Il marito tenuto al mantenimento può opporre in compensazione il credito derivante dal mutuo stipulato da entrambi gli ex coniugi?

Pubblicato il: 10/02/2021

La Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9686/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in merito alla possibilità, per l’ex marito, obbligato a corrispondere alla ex un assegno di mantenimento, di opporre in compensazione a quest’ultima, che agisca esecutivamente, il mutuo stipulato da entrambi ma pagato in via esclusiva da lui.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata dalla vicenda che aveva visto come protagonista un uomo, il quale si era opposto all’esecuzione per espropriazione immobiliare, avviata nei suoi confronti dall’ex moglie, in forza dei crediti derivanti dall’assegno di mantenimento stabilito nella sentenza di separazione personale dei coniugi, eccependo in compensazione un credito derivante dall’inadempimento di un precedente mutuo fondiario, stipulato da entrambi ma pagato esclusivamente da lui.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello accoglievano l’opposizione. La Corte territoriale, in particolare, evidenziava come il credito oggetto del titolo esecutivo non avesse natura strettamente alimentare, né fosse stato dedotto e provato quanto eventualmente concernesse agli alimenti in favore dei figli, nonché come le somme mutuate fossero state utilizzate per la realizzazione di un impianto sportivo su un terreno di proprietà di entrambi gli ex coniugi.

La donna, rimasta soccombente all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione eccependo, in particolare, la violazione e falsa applicazione degli articoli 447, 1246, 156 del c.c., nonché dell’art. 115 del c.p.c., ritenendo che la Corte d’Appello avesse errato nel non considerare il fatto che essa avesse dedotto che il mantenimento era destinato sia a lei che ai figli, sicché la relativa natura alimentare, comunque propria anche della quota destinata al coniuge, in quanto presupponente la mancanza di adeguati redditi, implicava che il credito in parola non avrebbe potuto essere oggetto di compensazione.

La Suprema Corte ha, tuttavia, rigettato il ricorso.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, ribadito la diversa natura del mantenimento disposto in favore dell’ex coniuge e dei figli, all’esito del giudizio di separazione, rispetto ai crediti alimentari. L’assegno di mantenimento, infatti, a differenza del credito alimentare, trova la sua fonte legale nel diritto all’assistenza materiale nascente dal vincolo coniugale, non, invece, nell’incapacità della persona che versi in stato di bisogno e che non sia in grado di provvedere materialmente a sé stessa (cfr. Cass. Civ., n. 11489/2014).

Tale diversità è stata riconosciuta anche dalla Corte Costituzionale che, seppur indicando come la complessiva funzione degli assegni alimentari, di mantenimento e divorzile, sia contigua, in misura tale da permettere additivamente il riconoscimento del privilegio ai sensi degli articoli 2751 e 2778 del c.c., ha rimarcato come il credito alimentare sia caratterizzato da un contenuto meno ampio rispetto a quello nascente dall'assegno di mantenimento o da quello divorzile, i quali, quindi, lo comprendono al loro interno, con l’aggiunta, però, di contenuti ulteriori (Corte Cost., n. 17/2000).

La stessa Consulta, peraltro, aveva, già in precedenza, avuto modo di precisare che “l’assegno di mantenimento al coniuge separato non è qualificabile quale credito alimentare, posta la sua maggior latitudine, in cui è ricompresa la funzione e causa di alimenti riferibile al coniuge in parola che si trovi incolpevolmente in stato di bisogno e nell’impossibilità di svolgere attività lavorativa” (Corte Cost., 30/11/1988).

La più ampia portata dell’assegno di mantenimento rispetto a quello alimentare è stata, altresì, confermata anche dalla recente complessiva rilettura dell’assegno divorzile e di quello di mantenimento, disposto a seguito della separazione, fornita dalla stessa Cassazione, la quale ha più volte chiarito che “l’assegno di separazione presuppone la permanenza del vincolo coniugale, e, conseguentemente, la correlazione dell’adeguatezza dei redditi al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio; diversamente, l’assegno divorzile dev’essere quantificato in considerazione della sua natura assistenziale, compensativa e perequativa, secondo i criteri indicati dall’art. 5 comma 6, della legge n. 898 del 1970, essendo volto, seppur non alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale, al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge beneficiario alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi” (Cass. Civ., SS.UU., n. 18287/2018; Cass. Civ., n. 17098/2019).

Tale distinzione è, peraltro, testualmente confermata dall’art. 156 del c.c., il quale, in ipotesi di separazione, subordina la corresponsione di un assegno alimentare alla pronuncia di addebito, sul presupposto che, in quest’ultimo caso, il mantenimento non possa essere disposto in favore del coniuge a cui sia addebitata la separazione.

Quanto, poi, alla compensazione, gli Ermellini hanno evidenziato come non sarebbe, in ogni caso, possibile scindere una quota alimentare all’interno del credito di mantenimento azionato coattivamente, senza incidere anche sul titolo, il quale non è modificabile dal giudice dell’esecuzione.

Considerato, però, che al debitore esecutato è consentito opporre in compensazione al creditore esecutante un controcredito che sia accertato giudizialmente o, comunque, incontestato, nonché, anche se ancora illiquido, di importo superiore al credito azionato esecutivamente, la Suprema Corte ha ritenuto che, coerentemente con quanto disposto dai giudici di merito, in relazione al caso di specie, al credito di mantenimento del coniuge, azionato in via esecutiva, possa essere opposto, ai sensi dell’art. 615 del c.p.c., un controcredito certo e illiquido, ma di pronta liquidazione, quale appunto, quello nascente dal contratto di mutuo stipulato dai coniugi.


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Superbonus 110% e maggioranze assemblea condominiale

Pubblicato il: 09/02/2021

La normativa per l’ottenimento del superbonus 110% è quantomai farraginosa, incerta e ricca di ostacoli, questo sicuramente incide sull’iter di approvazione assembleare e può causare molteplici contrasti.
Prima di addivenire alla concreta esecuzione dei lavori, infatti, l’assemblea è chiamata a diverse delibere volte a conferire diversi incarichi a tecnici edili ed imprese appaltatrici per ciascuna delle diverse fasi caratterizzanti il percorso per l’ottenimento della agevolazione fiscale. Per non rendere l’esposizione del presente parere troppo dispersiva ci si limita a dire che prima di eseguire i lavori i condomini saranno chiamati:

  • ad incaricare il tecnico per una analisi di pre-fattibilità, tesa a determinare se l’ edificio abbia le caratteristiche termiche, edilizie e urbanistiche per l’ottenimento del bonus 110%;
  • a dare un secondo incarico ad un tecnico per una analisi di fattibilità, tesa ad individuare le opere che concretamente potranno essere eseguite sull’edificio;
  • un ulteriore incarico al tecnico per la realizzazione di un indagine termica sull’edificio con redazione di un APE convenzionale;
  • infine (e finalmente!) si arriva alla delibera assembleare per l’incarico alle imprese che concretamente dovranno eseguire i lavori.

