Lavori condominiali, se non puoi pagare ci sono dei metodi per evitarlo: ecco cosa devi fare

Pubblicato il: 17/07/2024

Prima di passare alle possibili soluzioni al problema è necessario fare alcune premesse normative. Partiamo col dire che il nostro ordinamento tutela il diritto ad avere una casa, ma questo diritto non è incondizionato in quanto la legge stabilisce il principio di autoresponsabilità, per il quale, chi detiene un bene, deve essere in grado di poterlo mantenere così da non subire conseguenze.
Inoltre il diritto di proprietà, sancito dall'art. 832 del c.c., stabilisce che il proprietario ha diritto di godere e disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo, entro i limiti e con l'osservanza degli obblighi stabiliti dall'ordinamento giuridico. Di conseguenza possiamo affermare che il diritto di proprietà non è assoluto, ma sottoposto ai limiti della legge.
La casa in un condominio non fa eccezione, quindi chi ha la proprietà di un appartamento deve sapere che dovrà pagare le spese per mantenerlo come: le spese di condominio, le spese ordinarie e straordinarie approvate dalla maggioranza dell'assemblea condominiale.
Questo però non significa che non ci siano degli espedienti per evitare di pagare le spese che non vogliamo o possiamo sostenere.

Anzitutto la giurisprudenza afferma che la maggioranza dell'assemblea condominiale non può abusare della propria posizione per imporre alla minoranza delle spese per loro insostenibili. In questo caso è possibile impugnare la delibera assembleare da parte di chi si sia astenuto o abbia votato contro la proposta entro 30 giorni dalla votazione. Per chi non era presente può impugnarla entro 30 giorni dalla ricezione del verbale.
Bisogna specificare che il giudice, però, non può entrare nel merito della congruità delle spese rispetto ai lavori da sostenere, ma può esprimersi solo sull'abuso della maggioranza verso la minoranza, che può aversi solo in due casi:

  • quando le decisioni prese dalla maggioranza si discostano dalla tutela dell'interesse del condominio e sono volte a danneggiare la minoranza;
  • quando ci sono atti persecutori nei confronti della minoranza.

Una seconda possibilità di non pagare si ha qualora siano approvate innovazioni gravose o voluttuarie, che siano suscettibili di godimento separato. In questo caso chi abbia votato contro o si sia astenuto, potrà non pagare suddetti lavori, con la conseguenza di non poter usufruire delle opere che non sono indispensabili per la conservazione dell'edificio.

Un'ultima possibilità può aversi in caso di assemblea viziata, il cui verbale può essere impugnato nel termine di 30 giorni dinanzi al giudice. Casi in cui la delibera si ritiene viziata si hanno quando:

  • l'assemblea non delibera la costituzione di un fondo in cui verranno accantonate le quote millesimali per il pagamento;
  • c'è stato un errore nella ripartizione delle spese sulla base delle tabelle millesimali;
  • non c'è stata la convocazione di tutti alla riunione;
  • l'avviso non contenga tra i punti del giorno la votazione sui lavori;
  • vizi di forma o di procedura.

Se si lascia scadere il termine tutti i vizi saranno sanati e si sarà obbligati a pagare.
Nel caso in cui non ricorrano queste fattispecie e quindi ci sia l'obbligo di pagare, se ciò non viene fatto il condominio potrà richiedere al giudice un decreto ingiuntivo per il pignoramento della casa. Il tutto è possibile anche nel caso in cui nell'abitazione vivano minori, portatori di handicap e anziani.


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Pagare meno tasse, ecco due metodi legali per pagarne meno: scopri quali sono e la spiegazione dettagliata

