Installazione di telecamere esterne di videosorveglianza

Pubblicato il: 14/05/2021

Riceviamo la seguente richiesta di consulenza:

Salve,
vivo al pian terreno di una casa a due piani, al secondo piano invece c'è un altro proprietario. Per motivi di sicurezza ho deciso di installare telecamere tutte intorno al perimetro di casa, tutte le telecamere sono puntate verso la mia proprietà questo però non impedisce che alcune parti della zona comunque o del terreno del vicino vengano in parte inquadrate.
Anche la telecamera che inquadra il cancello di ingresso riprende parte della strada pubblica.

Cosa dice la legge a riguardo? Posso mantenere le telecamere attive previa segnalazione con apposito cartello?, Non è consentito inquadrare, anche se in parte, le zone che non sono di mia proprietà? Per quanto riguarda la telecamere che inquadra il cancello e quindi parte della strada pubblica?
Grazie

La nostra consulenza legale
Il quesito in esame deve essere analizzato alla luce di diversi profili.
Devono essere adottate in particolare tutte le misure e le precauzioni previste dal Reg. Ue 679/2016, dal Codice della privacy e dal Provvedimento generale del Garante in tema di videosorveglianza (n. 99/2020, pubblicato in Gazzetta Ufficiale in aprile 2020).
Tra gli obblighi che valgono anche in ambito condominiale vi è quello di segnalare le telecamere con appositi cartelli, eventualmente avvalendosi del modello predisposto dal Garante.
Infatti gli interessati debbono essere informati con speciale segnaletica informativa prima del raggio d’azione delle telecamere in modo ben visibile, anche in orario notturno.
La cartellonistica deve inoltre specificare se si tratti di registrazione o di mera rilevazione in modalità live delle immagini.
Le registrazioni non possono essere conservate per un periodo superiore alle ventiquattro ore, fatte salve esigenze specifiche di ulteriore conservazione in relazione a festività o chiusura di esercizi, nonché in ipotesi in cui si debba aderire a specifiche richieste delle Autorità giudiziarie.

Per tempi di conservazione superiori ai sette giorni è comunque necessario presentare una verifica preliminare al Garante.

Andranno predisposte misure tecniche-organizzative per la cancellazione anche in forma automatica delle registrazioni, come ad esempio la sovrascrittura o la cancellazione.
Le telecamere devono riprendere solo le aree comuni da controllare, possibilmente evitando la ripresa di luoghi circostanti e di particolari che non risultino rilevanti.

I dati raccolti, quindi le riprese e le immagini, devono essere protetti con idonee misure che ne consentano l’accesso alle sole persone autorizzate (Titolare, Responsabile o Autorizzato al trattamento).

Con riguardo alla qualifica della casa in oggetto
Qualora si tratti di un condominio, per controllare le aree comuni, l’installazione deve essere approvata dall’assemblea condominiale solo per le parti comuni e con un numero di voti che rappresenti la maggioranza degli intervenuti all’assemblea medesima e almeno la metà del valore dell’edificio, calcolato in millesimi.

Il secondo profilo concerne l’installazione di un impianto di videosorveglianza all’interno della proprietà privata per fini personali.
Non applicandosi la disciplina di riferimento, non si pongono particolari problemi.
È opportuno assicurarsi che le videocamere non inquadrino aree comuni, spazi pubblici o proprietà altrui: in tal senso si rischia di rientrare, qualora le riprese assumano una certa rilevanza quanto al contenuto, nella fattispecie di cui all’art. 615 bis c.p. recante “Illecite interferenze nella vita privata”.
La giurisprudenza di legittimità ha chiarito più volte che l’angolo della visuale delle riprese deve essere limitato ai soli spazi di proprietà esclusiva, come quelli antistanti alla propria abitazione o aree comuni o antistanti l’abitazione di altri condomini (ex multis Cass. civ., sent. 44156/2008).

Tuttavia, è bene precisare che risulta difficile, talvolta, installare un impianto di videosorveglianza senza inquadrare aree altrui.
In tal senso un consiglio pratico è quello di farsi assistere da un tecnico informatico che possa, attraverso un’oscurazione dei pixels, limitare la portata visiva della videocamera alle sole aree di proprietà del Titolare del trattamento nel rispetto del principio di minimizzazione.

Come chiarito dalle Linee Guida del Garante Privacy, la disciplina in questione non si applica al trattamento di dati che non consentono di identificare le persone, direttamente o indirettamente, come nel caso delle riprese ad alta quota (effettuate, ad esempio, mediante l’uso di droni).

Dal punto di vista normativo, si segnala che il trattamento dei dati in oggetto deve essere anzitutto lecito e fondarsi sulle basi giuridiche di cui all’art. 6 del G.D.P.R., delle quali, le più utilizzate sono:

  • la legge ex art. 6, lett. c) che si applica laddove sia la stessa legge nazionale a prevedere l’obbligo di videosorveglianza;
  • legittimo interesse ex art. art. 6, lett. f);
  • esecuzione di un compito di interesse pubblico o connesso all’esercizio di pubblici poteri ex art. 6 lett. e);
  • il consenso ex art. 6, lett. a).

Con riguardo al legittimo interesse
Questo presuppone un accurato bilanciamento di interessi: da un lato i diritti fondamentali e le libertà dell’interessato e dall’altro l’interesse legittimo del titolare che deve essere

  • reale: non immaginario o speculativo;
  • attuale: non potenziale bensì concreto;

Con riguardo al consenso
Questo costituisce un’adeguata base giuridica solo in casi eccezionali e deve essere:

  • libero;
  • specifico;
  • informato;
  • attuale;
  • revocabile.

Tuttavia il numero indefinito di persone coinvolte nel trattamento, le difficoltà di raccolta preventiva e le difficoltà in caso di revoca rischiano di compromettere le condizioni che rendono il consenso valido.

