Il bando di concorso riservato ai soli soggetti disabili disoccupati è discriminatorio?

Pubblicato il: 15/04/2021

La Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14790/2020, ha avuto modo di precisare se possa o meno essere considerato discriminatorio il bando di un concorso pubblico che riservi l’accesso alle sole persone disabili che siano anche disoccupate al momento dell’assunzione.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata all’interno del procedimento che aveva visto come protagonista un uomo affetto da disabilità, il quale, pur essendo risultato vincitore di un concorso riservato alle categorie protette ex art. 8 l. n. 68/1999, era stato, poi, escluso dall’assunzione per carenza del requisito della disoccupazione al momento dell’assunzione, come previsto dal relativo bando di concorso, il quale prevedeva, quale requisito necessario, il permanere dello stato di disoccupazione, in capo al portatore di disabilità, sia al momento della domanda che all’atto dell’assunzione. Di fronte a ciò, l’uomo decideva di agire in giudizio nei confronti dell’Azienda Ospedaliera che avrebbe dovuto assumerlo, deducendo come il suo comportamento avesse costituito una discriminazione diretta dei disabili, tenuto conto del fatto che nei concorsi relativi a soggetti non affetti da disabilità, la sussistenza dello stato di disoccupazione al momento dell’assunzione non veniva richiesta e che, in altri analoghi concorsi riservati ai disabili, tale requisito non era previsto.

Nonostante l’iniziale rigetto delle istanze attoree, da parte del Tribunale, le stesse venivano, poi, accolte dalla Corte d’Appello, la quale dichiarava illegittima l’esclusione dall’assunzione del ricorrente, quale vincitore del concorso pubblico per titoli ed esami, ordinando, altresì, la rimozione di ogni atto discriminatorio pregiudizievole. Nel prendere tale decisione, la Corte territoriale evidenziava, in particolare, come l’art. 16 della l. n. 68/1999 prevedesse la possibilità di partecipazione dei disabili ai pubblici concorsi Anche se non versino in stato di disoccupazione, nonché come tale inciso fosse, poi, stato eliminato ad opera della l. n. 114/2014.

Rimasta soccombente all’esito del giudizio di secondo grado, l’Azienda Ospedaliera decideva di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, denunciando, innanzitutto, la violazione del combinato disposto del bando di concorso con l’art. 8 della l. n. 68/1999, gli artt. 1 e 3 della l. n. 216/2003 e l’art. 28 del d.lgs. 150/2011. A suo avviso, infatti, contrariamente a quanto ritenuto dai Giudici di merito, nel caso di specie tali norme erano state correttamente applicate, avendo previsto il requisito della sussistenza dello stato di disoccupazione al momento dell’assunzione al fine di garantire la tutela del disabile non occupato rispetto a quello occupato, in ossequio al principio di parità di trattamento, il quale doveva essere valutato con riferimento alla posizione di chi permaneva nello stato di disoccupazione anche all’atto dell’assunzione, oltre che al momento della partecipazione al concorso.

Nel censurare, poi, la sentenza impugnata per aver omesso di valutare la posizione del soggetto disabile ancora disoccupato al momento dell’assunzione, nonché di operare il necessario bilanciamento delle posizioni contrapposte, la ricorrente ha richiamato i principi affermati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo in ordine alla discriminazione indiretta, riconducibile alla condizione di discriminazione subita da un soggetto per effetto di un medesimo trattamento riservato a persone che si trovino in situazioni diverse.
Secondo la ricorrente, inoltre, la Corte di merito aveva, altresì, omesso di esaminare il fatto che l’Amministrazione avesse scelto di tutelare in via prioritaria, in termini antidiscriminatori, la condizione dei disabili che permanevano nello stato di disoccupazione al momento dell’assunzione.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, ritenuto opportuno chiarire l’ambito di operatività della tutela antidiscriminatoria reclamata dal cittadino affetto da disabilità. Il diritto di tutte le persone, comprese, quindi, quelle affette da disabilità, all'uguaglianza dinanzi alla legge e alla protezione contro le discriminazioni, costituisce un diritto universale riconosciuto dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e dai trattati a cui tutti gli Stati membri dell'Unione Europea hanno aderito, relativi, rispettivamente, ai diritti civili e politici, ai diritti economici, sociali e culturali, nonché dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, di cui tutti gli Stati membri sono firmatari.

Sono, peraltro, varie, le fonti internazionali che regolano la materia lavoristica, affrontando anche il problema delle discriminazioni, quali, ad esempio, la Convenzione dell’organizzazione internazionale del lavoro del 28 giugno 1958, che proibisce la discriminazione in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, oppure, le regole per le pari opportunità dei disabili adottate dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 dicembre 1993, nonché la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità del 13 dicembre 2006, ratificata in Italia con l. n. 18/2009 e dall’Unione Europea nel dicembre 2010, avendo, così, essa assunto rilievo vincolante per le istituzione europee e per gli Stati membri.

Nell'ambito del Diritto dell'Unione Europea assume, poi, una significativa rilevanza la direttiva 2000/78/CE del Consiglio del 27 novembre 2000, la quale stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, indipendentemente dalla religione o dalle convinzioni personali, dagli handicap, dall’età o dalle tendenze sessuali. Tale Direttiva fissa, peraltro, degli standard minimi comuni nelle leggi in vigore negli Stati membri contro la discriminazione fondata sulla razza, l'origine etnica, la religione, le convinzioni personali, la disabilità, l'età o l'orientamento sessuale, con l’obiettivo di creare un quadro giuridico generale volto a combattere queste forme di discriminazione e tradurre, così, nella pratica, il principio della parità di trattamento.

Nel diritto sovranazionale il principio di non discriminazione è, altresì, enunciato dai trattati fondativi e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Dagli artt. 2, 3 e 6 del Trattato sull’Unione Europea si evince, infatti, che l’Unione è fondata sul rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e che essa combatte ogni forma di discriminazione. Gli artt. 10 e 19 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea ribadiscono, poi, che l’Unione, nella definizione ed attuazione delle sue politiche, mira a combattere ogni forma di discriminazione fondata sul sesso, sulla razza, sull’origine etnica, sulla religione, sulle convinzioni personali, sulla disabilità, sull’età o sull’orientamento sessuale.

Assume, altresì, rilievo la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, la quale, dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, ha il medesimo valore giuridico dei trattati, essendo, dunque, pienamente vincolante sia per le istituzioni europee che per gli Stati membri. Essa proclama la centralità della persona, fondata su valori indivisibili ed universali quali la libertà umana, l’uguaglianza e la solidarietà. L’art. 21 della CEDU vieta, poi, qualsiasi forma di discriminazione.

Sempre nell’ambito del diritto antidiscriminatorio dell’Unione, assume, inoltre, un importante rilievo anche la giurisprudenza della Corte di Giustizia, la quale ha, peraltro, fornito una nozione di “handicap”, quale limitazione di capacità, risultante in particolare da durature menomazioni fisiche, mentali o psichiche, che, in interazione con barriere di diversa natura, può ostacolare la piena ed effettiva partecipazione dell'interessato alla vita professionale su base di uguaglianza con gli altri lavoratori”.

Sempre secondo quanto stabilito dalla Corte di Giustizia, affinché si possa configurare una discriminazione “diretta”, deve sussistere “una differenza nel trattamento riservato a persone che si trovano in situazioni analoghe o significativamente simili, basata su una caratteristica identificabile”.

