Il chiamato rinuncia all’eredità: quali tutele per i suoi creditori?

Pubblicato il: 18/02/2021

La Sesta Sezione della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 5994/2020, ha avuto modo di chiarire quelli che sono i presupposti necessari per l’impugnazione della rinuncia all’eredità da parte dei creditori dell’erede rinunciante, ex art. 524 del c.c.

La questione sottoposta all’esame degli Ermellini era nata in seguito all’impugnazione, proposta ai sensi dell’art. 524 del c.c., dalla creditrice di due coeredi che avevano rinunciato all’eredità dei propri genitori.

Di fronte all’accoglimento delle istanze attoree, all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, i coeredi convenuti ricorrevano dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo la violazione e la falsa applicazione dell’art. 524 del c.c., in relazione all’art. 2697 del c.c.
A loro avviso, infatti, ai fini della prova dell’eventus damni, sarebbe dovuto ricadere in capo all’attrice l’onere di dimostrare la consistenza del patrimonio dei debitori, mentre essa, nel caso di specie, non vi aveva provveduto in alcun modo. Secondo i ricorrenti, dunque, i giudici di merito avevano indebitamente invertito l’onere della prova, avendo erroneamente richiesto che fossero i debitori convenuti a dimostrare la capienza dei propri patrimoni rispetto alle ragioni attoree, anche in seguito all’intervenuta rinuncia all’eredità.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso.

Gli Ermellini hanno, infatti, evidenziato che, secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità “per l'impugnazione della rinunzia ereditaria ai sensi dell'art. 524 c.c., è richiesto il solo presupposto oggettivo del prevedibile danno ai creditori, che si verifica quando, al momento dell'esercizio dell'azione, fondate ragioni facciano apparire i beni personali del rinunziante insufficienti a soddisfare del tutto i suoi creditori(Cass. Civ., n. 8519/2016).

Secondo una più risalente pronuncia della stessa Cassazione, peraltro, l’art. 524 c.c. “richiede un unico presupposto di carattere oggettivo, ossia che la rinunzia all'eredità da parte del debitore importi un danno per i suoi creditori, in quanto il suo patrimonio personale non basti a soddisfarli e l'eredità dimostri un attivo, aggiungendosi che basta che al momento della proposizione dell'azione di cui all'art. 524 c.c. il danno sia sicuramente prevedibile, nel senso che ricorrano fondate ragioni per ritenere che i beni personali del debitore possano non risultare sufficienti per soddisfare del tutto i suoi creditori” (Cass. Civ., n. 2394/1974).

Quanto, poi, alla ripartizione dell’onere della prova, i giudici di legittimità hanno ritenuto applicabili, anche nel caso de quo, i principi da essi espressi in relazione all’azione revocatoria, in base ai quali, una volta dimostrato il presupposto oggettivo dell'azione revocatoria ordinaria, ossia l’eventus damni, il quale ricorre non solo nel caso in cui l'atto dispositivo comprometta totalmente la consistenza patrimoniale del debitore, ma anche quando lo stesso atto determini una variazione quantitativa o anche soltanto qualitativa del patrimonio, che comporti una maggiore incertezza o difficoltà nel soddisfacimento del credito, è onere del debitore, che voglia sottrarsi agli effetti di tale azione, provare che il suo patrimonio residuo sia tale da soddisfare ampiamente le ragioni del creditore (Cass. Civ., n. 19207/2018; Cass. Civ., n. 1902/2015).

Alla luce di tali principi, appare dunque chiaro che i giudici di merito, contrariamente a quanto ritenuto dai ricorrenti, non hanno errato nell’aver richiesto a questi ultimi di dimostrare che il loro patrimonio, nonostante la rinuncia all’eredità, fosse in grado di soddisfare il credito dell’attrice.


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Locazione di immobili urbani ad uso non abitativo e Covid-19: è possibile il recesso per causa di forza maggiore?

Pubblicato il: 17/02/2021

Tra i vari quesiti generati dalla pandemia da Covid-19, nonché dalla conseguente chiusura forzata di innumerevoli attività economiche, figura senza dubbio anche quello relativo alla possibilità, per il locatore di un immobile urbano adibito ad un uso diverso da quello abitativo, di recedere dal relativo contratto, ritenendo che l’emergenza sanitaria che ha colpito il nostro Paese possa integrare una causa di forza maggiore.

L’art. 27 della l. n. 392/1978, cosiddetta "Legge equo canone", recante la disciplina delle locazioni di immobili urbani prevede, infatti, a favore del conduttore, due diverse ipotesi di recesso, nell’ambito della locazione di immobili urbani adibiti ad uso diverso da quello abitativo: il recesso convenzionale e il recesso legale o titolato.

Quanto, innanzitutto, al recesso convenzionale, esso è previsto dal comma 7 della citata norma, il quale dispone che “è in facoltà delle parti consentire contrattualmente che il conduttore possa recedere in qualsiasi momento dal contratto dandone avviso al locatore, mediante lettera raccomandata, almeno sei mesi prima della data in cui il recesso deve avere esecuzione”.
In base a tale norma, dunque, le parti hanno la facoltà di attribuire contrattualmente al conduttore, il diritto di recedere dalla locazione in qualsiasi momento, dando, però, al locatore, un preavviso scritto di almeno sei mesi. Come chiarito dalla Corte di Cassazione, peraltro, le parti, nell’esercizio della loro autonomia contrattuale, sono comunque libere di fissare un termine di preavviso inferiore a quello prescritto ex lege, facendo, però, sorgere, in capo al conduttore, l’obbligo di corrispondere i canoni dovuti fino al compimento del periodo di preavviso convenzionalmente stabilito (Cass. Civ., n. 23424/2019).

In relazione a tale ipotesi di recesso, la giurisprudenza di merito ha, tuttavia, precisato che le parti, nel prevedere un termine di preavviso inferiore a quello legale, devono necessariamente indicare il momento da cui il recesso acquista efficacia, considerato che è proprio questo elemento a determinare fino a quando il conduttore dovrà pagare i canoni dovuti alla controparte.