L’attività di videosorveglianza deve essere svolta anche nel rispetto del principio di proporzionalità, con specifico riguardo alla scelta nelle modalità di ripresa (tramite telecamere fisse o brandeggiabili dotate o meno di zoom) e dislocazione.
L’attività in questione deve comportare un trattamento dei dati pertinenti e non eccedenti rispetto alle finalità perseguite.

Da un punto di vista tecnico-informatico occorre inoltre ottenere dall’installatore la dichiarazione di conformità privacy dell’impianto che garantisca la possibilità di impostare:

  • credenziali di autenticazione: con User ID / password per ciascun autorizzato alla visione delle immagini;
  • cambio password: reimpostazione al primo utilizzo, password adeguata e con scadenza automatica periodica (trimestrale o semestrale);
  • cancellazione automatica delle eventuali immagini registrate: da configurare allo scadere del tempo di conservazione stabilito, con possibilità di calendarizzazione dei giorni di chiusura.

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Concerti lirici dal vivo e covid-19

Pubblicato il: 11/05/2021

Riceviamo la seguente richiesta di consulenza:

Spett.le Studio, sono un artista lirico in attività.
Mi trovo a subire in questo periodo un trattamento artistico davvero riprovevole, aggressivo e disonorevole. Mi trovo attualmente a lavorare in teatro come cantante lirico solista, dopo aver fornito tampone aggiornato della mia negatività al test covid.19 prima delle prove.

Mi viene (e ci viene imposto a tutta la compagnia) di cantare per tutta la durata delle prove con la mascherina FFP2 pur rispettando le distanze di sicurezza durante l'esecuzione nella sala, e per circa 6 ore al giorno (con delle pause). Preciso che tale modalità di esercitazione pratica è assolutamente deleteria per la voce, per la respirazione, per il canto e compromette moltissimo la concentrazione e la riuscita sonora e la concentrazione. Sono stato rimproverato duramente davanti a tutto il teatro con toni aggressivi e assolutamente inaccettabili, per aver durante una prova con orchestra tolto la mascherina. Ero posizionato su un palco da solo, l'orchestra era in platea e il direttore mi ha chiesto di cantare alcune parti dal palco per farmi sentire da 52 elementi di orchestra. Ovviamente ho subito preso lo spartito ed eseguito quanto richiestomi. Dopo circa 5/7 minuti è entrato sul mio palchetto il direttore di palcoscenico che urlandomi con toni molto aggressivi mi ha attaccato ferocemente e in maniera assolutamente inaccettabile, senza permettermi di replicare, e minacciandomi che mi avrebbero mandato via. Tutta l'orchestra ha assistito all'evento guardandomi con sguardo comprensivo e compassionevole, comprendendo il mio disagio e facendomi capire che erano dalla mia parte.

Due giorni dopo ho incontrato questa persona, ed educatamente ho cercato un chiarimento scusandomi prima di tutto per l'accaduto, e chiarendo che non era dovuto alla mia volontà di trasgredire la regola impostami, ma ad un atteggiamento di difesa fisico del mio corpo perchè sentivo affanno respiratorio durante il canto a voce piena con orchestra (preciso che io sono un soggetto che soffre di asma, ma di questo il teatro non è a conoscenza); mi scusavo ma facevo anche notare che avrei ugualmente compreso lo stesso messaggio senza tali urla e aggressività nei miei confronti. Il soggetto in questione mi ha risposto che io non dovevo assolutamente replicare e che se fosse riaccaduto "AVREBBE URLATO DI PIU", sempre con un fare arrogante e molto aggressivo, senza lasciarmi possibilità alcuna e di alcuna possibilità di dialogo costruttivo. Un ultima precisazione riguarda il fatto che tale modalità di esercitazione non ci è stata comunicata per iscritto e nemmeno fatta accettare per iscritto dal teatro e da nessuno. Inoltre mi risulta che in tutti gli altri teatri italiani al momento i cantanti solisti eseguono le loro performance senza mascherina, ma rispettando le distanze di sicurezza. Vorrei se possibile un confronto ed una consulenza a riguardo dal Vs studio Legale su come comportarmi per il proseguio di questo mio ingaggio professionale. Come poter fare rispettare i miei diritti da cantante lirico solista, per i quali vorrei ottenere tutela ed eventuale risarcimento danni nel caso fossero già stati violati o dovesserlo essere nuovamente. Ovviamente l'atteggiamento assunto nei miei confronti e l'episodio mi ha mal predisposto alla prestazione artistica, per la quale sto lavorando con molta ansia da prestazione.

La nostra consulenza legale
Le attuali linee guida adottate dalla Conferenza Stato-Regioni riguardo alle produzioni liriche (aggiornate il 28 aprile 2021), prevedono che:

  • “L’entrata e l’uscita dal palco dovrà avvenire indossando la mascherina, che potrà essere tolta durante l’esecuzione della prestazione artistica se sono mantenute le distanze interpersonali, e in maniera ordinata, mantenendo il distanziamento interpersonale, dando precedenza a coloro che dovranno posizionarsi nelle postazioni più lontane dall’accesso (in fase di uscita dal palco, si procederà con l’ordine inverso).
  • I Professori d’orchestra dovranno mantenere la distanza interpersonale di almeno 1 metro; per gli strumenti a fiato, la distanza interpersonale minima sarà di 1,5 metri; per il Direttore d’orchestra, la distanza minima con la prima fila dell’orchestra dovrà essere di 2 metri. Tali distanze possono essere ridotte solo ricorrendo a barriere fisiche, anche mobili, adeguate a prevenire il contagio tramite droplet.
  • Per gli ottoni, ogni postazione dovrà essere provvista di una vaschetta per la raccolta della condensa, contenente liquido disinfettante.
  • I componenti del coro dovranno mantenere una distanza interpersonale laterale di almeno 1 metro e almeno 2 metri tra le eventuali file del coro e dagli altri soggetti presenti sul palco. Tali distanze possono essere ridotte solo ricorrendo a barriere fisiche, anche mobili, adeguate a prevenire il contagio tramite droplet.
  • Si dovrà evitare l’uso di spogliatoi promiscui e privilegiare l’arrivo in teatro degli orchestrali già in abito da esecuzione”.