Nell'ordinamento interno italiano, il principio di non discriminazione trova il suo fondamento negli artt. 2 e 3 della Costituzione e, dunque, nel riconoscimento e nella garanzia dei diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità, oltre che nel principio di uguaglianza formale, il quale impone di trattare situazioni uguali in modo uguale e situazioni diverse in modo diverso, espresso attraverso una serie di divieti specifici di discriminazione per sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali; nonché nel principio di uguaglianza sostanziale, che attribuisce allo Stato il compito di porre in essere delle azioni positive per rimuovere quelle barriere, di ordine sociale ed economico, che, di fatto, limitano la libertà e l'uguaglianza dei cittadini.

L’inclusione sociale delle persone disabili si collega, poi, necessariamente, al tema del diritto al lavoro, sancito dall’art. 4 Cost. come espressione di una partecipazione operosa alla vita collettiva, di contributo alla crescita generale ed economica del Paese, nonché di realizzazione di sé e dei propri desideri, di soddisfacimento delle aspettative e dei bisogni personali. Infatti, l'inserimento nel mondo del lavoro è occasione di frequenti ed intensi rapporti sociali, di scambio e confronto, nonché il modo più diretto per combattere la discriminazione culturale e sociale ancora persistente nei confronti della disabilità.

Tra i vari interventi normativi realizzati, in quest’ottica, dal legislatore italiano, assume particolare rilievo, in relazione al caso di specie, la l. n. 68/1999, recante le “Norme per il diritto al lavoro dei disabili”, la quale ha specificamente inteso soddisfare la necessità di venire incontro, da un lato, al bisogno di inclusione ed integrazione effettiva delle persone affette da disabilità e, dall’altro, alle esigenze produttive degli operatori economici.

L'art. 16 della l. n. 68/1999 disciplina, in particolare, l'assunzione delle persone disabili mediante concorso pubblico, prevedendo, al riguardo, che “Ferme restando le disposizioni di cui agli articoli 3, comma 4, e 5, comma 1, i disabili possono partecipare a tutti i concorsi per il pubblico impiego, da qualsiasi amministrazione pubblica siano banditi. A tal fine i bandi di concorso prevedono speciali modalità di svolgimento delle prove di esame per consentire ai soggetti suddetti di concorrere in effettive condizioni di parità con gli altri”. La medesima disposizione al comma 2, stabiliva, altresì, che “I disabili che abbiano conseguito le idoneità nei concorsi pubblici possono essere assunti, ai fini dell'adempimento dell'obbligo di cui all'articolo 3, anche se non versino in stato di disoccupazione e oltre il limite dei posti ad essi riservati nel concorso”, ma l’inciso “anche se non versino in stato di disoccupazione” è stato eliminato dall'art. 25, comma 9 bis, della l. n. 114/2014.

Come evidenziato dai Giudici di legittimità, l’ordinamento italiano prevede, quindi, oggi, tre diverse modalità di assunzione dei soggetti affetti da disabilità nel settore pubblico: la chiamata numerica per le categorie ed i profili per i quali è richiesto il solo requisito della scuola dell’obbligo, ai sensi dell’art. 35, comma 2, del d.lgs. n. 165/2001; il concorso con riserva di posti per le altre qualifiche, ai sensi della l. n. 68/1999; le convenzioni, ai sensi della stessa l. n. 68/1999.

Nel caso in esame, l'Azienda Ospedaliera, con il bando di concorso in questione, si è avvalsa della seconda modalità di assunzione indicata, prevedendo non un concorso aperto a tutti e con riserva di posti, bensì un concorso interamente riservato alle categorie ex art. 8 della l. n. 68/1999.

Si trattava, dunque, di un concorso non aperto ai normodotati e, pertanto, la discriminazione andava valutata con riferimento ai soggetti nella medesima situazione o condizione e, cioè, con riferimento agli altri appartenenti alle categorie protette ex art. 8 della l. n. 68/1999. Ed infatti, sulla base delle previsioni di cui alla l. n. 68/1999 e, in particolare, delle previsioni speciali riservate ai disabili e concernenti le differenti modalità di assunzione, non si può ragionare in termini di rapporto con il normodotato avendo il legislatore previsto, per facilitare il disabile nel reperimento della prima occupazione, un iter particolarmente agevolato, con modalità diverse rispetto a quelle previste per il lavoratore abile.

Era solo con riguardo agli altri appartenenti alle categorie protette che andavano, quindi, verificate l'eventuale carenza di un’adeguata e ragionevole giustificazione della verificatasi differenziazione, nonché la sproporzione tra la giustificazione stessa e i mezzi utilizzati. Non vi è dubbio, allora, che la scelta operata dalla ricorrente, di richiedere la sussistenza dello stato di disoccupazione non solo al momento della presentazione della domanda, ma anche al momento dell'assunzione, fosse una misura idonea a tutelare il disabile che, all'atto dell'assunzione, permanesse nello stato di disoccupazione.

Su tali premesse, la Cassazione ha, perciò, ritenuto opportuno enunciare il principio di diritto per cui non costituisce comportamento discriminatorio la previsione, in sede di bando di concorso riservato alle categorie ex art. 8 della l. n. 68 del 1999, del requisito della sussistenza dello stato di disoccupazione anche al momento dell'assunzione trattandosi di previsione avente la finalità di tutelare, in conformità con il dettato legislativo e con i principi affermati dalla Corte di Giustizia UE, il disabile disoccupato rispetto ad altro soggetto, egualmente disabile, ma nelle more fuoriuscito dalla categoria dei disoccupati”.


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Niente restituzione nei termini di fronte alla negligenza del difensore

Pubblicato il: 14/04/2021

La Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 20132/2020, ha avuto modo di precisare se il mancato o inesatto adempimento del proprio incarico, da parte del difensore, sia idoneo a giustificare una restituzione in termini.

La questione sottoposta all’esame dei giudici di legittimità era nata a seguito della decisione del Tribunale di Milano di rigettare l’istanza di restituzione nel termine per chiedere il rito abbreviato, avanzata, nell’interesse dell’imputato, dal suo difensore di fiducia.

Di fronte a tale decisione, l’imputato, a mezzo del proprio legale, ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, deducendo, con un unico motivo di doglianza, la violazione dell’art. 175 del c.p.p. e la manifesta illogicità della decisione del giudice di merito. Il ricorrente lamentava, infatti, come il Tribunale avesse errato nel respingere la sua richiesta di rito abbreviato sostenendo che le circostanze dedotte a giustificazione del mancato rispetto dei termini non trovassero riscontro né nella documentazione prodotta, né nel mancato rilascio di una procura speciale per chiedere l’applicazione di riti alternativi. Orbene, tale motivazione, ad avviso del difensore, risultava essere manifestamente illogica, posto che, da un lato, il suo inadempimento era stato dovuto ad un fraintendimento con il proprio assistito, e dall’altro, il fatto che non fosse stata rilasciata una procura speciale non poteva costituire una dimostrazione della volontà di procedere con il dibattimento.

Considerato, poi, che il comma 1 dell’art. 175 del c.p.p. prevede che la restituzione nel termine, stabilito a pena di decadenza, possa essere concessa qualora vi sia la prova che esso non sia stato osservato per caso fortuito o forza maggiore, secondo il ricorrente il caso di specie integrava proprio quest’ultima ipotesi. Citando la sentenza n. 11440/2019 della Cassazione, la quale aveva spiegato come il caso fortuito consistesse in “ogni evento inevitabile con la normale diligenza e non imputabile a titolo di colpa o dolo, così da caratterizzarsi con l’elemento dell’irresistibilità”, il legale ha, infatti, evidenziato come il caso de quo potesse rientrare in tale definizione, posto che l’inosservanza dei termini di presentazione dell’istanza per l’applicazione del rito abbreviato era stata dovuta ad una serie di incomprensioni con l’assistito, nonché a vari impegni di studio, sopravvenuti ed improrogabili.