Si lascia al tecnico edile l’analisi approfondita di tali fasi, ma è ovvio che ciascuna delibera che deve necessariamente precedere ciascuna fase dovrà essere adottata dall’assise con i quorum deliberativi prescritti dalla legge.

Il legislatore, forse consapevole delle difficoltà in cui si può trovare un condominio nell’arduo cammino per ottenere l’agognato vantaggio fiscale, ha previsto delle maggioranze molto più facili da raggiungere rispetto a quelle ordinarie. Si tenga conto che, in assenza di tale normativa speciale, applicando quindi gli ordinari commi 2° dell’art.1120 e 5° dell’art. 1136 del c.c., per addivenire alla realizzazione di innovazioni tese al contenimento del consumo energetico dell’edificio, l’assise dovrebbe approvare la relativa delibera con la maggioranza degli intervenuti alla assemblea che rappresentano almeno la metà del valore dell’edificio. Orbene, il comma 9bis dell’art. 119 del D.L. n. 34 del 19.05.2020 prevede che le decisioni per la realizzazione degli interventi agevolabili con il bonus 110%, possono essere approvati con la maggioranza dei presenti che rappresentano almeno 1/3 del valore dell’edificio. In sostanza, innovazioni anche molto consistenti potranno essere approvate con gli stessi quorum deliberativinecessari per far approvare solitamente alla assise convocata in seconda convocazione decisioni assolutamente ordinarie, come ad es. l’incarico ad una nuova impresa di giardinaggio!

Ad una prima lettura, tale normativa potrebbe apparire molto vantaggiosa, ma nella prassi applicativa sovente tale vantaggio è inesistente.
Come è noto, uno dei presupposti per ottenere l’agevolazione fiscale è quello che i lavori che si vogliono realizzare portino ad un miglioramento delle prestazioni energetiche pari a ben due classi: in caso contrario, infatti, i lavori non possono accedere al bonus del 110%. Nei primi casi applicativi, i tecnici edili hanno notato come in molte realtà, per soddisfare tale fondamentale condizione per ottenere il vantaggio fiscale, siano necessari interventi estremamente invasivi coinvolgenti non solo le parti comuni dell’edificio ma anche le singole unità immobiliari in proprietà esclusiva.

Sorge a questo punto un problema molto rilevante, in quanto l’assemblea ha potere di deliberare a maggioranza solo per interventi che coinvolgono le parti comuni dell’edificio, ma l’assise non può decidere a maggioranza in merito ad interventi che coinvolgono le singole unità immobiliari in proprietà esclusiva: una delibera di questo tenore sarebbe radicalmente nulla e impugnabile in ogni tempo anche oltre i termini di 30 giorni previsti dall’art.1137 del c.c. Per ovviare a tale inconveniente e permettere quindi di effettuare interventi anche nei singoli appartamenti, è necessario il consenso unanime di tutti i proprietari, con buona pace, quindi, delle maggioranze più basse previste dal D.L. n.34/2020!

Questo è accaduto nel caso sottoposto all'attenzione della nostra redazione giuridica che ha ispirato la scrittura di questo articolo, in quanto è assolutamente pacifico come l’infisso sia una parte della singola unità immobiliare e quindi, anche se esso insiste sulla facciata del palazzo (bene comune), per la loro sostituzione è necessaria l’unanimità dei consensi di tutti i proprietari.
Tra l’altro, nelle disposizioni che disciplinano il bonus del 110%, la sostituzione degli infissi è un intervento definito trainato, che di per se da solo non può accedere alla agevolazione ma deve essere accompagnato da un intervento trainante come, ad esempio, l’installazione di un impianto fotovoltaico o la realizzazione di un cappotto termico: sovente, solo l’accompagnare un intervento trainato ad uno trainante garantisce quel miglioramento energetico richiesto dalla legge per ottenere l’agevolazione fiscale.

Giungendo alla fine del quesito, possiamo sicuramente dire che è ben possibile conferire l’incarico al tecnico per lo studio di pre-fattibilità, ma ciò di certo non obbliga i condomini a dare il loro voto favorevole a tutte le fasi successive necessarie per ottenere il bonus, anche se hanno dato voto favorevole per conferire incarico al tecnico per lo studio di pre-fattibilità. Di certo, inoltre, vi è anche che la sostituzione degli infissi potrà avvenire solo con l’autorizzazione del proprietario dell’appartamento in cui gli stessi sono inseriti, autorizzazione che non potrà essere vincolata dal voto espresso in assemblea per conferire l’incarico al tecnico per lo studio di pre-fattibilità. La mancata autorizzazione porterà, però, alla impossibilità di ottenere l’agevolazione fiscale.
In merito ai quorum deliberativi richiesti per conferire l’incarico esplorativo, si ritiene che possa trovare applicazione le maggioranze indicate dal 3° co. dell’art. 1136 del c.c., che sono tra l’altro coincidenti con quelli indicati dal D.L. n.34/2020 e quindi sarà sufficiente la maggioranza degli intervenuti che rappresentano almeno 1/3 del valore dell’edificio.


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Il minore, in seguito alla separazione dei genitori, ha diritto a mantenere un rapporto equilibrato con entrambi, senza subire condizionamenti

Pubblicato il: 09/02/2021

La Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 9143/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in merito alla possibilità di collocare padre e figlio presso una comunità educativa, qualora la madre di quest’ultimo ostacoli il loro rapporto affettivo, condizionando psicologicamente il minore.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito al ricorso proposto dal padre di un minore, di fronte al Tribunale per i minorenni, al fine di provvedere, ai sensi dell’art. 333 del c.c., alla riorganizzazione delle competenze genitoriali, con l’esclusione della capacità genitoriale della madre, nonché alla disciplina dell’affidamento del bambino, in modo tale che gli fosse consentito di esercitare i diritti riconosciutigli dalla legge.
La decisione del Tribunale adito di collocare padre e figlio presso un’idonea comunità educativa, veniva, poi, confermata anche dalla Corte d’Appello.

