Assegno divorzile: l’ex coniuge ne ha diritto anche se ha perso la responsabilità genitoriale?

Pubblicato il: 04/03/2021

La Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 11187/2020, ha avuto modo di tornare a pronunciarsi in materia di assegno divorzile, chiedendosi, in particolare, se esso possa essere disposto anche in favore dell’ex coniuge che abbia perso la propria responsabilità genitoriale.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito alla pronuncia con cui la Corte d’Appello di Ancona aveva riconosciuto ad una donna il diritto a percepire mensilmente, dall’ex marito, un assegno divorzile pari a 300 euro, eliminando, altresì, il suo obbligo di partecipare alle spese straordinarie per la prole.

Di fronte a tale decisione, l’ex marito decideva di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo la violazione e la falsa applicazione dell’art. 5 della legge divorzio. Il ricorrente censurava, infatti, il riconoscimento, in favore dell’ex moglie, del diritto a percepire l’assegno divorzile, considerato che la stessa non aveva contribuito in alcun modo alla vita familiare, tanto da aver perso la propria responsabilità genitoriale nei confronti dei figli.

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, posto che, a suo avviso, le doglianze del ricorrente si sostanziavano nella mera sollecitazione di un’impropria rivalutazione del merito della causa.

Gli Ermellini hanno, in ogni caso, evidenziato, sin da subito, come la decisione impugnata, seppur anteriore, risulti essere in linea con i principi espressi, in materia di assegno di divorzio, dalla stessa Cassazione, prima con la sentenza n. 18287/2018, resa a Sezioni Unite, e, poi, con la sentenza n. 1882/2019.

Le citate pronunce hanno, infatti, stabilito che “il riconoscimento dell’assegno di divorzio in favore dell’ex coniuge, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, ai sensi dell’art. 5 comma 6, l. n. 898 del 1970, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante, e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, applicandosi i criteri equiordinati di cui alla prima parte della norma, i quali costituiscono il parametro cui occorre attenersi per decidere sia sull’attribuzione sia sulla quantificazione dell’assegno. Il giudizio dovrà essere espresso, in particolare, alla luce di una valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio comune, nonché di quello personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto, ed inoltre che “la funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi, anch’essa assegnata dal legislatore all’assegno divorzile, non è finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi”.

Nel caso di specie, dunque, secondo i giudici di legittimità, la Corte territoriale ha correttamente attribuito il beneficio dell’assegno divorzile all'ex moglie, circoscrivendolo e commisurandolo soltanto sull’accertata sussistenza dei presupposti per il riconoscimento dello stesso in funzione assistenziale, compiendo un’attenta valutazione delle condizioni economiche e reddituali degli ex coniugi, e dando, comunque, atto dell’assenza di un qualsivoglia contributo, da parte della donna, alla vita familiare, la quale, peraltro, era stata particolarmente travagliata, tanto da aver comportato la sua decadenza della responsabilità genitoriale.


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Incidente provocato da insidia stradale: chi risponde del danno?

Pubblicato il: 03/03/2021

La Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 11096/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in materia di danno da insidia stradale, precisando sia in che termini si possa considerare responsabile l’ente gestore della strada, sia su chi ricada l’onere della prova.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito alla domanda proposta da una coppia di genitori, contro la Provincia di Perugia, al fine di ottenere la sua condanna al risarcimento dei danni subiti dal figlio minorenne, il quale, mentre era a bordo del proprio ciclomotore, era caduto a causa di una voragine presente sulla strada che stava percorrendo.

Di fronte al rigetto della domanda risarcitoria da parte del Tribunale, adito in secondo grado, gli originari attori, unitamente al figlio, divenuto, nel frattempo, maggiorenne, ricorrevano dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo, in primo luogo, la violazione e la falsa applicazione degli artt. 2051 e 2053 c.c. A loro avviso, infatti, il Giudice di seconde cure aveva errato nel rigettare la loro domanda, affermando che la strada non presentava intrinseche connotazioni di concreta pericolosità, senza, però, indicare a quali altre ipotetiche cause si sarebbe dovuto ascrivere il sinistro, posto che era incontestato il fatto che il danno fosse derivato proprio dalla strada.

I ricorrenti lamentavano, poi, da un lato, come il Tribunale avesse alterato l’onere della prova, e, dall’altro, come non fossero state prese in considerazione le dichiarazioni rese dai testimoni, con particolare riferimento a quelle rese da un dipendente della Provincia convenuta, il quale aveva affermato che proprio dopo l’incidente de quo si era provveduto a ripristinare l’asfalto in via cautelativa.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, evidenziato come la stessa Cassazione abbia già avuto modo di affermare che custodi sono tutti i soggetti, pubblici o privati, che hanno il possesso o la detenzione della cosa” (Cass. Civ., n. 3651/2006; Cass. Civ., n. 20317/2005).

