eccessivo rispetto alle sue capacità economiche, non incidendo, quindi, sulla sua libertà di movimento.

Rimasta soccombente, l’originaria attrice ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo, come, in sostanza, non riconoscendo la portata discriminatoria di quanto previsto dal Comune convenuto, i Giudici di merito avessero realizzato una violazione dell’art. 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, degli artt. 5, 20, 28 e 30 della Convenzione Internazionale delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, nonché dell’art. 14 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Prendendo le distanze da quanto ritenuto dalla Corte di merito, gli Ermellini hanno evidenziato come sia indiscutibile che i disabili, al fine di accedere al centro cittadino, non abbiano le medesime opportunità delle persone non disabili, che possono servirsi, senza difficoltà, di altri mezzi di locomozione, quali biciclette o motocicli, i quali sono, invece, normalmente interdetti ai disabili, o, comunque, dei mezzi pubblici, il cui utilizzo è consentito anche ai disabili, ma con modalità di non sempre facile applicazione.

Su tali premesse, pur riconoscendo che la previsione del Comune convenuto ha agevolato economicamente le persone disabili, fornendo un incentivo per indurre queste ultime a condurre una vita relazionale assimilabile a quella delle persone normodotate, la Cassazione ha, però, rilevato come la stessa abbia, al contempo, posto in essere una condotta discriminatoria indiretta ai danni dei disabili non muniti di patente e non proprietari di un autoveicolo, i quali, per i loro spostamenti, necessitano dell’ausilio di un familiare, non permettendo loro di usufruire di posti auto gratuiti, a meno che non dimostrino di dover accedere frequentemente al centro cittadino per necessità lavorative o di assistenza e cura.

Secondo i Giudici di legittimità, dunque, la previsione fatta oggetto del caso di specie è senza dubbio discriminatoria, in quanto non considera meritevoli di tutela gli spostamenti del disabile, privo di patente e di veicolo, per motivi di mero svago o di relazione sociale.

A norma dell’art. 2, comma 3, della l. n. 67/2006, peraltro, “si ha discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri mettono una persona con disabilità in una posizione di svantaggio rispetto ad altre persone”. E questo è proprio ciò che è accaduto nel caso di specie, in cui il Comune, nel riconoscere un beneficio ad una particolare categoria di disabili, ne ha posto un’altra in una posizione di svantaggio, nonostante si possa presumere che i soggetti disabili privi di patente o di un veicolo, siano, di norma, affetti da una patologia più grave rispetto agli altri.

Una previsione di questo genere non può, altresì, essere giustificata dalla volontà di prevenire l’abuso di un tale privilegio da parte dei familiari addetti al trasporto del disabile: secondo la Suprema Corte, infatti, pur sussistendo effettivamente un rischio di questo tipo, esso non può essere evitato negando un diritto, ma, piuttosto, predisponendo un adeguato sistema di controlli e di sanzioni.


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Mobbing: come ottenere il risarcimento del danno?

Pubblicato il: 08/03/2021

La Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 12364/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in materia di mobbing lavorativo, fornendo, in particolare, alcune importanti precisazioni in merito all’onere probatorio ricadente in capo a colui che intenda essere risarcito dei danni subiti a causa delle condotte vessatorie di colleghi e superiori.

La questione sottoposta all’esame degli Ermellini era nata in seguito alla domanda di risarcimento, avanzata da un agente di polizia municipale, il quale lamentava di aver subito dei danni di natura biologica, psichica e morale, nonché alla propria vita di relazione, in seguito ai comportamenti di mobbing posti in essere nei suoi riguardi da colleghi e superiori, i quali si erano sostanziati, a suo avviso, in una vera e propria persecuzione maniacale, posta in essere attraverso una generale intolleranza nei suoi confronti, nonché per mezzo di controlli troppo assidui, di iniziative disciplinari pretestuose e di condotte eccessivamente aggressive.

Nonostante il loro iniziale accoglimento, all’esito del giudizio di primo grado, le istanze attoree venivano, poi, rigettate dalla Corte d’Appello, secondo la quale quanto affermato dai testimoni sentiti nel corso del giudizio non aveva confermato i fatti posti, dal lavoratore, a sostegno delle proprie doglianze.

Avverso tale sentenza, il lavoratore ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo, in sintesi, la violazione e la falsa applicazione delle norme di diritto in materia di mobbing, nonché l’omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa fatti controversi e decisivi per il giudizio, con particolare riferimento alla negata sussistenza del mobbing, e, ancora, un vizio di motivazione sotto il profilo dell’erronea valutazione del materiale probatorio.

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, considerato che, a suo parere, il ricorrente, pur avendo denunciato, nella rubrica, una violazione o falsa applicazione di norme di diritto in materia di mobbing, aveva eccepito, in realtà, l’erroneità del giudizio espresso sul materiale probatorio offerto, giudizio, questo, che non può essere rivisto in sede di legittimità.

Poste tali premesse, gli Ermellini hanno, comunque, evidenziato come la Corte d’Appello si sia conformata alla nozione di mobbing espressa dalla costante giurisprudenza di legittimità, in base alla quale “ai fini della configurabilità del mobbing lavorativo devono ricorrere: a) una serie di comportamenti di carattere persecutorio – illeciti o anche leciti se considerati singolarmente – che, con intento vessatorio, siano posti in essere contro la vittima in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi; b) l’evento lesivo della salute, della personalità o della dignità del dipendente; c) il nesso eziologico tra le descritte condotte e il pregiudizio subito dalla vittima nella propria integrità psico-fisica e/o nella propria dignità; d) l’elemento soggettivo, cioè l’intento persecutorio unificante di tutti i comportamenti lesivi” (cfr. ex multis Cass. Lav., n. 32151/2018; Cass. Lav., n. 12437/2018; Cass. Lav., n. 26684/2017).

In ossequio a tale statuizione e valutando puntualmente le risultanze di causa, i giudici di merito hanno, quindi, correttamente ritenuto che, nel caso de quo, per quanto fosse emersa la sussistenza di una situazione conflittuale tra il lavoratore ed il suo superiore, non ricorresse un comportamento effettivamente persecutorio, avendo il superiore agito nell’ambito dei poteri conferitigli dall’ufficio ricoperto, e che, in molte occasioni, i suoi interventi erano stati indirizzati anche nei confronti di altri agenti.

La Corte territoriale non ha, quindi, errato nel ritenere insufficiente la prova fornita dal lavoratore, su cui incombeva l’onere di dimostrare che il comportamento posto in essere, ai suoi danni, dai superiori gerarchici, fosse stato intenzionalmente ed ingiustificatamente ostile, nonché come lo stesso fosse consistito in plurime condotte connotate da un’oggettiva prevaricazione e vessatorietà, essendo, a tal fine, irrilevanti le mere posizioni divergenti o conflittuali connesse alle ordinarie dinamiche relazionali all’interno dell’ambiente lavorativo.


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