Stando a tali linee guida, pertanto, il comportamento da lei tenuto è conforme alla legge.

Tuttavia, se il teatro ha deciso per delle misure di sicurezza più restrittive, come ad esempio l’imposizione della mascherina FFP2 anche ai cantanti durante l’esibizione (o le prove), nonostante il mantenimento del distanziamento fisico, questo non può essere considerato un illecito.

Infatti, il teatro deve rispettare le misure di sicurezza minime previste dalla legge, ma nulla vieta che lo stesso, nell’ambito di proprie valutazioni dei rischi, decida di adottare misure di sicurezza superiori.

Pertanto, nonostante l’artista in questione sia un libero professionista e non un dipendente, quindi non soggetto al potere disciplinare del datore di lavoro, dovrà comunque rispettare le condizioni imposte dal committente nell’ambito della propria organizzazione.

Effettivamente, sarebbe stato opportuno che il teatro affiggesse il regolamento COVID o, comunque, lo comunicasse per iscritto a tutta la compagnia.
E, se effettivamente non vi è stata alcuna comunicazione ufficiale, questo potrebbe essere addotto come giustificazione nell’eventualità che il teatro lamenti un inadempimento in tal senso da parte dell’artista sul punto.

Per evitare l’uso della mascherina, sarebbe invece più opportuno intavolare una discussione con il teatro, portando prove concrete della dannosità della stessa per la voce e per la performance ed eventualmente avvertendo da un lato che in caso di danni alla voce, si riterrà responsabile l’organizzazione teatrale, dall’altro che non si potrà garantire una riuscita ottimale dell’esecuzione, senza per questo essere ritenuti responsabili.
Anche l’asma potrebbe essere una causa di esclusione dell’obbligo della mascherina, nel caso si fornisca documentazione medica della stessa e attestazioni del medico curante circa l’effetto deleterio della mascherina sui sintomi della malattia.

Naturalmente, trattandosi di lavoro autonomo, si dovrà trovare un accordo tra professionista e committente.
Il libero professionista, infatti, potrebbe anche rifiutare l’ingaggio o, come nel caso di specie, recedere dal contratto, se non ritiene che vi siano le condizioni di sicurezza per operare.
Solitamente, nei contratti di scrittura artistica sono previsti degli obblighi di sicurezza da parte del committente e delle clausole risolutive espresse a favore dell’artista nel caso in cui non vengano rispettate tali norme.

Nel caso in cui si ritenga e si possa provare che l’uso della mascherina durante il canto sia deleterio per la voce, si potrà contestare un inadempimento in tal senso da parte del teatro (che non ha fatto in modo che l’artista potesse provare in sicurezza) e/o recedere dal contratto senza timore di dover pagare delle penali.

Tuttavia, la valutazione circa la dannosità della mascherina durante il canto è una valutazione che esula dalle nostre competenze legali, non essendoci una norma che ne vieti l’utilizzo.

Un discorso diverso deve essere fatto per le modalità con cui è stato intimato l’uso della mascherina.

Si premette, innanzitutto, che, seppure risulti deprecabile che il direttore di palcoscenico abbia alzato la voce e usato toni minacciosi davanti a tutto il teatro, si tratterebbe comunque di un singolo episodio e, almeno da quanto riferito, non vi sarebbero stati insulti e minacce.
Fermo restando ciò, previa lettera di diffida si potrebbe avviare un’azione civile, per ottenere un risarcimento del danno.
La causa presenterebbe tuttavia una serie di insidie.
Innanzitutto, le parti in causa non possono essere testimoni di sé stessi. Di conseguenza, sarà necessario avere testimoni disposti a confermare di aver sentito, in modo chiaro e preciso, l’offesa o l’insulto.

Peraltro, non basterà dimostrare il comportamento illecito del direttore di palcoscenico, ma anche il danno subito. Danno che potrà variare sulla base della notorietà della vittima, del luogo in cui è stata proferito l’insulto e delle conseguenze. Senza dimostrazione del danno, la domanda verrà rigettata.

Infine, dal punto di vista contrattuale, i toni e le modalità usati dal direttore di palcoscenico potranno essere contestati dal punto di vista della violazione della correttezza e della buona fede nell’esecuzione del contratto (art. 1375 c.c.). Anche in tal caso, tuttavia, si dovrà dimostrare il fatto e il danno.

Peraltro, come già ricordato, l’organizzazione teatrale potrebbe eccepire l’inadempimento da parte dell’artista circa le disposizioni in materia di dispositivi di protezione individuale imposti dalla stessa nell’ambito della propria attività e a cui l’artista si sarebbe dovuto assoggettare.


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Recesso del committente dall’appalto e diritto dell’appaltatore all’indennizzo per il mancato guadagno

Pubblicato il: 11/05/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 15304/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in materia di contratto d’appalto, precisando quale onere probatorio ricada in capo all’appaltatore che chieda di essere indennizzato del mancato guadagno conseguente al recesso unilaterale del committente dal contratto d’appalto.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito alla decisione di un condominio, in veste di committente, di recedere, ex art. 1671 del c.c., dal contratto d’appalto concluso con un’impresa di costruzioni per lo svolgimento di alcune opere.