Posto, quindi, che, ai sensi dell’art. 14 del codice strada, “gli enti proprietari delle strade sono tenuti a provvedere: a) alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi; b) al controllo tecnico dell’efficienza delle strade e relative pertinenze; c) all’apposizione e alla manutenzione della segnaletica prescritta”, e considerato che, a loro carico, è senza dubbio configurabile la responsabilità per cosa in custodia, ex art. 2051 del c.c., in ragione del particolare rapporto con la strada, vige, in materia, il consolidato principio di diritto per cui “in caso di sinistro, dei danni conseguenti ad omessa o insufficiente manutenzione, il proprietario o il custode (tale essendo anche il possessore, il detentore o il cessionario) risponde ex art. 2051 del c.c. salvo che dalla responsabilità presunta a suo carico si liberi dando la prova del caso fortuito”.

Ciò significa che il danneggiato che chieda il risarcimento del danno sofferto in conseguenza dell’omessa o insufficiente manutenzione della cosa in custodia o delle sue pertinenze, invocando la responsabilità del custode, è tenuto a provare che i danni subiti derivino da detta cosa, in relazione alle circostanze del caso concreto. Prova, questa, che consiste nella dimostrazione del verificarsi dell’evento dannoso e della sua derivazione dalla cosa in custodia, e che può essere fornita anche con presunzioni (Cass. Civ., n. 3651/2006).

L’art. 2051 del c.c., infatti, facendo eccezione alla regola generale di cui al combinato disposto degli artt. 2043 e 2697 c.c., integra un’ipotesi di responsabilità aggravata, poiché, imponendo al custode, presunto responsabile del danno, di fornire l’eventuale prova liberatoria del caso fortuito, realizza un’inversione dell’onere della prova (cfr. ex multis Cass. Civ., n. 13222/2016).

In ossequio a tale assunto, dunque, il custode è tenuto a dimostrare di aver espletato, con la diligenza adeguata alla natura e alla funzione della cosa ed in base alle circostanze del caso concreto, tutte le dovute attività di controllo, vigilanza e manutenzione, gravanti su di lui sia in base a specifiche disposizioni di legge, sia in ossequio al generale principio del neminem laedere (cfr. Cass. Civ., n. 3651/2006).

Non spetta, quindi, al danneggiato provare l’insidia o il trabocchetto, né l’anomalia presente sul manto stradale, incombendo, al contrario, sul proprietario delle strade pubbliche, l’onere di fornire la prova liberatoria, dimostrando di aver adottato tutte le misure idonee a prevenire e ad impedire che il bene demaniale presenti una situazione di pericolo occulto, produttiva di danno a terzi, con una diligenza adeguata alla natura della cosa e alle circostanze del caso concreto, al fine di far valere, in sostanza, la propria mancanza di colpa (Cass. Civ., n. 4243/2009; Cass. Civ., n. 5445/2006), e, se del caso, invocare il concorso colposo del danneggiato, ex art. 1227 del c.c. (Cass. Civ., n. 19653/2004).


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L’allontanamento dalla casa coniugale comporta l’addebito della separazione?

Pubblicato il: 02/03/2021

La Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 648/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in merito alla possibilità o meno di addebitare la separazione al coniuge che si sia allontanato dalla casa coniugale, qualora detto allontanamento risulti essere giustificato da altri elementi che hanno determinato la rottura del rapporto familiare.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito alla pronuncia con cui la Corte d’Appello, adita nell’ambito di un procedimento di separazione coniugale, aveva rigettato la domanda di addebito della stessa, presentata da un uomo nei confronti dell’ormai ex moglie, la quale si era allontanata dalla casa familiare.

Rimasto soccombente, l’ex marito ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo, essenzialmente, la violazione dell’art. 132 del c.p.c. A suo avviso, infatti, la Corte territoriale aveva errato, innanzitutto, nel ravvisare, nella sua condotta, una sostanziale acquiescenza all’allontanamento della moglie dalla casa familiare, da cui si era desunto che l’affectio coniugalis fosse venuta meno già nel corso della convivenza, mentre, in realtà, l’allontanamento era avvenuto in epoca precedente ai fatti che, poi, avevano posto definitivamente fine al rapporto tra i coniugi.
Secondo il ricorrente, poi, i giudici di merito avevano errato anche nell’aver ritenuto giustificato l’allontanamento della moglie dalla casa coniugale, posto che, prima della proposizione della domanda di separazione, era trascorso un lungo lasso di tempo.

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile.

Gli Ermellini hanno evidenziato come, contrariamente a quanto eccepito dal ricorrente, i giudici di merito abbiano correttamente applicato il principio di diritto affermato, in materia, dalla costante giurisprudenza di legittimità, in base al quale “il volontario abbandono del domicilio familiare da parte di uno dei coniugi, costituendo violazione del dovere di convivenza, è di per sé sufficiente a giustificare l'addebito della separazione, a meno che non risulti provato che esso è stato determinato dal comportamento dell'altro coniuge o sia intervenuto in un momento in cui la prosecuzione della convivenza era già divenuta intollerabile ed in conseguenza di tale fatto” (Cass. Civ., n. 25966/2016; Cass. Civ., n. 19328/2015; Cass. Civ., n. 10719/2013).