Qualora, però, mancasse una pattuizione di questo tipo, in virtù dell'art. 1372 del c.c., il conduttore sarebbe tenuto a rispettare il contratto fino alla sua scadenza, dovendo, dunque, provvedere, fino ad allora, alla corresponsione del canone concordato, anche nel caso in cui fosse venuto meno il suo interesse nei confronti dell'immobile locato.
Questa evenienza è, tuttavia, in parte scongiurata dalla previsione contenuta al comma 8 dell’art. 27 della l. equo canone, il quale disciplina, invece, il recesso legale, anche detto recesso titolato, prevedendo che indipendentemente dalle previsioni contrattuali il conduttore, qualora ricorrano gravi motivi, può recedere in qualsiasi momento dal contratto con preavviso di almeno sei mesi da comunicarsi con lettera raccomandata”.

Tale previsione normativa consente, quindi, al conduttore, indipendentemente da quanto pattuito con la controparte, di recedere dal contratto di locazione in qualunque momento, limitatamente, però, alle ipotesi in cui sussistano dei gravi motivi, i quali sono costituiti, di fatto, da quelle situazioni sopravvenute, imprevedibili ed inevitabili, che sono, di norma, ritenute idonee ad escludere la responsabilità contrattuale in capo alla parte inadempiente.
Il conduttore che intenda invocare questa tipologia di recesso, nel comunicarlo per iscritto al locatore dovrà, quindi, indicare in modo specifico i gravi motivi che lo hanno indotto a recedere dal contratto, non essendo possibile indicarli in un momento successivo, né potendo addurre, come giustificazione del recesso, il fatto di trovarsi semplicemente in un periodo di crisi economica.

Fondamentale è, innanzitutto, l'osservanza del preavviso semestrale imposto ex lege, in quanto l'interruzione unilaterale del rapporto ad opera del conduttore che, seppur in presenza di gravi motivi, non abbia rispettato tale onere, comporta l'obbligo di risarcire i danni patiti dal locatore, qualora non si dimostri che quest'ultimo non sarebbe, comunque, riuscito ad utilizzare l'immobile, né direttamente né indirettamente (cfr. Cass. Civ., n. 5827/1993).

Per quanto concerne, poi, la specifica indicazione dei gravi motivi che abbiano indotto il conduttore a recedere dal contratto di locazione, essa è richiesta dalla legge proprio in forza dell’unilateralità di tale atto, la quale impone la necessità di tutelare anche il locatore, che avrà, quindi, da un lato, l’onere di verificare la sussistenza di ragioni idonee a giustificare il recesso, e, dall’altro, il diritto di contestarle, se inesistenti.

Ovviamente, però, non tutte le motivazioni sono idonee a giustificare lo scioglimento del contratto di locazione. La giurisprudenza di legittimità si è, infatti, dimostrata unanime nel ritenere che i gravi motivi, idonei a giustificare un recesso ex art. 27, comma 8, l. n. 392/1978, debbano consistere in fatti estranei alla volontà del conduttore, imprevedibili e sopravvenuti alla costituzione del rapporto, ma tali da rendere oltremodo gravosa la sua prosecuzione(cfr. ex multis Cass. Civ., n. 23639/2019; Cass. Civ., n. 12291/2014; Cass. Civ., n. 9443/2010).

Al fine di precisare quali circostanze possano, però, concretamente essere considerate “oltremodo gravose”, sono intervenute diverse pronunce giurisprudenziali, sia di merito che di legittimità. La Corte di Cassazione, in particolare, ha più volte precisato che una tale evenienza non si possa risolvere “nell'unilaterale valutazione effettuata dal conduttore in ordine alla convenienza o meno di continuare il rapporto locativo, e dev'essere, non solo tale da eccedere l'ambito della normale alea contrattuale, ma anche consistere in un sopravvenuto squilibrio tra le prestazioni originarie, tale da incidere significativamente sull'andamento dell'azienda globalmente considerata e, quindi, se di rilievo nazionale o multinazionale, anche nel complesso delle sue varie articolazioni territoriali”(cfr. ex multis Cass. Civ., n. 23639/2019; Cass. Civ., n. 26711/2011).

Proprio in ossequio a tale precisazione, i Giudici di merito hanno, ad esempio, escluso che i gravi motivi, richiesti dal comma 8 dell’art. 27 della l. equo canone, possano essere costituiti dalle variazioni di clientela che non dipendano da cause oggettive ed esterne all’azienda, rappresentando, esse, delle evenienze normali e prevedibili per qualsiasi attività d’impresa. Parimenti, la Cassazione ha escluso che i gravi motivi possano consistere nella soggettiva ed unilaterale valutazione effettuata dal conduttore circa l’opportunità o meno di continuare la locazione (Cass. Civ., n. 15215/2005).

Al contrario, secondo il costante parere della Suprema Corte, “può integrare grave motivo, che legittima il recesso del conduttore, un andamento della congiuntura economica (sia favorevole che sfavorevole all'attività di impresa), sopravvenuto e oggettivamente imprevedibile (quando fu stipulato il contratto), che lo obblighi ad ampliare o ridurre la struttura aziendale in misura tale, da rendergli particolarmente gravosa la persistenza del rapporto locativo (tenendo conto, quanto al requisito della imprevedibilità della congiuntura economica, che esso va valutato in concreto e in relazione ai fattori che ne hanno determinato l'andamento)” (Cass. Civ., n. 9443/2010; Cass. Civ., n. 10980/1996).

Come precisato dalla Cassazione, l’idoneità di una motivazione a giustificare un recesso anticipato deve, altresì, essere accertata in relazione all’attività concretamente svolta dal conduttore nell’immobile locato, non consentendo, peraltro, a quest’ultimo, di non attribuire rilievo alle difficoltà riscontrate da una certa attività rispetto ai risultati positivi registrati, ad esempio, da un altro ramo della medesima azienda (Cass. Civ., n. 5803/2019).