La Corte territoriale, in particolare, richiamava la relazione depositata dai consulenti tecnici d’ufficio nominati in primo grado, da cui era emersa la difficoltà, per il minore, di accettare la separazione tra i genitori, nonché la conseguente necessità di avviare uno specifico percorso psicoterapeutico. Oltre a ciò, i giudici di secondo grado rilevavano, altresì, come le relazioni successivamente trasmesse dai Consultori familiari e dal neuropsichiatra, avessero confermato il rifiuto del minore di interagire con il padre e la presenza di un condizionamento da parte di figure parentali, in primo luogo la madre, la quale si era opposta ad ogni progetto di mediazione e di recupero della genitorialità a causa di sentimenti personali di rifiuto nei confronti dell'ex.

Di fronte a tale decisione, la donna decideva di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando, in particolare, l’omessa, insufficiente ed illogica motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio. Secondo la ricorrente, infatti, l’interesse superiore del minore imponeva di procedere, ai fini della scelta delle misure da adottare in concreto, ad un bilanciamento tra i rischi e i benefici collegati alle diverse soluzioni, nonché di formulare un giudizio prognostico in ordine alla possibilità e ai tempi di recupero del rapporto genitoriale e alla capacità dei genitori di riprendere un ruolo educativo ed affettivo.
Ad avviso della donna, peraltro, la Corte territoriale aveva omesso di valutare se la soluzione adottata potesse o meno risultare traumatica rispetto alla continuità affettiva che avrebbe, invece, caratterizzato, la dimora materna.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso.

Con particolare riferimento al citato motivo di doglianza, gli Ermellini hanno sottolineato come la stessa giurisprudenza di legittimità, nel confermare il ruolo fondamentale rivestito, in tema di provvedimenti riguardanti i figli, dall’interesse del minore, quale criterio esclusivo di giudizio, abbia ripetutamente precisato che “il giudizio prognostico da compiere in ordine alla capacità dei genitori di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione determinata dalla disgregazione dell’unione non può in ogni caso prescindere dal rispetto del principio della bigenitorialità, nel senso che, pur dovendosi tener conto del modo in cui i genitori hanno precedentemente svolto i propri compiti, delle rispettive capacità di relazione affettiva, attenzione, comprensione, educazione e disponibilità ad un assiduo rapporto, nonché della loro responsabilità, delle consuetudini di vita e dell’ambiente sociale e familiare che ciascuno di essi è in grado di offrire al minore, non può trascurarsi l’esigenza di assicurare una comune presenza dei genitori nell’esistenza del figlio, in quanto idonea a garantire a quest’ultimo una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, e a consentire agli stessi di adempiere il comune dovere di cooperare nell’assistenza, educazione ed istruzione del minore” (cfr. Cass. Civ., n. 9764/2019; Cass. Civ., n. 18817/2015).

Proprio a tale criterio, secondo la Cassazione, si è correttamente attenuta la decisione impugnata, la quale, nell’esaminare le diverse soluzioni ipotizzabili per il collocamento del minore, ha conferito particolare rilievo all’esigenza di assicurare il recupero del rapporto con il padre, il quale era stato pregiudicato da una lunga interruzione dovuta all’atteggiamento della madre nei confronti dell’ex compagno.
In quest’ottica, la Corte territoriale ha correttamente valutato il comportamento di entrambi i genitori nei confronti del figlio, nonché la disponibilità di entrambi a superare la loro conflittualità, evidenziando gli effetti potenzialmente pregiudizievoli di tale situazione sullo sviluppo del minore ed attribuendo, dunque, la preferenza al collocamento del minore con il padre presso una struttura educativa. Tale soluzione è, infatti, stata ritenuta idonea, da un lato, ad evitare il grave condizionamento psicologico del minore, determinato dal continuo contatto con la madre, e, dall’altro, a consentire il superamento delle problematiche personali manifestate dal padre, attraverso adeguati interventi psicoterapeutici.


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Legittima difesa: che peso attribuire al “grave turbamento” nella valutazione del caso concreto?

Pubblicato il: 09/02/2021

La vicenda, passata recentemente al vaglio della Corte di Cassazione, prende avvio dall’accusa di omicidio colposo nei confronti di un uomo che aveva sparato ad un rapinatore albanese disarmato, il quale, cercando di introdursi all’interno della sua abitazione, dove dormivano i tre figli minori, si trovava ancora all’esterno. L’uomo aveva poi avvolto il cadavere del ladro in un lenzuolo e lo aveva gettato nel fiume.
Condannato in appello per omicidio colposo dovuto ad eccesso di legittima difesa, propone ricorso in Cassazione.
La Corte, con sentenza n. 49883/2019, sottolinea innanzitutto come non possa mai essere considerato esente da responsabilità penale colui il quale utilizzi un’arma contro una persona quando questa, pur trovandosi ancora illecitamente all’interno del domicilio, non stia tenendo un comportamento tale da ravvisarvi un pericolo attuale di offesa alla persona o ai beni e da esigere una preventiva reazione difensiva.
Quando poi il pericolo di offesa si riferisca solo ai beni e non anche alla persona, si applicherà la presunzione di proporzionalità nell’utilizzo dell’arma soltanto laddove di fatto non vi sia stata desistenza da parte del criminale.
La Corte rileva come la legge 36/2019 abbia profondamente inciso sull’istituto dell’eccesso colposo, avendo ristretto l’ambito del penalmente rilevante e previsto una causa di esclusione dalla punibilità per colui che abbia agito per proteggere la propria o altrui incolumità “in stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto”.
Oltretutto, trattandosi di una misura penale più favorevole, la norma va applicata retroattivamente e quindi anche in relazione a fatti avvenuti anteriormente all’entrata in vigore della legge.
Dunque, secondo la Corte, il requisito del “grave turbamento” introdotto dalla legge dovrebbe assumere un peso particolare nella valutazione dei fatti. La difficile valutazione di questo elemento psicologico è un compito che dovrà essere svolto dai giudici di appello, ai quali la Cassazione rinvia il giudizio, fornendo una serie di indicazioni.
Secondo la Corte, è necessario che il giudizio si basi su dei parametri oggettivi, pertanto devono essere considerati irrilevanti quegli stati d’animo che hanno origini già esistenti o diverse; allo stesso tempo, i giudici d’appello dovranno valutare se e in che misura, nel caso concreto, la situazione di pericolo era in grado di provocare “un turbamento così grave da rendere inesigibile quella razionale valutazione sull’eccesso di difesa che costituisce oggetto del rimprovero mosso a titolo di colpa”.
I giudici, nella valutazione del caso, dovranno poi basarsi su altri fattori, quali lo stato di lucidità o freddezza dell’imputato, sia anteriore che successivo all’evento. Non potrà, invece, in assenza di altri fattori, essere determinante l’elemento “notte” ai fini della considerazione della minorata difesa.