Proprio in ossequio a tale principio, la Corte d’Appello, pur dando atto dell’abbandono della casa familiare da parte della donna, ha correttamente posto in risalto una serie di circostanze rimaste incontestate, soltanto in parte posteriori alla predetta condotta, da essa ritenute idonee a dimostrare che l'interruzione della convivenza avesse, in realtà, rappresentato l'esito di una crisi familiare già in atto da tempo, in quanto attestanti l'intervenuto deterioramento dei rapporti tra i coniugi già in epoca anteriore al predetto allontanamento.

La sentenza impugnata ha, difatti, evidenziato puntualmente sia come l’allontanamento della donna dal tetto coniugale fosse stato giustificato da varie circostanze, quali gli accesi contrasti con la famiglia d’origine e la sua esclusione dalla gestione delle entrate familiari, nonché la prolungata assenza di rapporti intimi tra i coniugi, sia come lo stesso ricorrente avesse dimostrato uno scarso interesse per l’allontanamento della moglie, essendo andato alla sua ricerca soltanto dopo un certo lasso di tempo e avendo chiesto sue notizie ai parenti soltanto saltuariamente.


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Patrocinio a spese dello Stato: ambito di operatività

Pubblicato il: 01/03/2021

La Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 11858/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in materia di patrocinio a spese dello Stato, chiedendosi, in particolare, se esso sia ammissibile anche con riferimento a quei procedimenti civili in cui la legge non preveda l’obbligo, per la parte, di essere assistita da un difensore.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito all’avvenuto deposito, da parte di un avvocato, dell’istanza di liquidazione delle proprie spettanze, dopo aver svolto l’attività di difensore di un soggetto ammesso al patrocinio a spese dello Stato, ai fini della sua ammissione al passivo del fallimento di una società.
Il Tribunale adito, tuttavia, rigettava detta istanza, dichiarando che non era liquidabile alcuna somma, posto che, per la domanda di ammissione al passivo, la legge non richiedeva il patrocinio legale.

Di fronte a tale pronuncia, il legale proponeva opposizione, la quale veniva accolta, con conseguente liquidazione del compenso e condanna del Ministero della Giustizia al pagamento delle spese di lite.

Rimasto soccombente, il Ministero della Giustizia ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando la violazione e la falsa applicazione degli artt. 74 e 75 del Testo Unico delle spese di giustizia, D.P.R. n. 115/2002. Secondo il ricorrente, infatti, non potevano essere posti a carico dell’erario i compensi spettanti al difensore della parte ammessa al patrocino a spese dello Stato, nei casi in cui la parte stessa avrebbe potuto stare in giudizio personalmente, senza che fosse necessaria l’assistenza di un avvocato.
A parere del Ministero, peraltro, la ratio stessa dell’istituto del patrocinio a spese dello Stato, non era quella di consentire al non abbiente di fruire dell’assistenza di un avvocato, bensì quella di permettere l’accesso alla tutela giurisdizionale per la difesa dei propri diritti, con la conseguenza che, nel caso di specie, non sussistendo alcun ostacolo tra l'assistito e l’accesso alla tutela giudiziale, non vi era alcuna ragione di ritenere operante l’istituto del patrocinio gratuito.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso.

Secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, infatti, “il patrocinio a spese dello Stato è assicurato in ogni procedimento civile, con inclusione della volontaria giurisdizione, ed anche quando l'assistenza tecnica del difensore non è prevista come obbligatoria, perché l'istituto copre ogni esigenza di accesso alla tutela giurisdizionale, sia quando questa tutela coinvolge necessariamente l'opera di un avvocato, sia quando la parte non abbiente, pur potendo stare in giudizio personalmente, richieda la nomina di un difensore, al fine di essere consigliata nel miglior modo sull'esistenza e sulla consistenza dei propri diritti, ritenendo di non essere in grado di operare da sé” (cfr. ex multis Cass. Civ., n. 15175/2019; Cass. Civ., n. 164/2018; Cass. Civ., n. 30069/2017).

Gli Ermellini hanno, altresì, precisato che il diritto di accedere alla tutela giurisdizionale, anche a fronte della non obbligatorietà della difesa tecnica, non va valutato alla luce del principio di uguaglianza formale, ai sensi del comma 1 dell’art. 3 Cost., bensì alla luce di quello di uguaglianza sostanziale, sancito dal secondo comma della medesima disposizione, posto che il disconoscimento della possibilità, per un soggetto, di essere ammesso al patrocinio a spese dello Stato, nei casi in cui la difesa tecnica non sia obbligatoria, lascerebbe persistere una situazione di “disparità di partenza”.