Pubblicato il: 17/07/2024

L’Italia è, come noto, un paese in cui la pressione fiscale è particolarmente elevata rispetto alla media europea. Infatti, coloro che percepiscono uno stipendio – oppure la pensione di vecchiaia – hanno spesso difficoltà nell’affrontare le spese di ogni giorno. Ne discende che il sogno di moltissimi italiani è pagare meno tasse sul reddito, aumentando così le sostanze economiche a propria disposizione e, di conseguenza, anche il proprio potere di acquisto.
Normalmente, per ridurre l'ammontare delle imposte da pagare, i contribuenti ricorrono alle detrazioni. Tuttavia, un'altra possibilità consiste nell’abbassamento del reddito imponibile in base al quale vengono calcolate le imposte.
Vediamo, quindi, in cosa consistono questi due metodi e quali sono i benefici derivanti dal loro impiego.
Il metodo maggiormente impiegato è proprio quello delle detrazioni per ridurre l'importo dell’Irpef. In questo modo, le detrazioni si sottraggono direttamente dal totale dell’imposta dovuta.
Facciamo quindi un esempio: per il 2023 si deve versare un’Irpef pari a 7.800 euro, ma si ha anche diritto a 1.950 euro di detrazioni (considerando spese sanitarie, di istruzione, funebri, per lavori edilizi realizzati sulla casa, per interessi passivi del mutuo). L’imposta da versare passa, quindi, a 5.850 euro.
Quanto invece a dipendenti e pensionati, questi ultimi percepiranno un rimborso. Ciò accade poiché, per tali soggetti, l’IRPEF viene già trattenuta mensilmente dalla busta paga o dalla pensione.
Meno impiegato, invece, è il metodo della deduzione. Con questo metodo non si agisce direttamente sulle imposte da pagare, bensì sul reddito sul quale le imposte stesse vengono calcolate.
Nonostante lo scarso impiego, è uno strumento particolarmente vantaggioso per i contribuenti, in quanto gli stessi da un lato hanno la possibilità di pagare imposte più basse, dall’altro accedono ad uno scaglione di reddito più basso, con conseguente applicazione di un’aliquota Irpef più bassa.
A titolo meramente esemplificativo, si fornisce una lista delle deduzioni, che comprende i seguenti costi sostenuti:
  • contributi previdenziali e assistenziali;
  • contributi e premi derivanti da forme pensionistiche complementari e individuali;
  • assegni periodici corrisposti all’ex coniuge;
  • contributi previdenziali per gli addetti ai servizi domestici e familiari;
  • contributi ed erogazioni a favore di istituzioni religiose;
  • spese mediche e di assistenza specifica per le persone con disabilità;
  • contributi versati ai fondi integrativi del Servizio Sanitario Nazionale;
  • contributi alle ONG riconosciute idonee che operano con i paesi in via di sviluppo;
  • le varie forme di erogazioni liberali.
Vediamo quindi come operano, nella pratica, le deduzioni.
Un lavoratore dipendente ha un reddito complessivo lordo di 37.000 euro. Ha contribuito al fondo pensione con 4.500 euro (importo interamente deducibile) e ha riscattato un anno di studi universitari ai fini pensionistici per una spesa totale, pagata in un’unica soluzione, di 6.500 euro.
La spesa deducibile sostenuta, di 11.000 euro, viene sottratta dal suo reddito complessivo lordo e le tasse, invece di essere calcolate su 37.000 euro, sono calcolate su 26.000 euro. Quanto risparmia?
Senza la deduzione, l’Irpef da versare sarebbe calcolata così:
• il 23% di 28.000 euro, pari a 6.440 euro;
• il 35% di 9.000 euro, pari a 3.150 euro.
Quindi. senza deduzione, l’imposta lorda sarebbe pari a 9.590 euro.
Con la deduzione, l’imposta si calcola su 26.000 euro ed è pari al 23% di questa cifra, cioè 5.980 euro, con un risparmio di oltre 3.600 euro. Questo esempio mostra che non solo si riduce il reddito su cui si calcolano le tasse, ma la deduzione evita anche l’applicazione dell'aliquota del 35% sull’eccedenza dei 28.000 euro (dato che, dedotte le spese, il reddito non supera più questo importo).

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Agenzia delle Entrate, ad agosto stop alle richieste di pagamento: ecco tutti gli atti sospesi e le eccezioni