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Bambina si ferisce all’interno del ristorante: il ristoratore risponde del danno?

Pubblicato il: 08/02/2021

La Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 9997/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine a quelli che sono gli obblighi assunti dal ristoratore nei confronti dei clienti, con la conclusione di un contratto di ristorazione, chiedendosi, in particolare, se tra essi, oltre a quello di somministrare alimenti e bevande, ci sia anche quello di preservare l’incolumità dei propri avventori, alla pari dei contratti di albergo.

La questione sottoposta all’esame dei Giudici di legittimità era nata in seguito alle ustioni riportate dalla figlia minore di due clienti di un ristorante, dopo che una delle cameriere del locale, mentre serviva una pizza ancora fumante, l’aveva fatta cadere su un braccio della bambina. In seguito all’accaduto, i genitori della bimba convenivano in giudizio il gestore del ristorante, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni.

Nonostante l’iniziale rigetto delle pretese attoree da parte del Tribunale, le stesse venivano accolte dalla Corte d’Appello, la quale riteneva che il gestore del ristorante dovesse essere ritenuto responsabile dell’accaduto ai sensi dell’art. 1218 del c.c.
La Corte territoriale, infatti, pur giudicando dimostrato che il rovesciamento della pizza sul braccio della bambina fosse effettivamente stato cagionato da un caso fortuito, rappresentato dall’urto improvviso ed imprevedibile inferto alla cameriera da un avventore, riteneva che, poiché la vittima e suoi commensali costituivano una turbolenta comitiva di giovani, per il gestore del locale fosse del tutto prevedibile la possibilità che la cameriera venisse urtata da uno dei componenti del gruppo e, per questo motivo, avrebbe dovuto adottare delle cautele adeguate.

Il ristoratore, rimasto soccombente, ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando, in particolare, come, a suo avviso, la Corte d’Appello avrebbe dovuto qualificare la domanda degli attori ai sensi dell’art. 2043 del c.c., addossando, di conseguenza, ad essi, l’onere di provare la colpa ed il nesso causale. Secondo il ricorrente, infatti, il contratto di ristorazione avrebbe avuto ad oggetto la sola fornitura, da parte sua, di cibo e bevande, per cui l’infortunio occorso ad un cliente all’interno del suo locale, a causa, peraltro, della condotta di un altro avventore, non avrebbe potuto rientrare tra i suoi obblighi contrattuali.

Il ricorrente eccepiva, poi, come la Corte territoriale avesse errato nel ritenerlo responsabile dell’accaduto, senza previamente individuare quale sarebbe dovuta essere la condotta alternativa corretta che agli avrebbe dovuto tenere, ossia l’obbligo giuridico da lui violato.
Sotto altro profilo, il ristoratore deduceva, al contempo, come la Corte d’Appello avesse violato le regole poste in materia di accertamento del nesso causale, non avendo riconosciuto gli estremi del caso fortuito, idoneo ad escludere il nesso di causa tra inadempimento e danno, nel comportamento tenuto dall’altro avventore che, stando in piedi, si era agitato in maniera scomposta all’interno della sala del ristorante.

La Suprema Corte ha accolto quest’ultimo motivo di doglianza, ritenendo, invece, infondato il primo.

Quanto, innanzitutto, alla supposta qualificazione della responsabilità del ristoratore ai sensi dell’art. 2043 del c.c., la Cassazione ha evidenziato come chi acceda ad un ristorante, stipulando per fatti concludenti un contratto rientrante nel genus del contratto d’opera, abbia diritto di pretendere dal gestore che sia preservata la sua incolumità fisica.
Il contratto di ristorazione, infatti, nella sua struttura socialmente tipica, comporta l’obbligo del ristoratore di dare ospitalità all’avventore, considerato, peraltro, che, in mancanza di tale elemento, non si dovrebbe parlare di contratto di ristorazione, ma, piuttosto, di compravendita di cibi preparati o da preparare.

Ciò comporta, quindi, che, nel contratto di ristorazione, come in quello di albergo o di trasporto, il creditore della prestazione affidi la propria persona alla controparte, facendo sorgere in capo a quest’ultima l’obbligo di garantire la sua incolumità, quale naturale effetto del contratto ex art. 1374 del c.c.

Dall’art. 32 Cost. discende, infatti, l’obbligo del ristoratore di salvaguardare l’incolumità fisica della controparte, alla pari di tutti i contratti in cui una delle parti affidi all’altra la propria persona.

Quanto, poi, al secondo motivo di ricorso, esso è stato giudicato infondato nella parte in cui lamenta la violazione delle regole sulla causalità materiale. Contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, infatti, secondo gli Ermellini il danno non è stato arrecato da un terzo, bensì dal personale dipendente del ristorante gestito dal convenuto. Si è, dunque, trattato di un danno corpore corpori illato, e, in virtù del principio di equivalenza causale, la sussistenza del nesso era indiscutibile.

Lo stesso motivo di doglianza è, invece, stato ritenuto fondato nella parte in cui lamenta la violazione delle regole in materia di colpa. Secondo la Cassazione, pur essendo vero che il fatto del terzo possa integrare il caso fortuito, è anche vero che quest’ultimo, per escludere la colpa del danneggiante, non deve poter essere previsto e, quindi, evitato, e il responsabile deve avere l’obbligo di prevederlo o evitarlo.
Per questo motivo il caso fortuito che, però, sia prevedibile o evitabile, non libera l’autore del danno da responsabilità, contrattuale o aquiliana che sia (cfr. Cass. Civ., n. 25837/2017), e tale prevedibilità o evitabilità deve necessariamente essere accertata in relazione al caso concreto.

Nel caso di specie, invece, la Corte d’Appello non ha accertato in concreto la prevedibilità e l’evitabilità dell’evento dannoso, essendosi limitata a postularle in astratto. I Giudici di merito non hanno, infatti, indagato se l’esagitazione della persona che ha urtato la cameriera fosse subitanea o si fosse protratta nel tempo, né ha accertato se era stata la cameriera ad avvicinarsi in modo incauto ad uno scalmanato o se, invece, era stato quest’ultimo a raggiungerla in maniera imprevedibile.