Alla luce di tali precisazioni, il conduttore di un immobile urbano ad uso non abitativo, il quale intenda recedere dal relativo contratto a causa delle conseguenze generate della pandemia di Covid-19 sulla sua attività, dovrà valutare attentamente se esse possano essere considerate dei gravi motivi idonei a giustificare un recesso ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 27 della l. n. 392/1978, tenendo presente, peraltro, che in caso di contestazione, la relativa valutazione non potrà essere rimessa al prudente apprezzamento del giudice.


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Il conducente risponde dei danni riportati dal passeggero che non abbia allacciato la cintura di sicurezza

Pubblicato il: 17/02/2021

La Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 11095/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine alla possibilità di ritenere sussistente, in capo al conducente di un'auto che sia stata tamponata da un altro mezzo, una responsabilità per i danni riportati dal terzo trasportato che non indossava la cintura di sicurezza.

La questione sottoposta al vaglio dei Giudici di legittimità era nata in seguito al rigetto della domanda di risarcimento del danno, avanzata, ex art. 141 del codice ass. private, da una donna, in qualità di terza trasportata, nei confronti del conducente dell’auto a bordo della quale si trovava nel momento in cui la stessa era stata tamponata da un’altra vettura.

Di fronte al rigetto della propria istanza, all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, l’attrice ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo, innanzitutto, la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1223, 1226, 1227, 2043, 2056 e 2697 del c.c., nonché degli artt. 132, comma 4, 115 e 116 del c.p.c. A suo avviso, infatti, il Giudice di secondo grado aveva errato nel ravvisare, sulla base della sola consulenza tecnica d’ufficio, la sua esclusiva responsabilità in relazione alle lesioni subite per il fatto di non aver allacciato la cintura di sicurezza, mentre, secondo il suo parere, si poteva, tuttalpiù, configurare un mero concorso di colpa con il conducente dell’auto da cui era trasportata, avendo egli accettato che essa non si allacciasse la cintura.

Parimenti, la ricorrente si doleva del fatto che il Giudice d’appello avesse considerato la consulenza tecnica d'ufficio quale unica fonte di prova. Non era, infatti, stato considerato né il fatto che il soggetto trasportato, danneggiato in seguito ad un sinistro stradale, potesse ottenere il risarcimento senza dover dimostrare la responsabilità dei conducenti coinvolti nell’incidente, né il fatto che il mancato allacciamento della cintura, pur avendo potuto contribuire alla produzione del danno, non potesse pregiudicare totalmente il diritto del danneggiato ad essere risarcito.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, ribadito come la stessa giurisprudenza di legittimità abbia già più volte affermato che “qualora la messa in circolazione dell’autoveicolo in condizioni di insicurezza sia ricollegabile all’azione od omissione, non solo del trasportato, ma anche del conducente, il quale prima di iniziare o proseguire la marcia deve controllare che essa avvenga in conformità delle normali norme di prudenza e sicurezza, fra costoro si è formato il consenso alla circolazione medesima con consapevole partecipazione di ciascuno alla condotta colposa dell’altro ed accettazione dei relativi rischi; pertanto si verifica un’ipotesi di cooperazione nel fatto colposo, cioè di cooperazione nell’azione produttiva dell’evento”.

Come chiarito dalla stessa Cassazione, dunque, di fronte a situazioni di questo tipo, oltre all’eventuale responsabilità verso terzi ex art. 2054 del c.c., si deve ritenere risarcibile, a carico del conducente del veicolo tamponato, secondo gli artt. 2043, 2056 e 1227 del c.c., anche il pregiudizio all’integrità fisica subito dal soggetto trasportato in conseguenza del sinistro, tenuto conto del fatto che il suo stesso comportamento, nell’ambito dell’indicata cooperazione, non è idoneo ad interrompere il nesso causale tra la condotta del conducente e il danno, ad integrare un valido consenso alla lesione ricevuta, vertendosi in materia di diritti indisponibili (cfr. Cass. Civ., n. 6481/2017; Cass. Civ., n. 10526/2011).


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Il beneficiario dell’amministrazione di sostegno può impugnare autonomamente i provvedimenti del giudice tutelare?

Pubblicato il: 16/02/2021

La Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 5380/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in materia di amministrazione di sostegno, chiedendosi, in particolare, se il beneficiario di tale istituto sia legittimato ad impugnare autonomamente i provvedimenti emessi dal giudice tutelare, nel corso del relativo procedimento, o se, invece, necessiti della sua preventiva autorizzazione.

La questione sottoposta ai Giudici di legittimità era nata in seguito alla sentenza con cui il Tribunale aveva dichiarato l’inammissibilità del reclamo, proposto dai due beneficiari di una procedura di amministrazione di sostegno, contro il provvedimento con cui il giudice tutelare aveva stabilito la necessità dell’intervento dell’amministratore di sostegno anche per il compimento degli atti di ordinaria amministrazione.

Il giudice d’Appello, tuttavia, sul rilievo che il conferimento del mandato al difensore per la proposizione di un’azione giudiziale costituisse un atto di straordinaria amministrazione, riteneva che sussistesse un difetto di legittimazione processuale dei ricorrenti, avendo gli stessi instaurato direttamente il procedimento, in mancanza della rappresentanza dell’amministratore di sostegno e dell’autorizzazione del giudice tutelare, come imposto dal combinato disposto degli artt. 374, n. 5 e 411 c.c.