Pubblicato il: 17/07/2024

In ottemperanza al Decreto Adempimenti, l'Agenzia delle Entrate ha emanato la Circolare 9/E, nella quale spiega quali sono i periodi di sospensione, gli atti interessati e le relative eccezioni.
In particolare è il paragrafo 4 della Circolare ad occuparsi di questo tema. Vediamo insieme cosa è riportato.
Il paragrafo esordisce richiamando l'art. 10 del Decreto Adempimenti e spiegando che, in forza di questa norma, sono introdotti due periodi di sospensione per alcune tipologie di atti.
Gli atti sottoposti al blocco dell'invio sono:
  1. le comunicazioni che riguardano gli esiti dei controlli automatizzati effettuati su determinate dichiarazioni, quali: la liquidazione delle imposte, dei contributi, dei premi dovuti, errori nella dichiarazione dei redditi e le comunicazioni volte a correggere gli errori materiali e di calcolo commessi dai contribuenti nella determinazione del volume d'affari e delle imposte;
  2. le comunicazioni a seguito dei controlli formali sulle dichiarazioni dei contribuenti e che comportino l'esclusione, in tutto o in parte, delle detrazioni d'imposta non spettanti in base ai documenti richiesti ai contribuenti;
  3. le comunicazioni concernenti gli esiti della liquidazione delle imposte dovute sui redditi assoggettati a tassazione separata;
  4. le lettere di invito per l’adempimento spontaneo, cc.dd. lettere di compliance.
Il paragrafo 4 prosegue elencando i periodi di stop all'invio dei sopracitati documenti. Questi periodi vanno dal 1° al 31 agosto e dal 1° al 31 dicembre. Durante questi intervalli di tempo l'Agenzia delle Entrate ha il divieto di invio degli atti, anche se sono già stati elaborati oppure emessi.
È possibile, però, derogare a tale divieto in casi di assoluta indifferibilità e di urgenza. Casi che rientrano in tale eccezione sono:
  • pericolo per la riscossione, ossia quella situazione in cui il mancato invio della comunicazione può compromettere il recupero delle somme dovute dal contribuente;
  • invio di comunicazioni che riguardino l'inoltro di una notizia di reato da parte di pubblici ufficiali e incaricati di un pubblico servizio, ex art. 331 del c.p.p.;
  • comunicazioni o atti destinati a soggetti che abbiano in atto una procedura concorsuale, per la tempestiva insinuazione al passivo.
Il paragrafo prosegue affermando che in base all'art. 7-quater, comma 17, del decreto-legge 193/2016, tra il 1° agosto e il 4 settembre è sospeso il termine di 30 giorni per il pagamento di:
  • somme dovute a seguito di controlli automatizzati delle dichiarazioni, quali: la liquidazione delle imposte, dei contributi, dei premi dovuti, errori nella dichiarazione dei redditi e le comunicazioni volte a correggere gli errori materiali e di calcolo commessi dai contribuenti nella determinazione del volume d'affari e delle imposte;
  • somme dovute a seguito dei controlli formali sulle dichiarazioni dei contribuenti che comportino l'esclusione, in tutto o in parte, delle detrazioni d'imposta non spettanti in base ai documenti richiesti agli stessi;
  • somme che derivano dalla liquidazione delle imposte sui redditi assoggettati a tassazione separata.
Di conseguenza, se l'Agenzia dovesse provvedere all'invio di queste comunicazioni nel periodo di sospensione per ragioni di indifferibilità, il termine di 30 giorni per il pagamento decorrerà a partire dal 5 settembre.

Infine vediamo che la sospensione dal 1° al 31 agosto non incide sulla sospensione dei termini per la trasmissione di documenti e informazioni che l'Agenzia abbia richiesto ai contribuenti, con la conseguenza che il contribuente dovrà provvedere alla trasmissione entro il termine assegnato dall'Agenzia.


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Nuovo condono edilizio 2024, ecco l’ultima possibilità per sanare gli abusi con il decreto Salva casa: le ultime novità

Pubblicato il: 17/07/2024

Il decreto Salva casa – il D.L. 69/2024 – è stato approvato lo scorso maggio in Consiglio dei Ministri e si caratterizza per l'obiettivo di snellire la burocrazia e introdurre semplificazioni normative quali, ad esempio, quelle che eliminano l'obbligo di conseguire autorizzazioni ad hoc per svolgere piccoli interventi di edilizia nell'abitazione.

Il provvedimento in vigore – e ormai prossimo alla conversione in legge – contiene, infatti, disposizioni redatte al duplice fine di "alleggerire" le case da una normativa rigida e assai articolata e favorire la commerciabilità dei beni, come pure l'accesso a mutui e contributi in ambito immobiliare.

Ebbene, il testo – licenziato presumibilmente prima della pausa estiva dei lavori parlamentari – sarà differente da quello del decreto originario, in considerazione degli emendamenti nel frattempo intervenuti.