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile.

Gli Ermellini hanno evidenziato come, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, il Tribunale abbia rigettato la richiesta di restituzione nel termine per chiedere il rito abbreviato, avanzata dal suo difensore, fornendo una motivazione priva di errori logici e perfettamente coerente con i principi di diritto vigenti in materia.

Pur essendo consapevoli dell’esistenza di un orientamento giurisprudenziale minoritario di segno contrario, i giudici di legittimità hanno ritenuto opportuno ribadire, in relazione al caso di specie, quanto sostenuto dalla prevalente giurisprudenza della stessa Cassazione, secondo cui “il mancato o inesatto adempimento da parte del difensore di fiducia dell’incarico a qualsiasi causa ascrivibile, non è idoneo ad integrare le ipotesi di caso fortuito e di forza maggiore, (che si concretano in forze impeditive non altrimenti vincibili, le quali legittimano la restituzione in termini) poiché consiste in una falsa rappresentazione della realtà, superabile mediante la normale diligenza ed attenzione (cfr. ex multis Cass. Pen., n. 6592/2020; Cass. Pen., n. 24960/2017; Cass. Pen., n. 39535/2016).

Sempre sulla base del costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, non può, peraltro, essere esclusa, in via presuntiva, l’esistenza di un onere dell’assistito di vigilare sull’esatta osservanza dell’incarico conferito al proprio difensore, nelle ipotesi in cui il controllo sull’adempimento non sia impedito al comune cittadino ex lege (cfr. Cass. Pen., n. 43277/2011).


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Cosa succede se nella copia notificata dell’atto di citazione manca la sottoscrizione del difensore?

Pubblicato il: 13/04/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 10450/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in ordine alle possibili conseguenze della mancata sottoscrizione, da parte del difensore, della copia notificata alla controparte di un atto di citazione.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata a seguito del giudizio promosso da una società, al fine di ottenere il saldo dei lavori di ristrutturazione dell’immobile di proprietà del convenuto.

Il Tribunale rigettava le istanze attoree, accogliendo, invece, l’eccezione, sollevata dal convenuto, in merito alla nullità dell’atto di citazione, in quanto, nella relativa copia notificata, mancava sia l’indicazione della firma di colui che aveva conferito il mandato alle liti, sia la firma, per autentica, del legale.

La decisione di primo grado veniva, però, ribaltata all’esito del giudizio di seconde cure. La Corte d’Appello accoglieva, infatti, quanto chiesto dall’attrice, sulla base della considerazione per cui l’originale dell’atto di citazione conteneva tutti gli elementi non trasfusi nella copia notificata, essendo, pertanto, esclusa la possibilità che vi fosse un’assoluta incertezza in ordine alle indicazioni riguardanti l’individuazione della società attrice, nonché le generalità del procuratore e la procura. Nel prendere tale decisione, la Corte territoriale teneva, altresì, conto del principio di conservazione degli atti, di cui al terzo comma dell’art. 164 del c.p.c., in base al quale la costituzione del convenuto sana i vizi della citazione.

Il Giudice d’appello rilevava, inoltre, il fatto che la procura fosse valida anche se non sottoscritta dalla parte nella copia notificata al destinatario dell’atto, nonché come la mancata sottoscrizione del difensore nella copia notificata non incidesse sulla validità della citazione, qualora tale firma fosse esistente nell’originale.

L’originario convenuto, rimasto soccombente all’esito del giudizio d’appello, ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, deducendo la violazione e la falsa applicazione degli artt. 163, nn. 2 e 6, 164, comma 1 e 167, comma 2, del c.p.c. A suo avviso, infatti, la Corte territoriale aveva errato nel non dichiarare, a sua volta, la nullità dell’atto di citazione, nonostante lo stesso mancasse del nominativo dell’attore, della firma di chi aveva conferito il mandato, nonché della firma, per autentica, del legale.
Secondo il ricorrente, peraltro, la tesi sostenuta dalla Corte d’Appello, per cui il fatto che l’originale dell’atto di citazione non fosse affetto dalle stesse mancanze riscontrate nella copia notificata ne impediva la nullità, contrastava con il principio generale secondo cui, in caso di difformità, doveva prevalere la copia notificata dell’atto. Né, a suo avviso, risultava invocabile il principio generale di conservazione degli atti, avendo egli provveduto a sollevare la relativa eccezione all’atto della propria costituzione in giudizio.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso.

In relazione, innanzitutto, alla questione relativa alla firma di chi aveva conferito mandato, la Cassazione ha ribadito come, sulla scorta del suo costante orientamento in tema di illeggibilità della sottoscrizione della procura, “la decifrabilità della firma non è requisito di validità dell’atto ove l’autore sia identificabile, con nome e cognome, dal contesto dell’atto medesimo(Cass. Civ., n. 27548/2014).

Nel caso di specie, dunque, il Giudice di merito ha correttamente rilevato come, dall’intestazione della citazione, risultasse chiaramente l’identità del soggetto che aveva conferito il mandato.

Quanto, poi, alla mancata sottoscrizione del difensore nella copia dell’atto di citazione notificata, la Suprema Corte ha ribadito come tale carenza non incida sulla validità della citazione, qualora la sottoscrizione risulti essere presente all’interno dell’originale, e la copia notificata fornisca, comunque, alla controparte, elementi sufficienti per acquisire la certezza della sua rituale provenienza da un certo procuratore (cfr. ex multis Cass. Civ., n. 20817/2006).


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Acquisto di un’auto difettosa: la Cassazione chiarisce entro quali limiti possa essere ritenuto responsabile il venditore

Pubblicato il: 12/04/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 13148/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in materia di vendita di beni di consumo, precisando in quali ipotesi ed entro quali limiti temporali si possa ritenere responsabile il venditore.

La questione sottoposta all’esame dei Giudici di legittimità era nata in seguito alla decisione di una donna di convenire in giudizio la concessionaria presso cui aveva acquistato un’autovettura, esponendo come la stessa, subito dopo l’acquisto, avesse presentato dei gravi vizi occulti, i quali erano stati regolarmente denunciati e non riparati. L’attrice chiedeva, pertanto, la condanna della convenuta ad un risarcimento del danno pari al rimborso delle spese da essa sostenute per il noleggio di un’auto sostitutiva.

La ditta convenuta si costituiva in giudizio, deducendo che il veicolo, al momento della consegna, era perfettamente funzionante e che il vizio lamentato dall’attrice era stato causato da un uso anomalo del mezzo, il quale aveva percorso un numero di chilometri superiore alla norma, nonché dalla carente manutenzione.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello rigettavano le istanze attoree. I Giudici di secondo grado, in particolare, rilevavano come l’attrice, pur avendo acquistato l’auto in questione nel marzo 2006, avesse provato la sussistenza dei vizi soltanto a partire dal mese di giugno dello stesso anno, ossia dopo tre mesi. La stessa Corte territoriale osservava, poi, il fatto che il veicolo era stato venduto quando aveva già percorso 140.000 km e che la stessa attrice aveva ammesso di aver fatto un uso anomalo del mezzo. Dalla valutazione delle deposizioni testimoniali, era, inoltre, emerso che l’auto, prima della vendita, era stata accuratamente controllata ed era risultata perfettamente funzionante, tanto da non aver presentato problemi fino al mese di giugno 2006.