Di fronte a tale decisione, i beneficiari dell’amministrazione di sostegno decidevano di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo la violazione e la falsa applicazione degli articoli 374, 406 e 407 del c.c., nonché degli articoli 24 e 111 della Costituzione.
Secondo i ricorrenti, infatti, essi, sebbene fossero beneficiari di un’amministrazione di sostegno, così come potevano proporre, ex art. 406 del c.c., il ricorso per l’apertura della relativa procedura, erano legittimati anche ad impugnare i provvedimenti emessi dal giudice tutelare nel corso del medesimo procedimento, i quali fossero stati ritenuti lesivi dei propri interessi, conservando, dunque, in tale ambito, la propria capacità d’agire.
A loro avviso, dunque, le impugnazioni avverso i decreti del giudice tutelare non erano soggette né alla preventiva autorizzazione dello stesso giudice, il quale, diversamente, sarebbe stato chiamato ad autorizzare l’impugnazione di un provvedimento emesso da se stesso, in violazione del principio di terzietà ed imparzialità del giudice, né alla rappresentanza dell’amministratore di sostegno.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Gli Ermellini, nell’accogliere la tesi dei ricorrenti, hanno, infatti, evidenziato come, pur essendo vero che, ai sensi degli artt. 374 e 411 c.c., i beneficiari di un’amministrazione di sostegno necessitino di autorizzazione per promuovere un’azione giudiziaria nei confronti di terzi, è anche vero che gli stessi sono dotati di un’autonoma legittimazione processuale ai diversi fini dell’apertura di un’amministrazione di sostegno, nonché per impugnare i provvedimenti adottati dal giudice tutelare nel corso di tale procedura.

Detta legittimazione trova il proprio fondamento normativo, in primo luogo, nell’art. 406 del c.c., che costituisce un’evidente deroga alla regola generale dell’art. 75 del c.p.c., attribuendo la legittimazione processuale a proporre il ricorso per l’istituzione dell’amministrazione di sostegno allo stesso beneficiario “anche se minore, o interdetto o inabilitato”, ossia a soggetti normalmente privi della capacità d’agire e, quindi, della capacità processuale.

L’autonoma legittimazione processuale del beneficiario a promuovere i ricorsi nell’ambito di un'amministrazione di sostegno, nonché ad impugnare i provvedimenti emessi dal giudice tutelare, si evince, però, anche dal comma 4 dell’art. 411 del c.c.

Alla luce di tali precisazioni la Cassazione ha ritenuto opportuno disporre l’applicazione, in relazione al caso de quo, del principio di diritto per cui “i beneficiari di un’amministrazione di sostegno sono dotati di un’autonoma legittimazione processuale non solo ai fini dell’apertura, ma anche per impugnare i provvedimenti adottati dal Giudice Tutelare nel corso di tale procedura, essendo, invece necessaria l’assistenza dell’amministratore di sostegno e la previa autorizzazione del Giudice Tutelare, a norma del combinato disposto degli artt. 374, n. 5 e 411 c.c., per l’instaurazione di giudizi nei confronti di soggetti terzi estranei a tale procedura”.


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È annullabile il testamento olografo privo di data

Pubblicato il: 16/02/2021

La Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 9564/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine a quelle che sono le conseguenze della mancata apposizione della data su un testamento olografo.

La questione sottoposta all’esame dei Giudici di legittimità era nata in seguito alla decisione con cui, all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, era stato disposto l’annullamento di due testamenti olografi in cui non era stata indicata la data. La Corte d’Appello, in particolare, aveva evidenziato come l’indicazione della data costituisse un elemento essenziale del testamento olografo, il quale non poteva essere ricavato da elementi estranei alla scheda testamentaria. La mancanza della data, dunque, secondo i Giudici di merito, costituiva di per sé una causa di invalidità del testamento olografo, senza che fosse necessaria alcuna indagine volta a verificare le conseguenze di tale mancanza sui rapporti dipendenti dalle stesse disposizioni testamentarie.

Di fronte a tale decisione, ricorreva in Cassazione colui che era stato nominato erede universale dai testamenti annullati.

Con un primo motivo di ricorso si eccepiva il fatto che i Giudici di merito, essendo stati investiti di una domanda volta a far a dichiarare la nullità dei testamenti controversi, non avrebbero potuto disporne l’annullamento, stante la radicale diversità degli istituti della nullità e dell’annullabilità.

Con un secondo motivo di doglianza, il ricorrente riproponeva la tesi, da lui già sostenuta in appello, per cui la data, in applicazione del principio di conservazione della volontà del testatore, avrebbe ben potuto essere ricavata da quella apposta sulla busta contenente le schede testamentarie.

Con un terzo motivo di ricorso si eccepiva, infine, come la Corte territoriale avesse errato nell’aver ritenuto l’attore soccombente nei confronti della banca, la quale aveva pagato le giacenze bancarie del de cuius all’erede legittimo prima che fosse pronunciato l'annullamento del testamento. Secondo il ricorrente, infatti, posto che il testamento annullabile, fino a quando non ne sia disposto l'annullamento, è efficace, la banca era venuta meno ai propri obblighi di custodia, accordando il pagamento ad un soggetto che, in quel momento, non aveva il titolo di erede.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso.

Quanto al primo motivo di doglianza, gli Ermellini hanno rilevato come, in realtà, nel pronunciare l'annullamento invece che la nullità, i Giudici di merito non abbiano operato alcuna alterazione dei termini della controversia, avendo posto in essere un’attività di qualificazione della domanda in applicazione del principio iura novit curia. La mancanza di data, infatti, è annoverabile fra i requisiti formali la cui mancanza, ai sensi del comma 2 dell’art. 606 del c.c., determina l'annullabilità del testamento olografo, non la sua nullità.

Pur essendo vero che, come affermato dal ricorrente, sussiste una profonda differenza tra nullità e annullabilità, secondo la Cassazione tale circostanza non comporta che, qualora una causa di annullabilità sia stata erroneamente assunta come causa di nullità, il giudice non possa accogliere ugualmente la domanda, dando ad essa l’esatta qualificazione giuridica in ossequio al principio iura novit curia.