In attesa della conversione in legge del decreto Salva casa, in cui – a causa dei tempi ridotti – non ha trovato posto la c.d. norma Salva-Milano (che confluirà in un altro provvedimento), la Commissione Ambiente della Camera ha apportato una modifica secondo cui, laddove ci siano abusi edilizi nel condominio, sarà tuttavia possibile eseguire le opere di riqualificazione di un singolo immobile e – anche laddove l'irregolarità sia all'interno di un singolo appartamento – sarà possibile compiere il lavoro sulle parti comuni dell'edificio.

Nel decreto Salva casa c'è spazio anche per un'altra interessante novità. Infatti i tempi per rimuovere gli abusi edilizi si dilatano: si passa dal termine pari a 3 mesi dall'eventuale ingiunzione del Comune a quello di 8 mesi, su atto motivato dell'ente locale e in presenza di specifiche condizioni.

Sempre con emendamento, via libera anche all'abitabilità dei micro appartamenti (monolocali) sotto i 28 mq e degli spazi con un’altezza interna al di sotto dei 2,70 metri, fino al limite minimo di 2,40 metri. Anche i sottotetti potranno divenire abitazioni, in quanto il recupero sarà comunque ammesso nei limiti e secondo le procedure di cui alla legge regionale.

Non solo. Approvato in Commissione un altro emendamento, il quale prevede che le difformità siano sanabili anche nelle zone sottoposte a vincolo paesaggistico. Gli interventi interessati sono quelli compiuti prima dell'11 maggio 2006 e tale sanatoria si applicherà altresì agli immobili sottoposti a vincolo storico, artistico e archeologico.

Una ulteriore modifica al decreto Salva casa comporta l’introduzione di un livello più elevato di tolleranze costruttive rispetto a quanto autorizzato nel progetto originario, al 6% per gli immobili sotto i 60 mq. Tale margine fino a oggi era pari al 5%, come per tutti gli appartamenti sotto i 100 mq. Un altro emendamento semplifica, invece, il cambio di destinazione d'uso degli immobili.

Terminati i lavori in Commissione Ambiente, sarà compito del Parlamento varare la legge di conversione entro la scadenza prevista per il prossimo 28 luglio.


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Dipendenti pubblici, lo straordinario va sempre pagato anche senza consenso del datore: ecco la novità dalla Cassazione

Pubblicato il: 16/07/2024

Il lavoro straordinario deve essere retribuito anche in assenza di autorizzazione. A stabilirlo è una recente ordinanza della Cassazione, la n. 17912/2024.
Gli Ermellini hanno affermato che, sebbene il lavoro aggiuntivo richieda specifiche autorizzazioni e condizioni, nel pubblico impiego lo straordinario deve essere pagato se svolto con il consenso del datore di lavoro, anche in assenza di autorizzazioni formali.
Secondo i giudici, il mancato rispetto delle regole previste in materia di spesa pubblica non deve penalizzare il lavoratore, ma deve ricadere sui funzionari responsabili delle autorizzazioni. L’ordinanza in esame, pertanto, fornisce un principio fondamentale in materia di protezione dei diritti dei dipendenti pubblici, assicurando agli stessi una giusta e adeguata remunerazione per l’attività lavorativa in concreto svolta.

Il caso concreto riguardava un infermiere dell'ospedale di Reggio Calabria, il quale aveva svolto prestazioni aggiuntive nell’erogazione del servizio di dialisi per il periodo estivo del 2013. Ebbene, la Corte di Cassazione ha dato ragione all’infermiere, nell’ambito della controversia sorta proprio in merito al pagamento delle ore straordinarie. Infatti la Suprema Corte ha ribaltato la pronuncia della Corte d'Appello, che aveva negato il pagamento al lavoratore.
La controversia nasceva in quanto l'Azienda Sanitaria Provinciale (ASP) di Reggio Calabria, che solitamente pagava gli infermieri per il servizio di dialisi svolto nel periodo estivo (erogato, tra l’altro, anche nei confronti di turisti presenti nella Regione durante il periodo di ferie), non lo aveva fatto nell'estate del 2013. L'infermiere aveva, quindi, ottenuto un decreto ingiuntivo contro l'ente al fine di ottenere quanto di sua competenza, fondando il proprio ricorso sulle disposizioni contenute nel contratto collettivo nazionale di lavoro.