Rimasta soccombente all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, l’attrice ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, denunciando la violazione e la falsa applicazione degli artt. 128, 129, 130, 132 e 135 del codice del consumo. A suo avviso, infatti, i Giudici di merito avevano errato, innanzitutto, nell’applicare la normativa civilistica relativa al contratto di vendita e non, invece, l’art. 130 del codice consumo, il quale prevedeva la responsabilità del venditore in caso di difetto di conformità del bene venduto. La Corte territoriale avrebbe poi errato anche in relazione alla mancata applicazione dell’art. 132 del codice consumo, il quale prevedeva una presunzione del difetto di conformità del bene, qualora i vizi si fossero manifestati entro sei mesi dalla consegna, considerato che, nel caso di specie, essi si erano presentati dopo soli tre mesi, con conseguente inversione dell’onere della prova, in capo alla concessionaria, della loro insussistenza al momento della vendita.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Sul presupposto che l’art. 1469 bis del c.c., introdotto dall’art. 142 del codice consumo, stabilisce espressamente che le disposizioni del Codice Civile in materia di contratti in generale “si applicano ai contratti del consumatore, ove non derogati dal codice del consumo o da altre disposizioni più favorevoli per il consumatore”, gli Ermellini hanno sottolineato come, nell’attuale assetto normativo della disciplina della compravendita, esista una chiara preferenza del legislatore per la normativa dettata dal Codice del consumo, attribuendo, dunque, un ruolo sussidiario alla disciplina del codice civile. Ciò significa che si deve ritenere applicabile, innanzitutto, la disciplina contenuta nel codice del consumo, potendosi applicare quella dettata dal codice civile solo in relazione a quanto non previsto dalla normativa speciale (cfr. Cass. Civ., n. 14775/2019).

È, però, necessario che sussistano i presupposti per l’applicazione del codice del consumo. L’art. 128 del codice consumo prevede, infatti, che, per “bene di consumo” si intende “qualsiasi bene mobile” e per “venditore” si intende “qualsiasi persona fisica o giuridica pubblica o privata che, nell'esercizio della propria attività imprenditoriale o professionale, utilizza i contratti di cui al comma 1”, ossia, ad esempio, i contratti di vendita o di permuta.

In tema di garanzia per vizi dei beni oggetto di vendita, alle disposizioni dettate dagli artt. 1490 ss. del codice civile, si aggiungono, quindi, in una prospettiva di maggior tutela, gli strumenti predisposti dal codice del consumo, il quale, agli artt. 129 ss., prevede la sussistenza di una responsabilità del venditore, nei riguardi del consumatore, per qualsiasi difetto di conformità del bene esistente al momento della sua consegna, allorché tale difetto si palesi entro due anni. L’esistenza di un difetto di conformità del bene acquistato consente, poi, al consumatore, di esperire i vari rimedi contemplati dall’art. 130 del codice consumo, con l’onere, però, di denunciare al venditore il difetto di conformità entro il termine di due mesi dalla sua scoperta.

In base, però, a quanto stabilito dal terzo comma dell’art. 132 del codice consumo, si presume che i difetti di conformità, che si manifestino entro sei mesi dalla consegna del bene, siano già sussistenti a tale data, salvo che l'ipotesi in questione sia incompatibile con la natura del bene o del difetto lamentato. Qualora, dunque, il difetto si manifesti entro tale termine, il consumatore gode di un'agevolazione probatoria, dovendo semplicemente allegare la sussistenza del vizio e gravando, conseguentemente, sulla controparte, l'onere di provare la conformità del bene consegnato rispetto al contratto di vendita.

Soltanto una volta superato tale termine trova, quindi, nuovamente applicazione la disciplina generale in materia di onere della prova ex art. 2697 del c.c., ricadendo in capo al consumatore che agisca in giudizio l’onere di fornire la prova che il difetto fosse presente ab origine nel bene.

Il quadro normativo illustrato ha portato la giurisprudenza di legittimità a ritenere che la responsabilità da prodotto difettoso abbia natura presuntiva, e non oggettiva, poiché prescinde dall'accertamento della colpevolezza del produttore, ma non anche dalla dimostrazione dell'esistenza di un difetto del prodotto. La Cassazione ha, infatti, più volte precisato che “incombe sul soggetto danneggiato – ai sensi dell'art. 120 del d.lgs. n. 206 del 2005 (cd. codice del consumo), come già previsto dall'8 del d.P.R. n. 224 del 1988 – la prova del collegamento causale non già tra prodotto e danno, bensì tra difetto e danno e, una volta fornita tale prova, incombe sul produttore – a norma dell'art. 118 dello stesso codice – la corrispondente prova liberatoria, consistente nella dimostrazione che il difetto non esisteva nel momento in cui il prodotto veniva posto in circolazione, o che all'epoca non era riconoscibile in base allo stato delle conoscenze tecnico-scientifiche” (Cass. Civ., n. 29828/2018).

Su tali premesse, la Cassazione ha, pertanto, ritenuto che, nel caso di specie, la Corte d’Appello abbia errato nell’applicare le norme civilistiche in materia di vendita, e non, invece, la disciplina relativa ai contratti di consumo, posto che l’auto in questione era stata alienata da un operatore commerciale ad una persona fisica, la quale l’aveva acquistata per ragioni personali, e che, per giunta, i vizi della stessa si erano manifestati entro sei mesi dalla consegna.

Gli Ermellini hanno, quindi ritenuto opportuno ribadire i principi di diritto per cui, in primo luogo, “in tema di vendita di beni di consumo, si applica innanzitutto la disciplina del codice del consumo (art. 128 e segg.), potendosi applicare la disciplina del codice civile in materia di compravendita solo per quanto non previsto dalla normativa speciale, attesa la chiara preferenza del legislatore per la normativa speciale ed il conseguente ruolo “sussidiario” assegnato alla disciplina codicistica”, e, in secondo luogo, “si presume che i difetti di conformità, che si manifestino entro sei mesi dalla consegna del bene, siano sussistenti già a tale data, sicché è onere del consumatore allegare la sussistenza del vizio, gravando sulla controparte l'onere di provare la conformità del bene consegnato rispetto al contratto di vendita. Superato il suddetto termine, trova nuovamente applicazione la disciplina generale posta in materia di onere della prova posta dall'art. 2697 c.c.”.


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Impugnazione del testamento: la Cassazione chiarisce chi sono le parti necessarie del procedimento

Pubblicato il: 08/04/2021

La Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 33302/2019, ha avuto modo di precisare quelli che sono i litisconsorti necessari all’interno di un procedimento di impugnazione testamentaria.

La questione sottoposta all’esame degli Ermellini era nata nell’ambito della successione testamentaria di una donna, la quale era deceduta senza lasciare né un coniuge né discendenti. Il fratello, tuttavia, decideva di citare in giudizio gli eredi testamentari della stessa, nonché l’esecutore testamentario, al fine di sentir dichiarare, in primo luogo, l’invalidità del testamento pubblico della defunta, a causa della sua incapacità naturale, e, in secondo luogo, l’apertura della successione legittima in suo favore, quale unico erede ex lege.

Stante l’accoglimento delle istanze attoree all’esito del giudizio di prime cure, i convenuti proponevano appello, deducendo un difetto di integrità del contraddittorio, posto che non erano stati chiamati in giudizio anche gli altri eredi istituiti con il testamento impugnato.

La Corte d’Appello, tuttavia, confermava la sentenza del Tribunale, rilevando come i soggetti non chiamati in giudizio non rivestissero la qualità di eredi, bensì di legatari.