Quanto alla questione relativa alla data, gli Ermellini hanno ribadito come essa costituisca un elemento essenziale del testamento olografo, il quale deve indicare il giorno, il mese e l’anno della sua sottoscrizione. La giurisprudenza di legittimità, peraltro, consente di integrare la data incompleta con altri dati o indicazioni equipollenti, ma soltanto qualora essi siano intrinseci, cioè contenuti nella stessa scheda testamentaria (Cass. Civ., n. 505/1952; Cass. Civ., n. 1323/1965).

Secondo il costante orientamento della stessa Cassazione, infatti, “per il combinato disposto degli artt. 602 e 606 c.c. l'omessa o l'incompleta indicazione della data comportano l'annullabilità del testamento olografo, la quale può essere fatta valere nel termine di cinque anni dalla data in cui le disposizioni testamentarie hanno avuto esecuzione da chiunque vi ha interesse. Trattandosi di un requisito di forma, cui la legge ricollega la validità dell'atto, deve escludersi che la data del testamento possa ricavarsi aliunde da elementi estranei all'atto, l'invalidità del testamento può essere subordinata all'incidenza in concreto dell'omissione della data sui rapporti dipendenti dalle disposizioni testamentarie” (Cass. Civ., n. 12124/2008; Cass. Civ., n. 7783/2001).

In merito, infine, al terzo motivo di ricorso, la Suprema Corte ha evidenziato come risulti applicabile, anche in relazione all’annullamento del testamento, il principio di diritto per cui “in materia contrattuale la pronuncia di annullamento di un negozio giuridico ha efficacia retroattiva nel senso che essa comporta il ripristino, fra le parti, della situazione giuridica anteriore al negozio annullato. Pertanto, deve considerarsi valido l'atto di disposizione del bene oggetto del negozio poi annullato, compiuto dall'originario titolare del bene nelle more del giudizio di annullamento del precedente negozio” (Cass. Civ., n. 236/1967).

Ciò significa che, una volta pronunciato l’annullamento di un testamento, i relativi effetti vengono meno con effetto retroattivo dal momento dell’apertura della successione. Qualora, quindi, un testamento contenga la nomina di un erede universale, il suo annullamento determina ab origine la delazione esclusiva in favore dell’erede legittimo, con la conseguenza che l’atto di disposizione posto in essere da quest’ultimo, prima della pronuncia dell’annullamento della scheda testamentaria, è, comunque, valido.


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È nulla la clausola che vieta al condomino il distacco dal riscaldamento centralizzato

Pubblicato il: 15/02/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 9387/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine alla validità della clausola, contenuta in un regolamento condominiale, con cui si faccia divieto al singolo condomino di rinunciare all’utilizzo dell’impianto di riscaldamento centralizzato e di distaccare, quindi, le proprie diramazioni, dall’impianto comune.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata dalla vicenda che aveva visto come protagonista una condomina, la quale aveva citato in giudizio il condominio chiedendo che venisse accertata la legittimità del proprio distacco dall’impianto di riscaldamento centralizzato, essendo, pertanto, tenuta al pagamento delle sole spese di conservazione dell’impianto stesso, ma non anche di quelle relative al consumo energetico.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello, però, rigettavano le istanze attoree. La Corte territoriale, in particolare, fondava la propria decisione sull’art. 11 del regolamento contrattuale di condominio, il quale conteneva un esplicito divieto di distacco del condomino dall'impianto centralizzato, prevedendo, al contempo, in materia di riparto delle spese, l'obbligo di contribuzione da parte di tutti i condomini, anche se non residenti nell'appartamento di loro proprietà. Lo stesso regolamento stabiliva, inoltre, che nessun condomino potesse rinunciare al riscaldamento comune.

Rimasta soccombente in entrambi i gradi del giudizio di merito, l’attrice decideva di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo la violazione e la falsa applicazione degli articoli 1362, 1369, 1371 e 1374 del c.c. A suo avviso, infatti, la Corte d’Appello aveva erroneamente interpretato l’art. 11 del regolamento condominiale, basandosi sul mero dato letterale della norma, la quale, in realtà, ammetteva la possibilità, per i condomini, di modificare gli elementi radianti, seppur con il consenso dell’amministratore. Secondo la ricorrente tale facoltà avrebbe dovuto comprendere anche la possibilità, per il condomino, di distaccarsi dall'impianto centralizzato, in virtù del principio di solidarietà sociale e dell'interesse preminente al risparmio energetico, sanciti nel D.L. n. 102/2014, in attuazione della direttiva CEE 2012/27/UE in materia di contabilizzatori individuali. Il giudice di merito avrebbe, quindi, dovuto accertare unicamente se il distacco dal riscaldamento centralizzato avesse arrecato un pregiudizio al funzionamento del sistema.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, ribadito che il regolamento condominiale, anche se contrattuale, non può, comunque, derogare alle disposizioni richiamate dal comma 4 dell’art. 1138 del c.c., può menomare i diritti che, ai condomini, derivino dalla legge, dagli atti di acquisto e dalle convenzioni.

Secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, infatti, “la clausola del regolamento condominiale, come la deliberazione assembleare che vi dia applicazione, che vieti "in radice" al condomino di rinunciare all'utilizzo dell'impianto centralizzato di riscaldamento e di distaccare le diramazioni della sua unità immobiliare dall'impianto termico comune, è nulla, per violazione del diritto individuale del condomino sulla cosa comune, se il distacco non cagioni alcun notevole squilibrio di funzionamento(Cass. Civ., n. 28051/2018; Cass. Civ., 11970/2017; Cass. Civ., n. 19893/2011).

Secondo il consolidato orientamento della Cassazione, dunque, la condizioni per il distacco dall’impianto centralizzato vanno ravvisate nell’assenza di pregiudizio al funzionamento dell’impianto stesso, e comportano il conseguente esonero, per il condomino che operi il distacco, dall’obbligo di sostenere le spese per l’uso del servizio centralizzato, in applicazione del principio contenuto nel comma 2 dell’art. 1123 del c.c., essendo, quindi, egli tenuto pagare soltanto le spese di conservazione dell’impianto comune.