Di fronte al rigetto, all’esito del giudizio di primo grado, della propria domanda di risarcimento del danno, l’appaltatore proponeva appello, il quale veniva accolto soltanto parzialmente. La Corte territoriale, infatti, condannava il condominio a pagare all’appaltatore una somma di denaro a titolo di indennizzo, ex art. 1671 del c.c., essendo notorio che la parte contrattuale che subisca l’interruzione di un rapporto in essere venga privata dell’utile che dall’esecuzione del contratto le sarebbe derivato, ove la controparte non dimostri un aliunde perceptum, ossia che il danneggiato abbia percepito un utile dallo svolgimento di diverse attività lucrative, nel medesimo periodo in cui avrebbe dovuto eseguire l’appalto oggetto di contestazione. Non trovava, però, accoglimento la domanda di risarcimento del danno per le spese generali d’impresa, le quali, secondo i giudici di merito, non erano state debitamente provate.

Di fronte a tale decisione, il condominio decideva di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando la violazione delle norme che regolano l’onere della prova, nonché del principio di vicinanza della prova, ex art. 2697 del c.c., in relazione all’affermazione secondo cui sarebbe stato onere della parte convenuta dimostrare l’aliunde perceptum dell’impresa, al fine di evitare la corresponsione dell'indennizzo a favore dell'appaltatore.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Gli Ermellini, concordemente con quanto affermato dal ricorrente, hanno evidenziato come quanto sostenuto dai giudici di merito, si ponga in contrasto con la costante giurisprudenza di legittimità, la quale, in ossequio al principio della vicinanza al fatto oggetto di prova, ha più volte ribadito che “in ipotesi di recesso unilaterale del committente dal contratto d'appalto, ai sensi dell'art. 1671 cod. civ., grava sull'appaltatore, che chiede di essere indennizzato del mancato guadagno, l'onere di dimostrare quale sarebbe stato l'utile netto da lui conseguibile con l'esecuzione delle opere appaltate, costituito dalla differenza tra il pattuito prezzo globale dell'appalto e le spese che si sarebbero rese necessarie per la realizzazione delle opere, restando salva per il committente la facoltà di provare che l'interruzione dell'appalto non ha impedito all'appaltatore di realizzare guadagni sostitutivi ovvero gli ha procurato vantaggi diversi(Cass. Civ., n. 8853/2017; Cass. Civ., n. 9132/2012).

Contrariamente a ciò, la Corte territoriale, in relazione al caso di specie, ha erroneamente affermato, mediante un apodittico richiamo il fatto notorio, che la sussistenza dell’an del pregiudizio dovrebbe ritenersi dimostrata, non già in ragione della prova offerta dall’appaltatore, bensì dalla mancata allegazione, da parte del committente, dell’aliunde perceptum.


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Previdenza complementare e incentivi tributari

Pubblicato il: 08/05/2021

L’introduzione da parte del legislatore di forme di previdenza per l’erogazione di trattamenti pensionistici che siano complementari al sistema obbligatorio ha avuto, come obiettivo primario, quello di assicurare più elevati livelli di copertura previdenziale.
La relativa disciplina è stata prevista in maniera organica dapprima dal D. Lgs. n. 124/1993 e poi, giusta delega rilasciata al Governo dalla Legge n. 243/2004, è stata riformata dal D. Lgs. n. 252 del 2005, che oggi regola la materia.

La riforma dell’intera disciplina, attuata dal legislatore con il D. Lgs. n. 252/2005, è entrata in vigore dal 1° gennaio 2007 e ha previsto importanti incentivi tributari, sia per quanto riguarda la contribuzione che la tassazione delle prestazioni erogate, così brevemente riassumibili:

  • deducibilità fino a 5.164,57 euro dal reddito complessivo dichiarato ai fini Irpef dei contributi versati da parte sia del lavoratore che del datore di lavoro. Nel caso in cui i predetti contributi non vengano dedotti, occorrerà informarne il Fondo pensione affinché questi ne tenga conto in fase di erogazione, escludendo da imposizione la somma corrispondente ai contributi deducibili ma non dedotti;

  • non tassabilità, nella fase di liquidazione della prestazione erogata al lavoratore, della quota di contributo previdenziale non dedotta dal reddito in fase di accumulo, per mancanza di capienza nel reddito dichiarato o perché eccedente la soglia massima ammissibile di 5.164,57 euro (cosiddetto principio di “correlazione fiscale”);

  • tassazione del rendimento, laddove previsto, sulla prestazione ricevuta dal fondo. La tassazione del rendimento avviene in misura diversificata in base al tipo di prodotto in cui si investe. Salva l’ipotesi di una imposizione in via sostitutiva, dal 2015 l’aliquota di tassazione è stata portata al 20% (sotto forma di ritenuta a titolo d’imposta), ma con un’agevolazione particolare. Sulla quota di rendimento che deriva dall’investimento in Titoli di Stato, l’imposta del 20% si applica solo sul 62,5% del rendimento. L’agevolazione prevede che venga applicato il 20% sul 62,5% del rendimento il che equivale a dire che si applica il 12,5% sul rendimento complessivo derivante da Titoli di Stato.

Ne deriva che la tassazione dei rendimenti avviene nella misura minima del 12,5% nel caso in cui il fondo investe esclusivamente in titoli di Stato; nella misura massima del 20% se il fondo investe in titoli azionari e obbligazionari diversi dai titoli di Stato.
Se in un anno si ottengono rendimenti negativi, nasce una “minusvalenza” che non viene persa ma viene sottratta dai rendimenti positivi che si otterranno negli anni successivi al fine di ridurre l’imposta futura che verrà pagata.

  • tassazione delle prestazioni pensionistiche complementari erogate al lavoratore, sia in forma di capitale che di rendita, limitatamente alla parte non tassata durante la fase di accumulo, con una ritenuta a titolo d’imposta pari al 15%, e riduzione di detta aliquota dello 0,30% per ogni anno eccedente il quindicesimo anno di partecipazione alle forme pensionistiche complementari, con un limite massimo di riduzione di 6 punti percentuali.