Rimasti soccombenti, gli originari convenuti decidevano di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione denunciando la nullità della sentenza d’appello, la quale aveva rigettato la loro eccezione di difetto di contraddittorio, nonostante non fossero stati chiamati in giudizio gli altri soggetti contemplati all’interno del testamento impugnato.

Con un secondo motivo di ricorso, si censurava la decisione di secondo grado nella parte in cui aveva riconosciuto la qualità di legatari e non di eredi dei soggetti che, pur essendo contemplati nel testamento della dante causa, non erano stati chiamati a partecipare al giudizio. Con il medesimo motivo di doglianza, i ricorrenti sostenevano, poi, come il vizio di contraddittorio sussistesse in ogni caso, considerato che l’eventuale annullamento del testamento avrebbe annullato le disposizioni a titolo di legato, in esso contenute.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Gli Ermellini, esaminando congiuntamente i suddetti motivi di doglianza, hanno, innanzitutto, evidenziato come, sulla scorta della costante giurisprudenza di legittimità, “nelle cause aventi ad oggetto l'impugnazione del testamento sono parti necessarie, oltre alle persone istituite eredi, anche coloro che succederebbero al de cuius per legge, ove l'atto di ultima volontà fosse riconosciuto invalido, tenuto conto della unitarietà inscindibile del rapporto dedotto in giudizio, che non potrebbe rimanere contemporaneamente regolato per alcuni dal testamento e per altri dalla legge; pertanto, ove la sentenza sia stata impugnata nei confronti di alcuni soltanto dei litisconsorti necessari, il giudice deve ordinare che il contraddittorio venga esteso ai litisconsorti pretermessi” (Cass. Civ., n. 4452/2016; Cass. Civ., n. 8728/2005).

Tale principio trova la sua ragione d’essere nel fatto che l’impugnazione volta a far valere l’invalidità di un testamento è finalizzata ad ottenere una pronuncia in ordine ad un rapporto sostanzialmente unitario, ed ha per oggetto l’accertamento di uno status che non potrebbe operare se la statuizione non fosse emessa nei confronti di tutti coloro che, in quanto partecipi del rapporto stesso, siano interessati dalla successione (cfr. Cass. Civ., n. 1608/1975; Cass. Civ., n. 1261/1964).

Ad una diversa conclusione si deve, invece, pervenire, secondo la Cassazione, nel caso in cui l’azione sia diretta a far valere, non l’invalidità del testamento nel suo complesso, bensì quella di singole disposizioni in esso contenute. In questo caso, infatti, il litisconsorzio necessario sussiste soltanto tra gli eredi ed i beneficiari della disposizione impugnata, non, invece, nei confronti di coloro in favore dei quali il testamento contenga altre disposizioni che non siano state impugnate (Cass. Civ., n. 1462/1965).
Da ciò deriva, dunque, che non ricorre un litisconsorzio necessario tra eredi e legatari nei giudizi concernenti la sola validità giuridica della istituzione ereditaria e nei quali non siano individuabili contestazioni in ordine ai diritti dei legatari, poiché, in questo caso, l’eventuale accoglimento dell’impugnativa, mentre, da un lato, porrebbe nel nulla l’istituzione di erede, dall’altro, non pregiudicherebbe in alcun modo i legati, i quali sono dei negozi giuridici distinti (Cass. Civ., n. 968/1968).

Nel caso di specie, l’erede legittimo non ha impugnato la sola istituzione di erede o, comunque, una singola disposizione testamentaria, avendo, piuttosto, fatto valere genericamente l’annullabilità dell’intero testamento per incapacità naturale del testatore, potendone, dunque, derivare la sola caducazione del negozio nella sua interezza, non soltanto di singole disposizioni in esso contenute, stante l’unitaria inscindibilità del rapporto dedotto in giudizio, alla luce dei principi suindicati, da cui deriva la necessaria partecipazione in giudizio di tutti i beneficiari contemplati nel testamento, a prescindere dalla loro qualità di eredi o di legatari.


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Agevolazioni acquisto prima casa: ecco i requisiti per ottenerle

Pubblicato il: 07/04/2021

La Quinta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 13104/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in materia di agevolazioni per l’acquisto della prima casa, precisando quelli che sono i requisiti richiesti dalla legge al fine del loro ottenimento.

La questione sottoposta all’esame della Corte di legittimità era nata nell’ambito del giudizio proposto da un contribuente, nei confronti dell’Agenzia delle Entrate, in seguito all’avviso di liquidazione delle maggiori imposte di registro, ipotecaria e catastale, notificatogli per effetto della revoca delle agevolazioni per l’acquisto della prima casa, da lui precedentemente ottenute.

La Commissione Tributaria Regionale, in riforma alla sentenza pronunciata, in primo grado, dalla Commissione Tributaria Provinciale, rigettava, però, il ricorso presentato dal contribuente. I Giudici di secondo grado evidenziavano, infatti, come esso, pur avendo presentato tempestivamente la domanda di variazione della residenza presso il proprio Comune, fosse, poi, decaduto dal beneficio in questione, non avendo effettivamente trasferito la propria residenza nel Comune in cui si trovava l’immobile acquistato, entro il termine di diciotto mesi dal relativo acquisto.

Rimasto soccombente, il contribuente decideva di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, denunciando la violazione e la falsa applicazione dell’art. 2, comma 6, della l. n. 168/1982, in relazione all’art. 2, comma 1 del D.L. n. 12/1985, nonché al Testo unico dell’imposta di registro.

Il ricorrente sosteneva, innanzitutto, che il termine stabilito dalla legge per il trasferimento della residenza, ai fini della fruizione delle agevolazioni previste per l’acquisto della prima casa, fosse di tre anni. Su tale presupposto, deduceva, quindi, come egli, avendo tempestivamente provveduto a presentare la richiesta di cambio di residenza al proprio Comune, non fosse incorso in alcuna decadenza, essendo, piuttosto, addebitabile all’autorità comunale il mancato perfezionamento del relativo procedimento amministrativo di variazione della residenza.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, rilevato come la disposizione di cui all'art. 2, comma 6, della l. n. 168/1982, della quale il ricorrente ha denunciato l’inosservanza, non sia pertinente con l’oggetto del giudizio, concernendo l'imposta sul reddito delle persone fisiche.

In secondo luogo, la Cassazione ha evidenziato come il Testo Unico dell’imposta di registro imponga, in realtà, un termine perentorio di diciotto mesi per lo stabilimento della residenza nel Comune in cui sia situato l’immobile acquistato.

Alla luce di ciò, ai fini dell’ottenimento delle agevolazioni per l’acquisto della prima casa, è, dunque, del tutto irrilevante la mera presentazione della richiesta di trasferimento della residenza nel Comune in cui sia ubicato l’immobile.

Con specifico riferimento al caso in cui l’autorità comunale abbia rigettato la domanda di trasferimento della residenza, presentata entro il termine di diciotto mesi dall’acquisto dell’immobile, la stessa giurisprudenza di legittimità ha, peraltro, già avuto modo di precisare che “in assenza di un accertamento dell’esistenza di vizi inficianti il provvedimento che respinge la richiesta di iscrizione all’anagrafe e/o il procedimento amministrativo che lo origina, la richiesta stessa non può avere alcuna rilevanza” (Cass. Civ., n. 14399/2010).

Ad un’analoga conclusione, secondo gli Ermellini, si deve pervenire nel caso in cui, come in quello di specie, il contribuente, in relazione alla domanda di trasferimento della propria residenza, si limiti ad asserire l’inerzia della pubblica amministrazione, senza, però, offrire la dimostrazione dell’accertamento dell’illegittimità del silenzio-inadempimento.