Come, peraltro, rilevato dagli stessi Giudici di legittimità, l’ordinamento ha, anzi, dimostrato di privilegiare il distacco dall’impianto centralizzato, alla luce del generale interesse al risparmio energetico, tanto da prevedere l’esclusione di tale tipologia di impianti negli edifici di nuova costruzione.


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Credito dell’avvocato che assiste clienti ammessi al gratuito patrocinio: opera la prescrizione presuntiva?

Pubblicato il: 15/02/2021

La Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 10658/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine alla possibilità o meno, per l’amministrazione dello Stato, di invocare la prescrizione presuntiva nei confronti di crediti vantati da un avvocato, per aver assistito dei clienti ammessi al patrocinio a spese dello Stato.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era sorta in seguito alla domanda di liquidazione, formulata da un avvocato nei confronti del Ministero della Giustizia, in relazione ai compensi dovutigli per aver svolto l’incarico di difensore di fiducia di due clienti ammessi al patrocinio a spese dello Stato.
Tale istanza, però, era stata respinta anche in sede di opposizione, in quanto il Tribunale adito aveva ritenuto di dover rilevare d’ufficio la prescrizione presuntiva del credito azionato, trattandosi di un credito rientrante nel novero delle obbligazioni di diritto pubblico, in cui il rapporto obbligatorio assumeva rilievo non solo tra le parti, ma anche nei confronti dell’intera collettività, dovendosi far fronte al pagamento con denaro dei contribuenti.

Avverso tale decisione, il legale ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, denunciando, innanzitutto, una violazione degli articoli 2946 e 2956 del c.c., nella parte in cui il Tribunale aveva ritenuto applicabile l’istituto della prescrizione presuntiva anche nei confronti dei crediti invocati verso lo Stato, trattandosi di una soluzione del tutto incompatibile con le regole della contabilità pubblica.

Con un secondo motivo di ricorso, si eccepiva la violazione dell’art. 2938 del c.c., laddove il Giudice di merito aveva ritenuto di poter rilevare d’ufficio la prescrizione presuntiva.

Con un terzo motivo di doglianza il ricorrente eccepiva, infine, la violazione dell’art. 82 del D.P.R. n. 115/2002, nonché degli articoli 2946 e 2954 del c.c., in quanto, a suo avviso, il Tribunale aveva errato nel ritenere che fossero venuti meno i presupposti che legittimavano il provvedimento da lui richiesto.

La Suprema Corte ha accolto con rinvio il ricorso.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, ribadito come, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, “anche le prescrizioni presuntive sono sottoposte al divieto del rilievo d’ufficio da parte del giudice” (Cass. Civ., n. 5959/1996), in quanto l’eccezione deve essere specifica, non potendosi, a tal fine, estendere l’eccezione di prescrizione estintiva alla diversa ipotesi della prescrizione presuntiva (cfr. Cass. Civ., n. 16486/2017).

Secondo la Cassazione, quindi, contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale, la natura pubblica del debitore non è idonea ad incidere su tale regola.

Quanto, poi, alla dedotta originaria incompatibilità tra l’eccezione di prescrizione presuntiva ed il credito controverso, la Cassazione ha già avuto modo di precisare che l’istituto della prescrizione presuntiva non è applicabile nei casi in cui il credito sia vantato nei confronti di un’amministrazione dello Stato e, più precisamente, nei confronti di un Ministero (cfr. Cass. Civ., n. 30539/2017).

Alla luce di tali precisazioni i Giudici di legittimità hanno ritenuto opportuno affermare il principio di diritto per cui “in caso di crediti vantati nei confronti dell'amministrazione dello Stato, attesa la necessità di fare applicazione delle regole di contabilità pubblica anche in relazione ai pagamenti, dovendosi a tal fine provvedere mediante appositi mandati di pagamento, non è possibile invocare la prescrizione presuntiva.


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Il giudice può rivolgere ai testimoni “domande suggestive”?

Pubblicato il: 11/02/2021

La Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 15331/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine alla possibilità o meno di ritenere operanti anche nei confronti del giudice le regole poste, ai sensi dell’art. 499 del c.p.p., per l’esame testimoniale, con particolare riferimento al divieto di formulare domande suggestive nei confronti del teste.

La questione sottoposta al vaglio dei Giudici di legittimità era nata in seguito alla condanna inflitta ad uomo dalla Corte d’Appello, in sede di rinvio, per il reato di violenza sessuale, ai sensi dell’art. 609 bis del c.p.

Di fronte a tale pronuncia, l’imputato decideva di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione censurando, in particolare, le modalità di assunzione e di valutazione della testimonianza resa dalla persona offesa. Secondo l’uomo, infatti, contrariamente a quanto riportato nella motivazione della sentenza impugnata, le modalità di assunzione della suddetta prova testimoniale non erano consistite in un esame ed in un controesame del teste, bensì nella formulazione di domande suggestive, poste direttamente alla testimone dal consigliere relatore, il quale ne aveva così minato la credibilità.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso, annullando con rinvio la sentenza impugnata.

Gli Ermellini, concordemente a quanto sostenuto dal ricorrente, hanno rilevato come, effettivamente, le modalità di assunzione della testimonianza della persona offesa, condotta in gran parte dal consigliere relatore, nonché il contenuto delle domande da lui rivolte alla testimone, ne abbiano gravemente pregiudicato l’attendibilità, facendo così risultare radicalmente viziata, sotto il profilo della tenuta logica, la motivazione fornita proprio sulla base delle dichiarazioni della persona offesa.

L’art. 499 del c.p.p. detta, infatti, le regole per l’esame del testimone, indicando i criteri a cui il giudice si deve attenere nell’ammettere o nel vietare le domande formulate dalle parti. A tal fine il giudice deve, in particolare, vietare in modo assoluto le domande che possono nuocere alla sincerità delle risposte, vietare alla parte che abbia addotto il teste o che abbia con lui un interesse in comune di formulare le domande in modo tale da suggerirgli le risposte, nonché, infine, assicurare, durante l’esame testimoniale, la pertinenza delle domande, la genuinità delle risposte, la lealtà dell’esame e la correttezza delle contestazioni.