  • tassazione del riscatto della prestazione contributiva complementare con la medesima tassazione di cui al punto precedente, qualora il riscatto sia esercitato ai sensi dell’articolo 14, commi 2 e 3, del Dlgs. n. 252/2005, e con ritenuta a titolo d’imposta del 23% nelle altre ipotesi di riscatto.

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Il coerede che abbia apportato delle migliorie al bene comune ha diritto al rimborso delle spese?

Pubblicato il: 07/05/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 15300/2020, è tornata a pronunciarsi in materia di divisione ereditaria, precisando se, in tale sede, il coerede che abbia apportato delle migliorie al bene comune da lui posseduto, abbia diritto ad essere rimborsato delle spese sostenute a tale scopo, o se, invece, di tali migliorie e, quindi, del conseguente aumento di valore del bene comune, si debba tener conto nella liquidazione dei conguagli, a vantaggio, dunque, di tutti i coeredi.

La questione sottoposta all’esame dei Giudici di legittimità era nata in seguito alla decisione con cui la Corte d’Appello adita, in riforma della decisione di primo grado, pronunciandosi in ordine alla causa di divisione ereditaria insorta tra alcuni coeredi, aveva stabilito che, al coerede che aveva apportato delle migliorie al bene comune in suo possesso, dovesse spettare un rimborso delle spese da lui sostenute a tale scopo, modificando, di conseguenza, il valore delle quote spettanti agli altri condividenti.

Rimasti soccombenti all’esito del giudizio di secondo grado, gli altri coeredi decidevano di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3, del c.p.c., la violazione della regola di diritto secondo cui le addizioni e le migliorie apportate al bene comune da un condividente sarebbero dovute entrare a far parte della massa e, di esse, si sarebbe dovuto tenere conto ai fini della determinazione delle quote e dei conguagli. A loro avviso, dunque, la Corte d’Appello, dopo aver riconosciuto che le addizioni e le migliorie al bene comune erano state realizzate da un coerede, aveva errato nell’omettere di tener conto dell’incremento di valore del bene nella liquidazione dei conguagli.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo privo di fondamento il suddetto motivo di doglianza.

Nel prendere la propria decisione, i Giudici della Corte di Cassazione hanno ritenuto opportuno ribadire quanto già affermato dal consolidato orientamento della stessa giurisprudenza di legittimità, secondo cui, “il coerede che sul bene comune da lui posseduto abbia eseguito delle migliorie può pretendere, in sede di divisione, non già l’applicazione dell’art. 1150 del c.c. – secondo cui è dovuta un’indennità pari all’aumento di valore della cosa in conseguenza dei miglioramenti – ma, quale mandatario utile gestore degli altri eredi partecipanti alla comunione ereditaria, il rimborso delle spese sostenute per il suddetto bene comune, esclusa la rivalutazione monetaria, trattandosi di un debito di valuta e non di un debito di valore” (cfr. ex multis Cass. Civ., n. 5135/2019; Cass. Civ., n. 16206/2013).

Alla luce di tale principio di diritto, i Giudici di legittimità non hanno potuto far altro che confermare quanto deciso dalla Corte territoriale, la quale, contrariamente a quanto sostenuto dai ricorrenti, ha, quindi, correttamente stabilito che il coerede che abbia apportato delle migliorie al bene comune da lui posseduto, ha diritto, in sede di giudizio di divisione, ad essere rimborsato, dagli altri coeredi, delle spese da lui sostenute.


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È legittima l’esclusione del lavoratore disabile dalla turnazione prevista per il lavoro straordinario?

Pubblicato il: 04/05/2021

La Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 15075/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine alla legittimità dell’esclusione di un dipendente pubblico affetto da disabilità dalla turnazione per il lavoro straordinario, la quale sia avvenuta esclusivamente sulla base della sua condizione.

La questione sottoposta all’esame degli Ermellini era nata in seguito all’esclusione di un dipendente del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, affetto da disabilità, dai turni di lavoro straordinario, la quale era stata ritenuta discriminatoria sia dal Tribunale che dalla Corte d’Appello, con conseguente condanna del Ministero al risarcimento del danno.
La Corte territoriale, in particolare, aveva evidenziato come l’esclusione del lavoratore, adibito in via continuativa e non saltuaria allo sportello, fosse stata determinata dalla sola condizione di disabile, senza che la stessa fosse in alcun modo giustificata, considerato che il suo handicap fisico non influiva sulla possibilità di espletare il servizio, né comportava una difficoltà nell’erogarlo, tanto che, in precedenza, lo stesso era stato incluso nei turni e si era assentato con la medesima frequenza degli altri addetti alle stesse mansioni.

Il Ministero, rimasto soccombente all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, decideva di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, denunciando la violazione e la falsa applicazione degli artt. 15 e 16 dello Statuto dei lavoratori, nonché dell’art. 2077 del c.c. A suo avviso, infatti, la decisione di escludere il lavoratore in questione dai turni del personale addetto all’attività di revisione per conto dei privati, era stata assunta dal direttore dell’ufficio per rispondere alle necessità dell’utenza e nell’ambito delle prerogative riconosciute dall’art. 5 del T.U.P.I.
Il Ministero ricorrente sosteneva che il lavoratore, assunto come centralinista ipovedente, era stato addetto soltanto saltuariamente allo sportello ma, in seguito, a causa delle continue assenze, era stato assegnato a svolgere solo le mansioni di assunzione e, quindi, era stato escluso dai turni per garantire l’efficienza del servizio, aggiungendo come, peraltro, non esistesse un diritto soggettivo del lavoratore subordinato alla parità di trattamento, non essendo, dunque, configurabile, nel caso di specie, alcun comportamento discriminatorio imputabile al datore di lavoro.