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I figli possono essere dichiarati adottabili se i genitori non riescono ad offrire loro un progetto di vita

Pubblicato il: 25/02/2021

La Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11342/2020, ha avuto modo di precisare di fronte a quali circostanze sia possibile dichiarare lo stato di adottabilità di un minore.

La questione sottoposta all’esame dei giudici di legittimità era nata in seguito alla sentenza con cui i giudici di secondo grado avevano respinto l’appello proposto da una coppia di genitori, avverso la sentenza con cui il Tribunale aveva dichiarato lo stato di adottabilità dei loro tre figli.
Nel prendere tale decisione la Corte territoriale aveva osservato come l’assoluta assenza di una progettualità della coppia, al fine di superare la situazione di degrado morale e materiale riscontrata, unitamente alla mancanza di qualunque apporto da parte della nonna paterna e, in ultima analisi, all'accertato rifiuto di avvalersi dell'aiuto che era stato loro offerto dal servizio sociale, avessero imposto di privilegiare l'esigenza dei minori di essere accolti in un ambiente familiare che consentisse loro di ricevere le necessarie cure e protezione.

Avverso la sentenza d’appello, la coppia ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando, innanzitutto, l’omessa valutazione di un fatto decisivo per il giudizio, rappresentato dalla relazione della consulente tecnica di parte depositata in occasione dell'appello, nonché dall’ulteriore relazione predisposta dalla medesima professionista sull'esito degli incontri autorizzati da giudice di seconde cure.

Con un secondo motivo di doglianza i ricorrenti eccepivano la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1, 7 e 8 della Legge sull’adozione, l. n. 184/1983, in quanto, a loro avviso, i giudici d’appello non avevano preso atto della mancata adozione delle misure ritenute necessarie ex lege per favorire il rientro dei minori nella famiglia di origine.

Con un terzo motivo di ricorso si eccepiva, poi, come la motivazione della sentenza impugnata si fondasse su elementi non più attuali, posto che, secondo i ricorrenti, la Corte territoriale non aveva tenuto conto né della loro partecipazione attiva agli incontri organizzati, né del fatto che uno di essi avesse trovato un lavoro, né, ancora, del fatto che essi avessero preso coscienza degli errori commessi in passato.

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile.

Nell’esaminare congiuntamente i suddetti motivi di doglianza, gli Ermellini hanno preliminarmente sottolineato come, in base alla costante giurisprudenza di legittimità, “l'omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie(Cass. Civ., n. 34476/2019).

Nel caso di specie, invece, i ricorrenti hanno contrapposto all’analitico esame operato dalla Corte d’Appello, la mancata disamina di alcuni elementi di prova, come, ad esempio, la consulenza tecnica di parte, senza, però, riuscire a dimostrarne la decisività.

Poste tali premesse, la Cassazione, in ossequio al suo costante orientamento in materia, ha ribadito che “il prioritario diritto dei minori a crescere nell'ambito della loro famiglia di origine non esclude la pronuncia della dichiarazione di adottabilità quando, nonostante l'impegno profuso dal genitore per superare le proprie difficoltà personali e genitoriali, permanga tuttavia la sua incapacità di elaborare un progetto di vita credibile per i figli e non risulti possibile prevedere con certezza l'adeguato recupero delle capacità genitoriali in tempi compatibili con l'esigenza dei minori di poter conseguire un’equilibrata crescita psico-fisica(cfr. ex multis Cass. Civ., n. 17603/2019; Cass. Civ., n. 16357/2018).


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Il lavoratore vittima di mobbing ha diritto all’indennizzo da parte dell’Inail?

Pubblicato il: 24/02/2021

La Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 8948/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine alla possibilità di ritenere assicurata dall’Inail qualsiasi malattia che sia derivata al lavoratore dallo svolgimento di un’attività lavorativa, anche se non tabellata, con preciso riferimento al caso in cui la malattia sia stata causata dal comportamento vessatorio del datore di lavoro.

La questione sottoposta all’esame dei Giudici di legittimità era nata in seguito al rigetto, in appello, della domanda proposta da un lavoratore al fine di ottenere il riconoscimento della natura professionale della malattia di cui era affetto, la quale era stata causata dalla condotta vessatoria tenuta, nei suoi confronti, dal proprio datore di lavoro.
Secondo la Corte territoriale, infatti, non era tutelabile, nell’ambito dell’assicurazione obbligatoria gestita dall’Inail, la malattia non derivante direttamente dalle attività lavorative elencate all’art. 1 del T.U. ass.ne infortuni sul lavoro, bensì da situazioni di cosiddetta “costrittività organizzativa”, come, appunto, il mobbing. A tal fine i Giudici di secondo grado avevano richiamato la sentenza n. 1576/2009 con cui il Consiglio di Stato aveva sostenuto che la malattia professionale, per essere indennizzabile, dovesse rientrare nell’ambito del rischio assicurato ex art. 3 del T.U. ass.ne infortuni sul lavoro, riguardante le sole malattie professionali, tabellate o non tabellate, contratte nell’esercizio e a causa delle attività lavorative specificamente elencate.