Così facendo, la Corte territoriale ha senza dubbio falsamente applicato gli articoli 1176 e 1218 del c.c., avendo escluso in iure l’efficacia esimente del caso fortuito, senza accertare in facto se quel caso fortuito fosse concretamente prevedibile o evitabile.


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Danno biologico da invalidità micropermanente: è necessario provarlo con un referto strumentale per immagini?

Pubblicato il: 08/02/2021

La Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 9865/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in merito alla possibilità di ritenere provata la sussistenza di un danno biologico da invalidità micropermanente, anche in assenza della sua documentazione attraverso un referto strumentale per immagini.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata dalla vicenda che aveva visto come protagonista il conducente di un’auto, il quale, dopo aver subito delle lesioni a seguito di un sinistro stradale, si era visto liquidare, all’esito del giudizio d’appello, il solo danno biologico da inabilità temporanea, non essendo stato riconosciuto alcun postumo di natura permanente.

Il Tribunale adito in appello rilevava, infatti, come, al caso di specie, dovesse applicarsi il comma 2 dell’art. 139 del codice ass. private, il quale richiedeva, per l’accertamento del danno alla persona e, quindi, non solo per l’accertamento della lesione personale, che lo stesso venisse riscontrato visivamente o mediante un'indagine clinico-strumentale. Alla luce di ciò, secondo il Tribunale, la conclusione del consulente tecnico d’ufficio, secondo cui, in base alla sola indagine clinica, era apprezzabile un danno biologico permanente, non consentiva di liquidare alcun danno da micro invalidità permanente.

Rimasto soccombente, il danneggiato ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione eccependo, in particolare, come il Tribunale avesse errato nell’escludere ogni rilevanza dell’accertamento clinico, nonostante fosse stato condotto dal consulente tecnico d’ufficio con criteri propri della medicina legale, negando il risarcimento del danno biologico permanente poiché non comprovato da un accertamento di natura esclusivamente strumentale.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso, giudicando fondato il suddetto motivo di doglianza.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, evidenziato come la l. n. 27/2012, di conversione del D.L. n. 1/2012, recante “Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività”, introducendo delle modifiche al Codice delle assicurazioni private, avesse disposto, con l’art. 32, comma 3 ter, che “In ogni caso, le lesioni di lieve entità, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, non potranno dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente, e, con il comma 3 quater, che “Il danno alla persona per lesioni di lieve entità di cui all’139, di cui al decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, è risarcito solo a seguito di riscontro medico legale da cui risulti visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione.
Tale ultimo comma è, però, stato abrogato dalla l. n. 124/2017, la quale, modificando l’ultima parte del comma 2 dell’art. 139 del codice ass. private, ha disposto che “In ogni caso, le lesioni di lieve entità, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, ovvero visivo, con riferimento alle lesioni, quali le cicatrici, oggettivamente riscontrabili senza l’ausilio di strumentazioni, non possono dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente”.

In relazione alla suddetta norma la stessa giurisprudenza di legittimità ha ribadito più volte che essa si debba intendere rivolta a prevenire accertamenti del danno biologico permanente, nel caso di lesioni di lieve entità, che siano fondati esclusivamente sul “criterio anamnesico”, ossia sulla raccolta delle sensazioni psicofisiche riferite dal paziente, e, in quanto tali, dipendenti da margini di apprezzamento del tutto soggettivi ed insuscettibili di alcuna obiettiva verifica medico legale, con evidenti incertezze sull’effettiva sussistenza della menomazione.

La stessa Suprema Corte ha, però, più volte ribadito anche come sia corretto interpretare l’art. 139 del codice ass. private nel senso che esso abbia reso espliciti i criteri scientifici di accertamento e valutazione del danno biologico tipici della medicina legale, senza porre vincoli predeterminati all’efficacia probatoria della metodologia impiegata dal medico legale, e ponendo, invece, in rilievo la correlazione indispensabile tra la corretta applicazione di detti criteri metodologici di indagine e l’obiettiva certezza scientifica del risultato dell’accertamento, ossia l’oggettiva riscontrabilità, nel soggetto leso, secondo i parametri offerti dalla scienza specialistica, di postumi invalidanti di natura permanente. L’esame clinico strumentale, secondo la costante giurisprudenza della Cassazione, non è, quindi, l’unico mezzo utilizzabile dal medico legale, salvo che ciò si correli alla natura della patologia (Cass. Civ., n. 5820/2019; Cass. Civ., n. 1272/2018).

Alla luce di ciò, gli Ermellini hanno ritenuto opportuno ribadire il principio di diritto secondo cui, in tema di risarcimento del danno biologico da invalidità micropermanente, ai sensi del comma 2 dell’art. 139 del codice ass. private, “la sussistenza dell’invalidità permanente non può essere esclusa per il solo fatto di non essere documentata da un referto strumentale per immagini, sulla base di un mero automatismo che ne vincoli il riconoscimento ad una verifica strumentale, ferma restando la necessità che l’accertamento della sussistenza della lesione dell’integrità psico-fisica avvenga secondo criteri medico-legali rigorosi ed oggettivi(cfr. ex multis Cass. Civ., n. 26249/2019; Cass. Civ., n. 11218/2019; Cass. Civ., n. 10816/2019).


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Il comune non è responsabile del sinistro causato da un avvallamento della strada se l’automobilista corre troppo

Pubblicato il: 04/02/2021

La Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 10004/2020, si è pronunciata in ordine alla possibilità di ritenere responsabile di un sinistro stradale, causato da un avvallamento della strada, l’ente gestore della stessa, anche nel caso in cui l’automobilista coinvolto non abbia rispettato il limite di velocità.

La questione sottoposta al vaglio della Suprema Corte nasceva dalla verificazione di un sinistro stradale che aveva coinvolto il conducente di un’auto, il quale, dopo aver perso il controllo della stessa a causa della presenza di un avvallamento sull’asfalto, era finito contro due alberi posti al margine della carreggiata. In seguito all’accaduto, il conducente e il proprietario del mezzo danneggiato citavano in giudizio il Comune gestore della strada su cui era avvenuto il sinistro, al fine di ottenerne la condanna al risarcimento dei danni subiti.