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, evidenziato come, nel caso de quo, la Corte territoriale, dopo aver accertato che il lavoratore affetto da disabilità era stato adibito allo sportello in modo continuativo e non saltuario, avesse ritenuto che la sua esclusione dai turni di lavoro straordinario, disposti per la revisione dei veicoli, compensati direttamente dai privati, fosse discriminatoria perché fondata, senza giustificazioni, sulla sua condizione di disabile e, quindi, seppure in assenza di un espresso richiamo, avesse deciso la controversia conformemente a quanto disposto dall’art. 2 della l. n. 67/2006, secondo cui “il principio di parità di trattamento comporta che non può essere praticata alcuna discriminazione in pregiudizio delle persone con disabilità. Si ha discriminazione diretta quando, per motivi connessi alla disabilità, una persona è trattata meno favorevolmente di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata una persona non disabile in una situazione analoga”.

Il Ministero, invece, nella parte in cui, con il proprio ricorso, ha insistito nel sostenere che l’assegnazione allo sportello fosse stata soltanto saltuaria e che il direttore dell’ufficio avesse legittimamente esercitato i poteri attribuiti al dirigente dall’art. 5 del T.U.P.I., oltre a contestare la ricostruzione dei fatti di causa, non ha colto né censurato adeguatamente l’effettiva ratio della decisione, la quale era totalmente fondata sull’esclusione di ragioni idonee a giustificare il modello organizzativo adottato, da cui i Giudici di merito hanno desunto la natura discriminatoria dell’atto adottato.

È, poi, parso inconferente anche il richiamo all’art. 2077 del c.c., nonché al principio della parità di trattamento nell’ambito del lavoro privato, sia perché, per l’impiego pubblico contrattualizzato, la norma di riferimento è rappresentata dall’art. 45 del T.U.P.I., sia perché, nel caso in esame, viene in rilievo la tutela del disabile, la quale è assicurata, in ogni caso, dal richiamato art. 2 della l. n. 67/2006.


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Il genitore che paga il debito del figlio, senza chiedere la restituzione della somma, compie una donazione indiretta?

Pubblicato il: 29/04/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 23260/2019, ha avuto modo di tornare a pronunciarsi in materia di donazione indiretta, precisando se essa possa o meno considerarsi integrata a fronte della decisione del de cuius di rinunciare ad agire in regresso verso il figlio, dopo aver provveduto al pagamento di un debito proprio della società di cui entrambi facevano parte e che, al momento, stava fallendo.

La questione sottoposta all’esame dei giudici di legittimità era nata in seguito alla decisione di un uomo di citare in giudizio gli eredi del padre, chiedendo la dichiarazione della nullità del testamento olografo di quest’ultimo, e, di conseguenza, che fosse disposta la divisione ereditaria del patrimonio comune secondo le norme sulla successione legittima.

I convenuti, nel resistere in giudizio, chiedevano, d’altro canto, che la divisione ereditaria avvenisse previo conferimento, da parte dell’attore, ai sensi dell’art. 737 del c.c., della donazione indiretta effettuata in suo favore dal de cuius attraverso il pagamento di un suo debito.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello rigettavano, però, la richiesta di collazione avanzata dai coeredi convenuti. Secondo la Corte territoriale, in particolare, il pagamento effettuato dal dante causa in favore del figlio si doveva considerare avvenuto a titolo di garanzia e non di liberalità, posto che lo stesso rispondeva anche ad un interesse proprio del de cuius, in qualità di coobbligato in solido con il figlio per i debiti della loro società, al fine di evitare l’incremento degli interessi moratori e l’escussione coattiva del proprio patrimonio.

Di fronte a tale decisione, gli originari convenuti decidevano di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione denunciando, tra le altre cose, la violazione e la falsa applicazione degli artt. 737, 769 e 1236 del c.c. A loro avviso, infatti, il pagamento eseguito dal de cuius ad estinzione di un debito della società di cui facevano parte sia lui che il figlio, originario attore, aveva originato, verso quest’ultimo, un credito di pari importo e, per questo motivo, la rinuncia del padre ad agire in regresso verso il figlio costituiva, senza dubbio, un’ipotesi di donazione indiretta.

La Suprema Corte ha accolto il suddetto motivo di ricorso.

Come già più volte ribadito dalla giurisprudenza di legittimità, la donazione indiretta va individuata sulla base del perseguimento di un fine di liberalità e non, invece, del mezzo giuridico impiegato, il quale può essere di vario tipo, seppur entro i limiti consentiti dall’ordinamento, potendo, dunque, consistere in atti o negozi la cui combinazione produce l’effetto di un’attribuzione patrimoniale gratuita, eccedente rispetto al mezzo utilizzato (ex multis Cass. Civ., n. 3134/2012; Cass. Civ., n. 5333/2004).

Nel caso di specie, essendo stato allegato il pagamento di un debito quale fattispecie di donazione indiretta, si doveva considerare, altresì, implicitamente dedotto anche il mancato regresso o la mancata surrogazione del de cuius, senza i quali l’attribuzione patrimoniale non si sarebbe potuta configurare.

Contrariamente a quanto affermato dalla Corte d’Appello, dunque, non assume alcun rilievo l’esistenza o meno di un interesse proprio del solvens all’adempimento, poiché tale interesse non elimina la natura di liberalità indiretta della rinuncia al regresso.


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Qual è il confine tra le trattative e la conclusione del contratto? La Cassazione fornisce alcune indicazioni operative

Pubblicato il: 27/04/2021

La Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 13610/2020, ha avuto modo di precisare, ancora una volta, in quali casi un contratto si possa dire definitivamente concluso.

La vicenda sottoposta all’esame degli Ermellini era nata in seguito all’opposizione, proposta da una società, contro il decreto ingiuntivo ottenuto da un’agenzia di sicurezza, per il pagamento dei corrispettivi dei servizi di portierato e cortesia da essa svolti.