Rimasto soccombente, il lavoratore ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo, in particolare, la violazione e la falsa applicazione degli articoli 1, commi 1 e 4, 3, 4, comma 1, 66 e 74 del Testo Unico sull’assicurazione degli infortuni sul lavoro, D.P.R. n. 1124/1965, nonché dell’art. 13 della l. n. 38/2000, anche in relazione a quanto affermato dalla Corte Costituzionale e dalla stessa Cassazione, con riferimento all’elenco delle malattie professionali aggiornato, approvato con decreto del Ministero del Lavoro in data 11 dicembre 2009.
Sempre in relazione a ciò, il ricorrente lamentava anche una violazione dell’art. 115 del c.p.c., ritenendo che la Corte d’Appello avesse errato nel disconoscere l’indennizzabilità delle malattie psicofisiche derivanti della costrittività organizzativa, sul presupposto che esse non fossero attinenti ad un rischio specifico, tutelabile ai sensi del Testo unico sull’assicurazione degli infortuni sul lavoro, ed osservando, altresì, come lo stesso decreto del Ministero del Lavoro dell’11 dicembre 2009 avesse approvato una nuova tabella, inserendovi espressamente le disfunzioni dell’organizzazione del lavoro, le quali altro non erano che la cosiddetta “costrittività organizzativa”.

La Suprema Corte ha accolto il suddetto motivo di ricorso.

Gli Ermellini hanno, infatti, ritenuto doveroso confermare e consolidare l’orientamento, già espresso in materia dalla stessa giurisprudenza di legittimità, in ossequio al quale la decisione presa dai Giudici di merito, in relazione al caso de quo, non risulta essere in linea con l’ordinamento vigente.

Secondo il costante orientamento della Cassazione in materia di assicurazione sociale, di cui all’art. 1 del T.U. ass.ne infortuni sul lavoro, infatti, rileva non soltanto il rischio specifico proprio della lavorazione, ma anche il cd. rischio improprio, ossia non strettamente insito nell’atto materiale della prestazione ma collegato con la prestazione stessa” (cfr. ex multis Cass. Lav., 13882/2016; Cass. Lav., n. 7313/2016; Cass. Lav., n. 27829/2009).
Orientamento, questo, che è stato confermato dagli Ermellini anche con riferimento all’art. 3 del T.U. ass.ne infortuni sul lavoro e alle malattie professionali, estendendo, ad esempio, la protezione assicurativa anche alla malattia riconducibile all’esposizione al fumo passivo di sigaretta, subita dal lavoratore nei luoghi di lavoro, la quale è stata ritenuta meritevole di tutela, non perché dipendente da una prestazione pericolosa in sé e per sé considerata, ma in quanto connessa alla circostanza oggettiva dell’esecuzione di un’attività lavorativa all’interno di un determinato ambiente.

Secondo i Giudici di legittimità, dunque, si può affermare che, nell’ambito del sistema del Testo Unico sull’assicurazione degli infortuni sul lavoro, sono indennizzabili tutte le malattie di natura fisica o psichica, la cui origine sia riconducibile al rischio del lavoro, sia che esso riguardi la lavorazione, sia che riguardi, invece, l’organizzazione del lavoro e le modalità della sua esplicazione, posto che il lavoro coinvolge la persona in tutte le sue dimensioni, sottoponendola a rischi elevati sia per la sfera fisica che per quella psichica.

Ciò significa, quindi, che ogni forma di patologia che si possa ritenere conseguenza di un’attività lavorativa, risulta assicurata dall’Inail, anche qualora non sia compresa tra le malattie o i rischi tabellati, spettando, in tal caso, al lavoratore, l’onere di dimostrare il solo nesso causale tra l’attività lavorativa e la malattia.

Come osservato dagli stessi Ermellini, tale interpretazione risponde alla ratio stessa della tutela assicurativa, la quale, ai sensi dell’art. 38 Cost., va ricercata, non tanto nella nozione di rischio assicurato o di traslazione del rischio, ma, piuttosto, nella protezione del lavoratore, considerato in quanto persona. Come riconosciuto dalla Corte Costituzionale, infatti, “l’oggetto della tutela dell’art. 38 Cost. non è il rischio di infortuni o di malattia professionale, bensì questi eventi in quanto incidenti sulla capacità di lavoro e collegati ad un nesso causale con attività tipicamente valutata dalla legge come meritevole di tutela(Corte Cost., n. 100/1991).


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Il genitore che usa la violenza per educare i figli commette un reato?