La Corte d'Appello aveva annullato il decreto ingiuntivo, sostenendo che il caso fosse regolato dalla legge 402/2001, recante “Disposizioni urgenti in materia di personale sanitario”, recepita nel contratto collettivo 2008/2009. Secondo i giudici territoriali, tale legge richiedeva un'autorizzazione regionale e specifiche condizioni affinché il pagamento degli straordinari fosse riconosciuto ai dipendenti pubblici. Di conseguenza, l'infermiere non aveva diritto al pagamento perché le condizioni previste dalla legge non erano state rispettate.
L'infermiere proponeva quindi ricorso innanzi alla Suprema Corte di Cassazione, asserendo che, in realtà, le prestazioni erano state svolte in forza di incarico conferito direttamente dall’ente pubblico, quindi dietro consenso dello stesso.

Ebbene, i giudici di legittimità hanno accolto le richieste dell'infermiere, rilevando in primo luogo che il ricorso era stato tempestivamente presentato e correttamente notificato alla PEC dell'avvocato dell'Azienda Sanitaria Provinciale.
In punto di merito, la Cassazione ha affermato che, secondo un proprio orientamento consolidato, le remunerazioni delle prestazioni straordinarie nel pubblico impiego vengono riconosciute solo se conformi alle previsioni di spesa e l'accordo incompatibile con tali previsioni è invalido, rendendo quindi ripetibili eventuali pagamenti eseguiti in forza di tale accordo. Tuttavia, i giudici precisano che, una volta autorizzata e svolta la prestazione straordinaria, non è possibile far gravare sul lavoratore, in forza di quanto previsto dal combinato disposto degli artt. art. 36 Cost. e art. 2126 del c.c., le conseguenze di tali divergenze.
Al più la responsabilità graverebbe in capo alla Pubblica Amministrazione, la quale avrebbe dovuto impedire le attività straordinarie in mancanza dei relativi presupposti. Non è infatti concepibile, secondo gli Ermellini, che tale circostanza vada a detrimento della posizione giuridica ed economica del lavoratore pubblico.

La Cassazione, quindi, ha affermato il seguente principio di diritto: “in tema di pubblico impiego privatizzato, il disposto dell'art. 2126 c.c. non si pone in contrasto con le previsioni della contrattazione collettiva che prevedano autorizzazioni o con le regole normative sui vincoli di spesa, ma è integrativo di esse nel senso che, quando una prestazione, come quella di lavoro straordinario, sia stata svolta in modo coerente con la volontà del datore di lavoro o comunque di chi abbia il potere di conformare la stessa, essa va remunerata a prescindere dalla validità della richiesta o dal rispetto delle regole sulla spesa pubblica, prevalendo la necessità di attribuire il corrispettivo al dipendente, in linea con il disposto dell'art. 36 Cost.".

In conclusione, la Corte ha riconosciuto che le ore lavorative extra configurano lavoro straordinario e devono essere pagate indipendentemente dalla regolarità delle autorizzazioni, purché ci sia il consenso, anche se implicito, del datore di lavoro.


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Lavoratori, aumenti in busta paga, più tutele e altri benefici grazie alla proposta della CISL: ecco tutti i dettagli