Il divieto di formulare domande che possano nuocere alla sincerità delle risposte del testimone, nella duplice accezione di domande “suggestive”, ossia volte a suggerire la risposta al teste, e di domande “nocive”, cioè finalizzate a manipolarlo, è, quindi, espressamente previsto dalla legge soltanto con riferimento alla parte che ne abbia chiesto la citazione, in quanto il legislatore la considera interessata a suggerire al teste risposte utili per la sua difesa.

A maggior ragione, però, la costante giurisprudenza di legittimità ha precisato che lo stesso divieto si debba applicare anche al giudice, a cui spetta il compito di assicurare, in ogni caso, la genuinità delle risposte fornite dal testimone, come previsto dal comma 6 dello stesso art. 499 del c.p.p. (Cass. Pen., n. 7373/2012; Cass. Pen., n. 25712/2011).


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Se l’alunno si fa male durante l’orario scolastico, chi risponde del danno?

Pubblicato il: 11/02/2021

La Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 8811/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in merito alla responsabilità dell’istituto scolastico per i danni subiti da un alunno, a causa del sinistro provocato da un altro bambino durante l’orario scolastico.

La questione sottoposta al vaglio dei Giudici di legittimità era nata in seguito al giudizio proposto dai genitori di una bambina, nei confronti del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti dalla figlia durante l’orario scolastico, a causa del sinistro provocato da un altro alunno della stessa scuola.

Rimasti, però, soccombenti, all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, i genitori della minore ricorrevano dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando, in primo luogo, una violazione dell’art. 112 del c.p.c., in quanto, a loro avviso, i giudici di merito non si erano pronunciati in ordine alla loro iniziale domanda di risarcimento formulata ai sensi dell’art. 1218 del c.c., essendo stato inadempiuto, da parte del personale scolastico ed extrascolastico, l’obbligo di vigilanza, protezione e cura dei minori affidatigli. Tale responsabilità, peraltro, secondo i ricorrenti, si doveva applicare anche agli educatori con cui l’istituto frequentato dalla figlia aveva un rapporto contrattuale.

La coppia eccepiva, poi, la violazione e la falsa applicazione degli articoli 2048, 2049 e 2697 del c.c., nonché degli articoli 115 e 116 del c.p.c., deducendo il fatto che la Corte territoriale avesse errato nel rigettare la propria domanda affermando che non era stata lamentata l’adozione di un sistema non adeguato di vigilanza degli allievi. Secondo i ricorrenti, infatti, i Giudici di merito, in questo modo, avevano realizzato un’immotivata inversione dell’onere della prova, in quanto sarebbe dovuto gravare in capo al Ministero convenuto l’onere di provare quali misure di sorveglianza avesse concretamente adottato l’istituto scolastico.

I ricorrenti lamentavano, infine, una violazione e falsa applicazione degli articoli 2051, 2697, 2727 e 2729 del c.c., nonché degli articoli 40 e 41 del c.p. e degli articoli 115 e 116 del c.p.c. A loro avviso, infatti, i Giudici di merito avevano errato nel non aver considerato che, stante l’imprevedibilità della condotta del minore, essa era stata soltanto una concausa dell’evento dannoso, la quale si era affiancata all’altra causa rappresentata dall’omessa predisposizione, da parte del personale scolastico dirigente o del responsabile della sicurezza, di misure organizzative idonee a prevenire che un qualche oggetto pericoloso anche se inerte potesse essere mal utilizzato dagli alunni, arrecando danno agli stessi o agli altri, nonché dall'omessa idonea sorveglianza, da parte dell'educatore, sul comportamento dei minori proprio durante l'ora riservata al loro svago.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso, giudicando fondati i motivi di doglianza proposti.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, ribadito come, in base ad un consolidato orientamento giurisprudenziale, “l'ammissione dell'allievo a scuola determina l'instaurazione di un vincolo negoziale dal quale sorge a carico dell'istituto l'obbligazione di vigilare sulla sicurezza e l'incolumità dell'allievo nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni e, quindi, di predisporre gli accorgimenti necessari affinché non venga arrecato danno agli alunni in relazione alle circostanze del caso concreto: da quelle ordinarie, tra le quali l'età degli alunni, che impone una vigilanza crescente con la diminuzione dell'età anagrafica; a quelle eccezionali, che implicano la prevedibilità di pericoli derivanti dalle cose e da persone, anche estranee alla scuola e non conosciute dalla direzione didattica, ma autorizzate a circolare liberamente per il compimento della loro attività” (Cass. Civ., n. 22752/2013; Cass. Civ., n. 3680/2011).

Quanto, poi, all’onere della prova, la Cassazione ha precisato come, contrariamente a quanto ritenuto dai Giudici di merito, incomba sull’amministrazione scolastica il dovere di rispondere del fatto illecito commesso dagli allievi minori sottoposti alla sua vigilanza. La scuola, peraltro, ai sensi del comma 3 dell’art. 2048 del c.c., si può liberare di tale responsabilità soltanto fornendo la prova di non aver potuto impedire il fatto, con la conseguenza che, sulla stessa, grava, quindi, una responsabilità aggravata.

Come più volte sancito dalla stessa Cassazione, infatti, “incombe sull'allievo l'onere della prova dell'illecito commesso da altro allievo, quale fatto costitutivo della sua pretesa, mentre è a carico della scuola la prova del fatto impeditivo, e cioè dell'inevitabilità del danno nonostante la predisposizione, in relazione al caso concreto, di tutte le cautele idonee a evitare il fatto” (Cass. Civ., n. 9983/2019; Cass. Civ., n. 6444/2016; Cass. Civ., n. 15321/2003).