Pubblicato il: 24/02/2021

La Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18706/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine alla configurabilità del delitto di maltrattamenti in famiglia, di cui all’art. 572 del c.p., nel caso in cui un genitore ricorra all’uso della violenza, sia essa fisica o morale, al fine di educare i propri figli.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito alla condanna, inflitta ad un uomo all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, per il reato di maltrattamenti in famiglia, commesso in danno della convivente e delle due figlie.

Di fronte alla conferma della propria condanna, l’imputato ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando, innanzitutto, un vizio di motivazione della sentenza d’appello, la quale, a suo dire, era fondata esclusivamente sulle dichiarazioni rese dalla convivente, le quali sarebbero state smentite da altre prove acquisite nel corso del processo.

Con un secondo motivo di ricorso, l’uomo eccepiva, poi, come, contrariamente a quanto deciso dai Giudici di merito, i fatti da lui commessi dovessero essere ricondotti al reato di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina, di cui all’art. 571 del c.p., in quanto, ad eccezione di un unico episodio, egli non aveva mai fatto uso di violenza.

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile.

Quanto al primo motivo di doglianza, nel dichiararne l’inammissibilità, gli Ermellini, dopo aver evidenziato l’analiticità della motivazione fornita dalla Corte d’Appello, hanno ribadito il costante principio di diritto per cui una sentenzanon può essere annullata sulla base di mere prospettazioni alternative che si risolvano in una rilettura orientata degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, ovvero nell’assunzione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, da preferire rispetto a quelli adottati dal giudice di merito, perché considerati maggiormente plausibili, o perché assertivamente ritenuti dotati di una migliore capacità esplicativa nel contesto in cui la condotta delittuosa si è in concreto realizzata” (Cass. Pen., n. 47204/2015; Cass. Pen., n. 22256/2006).

In relazione, poi, al secondo motivo di ricorso, la Corte di Cassazione ha ripreso il suo costante orientamento per cui “l’elemento differenziale tra il reato di abuso dei mezzi di correzione e quello di maltrattamenti non può individuarsi nel grado di intensità delle condotte violente tenute dall’agente; il reato di abuso dei mezzi di correzione presuppone l’uso non appropriato di metodi o comportamenti correttivi, in via ordinaria consentiti, quali l’esclusione temporanea dalle attività ludiche o didattiche, l’obbligo di condotte riparatorie o forme di rimprovero non riservate” (Cass. Pen., n. 11777/2020).

Come ulteriormente precisato dalla stessa giurisprudenza di legittimità, infatti, qualora si sia fatto ricorso alla violenza, non si può mai ritenere configurato il delitto di cui all'art. 571 c.p., in quanto l'uso della violenza per fini correttivi non è mai consentito (Cass. Pen., n. 11956/2017).

Alla luce di tali precisazioni, è, pertanto, risultata corretta la decisione dei Giudici di merito, i quali hanno puntualmente evidenziato come i fatti oggetto del processo fossero connotati da un ricorso reiterato alla violenza, sia fisica che morale, circostanza, questa, radicalmente incompatibile con il reato ex art. 571 del c.p.


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Il coerede che apporta delle migliorie al bene comune ha diritto al rimborso delle spese sostenute?

Pubblicato il: 23/02/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 3050/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine alla possibilità, per il coerede che abbia apportato delle migliorie alla cosa comune da lui posseduta, di ottenere un rimborso delle spese sostenute, in sede di giudizio di divisione ereditaria.

La questione sottoposta all’esame dei giudici di legittimità era nata nell’ambito del giudizio di divisione ereditaria in cui due fratelli avevano chiesto, oltre allo scioglimento della comunione ereditaria sui beni del padre deceduto, anche la condanna di un terzo fratello al pagamento dei frutti civili e alla resa del conto, considerato che lo stesso era nel possesso di alcuni beni immobili del de cuius.

Il fratello convenuto si costituiva in giudizio, eccependo la prescrizione del credito relativo ai frutti civili e chiedendo, in via riconvenzionale, l’accertamento, in suo favore, dell’usucapione dei beni immobili e dei terreni pertinenziali facenti parte della comunione ereditaria, che erano attualmente in suo possesso, nonché il rimborso della somma da lui pagata per ristrutturare uno di detti immobili, in cui aveva stabilito la sua abitazione, oltre all’assegnazione della quota di beni in natura spettantigli.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello, però, rigettavano le eccezioni e le domande riconvenzionali del convenuto, disponendo lo scioglimento della comunione ereditaria, sulla base del progetto delineato dal consulente tecnico d’ufficio.

Rimasto soccombente, all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, l’originario convenuto ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo, tra le altre cose, la violazione e la falsa applicazione dell’art. 1720 c.c. e degli articoli 115 e 116 c.p.c. Il ricorrente lamentava, infatti, il mancato riconoscimento, in suo favore, del rimborso delle spese da lui sostenute per ristrutturare l’immobile in cui lui stesso abitava e che faceva parte dell’asse ereditario.

La Suprema Corte ha accolto il suddetto motivo di ricorso.