Pubblicato il: 16/07/2024

La nuova proposta della Cisl passa all'esame della Commissione Lavoro della Camera dei deputati. Come dichiarato infatti dal Presidente Walter Rizzetto, la Camera analizzerà il disegno di legge presentato dalla Cisl in materia di partecipazione al lavoro.
Si preannuncia una vera e propria rivoluzione nel rapporto di lavoro tra azienda e dipendenti, con l'obiettivo di incrementare l'attività di partecipazione dei dipendenti, nonché di un aumento generale dei salari.
L'approvazione del disegno di legge sembra piuttosto probabile. Infatti, la proposta apparentemente raccoglie il sostegno sia delle forze politiche di maggioranza che di opposizione. Ciò si traduce automaticamente in grosse novità per i dipendenti, i quali, in caso di approvazione del d.d.l., potrebbero partecipare agli utili societari – percependo quindi un incremento in busta paga – e potrebbero essere coinvolti nelle varie attività aziendali, anche a livello decisionale, come ad esempio prendere parte al consiglio di amministrazione della società.
Vediamo quindi più dettagliatamente cosa prevede il nuovo disegno di legge.
Ebbene, in primo luogo è bene precisare che la proposta è frutto di una iniziativa del sindacato Cisl. Il testo del d.d.l. ha raccolto un numero piuttosto elevato di firme, circa 400 mila, che fa quindi ben sperare nell'ottica di una sua approvazione da parte del Parlamento.
La proposta darà piena e concreta attuazione a quanto previsto dall’art. 46 Cost., il quale recita testualmente: “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.”
Tale norma, ad oggi, è rimasta del tutto inapplicata. La finalità perseguita dalla Costituzione, infatti, era quella di migliorare la produttività e, di conseguenza, rafforzare l'economia nazionale attraverso una maggiore e più proficua collaborazione tra le due parti del contratto di lavoro, ovvero imprenditori e lavoratori dipendenti. Ciò doveva avvenire attraverso un maggiore coinvolgimento dei lavoratori nelle dinamiche e nelle politiche aziendali. Tuttavia, come detto, nel nostro Paese tale risultato non è, ad oggi, stato raggiunto; anzi, i contrasti tra le due realtà si sono acuiti, soprattutto negli ultimi anni.
La speranza quindi è che, attraverso questa riforma, si riesca a raggiungere l'obiettivo sperato.
Tornando al contenuto della proposta, il d.d.l. è piuttosto preciso in ordine alle modalità con cui i lavoratori potranno partecipare attivamente alle attività imprenditoriali.
La Cisl, infatti, rimarca l'importanza di questo obiettivo, sottolineando che il suo raggiungimento rappresenta al contempo un mezzo con cui garantire un importante sviluppo economico, nonché “la realizzazione di un progresso sociale”.
Il d.d.l., a tale scopo, individua le aree in cui tale partecipazione dei dipendenti dovrà avvenire. In particolare, le aree sono quattro, ovvero:
  • attività gestionale: la partecipazione avverrà mediante l'inserimento dei lavoratori all'interno degli organi gestionali delle aziende, come consigli di sorveglianza e consigli di amministrazione. L'innovazione dovrà estendersi anche nei riguardi delle società a partecipazione pubblica, per le quali, secondo la proposta, è richiesta la presenza di almeno un rappresentante dei lavoratori all'interno dei consigli di amministrazione;
  • partecipazione finanziaria: in questo caso, il d.d.l. propone di applicare un sistema a premi, con conseguente aumento degli stipendi dei lavoratori, i quali potranno partecipare agli utili aziendali. Ne consegue che, maggiore sarà l'utile prodotto dall'azienda, maggiori saranno – di riflesso – anche i guadagni ottenuti dai lavoratori. In questo modo, gli stessi saranno maggiormente spinti a incrementare il proprio impegno lavorativo. Inoltre, il d.d.l. prevede ulteriori forme di partecipazione, tra cui ad esempio quelle relative a piani di azionariato diffuso;
  • attività organizzativa: le imprese potranno far svolgere ai lavoratori progetti innovativi, dietro percezione di alcuni incentivi. Alcune premialità sono riservate anche ai lavoratori i quali, con il loro apporto, partecipino alle attività di innovazione e di miglioramento delle attività produttive aziendali;
  • attività consultiva: il d.d.l. ha individuato specificamente i casi in cui vige l'obbligo di consultazione preventiva delle rappresentanze sindacali unitarie o aziendali.
L'individuazione di queste attività, come detto, garantirà importanti vantaggi per aziende e lavoratori.
A titolo esemplificativo, i vantaggi sono i seguenti:
  • incremento degli stipendi;
  • migliore qualità e stabilità dell'impiego;
  • aumento della produttività e della competitività;
  • maggiore sostenibilità sociale;
  • nessuna delocalizzazione;
  • migliori condizioni di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro;
  • maggiori investimenti;
  • completa coesione sociale;
  • ritorno delle aziende dall'estero.
Il d.d.l. individua, poi, le modalità attraverso le quali i lavoratori potranno partecipare attivamente all'attività aziendale.