Facendo eccezione alla regola generale sancita dal combinato disposto degli articoli 2043 e 2697 del c.c., l’art. 2051 del c.c. integra, dunque, un’ipotesi di responsabilità aggravata caratterizzata da un criterio di inversione dell’onere della prova, imponendo al custode, presunto responsabile, di dare, eventualmente, la prova liberatoria del caso fortuito (cfr. Cass. Civ., n. 13222/2016).

Il custode è cioè tenuto a dimostrare che il danno si è verificato in modo non prevedibile, né superabile con lo sforzo diligente adeguato alle concrete circostanze del caso, in ragione dei poteri che la particolare relazione con la cosa gli attribuisce, a cui fanno riscontro i corrispondenti obblighi di vigilanza, controllo e diligenza, in base ai quali è tenuto ad adottare tutte le misure idonee a prevenire ed impedire la produzione di danni a terzi, con lo sforzo adeguato alla natura e alla funzione della cosa e alle circostanze del caso concreto, nonché in ossequio al principio di cosiddetta vicinanza alla prova.

Sempre secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, qualora, poi, come nel caso de quo, la scuola si avvalga anche dell’opera di terzi, la stessa amministrazione si assume il rischio connaturato alla relativa utilizzazione nell'attuazione della propria obbligazione e, pertanto, risponde direttamente di tutte le ingerenze dannose, dolose o colpose, che a costoro, sulla base di un nesso di occasionalità necessaria, siano state rese possibili in virtù della posizione conferita nell'adempimento dell'obbligazione medesima rispetto al danneggiato e che integrano il rischio specifico assunto dal debitore, fondando tale responsabilità sul principio “cuius commoda eius et incommoda” (Cass. Civ., n. 4298/2019).

Come già precisato dalla stessa Corte di legittimità, peraltro, la responsabilità del preponente non viene, in tal caso, meno neanche qualora i preposti non siano alle sue dipendenze (Cass. Civ., n. 25373/2018), essendo sufficiente che il fatto illecito sia commesso da un soggetto legato da un rapporto di preposizione con il responsabile, ipotesi che ricorre, non solo in caso di lavoro subordinato, ma anche quando, per volontà di un soggetto, un altro esplichi un'attività per suo conto (Cass. Civ., n. 12283/2016).


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Sottoscrizione apocrifa del testamento: quali conseguenze per gli eredi?

Pubblicato il: 10/02/2021

La Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 10065/2020, ha avuto modo di chiarire se una disposizione testamentaria falsa debba essere considerata inesistente, oppure semplicemente nulla e, quindi, sanabile, ai sensi dell’art. 590 del c.c., con particolare riferimento al caso in cui gli eredi vi abbiano dato esecuzione nella convinzione di realizzare, comunque, la volontà del de cuius.

La questione sottoposta all’esame dei Giudici di legittimità era nata in seguito al giudizio proposto da un uomo, nei confronti del padre e dei due fratelli, al fine di far dichiarare la non autenticità del testamento olografo della madre, il quale conteneva la designazione del coniuge della testatrice come suo unico erede.
Il Tribunale rigettava l’istanza avanzata dall’attore, rilevando come lo stesso avesse prestato adesione ed acquiescenza alle disposizioni testamentarie, rinunciando espressamente ad ogni eccezione o riserva al riguardo.

La pronuncia di primo grado veniva, poi, confermata anche dalla Corte d’Appello, la quale rilevava come, pur trovandosi di fronte ad una scheda testamentaria non autentica, i tre figli, compreso l’attore, in sede di pubblicazione, avessero confermato le disposizioni testamentarie, dando ad esse volontaria esecuzione. Considerato che ciò era avvenuto nella consapevolezza della falsità del testamento, a parere della Corte territoriale, doveva trovare applicazione la sanatoria prevista dall’art. 590 del c.c.
Come osservato dai Giudici di secondo grado, infatti, la non autenticità del testamento era nota a tutti gli interessati, la cui adesione si spiegava alla luce della comune consapevolezza che, in ogni caso, il contenuto dello stesso fosse conforme alla volontà del de cuius. La successiva azione giudiziale dell’attore trovava, pertanto, la propria origine all’interno dei dissidi insorti con il padre, a causa della richiesta di rilascio di alcuni immobili compresi nell’asse ereditario, i quali erano stati concessi in comodato ad una società riconducibile all’attore stesso.

La parte attrice, rimasta soccombente, ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo, in particolare, la violazione e la falsa applicazione dell’art. 590 del c.c., rilevando come la sanatoria da esso prevista non potesse operare nei confronti di un testamento non autentico. Secondo il ricorrente, infatti, la Corte d’Appello, una volta accertato il fatto che il testamento non fosse stato scritto dalla defunta, bensì dalla figlia, avrebbe dovuto farne discendere l’inesistenza e la conseguente apertura della successione legittima.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso, ritenendo fondato il suddetto motivo di doglianza.

Secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, infatti, “l’art. 590 del c.c. nel prevedere la possibilità di conferma od esecuzione di una disposizione testamentaria da parte degli eredi, presuppone, per la sua operatività, l’oggettiva esistenza di una disposizione testamentaria, che sia comunque frutto della volontà del de cuius, sicché detta norma non trova applicazione in ipotesi di accertata sottoscrizione apocrifa del testamento, la quale esclude in radice la riconducibilità di esso al testatore” (Cass. Civ., n. 11195/2012; Cass. Civ., n. 13487/2005).

La Corte territoriale, tuttavia, nel giudicare il caso di specie, non si è attenuta a tale principio di diritto, in quanto, contrariamente a quanto da essa disposto con la sentenza impugnata, la riconosciuta non autenticità del testamento metteva fuori gioco il meccanismo della sanatoria di cui all’art. 590 del c.c., senza che potesse in alcun modo rilevare né la consapevolezza dei dichiaranti circa la falsità del testamento, né l’indagine volta a stabilire se quest’ultimo fosse conforme alla volontà espressa in vita dal de cuius.


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