Nel costituirsi in giudizio, la convenuta eccepiva l’incompetenza territoriale del Tribunale adito dell’attrice, considerato che era stata da esse prevista una deroga convenzionale della competenza territoriale, prevedendo, quale giudice competente, un Tribunale diverso da quello in cui era stata instaurata la causa.

Il Giudice adito, accogliendo l’eccezione sollevata dalla convenuta, dichiarava la propria incompetenza per territorio, e, di conseguenza, la nullità del decreto ingiuntivo emesso in precedenza. A sostegno della propria decisione, il Tribunale rilevava come, tra le parti, fosse stata effettivamente convenuta, per iscritto, una deroga alla competenza territoriale del Foro destinato a conoscere delle eventuali controversie riferite al contratto, a nulla rilevando la circostanza che esse non avessero ancora raggiunto l'accordo su alcuni punti secondari del contratto, dovendo ritenersi che le stesse non avessero attribuito, a detta lacuna, alcuna efficacia ostativa alla piena validità ed efficacia dell'accordo.

Avverso tale decisione, l’originaria attrice proponeva regolamento di competenza dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando la violazione degli artt. 20, 28 e 29 del c.p.c. in relazione agli artt. 1321, 1322, 1325 e 1326, comma 5, del c.c., nonché degli artt. 115 e 116 del c.p.c. A suo avviso, infatti, il Giudice di merito aveva erroneamente ricostruito la vicenda contrattuale sottoposta al suo esame, trascurando di rilevare come il rapporto intercorso tra le parti fosse stato originariamente concluso attraverso lo scambio di comunicazioni in forma orale e l’invio di posta elettronica, senza l’individuazione di alcun foro competente in via esclusiva per le eventuali controversie contrattuali. Allo stesso modo, il Tribunale aveva, altresì, omesso di tener conto del fatto che le trattative intercorse per la successiva modificazione degli accordi originariamente raggiunti, non avevano mai raggiunto un’effettiva definizione, cosicché la clausola con cui era stata prevista la competenza esclusiva di un Tribunale diverso da quello adito, non poteva essere ritenuta valida ed efficace.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Gli Ermellini hanno preliminarmente evidenziato come, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, “l’accordo che le parti abbiano raggiunto su alcuni punti essenziali del contratto non esaurisce la fase delle trattative, perché, al fine di perfezionare il vincolo contrattuale, è necessario che tra le stesse si sia raggiunta l’intesa sugli elementi costitutivi, sia principali che secondari, dell’accordo” (ex multis, Cass. Civ., n. 367/2005).

Di conseguenza, dunque, “l'eventuale redazione di appunti o bozze di contratto non supera di per sé la fase della puntuazione, vale a dire quella di un accordo preliminare su alcune delle condizioni del futuro contratto” (Cass. Civ., n. 2561/2009).

Sempre secondo la costante giurisprudenza della Cassazione, poi, tale principio si deve ritenere valido anche in relazione ai cosiddetti contratti a formazione progressiva, in cui l'accordo delle parti su tutte le clausole si raggiunge gradatamente ed il momento perfezionativo del negozio è, di regola, quello dell'accordo finale su tutti gli elementi principali ed accessori, salvo che le parti abbiano inteso vincolarsi agli accordi raggiunti sui singoli punti, riservando per un secondo momento la disciplina degli elementi secondari (Cass. Civ., n. 16016/2003).

Nel caso di specie, dal complesso degli elementi istruttori acquisiti nel corso del giudizio, pur risultando evidente l’avvenuta esecuzione iniziale di alcuni accordi intercorsi in maniera informale tra le parti, non risultava definita, in termini inequivoci, la volontà delle parti di considerare già pienamente vincolanti i punti stabiliti e destinati a formalizzare un nuovo assetto dei rapporti contrattuali in corso tra di esse.

Non risultando, peraltro, in alcun modo la sussistenza di una volontà delle parti di derogare al principio generale in base al quale, al fine di perfezionare il vincolo contrattuale, è indispensabile che tra le stesse sia stato raggiunto un accordo su tutti gli elementi costitutivi del contratto, sia principali che secondari, secondo gli Ermellini, la clausola contenuta nei testi oggetto di negoziazione, con cui le parti avevano individuato un foro competente in via esclusiva per le controversie relative al loro rapporto, si deve ritenere del tutto priva di efficacia, essendo, pertanto, erronea la decisione emessa dal Giudice di merito.


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Cancellazione di una società di persone: i soci sono responsabili per i debiti della società estinta?

Pubblicato il: 21/04/2021

La Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 12758/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine alla responsabilità personale dei soci per i debiti societari, in seguito alla cancellazione di una società di persone dal Registro delle Imprese.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito al ricorso proposto dall’ex legale rappresentante di una società, contro un avviso di accertamento relativo ad Irap ed IVA, relativamente alla società di persone, da lui rappresentata, la quale, nel frattempo, era stata cancellata dal Registro delle Imprese.

Sia la Commissione Tributaria Provinciale che la Commissione Tributaria Regionale osservavano come l’avviso di accertamento non potesse essere diretto nei confronti di una società estinta, dovendo, invece, essere indirizzato nei confronti degli ex soci personalmente e, in ogni caso, nei limiti in cui erano stati distribuiti gli utili in sede di bilancio finale di liquidazione.