Sul punto gli Ermellini hanno, innanzitutto, evidenziato come il costante orientamento della Corte di Cassazione abbia, da tempo, affermato, in materia, il principio di diritto per cui “il coerede che sul bene comune da lui posseduto abbia eseguito delle migliorie può pretendere, in sede di divisione, non già l'applicazione dell'art. 1150 cod. civ. – secondo cui è dovuta un'indennità pari all'aumento di valore della cosa in conseguenza dei miglioramenti – ma, quale mandatario o utile gestore degli altri eredi partecipanti alla comunione ereditaria, il rimborso delle spese sostenute per la cosa comune, esclusa la rivalutazione monetaria, trattandosi di debito di valuta e non di debito di valore” (cfr. ex multis Cass. Civ., n. 5135/2019; Cass. Civ., n. 16206/2013).

Alla luce di tale statuizione, accolta dalla costante giurisprudenza di legittimità, i giudici di merito, una volta accertato, attraverso una consulenza tecnica d’ufficio, l’esistenza di opere realizzate dal ricorrente su uno degli immobili oggetto della comunione ereditaria, nonché il loro presumibile costo, avrebbero, dunque, dovuto riconoscergli il diritto ad ottenere un rimborso, essendo, in tal modo, state provate le spese da lui sostenute.


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È legittimo ricorrere ad un investigatore privato per accertare la veridicità della malattia del dipendente?

Pubblicato il: 23/02/2021

La Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 11697/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine alla possibilità, per il datore di lavoro, di far seguire un proprio dipendente da un investigatore privato, al fine di accertare la veridicità della sua malattia.

La questione sottoposta al vaglio dei Giudici di legittimità era nata in seguito al ricorso, proposto da un lavoratore, a fronte del licenziamento per giusta causa intimatogli dal proprio datore di lavoro.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello, tuttavia, rigettavano le istanze attoree. Secondo i Giudici di secondo grado, in particolare, doveva essere considerata legittima l’attività investigativa svolta dal datore di lavoro, dalla quale era emerso che il dipendente, il quale aveva lamentato di essersi procurato un trauma ed una lesione lacero contusa nell’allontanarsi, a bordo del proprio scooter, dal luogo di lavoro, si era, in realtà, dedicato ad attività fisiche, pedalando per ore e camminando per il centro cittadino.

Avverso tale decisione il lavoratore ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione eccependo, innanzitutto, la violazione dell’art. 5 dello st. lav., dell’art. 69 D.L. n. 150/2009 e dell’art. 25 D.L. n. 151/2015, in ordine alle esenzioni dalla reperibilità per i lavoratori subordinati e alla connessa illegittimità dei controlli investigativi effettuati.

Il ricorrente lamentava, poi, come la sanzione del licenziamento risultasse essere sproporzionata rispetto al suo comportamento.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso.

Con riferimento, innanzitutto, alla legittimità dei controlli investigativi, gli Ermellini hanno evidenziato come, trattandosi, in realtà, nel caso de quo, di un controllo datoriale di verifica e controllo di un comportamento extralavorativo illecito, e non, invece, di un controllo circa l’esecuzione della prestazione lavorativa, sia più corretto qualificarlo ai sensi degli artt. 2, 3 e 4 dello Statuto dei Lavoratori, l. n. 300/1970, in relazione a cui la costante giurisprudenza di legittimità sostiene che è legittimo servirsi delle agenzie investigative per verificare l’esatto adempimento delle obbligazioni in capo al dipendente con riguardo a comportamenti tenuti al di fuori dell’ambito lavorativo disciplinarmente rilevanti(cfr. ex multis Cass. Lav., n. 12810/2017).

Sulla base di quanto già in precedenza disposto dalla stessa Cassazione, dunque, in casi come quello di specie, in cui il datore di lavoro abbia motivo di pensare che il mancato svolgimento dell’attività lavorativa sia riconducibile alla perpetrazione di un illecito, anche il solo sospetto in tal senso giustifica l’espletamento di un controllo attraverso il ricorso ad un investigatore privato, non rilevando, peraltro, il fatto che non si tratti di un’assenza per malattia, bensì di un infortunio sul lavoro, in relazione a cui non è richiesta la reperibilità e non è esperibile una visita fiscale.

Quanto, poi, all’asserita sproporzione tra la condotta del lavoratore e la sanzione del licenziamento, il costante orientamento della Suprema Corte dispone che “in tema di licenziamento per giusta causa, l’accertamento dei fatti ed il successivo giudizio in ordine alla gravità e proporzione della sanzione espulsiva adottata sono demandati all’apprezzamento del giudice di merito, che – anche qualora riscontri l’astratta corrispondenza dell’infrazione contestata alla fattispecie tipizzata contrattualmente – è tenuto a valutare la legittimità e congruità della sanzione inflitta, tenendo conto di ogni aspetto concreto della vicenda, con giudizio che, sorretto da adeguata e logica motivazione, è incensurabile in sede di legittimità(Cass. Lav., n. 26010/2018).