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Consegna di un bene di colore diverso da quello richiesto: il consumatore può chiedere la risoluzione del contratto?

Pubblicato il: 06/04/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 10456/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in materia di vendita di beni di consumo, chiedendosi, in particolare, se la consegna di un bene di una tonalità di colore leggermente diversa rispetto a quella richiesta dall’acquirente, possa integrare un’ipotesi di aliud pro alio, ed essere, quindi, sufficiente al fine di ottenere la risoluzione del contratto.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito alla decisione di un consumatore di citare in giudizio la ditta presso cui aveva acquistato un divano, al fine di ottenere la risoluzione del relativo contratto di vendita, lamentando il fatto che gli fosse stato consegnato un divano color verde marcio anziché verde smeraldo, come, invece, da lui richiesto.

Nonostante l’iniziale accoglimento delle pretese attore, da parte del Giudice di Pace, le stesse venivano, poi, disattese dal Tribunale, adito in grado di appello. Secondo il Giudice di secondo grado, infatti, la differenza di tonalità tra il colore richiesto e quello realizzato costituiva un elemento non essenziale all’interno dell’economia del contratto, posto che, nel corso dell’istruttoria, era emerso come l’attore non avesse espressamente richiesto che il colore fosse intonato a quello della mobilia della propria abitazione, né avesse chiesto immediatamente la sostituzione del divano al momento della consegna, nonostante si trattasse di una difformità facilmente rilevabile, avendo, anzi, inviato alla società venditrice i dati per l’emissione della fattura.

Rimasto soccombente all’esito del giudizio di secondo grado, il consumatore decideva di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione, deducendo la violazione e la falsa applicazione degli artt. 129 e 130 del Codice del Consumo, nonché dell’art. 115 del c.p.c., oltre all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio. Secondo il ricorrente, infatti, il Giudice d’appello aveva errato nel ritenere che la consegna di un divano di una tonalità diversa da quella richiesta costituisse un vizio di lieve entità, in quanto, a suo avviso, si trattava, invece, di un’ipotesi di vendita di aliud pro alio.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, reputando privo di fondamento il suddetto motivo di doglianza.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, ribadito come, sulla scorta della costante giurisprudenza di legittimità, "l'ipotesi di vendita "aliud pro alio" ricorre quando il bene consegnato è completamente diverso da quello venduto, perché appartenente ad un genere differente oppure con difetti che gli impediscono di assolvere alla sua funzione naturale o a quella concreta assunta come essenziale dalle parti" (Cass. Civ., n. 10045/2018).

Nella specie, secondo la Cassazione, concordemente a quanto ritenuto dal Tribunale, la consegna di un divano dello stesso colore ma di tonalità diversa da quella pattuita non costituisce, invece, un vizio tale da impedire l'utilizzo del bene secondo la sua destinazione. Il Giudice d’appello ha, infatti, correttamente ritenuto che il difetto di conformità fosse di lieve entità, basandosi sia su un criterio oggettivo, in quanto si trattava di una diversa tonalità dello stesso colore, sia sul comportamento del compratore, il quale, subito dopo la consegna, aveva provveduto ad inviare al venditore i propri dati per l'emissione della fattura, senza svolgere alcuna contestazione.


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Il nuovo condomino è tenuto a pagare i debiti precedenti al suo ingresso nel condominio?

Pubblicato il: 01/04/2021

La Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 12580/2020, ha avuto modo di precisare se un condomino sia o meno obbligato al pagamento pro-quota dei debiti del condominio verso terzi, i quali siano sorti in un momento precedente al suo ingresso nel condominio stesso.

La questione sottoposta all’esame dei giudici di legittimità era nata dopo che un avvocato aveva notificato un atto di precetto ad un condomino, a seguito dell’accoglimento di un precedente decreto ingiuntivo emesso, a carico del condominio, per l’attività svolta dal professionista tra il 2002 e il 2008. Il condomino proponeva, però, opposizione a detto precetto, sostenendo che egli non era tenuto al pagamento pro-quota del relativo debito condominiale, essendo esso sorto in un’epoca precedente all’acquisto del suo immobile, avvenuto nel 2013.

Nonostante l’iniziale accoglimento dell’opposizione al precetto, da parte del Tribunale, la stessa veniva, poi, rigettata dalla Corte d’Appello, la quale riformava interamente la sentenza di primo grado. La Corte territoriale, infatti, sulla premessa per cui l’art. 63 delle disp. att. c.c. avrebbe potuto operare solo nei rapporti tra condomino e condominio e non anche in quelli tra condomino e terzi creditori del condominio, aveva ritenuto che il condomino fosse obbligato nei confronti dell’avvocato in forza di quanto disposto dal terzo comma dell’art. 1104 del c.c., applicabile al condominio grazie al richiamo contenuto nell’art. 1139 del c.c. A sostegno della propria tesi, la Corte d’Appello adduceva, poi, l’esigenza pratica di non attribuire al terzo creditore l’onere di accertare chi fossero i componenti del condominio nel momento in cui era sorta la propria obbligazione.

Rimasto soccombente all’esito del giudizio d’appello, il condomino ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, denunciando la violazione e la falsa applicazione dell’art. 1139 del c.c. e del comma 4 dell’art. 63 delle disp. att. c.c., posto che, a suo avviso, la Corte territoriale aveva errato nel ritenere che il cessionario di un’unità immobiliare di un fabbricato condominiale fosse obbligato a rispondere dei debiti del condominio verso terzi, anche nel caso in cui essi fossero sorti anteriormente al suo acquisto, sulla base dell’art. 1104 del c.c.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, evidenziato come, quanto disposto dalla sentenza impugnata, contrasti con il tenore letterale dell’art. 1104 del c.c., il quale si riferisce ai “contributi” dovuti non versati. A loro avviso, infatti, equiparare, ai fini della responsabilità del cessionario di un’unità condominiale, la nozione di “contributi” a quella di quota millesimale del credito vantato dal terzo nei confronti della comunione, contrasta con il canone ermeneutico, fissato dall'art. 12 delle preleggi, del “significato proprio delle parole”: il debito per contributi è, infatti, per definizione, un debito nei confronti degli altri comunisti, non un debito nei confronti dei terzi.

La stessa giurisprudenza di legittimità ha, peraltro, già avuto modo di osservare che “la costruzione giurisprudenziale del principio della diretta riferibilità ai singoli condomini della responsabilità per l'adempimento delle obbligazioni contratte verso i terzi dall'amministratore del condominio per conto del condominio, tale da legittimare l'azione del creditore verso ciascun partecipante, poggia comunque sul collegamento tra il debito del condomino e l’appartenenza di questo al condominio, in quanto è comunque la contitolarità delle parti comuni che ne costituisce il fondamento e l'amministratore può vincolare i singoli comunque nei limiti delle sue attribuzioni e del mandato conferitogli. Non può pertanto essere obbligato in via diretta verso il terzo creditore, neppure per il tramite del vincolo solidale ex art. 63 disp. att. c.c., chi non fosse condomino al momento in cui sia insorto l'obbligo di partecipazione alle relative spese condominiali, nella specie per l'esecuzione di lavori di straordinaria amministrazione sulle parti comuni, ossia alla data di approvazione della delibera assembleare inerente i lavori” (Cass. Civ., SS.UU., n. 9148/2008; Cass. Civ., n. 1847/2018).


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La dazione di denaro configura sempre una donazione indiretta?