La sentenza di accoglimento emessa dal Tribunale veniva, tuttavia, ribaltata dalla Corte d’Appello, la quale osservava come dall’istruttoria fosse emerso, innanzitutto, che la vettura, prima di schiantarsi contro gli alberi, aveva lasciato delle tracce di frenata di lunghezza pari a circa trenta metri. Oltre a ciò, la Corte territoriale rilevava come, dalla consulenza tecnica d’ufficio espletata, fosse emerso che l’auto, al momento dell’incidente, viaggiava ad una velocità superiore a quella consentita in quel tratto stradale e che, se il conducente avesse rispettato il prescritto limite di 50 km/h, avendo a disposizione uno spazio di frenata di trenta metri, avrebbe senza dubbio potuto arrestare il veicolo in tempo utile, anche in caso di perdita del controllo dello stesso attribuibile all’anomalia dell’asfalto.

Rimasti soccombenti, gli originari attori ricorrevano dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo, innanzitutto, una violazione e falsa applicazione degli articoli 1227 e 2051 del c.c. A loro avviso, infatti, i Giudici di secondo grado avevano errato nell’applicare i principi posti in tema di obbligo di custodia, visto che, nell’analizzare il comportamento del conducente dell’auto ed individuandone la colpa, non avevano detto nulla in relazione all’effettiva prevedibilità o imprevedibilità del suo comportamento, la quale rilevava ai fini dell’individuazione del caso fortuito.

Con un secondo motivo di ricorso si eccepiva, poi, la violazione e la falsa applicazione, oltre che degli articoli 1227 e 2051 del c.c., anche degli articoli 40 e 41 del c.p., nonché dell’art. 142 del codice strada.
Secondo i ricorrenti, infatti, la sentenza impugnata, avendo interpretato in modo errato le conclusioni del consulente tecnico d'ufficio, non aveva considerato l’importanza decisiva della presenza di un avvallamento sul manto stradale, essendosi limitata ad esaminare la colpa del conducente del mezzo e a collegare ad essa la responsabilità esclusiva dell’accaduto.

La Suprema Corte ha, tuttavia, rigettato il ricorso, giudicando infondati entrambi i motivi di doglianza proposti.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, ribadito come la costante giurisprudenza di legittimità sull’art. 2051 del c.c. disponga che il danneggiato sia, in ogni caso, tenuto a dimostrare l’esistenza del fatto dannoso, il nesso di causalità ed il danno subito, restando, invece, a carico del custode, l’obbligo di dimostrare il caso fortuito (cfr. Cass. Civ., n. 4160/2019; Cass. Civ., n. 27724/2018).

La stessa giurisprudenza della Cassazione ha, peraltro, stabilito che “in tema di responsabilità civile per danni da cose in custodia, la condotta del danneggiato, che entri in interazione con la cosa, si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull’evento dannoso, in applicazione del primo comma dell’art. 1227 del c.c., richiedendo una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà di cui all’art. 2 Cost.(Cass, Civ., n. 2480/2018; Cass. Civ., n. 2481/2018).

L’applicazione di detto principio comporta che, quanto più la situazione di possibile danno sia suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione, da parte del danneggiato, delle cautele normalmente attese e previste in rapporto alle circostanze concrete, tanto più incidente si deve considerare l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso.

A tal fine gli Ermellini hanno, altresì, chiarito che l’espressione “fatto colposo” contenuta nell’art. 1227 del c.c., non va intesa come riferita all’elemento psicologico della colpa, che rileva esclusivamente ai fini di un’affermazione di responsabilità, ma si deve intendere come sinonimo di comportamento oggettivamente in contrasto con una regola di condotta, stabilita da norme positive o dettata dalla comune prudenza.

Sulla base di tali precisazioni, secondo la Cassazione, i Giudici di merito hanno correttamente applicato i suddetti principi al caso de quo, non avendo, quindi, errato nel compiere una valutazione complessiva delle prove e nel ritenere che se il conducente del veicolo avesse rispettato il limite di velocità, avrebbe avuto la possibilità di arrestare la vettura in tempo utile nonostante l’avvallamento, considerando, dunque, l’eccesso di velocità, quale elemento idoneo ad interrompere di per sé il nesso causale tra l’anomalia della strada e l’incidente.


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Intervento chirurgico con esito infausto: il risarcimento del danno non è automatico

Pubblicato il: 04/02/2021

La Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 9887/2020, è tornata a pronunciarsi in materia di responsabilità medica, con particolare riferimento al caso in cui un paziente lamenti una lesione del proprio diritto all’autodeterminazione, quale conseguenza dell’inesattezza o dell’incompletezza delle informazioni fornitegli dal medico.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini nasceva dalla vicenda che aveva visto come protagonista un uomo, il quale, in entrambi i gradi del giudizio di merito, si era visto rigettare la propria richiesta risarcitoria, avanzata nei confronti di un medico, il quale gli aveva proposto, quale soluzione ad una sua patologia al polso, un intervento chirurgico, prospettandogli il rischio, da lui accettato, di una perdita del 30% della funzionalità dell’articolazione del polso stesso.
Come rilevato dalla Corte d’Appello, tuttavia, nonostante all’operazione fosse seguita una perdita complessiva della funzionalità del polso pari a circa il 70%, la doglianza del danneggiato non poteva, in ogni caso, trovare accoglimento, posto che dalla relazione dei consulenti tecnici d’ufficio era emerso che lo stesso soffriva già da prima dell’intervento di una riduzione funzionale dell’articolazione pari a circa il 18%, sicché l’ulteriore perdita corrispondeva a poco più della riduzione di funzionalità prospettata dal medico in sede di acquisizione del consenso informato.

Rimasto soccombente, il paziente ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando, in primo luogo, una violazione dell’art. 112 del c.p.c., in quanto la Corte territoriale, a suo avviso, non aveva preso in considerazione la non esaustività del consenso informato fornitogli dal medico.

Il ricorrente eccepiva, poi, una violazione degli articoli 13 e 32 della Costituzione, sostenendo che il medico, nel manifestare un atteggiamento ottimista nei confronti dell’esito dell’operazione chirurgica, avesse leso il proprio diritto all’autodeterminazione.

La Cassazione ha rigettato il ricorso.

Quanto al primo motivo di doglianza, gli Ermellini ne hanno dichiarato l’infondatezza, sottolineando come la Corte d’Appello avesse correttamente ritenuto che la rappresentazione di un possibile peggioramento della mobilità del 30% fosse da considerarsi adeguata e non imprudentemente sottostimata, atteso che l’ulteriore aggravamento non poteva che intendersi riferito alla preesistente condizione invalidante del ricorrente. In caso contrario, infatti, come osservato dalla Cassazione, non ci sarebbe stato alcun rischio peggiorativo, in quanto la riduzione della mobilità del 30% avrebbe coinciso con il deficit che già affliggeva il paziente.