Orbene, nel caso di specie, oltre al fatto che le circostanze oggetto di contestazione sono state confermate anche dalle dichiarazioni rese da testimoni, la Corte territoriale ha adeguatamente esaminato la contrarietà della condotta del lavoratore ai più elementari obblighi di correttezza e buona fede nell’esecuzione del rapporto di lavoro, ai sensi del combinato disposto degli artt. 1175 e 1375 c.c.


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Depuratore non funzionante: il gestore del servizio deve rimborsare il canone per la depurazione dell’acqua?

Pubblicato il: 22/02/2021

La Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11270/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine alla possibilità, per gli utenti del servizio idrico, di ottenere il rimborso del canone per la depurazione delle acque, di fronte al mancato funzionamento del depuratore.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata nell’ambito del giudizio attivato da un condominio e da alcuni soggetti privati, nei confronti del Comune, per ottenere la ripetizione di quanto versato a titolo di canone per la depurazione delle acque, stante il mancato funzionamento e l’obsolescenza dell’impianto di depurazione. Le istanze attoree si fondavano, prevalentemente, sulla sentenza n. 335/2008, con cui la Corte Costituzionale aveva sancito l'incostituzionalità dell’art. 14, comma 1, L. n. 36/1994, nonché dell’art. 155, comma 1, D. lgs. n. 152/2006, nella parte in cui prevedevano che la quota per la depurazione idrica fosse dovuta anche qualora mancassero impianti di depurazione oppure questi fossero temporaneamente inattivi.

Nonostante, però, l’iniziale accoglimento delle richieste attoree, da parte del Giudice di Pace, le stesse venivano, poi, rigettate dal Tribunale, in sede d’appello.

Rimasti soccombenti, gli originari attori ricorrevano dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo, tra le altre cose, la violazione e la falsa applicazione degli articoli 1705 e 2033 del c.c., in ordine al preteso e dichiarato difetto di legittimazione passiva del gestore del servizio idrico. I ricorrenti censuravano, quindi, la sentenza impugnata nel punto in cui il Tribunale aveva escluso detta legittimazione passiva, giungendo a tale conclusione sul rilievo che il gestore provvedesse a ripartire il compenso ricevuto in tre quote, attribuendo quella per la depurazione alla Regione che, così, a suo avviso, sarebbe stata l’unica possibile legittimata passiva.

La Suprema Corte ha accolto il suddetto motivo di ricorso.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, rilevato come, per effetto del D. lgs. n. 258/2000, si sia passati all’applicazione della tariffa del servizio idrico integrato di cui agli artt. 13 e ss. della L. n. 36/1994.

Sul punto, la stessa giurisprudenza di legittimità ha già avuto modo di precisare che “la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione è divenuta, appunto, una componente della complessiva tariffa del servizio idrico integrato, configurato come corrispettivo di una prestazione commerciale complessa che, per quanto determinata nel suo ammontare in base alla legge, trova fonte non in un atto autoritativo direttamente incidente sul patrimonio dell’utente, bensì nel contratto di utenza. Sicché, tenuto conto della declaratoria di incostituzionalità della legge 5 gennaio 1994, n. 36, art. 14, comma 1 – sia nel testo originario, sia nel testo modificato dalla legge 31 luglio 2002, n. 179, art. 28 (Disposizioni in materia ambientale) – nella parte in cui prevedeva che la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione fosse dovuta dagli utenti “anche nel caso in cui la fognatura sia sprovvista di impianti centralizzati di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi” (v. Corte Cost., n. 335/2008), va affermato il principio secondo il quale, in caso di mancata fruizione, da parte dell’utente, del servizio di depurazione, per fatto a lui non imputabile, è irragionevole, per mancanza della controprestazione, l’imposizione dell’obbligo del pagamento della quota riferita a detto servizio(Cass. Civ., n. 9500/2018).

Nel caso di specie, dunque, una volta appurato che la pretesa fatta valere dagli attori deriva dall’inadempimento di una prestazione negoziale, appare chiaro, secondo i giudici di legittimità, che il soggetto tenuto alla restituzione non può che essere lo stesso che, in forza di tale contratto, abbia chiesto ed ottenuto il pagamento.
Come osservato dalla stessa Cassazione, infatti, posto che la quota riferita al servizio di depurazione, in quanto componente della complessiva tariffa del servizio idrico integrato, ne ripete necessariamente la natura di corrispettivo contrattuale, il cui ammontare è inserito automaticamente nel contratto, ne consegue che, ove il servizio di depurazione non sia stato fornito, ma, nonostante ciò, l’utente abbia pagato la relativa quota, quest’ultimo può agire nei confronti della controparte del contratto di utenza per ottenerne la restituzione (Cass. Civ., n. 14042/2013).


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