Rimasta soccombente, l’Agenzia delle Entrate decideva di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, deducendo la violazione e la falsa applicazione degli artt. 2291, 2312 e 2495 del c.c., nonché del comma 4 dell’art. 65 delle disp. accert. imp. redditi, nella parte in cui la sentenza aveva ritenuto che l’avviso di accertamento fosse stato notificato nei confronti della società e non dei singoli soci. La ricorrente evidenziava, altresì, come, all’esito della cancellazione di una società di persone dal Registro delle Imprese, i soci succedessero nelle posizioni debitorie della società estinta, nonché come l’avviso di accertamento potesse essere notificato ai soci, indipendentemente dal riparto del bilancio finale di liquidazione, costituendo, tale elemento, un mero limite di esigibilità della pretesa del creditore.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, dato atto di come, in ossequio alla costante giurisprudenza di legittimità, “all'atto della cancellazione di una società, per i rapporti facenti capo a questa e ancora pendenti dopo la cancellazione dal Registro delle Imprese si determina un fenomeno successorio in capo ai soci, anche per i debiti non definiti in sede di bilancio finale di liquidazione, nei quali essi succedono ciascuno nei limiti della quota di partecipazione(Cass. Civ., n. 15637/2019; Cass. Civ., n. 17492/2018).

Concordemente a quanto eccepito dall’Agenzia delle Entrate, la Cassazione ha, dunque, evidenziato come i giudici di merito abbiano errato nel ritenere che l’avviso di accertamento potesse essere diretto contro i soci soltanto nei limiti in cui risultavano distribuiti gli utili in sede di bilancio finale di liquidazione. Sulla scorta di quanto precisato dalle Sezioni Unite della Suprema Corte, infatti, “il successore che risponde solo intra vires dei debiti trasmessigli non cessa, per questo, di essere un successore; e se il suaccennato limite di responsabilità dovesse rendere evidente l'inutilità per il creditore di far valere le proprie ragioni nei confronti del socio, ciò si rifletterebbe sul requisito dell'interesse ad agire (ma si tenga presente che il creditore potrebbe avere comunque interesse all'accertamento del proprio diritto, ad esempio in funzione dell'escussione di garanzie) ma non sulla legittimazione passiva del socio medesimo” (Cass. Civ., SS.UU., n. 6070/2013).

Invero, nonostante una parte minoritaria della successiva giurisprudenza di legittimità si sia discostata da tale posizione, l’orientamento maggioritario ritiene che il limite di responsabilità dei soci, di cui all’art. 2495 del c.c., non incida sulla loro legittimazione processuale ma, al più, sull’interesse ad agire dei creditori sociali, il quale non è, di per sé, escluso dalla circostanza che i soci medesimi non abbiano partecipato utilmente alla ripartizione finale, potendo, ad esempio, sussistere beni e diritti che, sebbene non ricompresi nel bilancio di liquidazione della società estinta, siano stati trasferiti ai soci (cfr. ex multis Cass. Civ., n. 5988/2017; Cass. Civ., n. 9094/2017).


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Qual è il ruolo della consulenza tecnica d’ufficio nel processo civile?

Pubblicato il: 19/04/2021

La Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 12387/2020, ha avuto modo di precisare quella che è la natura della consulenza tecnica d’ufficio.

La questione sottoposta all’esame della Suprema Corte era nata dal ricorso presentato, in sede di legittimità, da una società fornitrice di energia elettrica, la quale era rimasta parzialmente soccombente all’esito del giudizio di secondo grado.

Con un primo motivo di ricorso, la società denunciava la nullità della sentenza d’appello per violazione e falsa applicazione degli artt. 61, 62, 113, 115 e 116 del c.p.c. A suo avviso, infatti, la Corte territoriale aveva errato, da un lato, nel non aver tenuto conto degli accertamenti e delle affermazioni della consulenza tecnica d’ufficio espletata in primo grado, pur riconoscendone la validità del contenuto, e, dall’altro, nell’essersi discostata dalla stessa senza motivare adeguatamente il proprio dissenso.

Con un secondo motivo di ricorso, si eccepiva la nullità della sentenza di seconde cure denunciando come la Corte d’Appello avesse valutato in maniera illogica e contraddittoria gli esiti della consulenza tecnica, omettendo, così, di esaminare dei fatti decisivi per il giudizio.

La Suprema Corte, analizzando congiuntamente i motivi di doglianza avanzati dalla ricorrente, ha dichiarato l’inammissibilità del ricorso.

Gli Ermellini hanno, in particolare, evidenziato come, nell'eccepire l’omesso esame di un fatto decisivo, il ricorrente sia tenuto ad indicare il preciso fatto storico il cui esame sia stato omesso, il dato, sia esso testuale o extra testuale, da cui esso risulti esistente, il come e il quando tale atto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti, nonché la sua decisività, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo, qualora il fatto storico, rilevante per la causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (cfr. Cass. Civ., SS.UU., 8053/2014).

Alla luce di tale principio, i giudici di legittimità hanno, dunque, sottolineato come la ricorrente non abbia provveduto ad evidenziare un fatto storico decisivo, il cui esame sia stato omesso, non potendosi ricondurre, di per sé, alla nozione di "fatto storico" la consulenza tecnica d’ufficio.

La costante giurisprudenza di legittimità ha, infatti, più volte ribadito che il fatto storico "è un accadimento fenomenico esterno alla dinamica propria del processo, ossia a quella sequela di atti ed attività disciplinate dal codice di rito che, dunque, viene a caratterizzare la diversa natura e portata del "fatto processuale", il quale segna il differente ambito del vizio deducibile in sede di legittimità ai sensi del n. 4 dell'art. 360 c.p.c." (Cass. Civ., n. 18328/2019).

La consulenza tecnica d’ufficio è, difatti, un atto processuale che svolge una funzione di ausilio nei confronti del giudice, nella valutazione dei fatti e degli elementi acquisiti, assurgendo, in determinati casi, a fonte di prova per l’accertamento dei fatti. Essa, pertanto, non è un "fatto storico", rappresentando, piuttosto, l’elemento istruttorio da cui è possibile trarre il "fatto storico" rilevato o accertato dal consulente.


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