Con riferimento poi, al secondo motivo di ricorso, gli Ermellini, pur dichiarandone l’inammissibilità per mancanza di specificità, hanno comunque ribadito come, per configurare un diritto al risarcimento del danno per lesione del diritto all’autodeterminazione, cagionata dall'inesatta o incompleta informazione fornita dal medico, ai fini dell’acquisizione della valida e consapevole manifestazione di consenso del paziente, non si possa prescindere dalla prova che la condotta di quest’ultimo, se correttamente informato, sarebbe stata certamente diversa, ossia che avrebbe certamente rifiutato di sottoporsi all’intervento chirurgico.

Secondo il costante orientamento della Suprema Corte, infatti, “l’omessa informazione assume di per sé carattere neutro sul piano eziologico, in quanto la rilevanza causale dell’inadempimento viene a dipendere indissolubilmente dalla alternativa “consenso/dissenso” che qualifica detta omissione, laddove, in caso di presunto consenso, l’inadempimento, pur esistente, risulterebbe privo di alcuna incidenza deterministica sul risultato infausto dell’intervento, in quanto comunque voluto dal paziente; diversamente, in caso di presunto dissenso, assumendo invece efficienza causale sul risultato pregiudizievole, in quanto l’intervento terapeutico non sarebbe stato eseguito, e l’esito infausto non si sarebbe verificato, non essendo stato voluto dal paziente. La allegazione dei fatti dimostrativi della opzione “a monte” che il paziente avrebbe esercitato viene, quindi, a costituire elemento integrante dell’onere della prova del nesso eziologico tra l’inadempimento e l’evento dannoso, che in applicazione dell’ordinario criterio di riparto ex art. 2697 c.c., comma 1, compete ai danneggiati (Cass. Civ., n. 19199/2018).

Nel caso di specie, tuttavia, come rilevato dai Giudici di legittimità, il ricorrente non aveva neppure indicato se e quali prove avesse richiesto di acquisire o fossero state raccolte al fine di accertare che egli, qualora avesse compreso il rischio di insuccesso dell’operazione chirurgica prospettatagli dal medico convenuto, avrebbe sicuramente rifiutato di sottoporvisi.


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Automobilista si imbatte in un quad nei pressi di un incrocio e non rallenta: si configura l’omicidio colposo?

Pubblicato il: 03/02/2021

La Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 15238/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in merito alla configurabilità o meno del delitto di omicidio colposo aggravato in capo all’automobilista che, in corrispondenza di un incrocio, abbia causato la morte di alcune persone che erano a bordo di un altro mezzo, nel caso in cui, pur avendo la precedenza, non abbia rallentato.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata dalla condanna per omicidio colposo commesso con violazione delle norme sulla circolazione stradale, inflitta ad un automobilista, all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, in seguito alla morte delle persone che si trovavano a bordo di un quad, il quale, di notte, si era immesso improvvisamente nell’incrocio occupato dall’auto dell’imputato, il quale, però, non aveva rallentato.

Di fronte alla conferma, in appello, della propria condanna, l’imputato ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, eccependo, innanzitutto, l’omessa valutazione, da parte dei giudici di merito, della condotta da lui concretamente tenuta, considerato che, con i propri motivi d’appello, egli aveva prospettato l’inevitabilità dell’evento, in quanto l’immissione in strada del quad a bordo del quale si trovavano le persone decedute a seguito dello scontro, era avvenuta dopo che lui aveva già pienamente usufruito del proprio diritto di precedenza. Secondo l’automobilista, infatti, l’evento avrebbe dovuto essere interamente attribuito alla condotta improvvida del conducente del quad, la quale lo aveva reso inevitabile, a prescindere dalla velocità da lui tenuta, in quanto l’immissione sulla strada del mezzo delle vittime era avvenuta quando la sua auto aveva già interamente impegnato l’incrocio, rendendo impossibile qualsiasi manovra di emergenza e facendo, così, risultare inevitabile l’evento.

Con il secondo motivo di ricorso si eccepiva, poi, la mancata assunzione di una prova decisiva, costituita dall’acquisizione della relazione del consulente tecnico della difesa, nonché dall’espletamento di una perizia tecnica, al fine di valutare la condotta dell’imputato tenendo conto della necessità di verificare la prevedibilità e l’evitabilità dell’evento.

Con il terzo motivo si lamentava, infine, la violazione degli articoli 157, 589 e 589 bis del c.p., nonché l’illogicità della motivazione fornita dalla Corte territoriale, con riferimento al mancato rilievo dell’estinzione del reato per intervenuta prescrizione. Il ricorrente evidenziava, infatti, come il comma 2 dell’art. 589 del c.p., il quale stabiliva il raddoppio dei termini di prescrizione, fosse stato abrogato, divenendo un’ipotesi di reato a sé stante, nonché come non vi fosse identità di ratio con la nuova fattispecie autonoma di omicidio stradale, di cui all’art. 589 bis del c.p. Si rilevava, altresì, come l’elemento soggettivo di tale ultima fattispecie risultasse avere un contenuto diverso rispetto all’ipotesi di omicidio colposo aggravato di cui al comma 2 dell’art. 589 del c.p., richiedendo l’imputabilità dell’evento alla negligenza del conducente nel rispetto delle norme sulla circolazione stradale.
Alla luce di ciò, dunque, secondo l’imputato, i giudici di merito avrebbero dovuto applicare, nei suoi confronti, l’ultimo comma dell’art. 589 del c.p., rilevando, altresì, l’avvenuta estinzione del reato per prescrizione.

Il ricorrente ha, altresì, lamentato la mancata applicazione della circostanza attenuante prevista dal comma 7 dell’art. 589 bis del c.p., di cui, a suo avviso, sussistevano tutti i presupposti.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, giudicando privi di fondamento i motivi di doglianza proposti.

Quanto al primo motivo di ricorso, gli Ermellini hanno descritto la motivazione fornita dalla Corte d’Appello come pienamente idonea a dar conto della prevedibilità dell’evento e, con essa, anche della riconducibilità della sua verificazione alla condotta inosservante delle regole di prudenza e dei limiti di velocità tenuta dall’imputato, considerato che, se la sua velocità fosse stata inferiore al limite massimo e adeguata alla situazione dei luoghi, lo scontro non si sarebbe verificato. Dai rilievi eseguiti nel caso de quo era, invece, emerso che l’imputato, al momento dell’accaduto, procedeva, di notte, ad una velocità di 100 km/h, senza rallentare nemmeno in prossimità di un incrocio.