Pubblicato il: 31/03/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 9379/2020, ha avuto modo di chiarire in quali ipotesi la dazione di una somma di denaro possa configurare una donazione indiretta.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata dopo che la moglie e i tre figli del de cuius avevano deciso di citare in giudizio l’ex moglie di uno di questi ultimi, la quale aveva acquistato un appartamento utilizzando del denaro fornitole interamente dai suoceri.

Gli attori, in particolare, dopo aver dedotto il fatto che l’operazione avesse realizzato una donazione indiretta da parte dei genitori nei confronti del figlio, ex marito della convenuta, con un’intestazione meramente fittizia in favore di quest’ultima, avevano, altresì, ritenuto che dovesse venire in rilievo l'esistenza, tra i coniugi, di un patto fiduciario, il quale, però, era, poi, venuto meno a causa della loro separazione.

Essi, dunque, avevano chiesto, in via principale, un accertamento della proprietà dell’immobile a favore dell’ex marito della convenuta e, in ogni caso, la pronuncia di una sentenza costitutiva ex art. 2932 del c.c. In subordine, nell’ipotesi in cui non fosse stato ritenuto sussistente un patto fiduciario, chiedevano, poi, la condanna della convenuta alla restituzione di un importo non inferiore a quanto corrisposto a titolo di prezzo della compravendita, stante l’assenza di un titolo di tale attribuzione.

Le istanze attoree venivano, però, rigettate all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito. La Corte d’Appello, in particolare, contrariamente a quanto affermato dagli attori, riteneva che sussistesse, in realtà, una donazione indiretta del bene da parte dei suoceri in favore della nuora, la cui esistenza comportava, necessariamente, l’assorbimento della subordinata domanda di arricchimento ingiustificato.

Rimasti soccombenti, gli originari attori ricorrevano dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando, innanzitutto, la violazione e la falsa applicazione dell’art. 132, n. 4, del c.p.c., nonché degli artt. 769 e 2727 del c.c., ritenendo che la Corte territoriale avesse errato nel ritenere sussistente una donazione indiretta, senza, però, indicare le ragioni idonee a dimostrare l’intento liberale perseguito dai suoceri della convenuta, nel versare, a suo favore, le somme occorrenti per l’acquisto dell’immobile, considerato, peraltro, che il legame esistente tra di essi non giustificava alcuna presunzione in relazione alla sussistenza dell’animus donandi.

Con un secondo motivo di doglianza, i ricorrenti eccepivano, poi, la violazione e la falsa applicazione degli artt. 2727 e 2729 del c.c., ritenendo che i giudici di secondo grado avessero, altresì, errato nel qualificare l’operazione come una donazione indiretta, semplicemente per il fatto che la scrittura unilateralmente redatta dalla convenuta non avrebbe potuto dimostrare né un riconoscimento di debito, né un’intestazione fiduciaria del bene. Gli stessi osservavano, infatti, come la scrittura provenisse dall’accipiens, con la conseguenza che non era idonea a fornire alcuna indicazione in ordine all’animus del solvens.

Si denunciava, altresì, la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1362 e 1366 del c.c., sostenendo che la Corte territoriale avesse del tutto trascurato di considerare il fatto che i dati rinvenibili nel complessivo comportamento delle parti e dal contenuto delle scritture intercorse tra le stesse fossero incompatibili con la sussistenza di un fine liberale.

Con un quarto motivo di doglianza, i ricorrenti rilevavano, infine, come lo scopo che, secondo la convenuta, sarebbe stato perseguito dai suoceri, ossia quello di assicurare alla famiglia del figlio un’abitazione adatta a crescervi i nipoti, fosse incompatibile con l’attribuzione della piena proprietà alla sola nuora, alla quale veniva, così, consentito di disporne in via esclusiva.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso.

Nell’analizzare congiuntamente i motivi di ricorso proposti, gli Ermellini hanno sottolineato come, nell’economia della motivazione della sentenza impugnata, assuma un rilievo determinante la ritenuta sussistenza di una donazione indiretta in favore dell’originaria convenuta, dal momento che essa costituisce un titolo idoneo a paralizzare qualsiasi pretesa dei ricorrenti, finalizzata alla rimozione dell’arricchimento realizzato dalla controparte.

Come più volte ribadito dalla stessa giurisprudenza di legittimità, infatti, “la donazione indiretta si identifica in ogni negozio che, pur non avendo la forma della donazione, sia mosso dal fine di liberalità e abbia lo scopo o l’effetto di arricchire gratuitamente il beneficiario(cfr. ex multis Cass. Civ., SS.UU., n. 9282/1982).

La stessa Cassazione ha, peraltro, recentemente ribadito che “nella donazione indiretta la liberalità si realizza, anziché attraverso il negozio tipico di donazione, mediante il compimento di uno o più atti che, conservando la forma e la causa che è ad essi propria, realizzano, in via indiretta, l'effetto dell'arricchimento del destinatario, sicché l'intenzione di donare emerge non già, in via diretta, dall'atto o dagli atti utilizzati, ma solo, in via indiretta, dall'esame, necessariamente rigoroso, di tutte le circostanze di fatto del singolo caso, nei limiti in cui risultino tempestivamente e ritualmente dedotte e provate in giudizio da chi ne abbia interesse” (cfr. Cass. Civ., n. 4682/2018).

Nel caso di specie, i giudici d’appello hanno ritenuto che la donazione indiretta fosse stata dimostrata dal fatto che la dazione di denaro fosse stata effettuata come mezzo per l’unico e specifico fine dell’acquisto dell’immobile.
Gli Ermellini hanno, tuttavia, evidenziato come la pronuncia citata dai giudici di merito, abbia, in realtà, valorizzato il suddetto criterio soltanto per distinguere la donazione indiretta dell’immobile dalla donazione diretta del denaro elargito, ancorché successivamente utilizzato per l’acquisto del bene, non, quindi, per trarre dalla mera finalizzazione della dazione di denaro la conseguenza della certa sussistenza dell’intento liberale.


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È possibile revocare tacitamente una precedente revoca espressa del testamento olografo?

Pubblicato il: 30/03/2021

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11472/2020, ha avuto modo di precisare quelli che sono i limiti entro cui può essere disposta la revoca tacita di una precedente revoca espressa di un testamento olografo.

La questione sottoposta al vaglio degli Ermellini era nata in seguito alla domanda giudiziale con cui una donna, in qualità di erede, aveva convenuto in giudizio coloro ai quali il de cuius aveva conferito procura speciale a vendere i propri diritti su un fabbricato. Essa assumeva, infatti, che le procure conferite fossero nulle o, quantomeno, annullabili e che, in ogni caso, il procuratore non avesse reso il conto della propria gestione, chiedendo, pertanto, che fosse dichiarata anche l’invalidità dei conseguenti atti di compravendita.

I convenuti, nel costituirsi in giudizio, eccepivano un difetto di legittimazione attiva in capo all’attrice, assumendo che il testamento da lei invocato era stato revocato dal de cuius con una lettera raccomandata, con la quale lo stesso aveva anche provveduto a nominare un nuovo erede universale.

Il Tribunale rigettava la domanda dell’attrice, evidenziando come essa non avesse tempestivamente disconosciuto la conformità del documento, prodotto in copia dai convenuti, rispetto all'originale, dovendosi reputare, in ogni caso, tardivi, il disconoscimento e la contestazione avvenuti in un'udienza successiva a quella immediatamente seguente alla produzione documentale.