In relazione, poi, al secondo motivo di ricorso, con cui l’imputato aveva eccepito l’omessa assunzione di prove decisive, costituite dall’acquisizione della relazione del consulente tecnico della difesa e dalla disposizione di una perizia, gli Ermellini hanno evidenziato come la mancata effettuazione di un accertamento peritale non possa costituire motivo di ricorso per Cassazione. La perizia, infatti, non può essere fatta rientrare nel concetto di prova decisiva, trattandosi di un mezzo di prova neutro, sottratto alla disponibilità delle parti e rimesso alla discrezionalità del giudice, considerato che l’art. 606, comma 1, lett. d), c.p.p., attraverso il richiamo all’art. 495, comma 2, c.p.p., si riferisce esclusivamente alle prove a discarico che abbiano carattere di decisività (cfr. Cass. Pen., SS.UU., n. 39746/2017).

Quanto al mancato rilievo dell'estinzione del reato per intervenuta prescrizione, i giudici di legittimità hanno, innanzitutto, evidenziato come, nella formulazione anteriore alle modifiche introdotte dalla l. n. 41/2016, l’art. 589, comma 2, c.p., applicabile ratione temporis alla condotta contestata, comminasse, a fronte dell’omicidio colposo commesso con violazione delle norme sulla circolazione stradale, la pena della reclusione da due a sette anni, integrando una circostanza aggravante ad effetto speciale. Quanto, invece, alla fattispecie di omicidio stradale, introdotta all’art. 589 bis del c.p. dalla l. n. 41/2016, i giudici di legittimità hanno ribadito come essa costituisca un’autonoma ipotesi di reato (Cass. Pen., n. 29721/2017).

Gli Ermellini hanno, pertanto, evidenziato come i giudici di merito non abbiano commesso alcun errore nel computo del termine di prescrizione, posto che tra l’art. 589, comma 2, c.p. e l’art. 589 bis c.p. vi è piena continuità normativa, in quanto il fenomeno successorio che si è verificato risulta caratterizzato da un’evidente continuità tra l’ipotesi aggravata, formalmente abrogata, e l’analoga nuova previsione introdotta dalla l. n. 41/2016, la quale non comporta, quindi, alcun problema si successione di leggi penali nel tempo, ex art. 2 del c.p.
La precedente circostanza aggravante, che rappresenta oggi un elemento costitutivo della nuova ipotesi autonoma di reato, risulta, difatti, riprodotta pedissequamente nel testo della nuova disposizione, dovendosi, quindi, escludere che dall’introduzione di quest’ultima possa derivare l’eliminazione sopravvenuta della circostanza aggravante. Quest’ultima, dunque, è stata correttamente applicata dalla sentenza di merito emessa in relazione al caso di specie, in quanto, secondo un fenomeno di continuità normativa, è tutt’ora vigente ed efficace sotto la rubrica dell’art. 589 bis del c.p.

Quanto, infine, alla doglianza relativa al mancato riconoscimento della circostanza attenuante di cui all’art. 589 bis, comma 7, c.p., la Cassazione l’ha giudicata anch’essa inammissibile, sia a causa della sua genericità, consistendo nella mera enunciazione della censura, sia perché formulata per la prima volta con il ricorso in Cassazione, sia, ancora, perché attinente ad una valutazione di merito.


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Avvocato impedisce al collega di accedere allo studio inserendo la chiave nella serratura: è reato?

Pubblicato il: 03/02/2021

La Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 15633/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in merito alla configurabilità o meno del delitto di violenza privata, in capo ad un avvocato che abbia impedito al collega di entrare in studio per prelevare i propri fascicoli.

La questione sottoposta all’esame degli Ermellini era nata dalla vicenda che aveva visto come protagonista un avvocato, il quale aveva impedito ad un collega, con il quale condivideva lo studio, di accedervi, prima inserendo la chiave all’interno della serratura e, poi, sbarrandogli l’ingresso con il proprio corpo.
Nonostante l’accaduto, tuttavia, sia il Tribunale che la Corte d’Appello assolvevano l’imputato dai reati di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose, ex art. 392 del c.p., e di violenza privata, ex art. 610 del c.p.
La Corte territoriale, in particolare, aveva pienamente avallato la tesi della difesa, affermando la mancanza dell’elemento oggettivo del reato di violenza privata, dal momento che lo studio in cui la parte civile aveva tentato di entrare era quello in cui l’imputato l'aveva ospitata per mera cortesia, con l’intesa che si dovesse trattare di una sistemazione temporanea.

Avverso la pronuncia d’appello, proponeva ricorso in Cassazione il legale a cui era stato impedito l’accesso allo studio, costituitosi parte civile, il quale lamentava un vizio di legge, nonché un vizio motivazionale. Al ricorrente era, innanzitutto, parso incomprensibile il percorso logico che aveva condotto la Corte territoriale ad escludere la sussistenza del reato di violenza privata e ad assolvere l’imputato, nonostante avesse ricostruito correttamente la dinamica dei fatti.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso, giudicando fondato il motivo di doglianza avanzato dal ricorrente.

A tal fine gli Ermellini hanno, preliminarmente, evidenziato come, concordemente al loro costante orientamento, la violenza tipica del reato ex art. 610 del c.p. si identifichi in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione, potendo consistere anche in una violenza “impropria”, che si attui attraverso l’uso di mezzi anomali, diretti ad esercitare delle pressioni sulla volontà altrui, impedendone la libera determinazione (cfr. ex multis Cass. Pen., n. 4284/2015).

Secondo la Cassazione, poi, a differenza di quanto sostenuto dall’imputato e, in seguito, anche dalla Corte d’Appello, non era possibile affermare che si trattasse di una sistemazione meramente temporanea, posto che era stata dimostrata persino l’esistenza di una targa, affissa all’esterno del palazzo, recante, tra i nomi dei professionisti dello studio, anche quello della parte civile.
Ad essere irrilevante ai fini della sussistenza dell’illecito è, invece, l’esistenza o meno di un’associazione professionale o di un rapporto locatizio tra i professionisti.

Poste tali precisazioni, i giudici di legittimità hanno comunque evidenziato che anche qualora fossero esistite delle ragioni che consentissero all’imputato di non permettere l’ingresso nello studio al collega, esse avrebbero potuto rilevare esclusivamente ai fini della qualificazione della condotta come esercizio arbitrario delle proprie ragioni, non, quindi, al fine di consentire l’adozione di una condotta violenta, idonea ad incidere sull’altrui libertà di autodeterminazione.


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