La Corte d’Appello, nel confermare la sentenza di primo grado, osservava, innanzitutto, come nessuno avesse mai posto in discussione il fatto che la lettera raccomandata prodotta dai convenuti, la quale recava la sottoscrizione del de cuius e possedeva i medesimi requisiti di forma prescritti per il testamento olografo, fosse idonea a determinare la revoca del primo testamento, con cui l’originaria attrice era stata designata erede.

Su tali presupposti, dunque, per i giudici di secondo grado non si controverteva unicamente sulla possibilità di discutere o meno di un testamento olografo di cui non fosse stato prodotto l’originale, ma, piuttosto, sulla possibilità di verificare l’idoneità dell’atto di revoca, prodotto in copia, ma di cui non era stata contestata validamente la conformità all’originale, a determinare gli effetti che la legge gli attribuiva.

Considerato che, anche per la contestazione della conformità della copia all’originale, si doveva ritenere applicabile il medesimo termine di decadenza richiesto dagli artt. 214 e 215 del Codice di procedura civile, la contestazione dell’attrice andava, peraltro, considerata tardiva, posto, altresì, che quanto da essa dedotto in occasione della prima udienza di comparizione, immediatamente successiva alla produzione della copia della raccomandata da parte dei convenuti, non possedeva i necessari requisiti di specificità.

Rimasta soccombente all’esito di entrambi i gradi del giudizio di merito, l’originaria attrice ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione, denunciando la violazione e la falsa applicazione degli artt. 684 e 2719 del Codice Civile, nonché dell’art. 214 del c.p.c., per aver il giudice d’appello ritenuto che essa, già in primo grado, sarebbe stata obbligata a contestare la conformità della copia della revoca del testamento prodotta dei convenuti, rispetto all'originale.

Secondo la ricorrente, infatti, anche di fronte alla produzione della revoca di un testamento, doveva trovare applicazione il principio, affermato dalla Cassazione, per cui “chi abbia interesse a far valere le disposizioni di un testamento, e si trovi nell'impossibilità di produrre l'originale, deve formulare una specifica domanda di accertamento dell'esistenza dei requisiti di legge e del contenuto del testamento, a nulla rilevando la circostanza che la copia prodotta non sia stata disconosciuta dalla controparte, in quanto nulla impedirebbe di ipotizzare che il testatore abbia successivamente distrutto l'originale dopo averlo fotocopiato, al fine di pervenire alla revoca del testamento stesso”.

A suo avviso, dunque, da ciò derivava che, contrariamente a quanto ritenuto dai giudici di merito, era onere dei convenuti dimostrare che la revoca del precedente testamento fosse ancora esistente alla data di apertura della successione. La ricorrente sosteneva, infatti, che la revoca del primo testamento fosse stata, a sua volta, revocata da parte del de cuius, sebbene non in maniera espressa.

La donna eccepiva, infine, come, per il disconoscimento di una fotocopia, ex art. 2719 del c.c., non fossero invocabili le limitazioni temporali ex art. 215 del c.p.c., non potendosi, quindi, ritenere che essa fosse incorsa nella decadenza ravvisata dai giudici di merito.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso.

Gli Ermellini hanno, innanzitutto, disatteso la contestazione relativa alla pretesa inapplicabilità del termine ex art. 215 del c.p.c. anche al disconoscimento di conformità della fotocopia all’originale, in quanto l’ormai prevalente orientamento della Cassazione ha stabilito che “il disconoscimento della conformità all'originale delle copie fotografiche o fotostatiche che, se non contestate, acquistano, ai sensi dell'art. 2719 c.c., la stessa efficacia probatoria dell'originale, è soggetto alla disciplina di cui agli artt. 214 e 215 c.p.c. e, pertanto, deve avvenire, in modo formale e specifico, nella prima udienza o risposta successiva alla produzione(cfr. ex multis Cass. Civ., n. 4053/2018).

Parimenti priva di fondamento è risultata anche l’eccezione relativa all’onere di disconoscimento, posto che l’art. 214 del c.p.c. impone anche agli eredi, seppur con particolari modalità, l’onere di disconoscere la scrittura privata o la conformità della copia dell’atto riferibile al loro dante causa.

Venendo, poi, alla questione principale, relativa alla revoca tacita della precedente revoca espressa di un testamento olografo, gli Ermellini hanno sottolineato come, nel caso di specie, venga in gioco la previsione di cui all’art. 681 del c.c., la quale prevede che la revocazione totale o parziale di un testamento possa essere, a sua volta, revocata, ma sempre con le forme previste dall’art. 680 del c.c., ossia con un nuovo testamento o con un atto ricevuto dal notaio.

In merito alla dibattuta questione relativa all’ammissibilità di una revoca tacita di una precedente revoca espressa di un testamento, sulla scorta del costante orientamento della Cassazione, “l'art. 681 cod. civ., il quale disciplina la sola revocazione espressa della precedente revoca di un testamento, disponendo in tal caso la reviviscenza delle disposizioni revocate, non preclude al testatore la possibilità di revocare tacitamente la precedente revocazione, lasciando, tuttavia, in tal caso impregiudicata l'efficacia del testamento per primo revocato, da valutare in base alla volontà complessiva del testatore” (Cass. Civ., n. 19915/2012).

Ciò è, tuttavia, consentito solo entro i limiti in cui la revoca tacita sia desumibile dalla redazione di un successivo testamento le cui disposizioni siano incompatibili con quelle precedenti, ponendosi, eventualmente, un problema di interpretazione in ordine alla volontà del testatore di far rivivere o meno le disposizioni già revocate (cfr. Cass. Civ., n. 1260/1987).

La stessa Cassazione ha, peraltro, avuto modo di pronunciarsi di recente in materia, affermando che “la cancellazione del testamento disciplinata dall'art. 684 c.c. si configura, al pari della distruzione, come un comportamento concludente avente valore legale, riconducibile in via presuntiva al testatore quale negozio di attuazione, che deve essere giuridicamente qualificato, alla luce del citato art. 684 c.c., quale revoca tacita del detto testamento, così che, qualora ad essere cancellato sia un testamento successivo contenente la revoca di quello precedente, non trova applicazione l'articolo 683 c.c., per il quale, nelle ipotesi dallo stesso indicate, la revocazione fatta con un testamento posteriore conserva la sua efficacia anche quando questo resta senza effetto, ma l'art. 681 c.c. che disciplina il diverso caso” (Cass. Civ., n. 8031/2019).

Non merita, infine, accoglimento, secondo la Suprema Corte, neppure la tesi per cui il mancato reperimento dell'originale impedirebbe la pubblicazione del testamento contenente la revoca espressa di quello precedente, posto che, secondo il suo costante orientamento, la pubblicazione del testamento olografo va intesa come atto anteriore e soltanto preparatorio alla sua effettiva e concreta esecuzione, non costituendo, dunque, un requisito di efficacia del testamento stesso.

Alla luce di tali osservazioni, gli Ermellini non hanno, quindi, potuto far altro che rilevare l’infondatezza della tesi della ricorrente, posto che, da un lato, non è stata fornita alcuna prova della volontaria cancellazione o distruzione, da parte del testatore, del secondo testamento, contenente la revoca dell'istituzione, quale erede, della ricorrente, e, dall’altro, non rileva, nel caso di specie, la mancata pubblicazione del secondo testamento contenente la revoca espressa del primo, in quanto i convenuti non ne hanno richiesto l’esecuzione, ma si sono limitati a farne valere l’efficacia, nella parte in cui aveva disposto la revoca del primo testamento e, quindi, la perdita della qualità di erede in capo alla ricorrente.


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