In primo luogo, ai sensi dell’art. 3 del disegno di legge, è prevista la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori nei consigli di sorveglianza. In particolare, il testo prevede che i contratti collettivi riguardanti le società per azioni – oppure le società europee dotate di un sistema di governance dualistico – possano disciplinare le attività che i rappresentanti dei lavoratori sono chiamati a svolgere in seno ai consigli di sorveglianza. Il testo inoltre prevede la partecipazione nella percentuale di 1/5 dei membri.
Tuttavia, la scelta spetta pur sempre all'azienda, che appunto può decidere se includere o meno, nel consiglio di sorveglianza, uno o più rappresentanti dei lavoratori che rientrino in piani di partecipazione finanziaria.
La scelta di inserire tali rappresentanti all'interno del consiglio di sorveglianza fa sì che l'azienda possa percepire degli incentivi economici.
L'art. 4 invece concerne la partecipazione al CDA da parte dei rappresentanti dei lavoratori, i cui nominativi sono scelti direttamente dai dipendenti, secondo le modalità fissate dai contratti collettivi. I soggetti scelti devono essere in possesso dei requisiti di indipendenza, onorabilità e professionalità richiesti dalla legge e dallo statuto societario. I dipendenti che svolgono anche la funzione di rappresentanti, inoltre, avranno diritto a fruire di permessi retribuiti per prendere parte alle riunioni del consiglio.
Sono previsti incentivi anche per le società che introducono meccanismi di partecipazione dei lavoratori all'interno del CDA.
L'articolo indubbiamente più interessante e rilevante per i lavoratori è l'art. 6, il quale disciplina l'attività di partecipazione degli stessi agli utili aziendali, determinando quindi un incremento di stipendio.
La norma infatti prevede che una parte degli utili dell'impresa, pari ad almeno il 10% degli utili complessivi, venga distribuita ai lavoratori dipendenti. Queste somme sono soggette a un'imposta sostitutiva del 5% dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali, fino a un massimo di 10.000 euro lordi, se distribuite secondo contratti collettivi aziendali o territoriali. Il testo del d.d.l., quindi, introduce un regime fiscale agevolato per incentivare le aziende ad adottare questo tipo di sistema premiale.
Non sono invece soggetti a imposta, non costituendo reddito da lavoro dipendente, i contributi che il lavoratore versa nei fondi pensionistici complementari oppure nei piani pensionistici individuali paneuropei (PEPP).
Analogo discorso vale per i contributi versati per l’assistenza sanitaria: anch'essi non formano reddito di lavoro dipendente e non sono soggetti all’imposta sostitutiva.
Nell'ottica quindi di rafforzare la partecipazione dei dipendenti all'attività aziendale, l’art. 12 dispone che, nelle imprese le quali nei propri organici comprendano più di 50 dipendenti, vige l'obbligo di informazione e consultazione nei confronti delle rappresentanze sindacali unitarie e aziendali, nonché verso i rappresentanti dei lavoratori e le strutture territoriali degli enti bilaterali di settore.
L'attività informativa dev'essere effettuata con cadenza almeno annuale. A vigilare sull'esatto assolvimento di tale obbligo sono le commissioni paritetiche. La loro composizione è fissata dai contratti collettivi. Inoltre, tali contratti stabiliscono anche sedi, tempi, modalità e contenuto dell'attività di consultazione.
In particolare, la consultazione concerne diversi aspetti. Di seguito eccone alcuni:
  • informazioni economiche e finanziarie dell'azienda;
  • decisioni strategiche, investimenti, piani industriali, nuovi prodotti e processi produttivi, esternalizzazioni e appalti;
  • implementazione di nuovi modelli organizzativi e uso di sistemi automatizzati per decisioni e monitoraggio;
  • piani per la transizione ecologica e digitale, e per la sostenibilità sociale;
  • situazione e previsioni sull'occupazione, contratti di lavoro, parità di genere, misure per prevenire effetti negativi sui livelli occupazionali e per promuovere la riqualificazione professionale dei lavoratori;
  • programmi e piani di formazione per i dipendenti.


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Spese condominiali, se acquisti una nuova casa gli arretrati sono a tuo carico: ecco cosa devi assolutamente controllare

Pubblicato il: 16/07/2024

Quando si acquista un appartamento in un condominio, se il venditore ha spese condominiali arretrate, chi le paga: vecchio o nuovo proprietario?

Se ci sono spese condominiali non pagate dal precedente proprietario, chi dovrà pagare?

È la legge a stabilire chi deve provvedere al pagamento.

Innanzitutto, occorre precisare che le spese condominiali sono quelle somme che i condomini devono pagare per la conservazione e manutenzione delle parti e dei servizi comuni.

Quindi, le spese condominiali riguardano le parti comuni dell’edificio. Infatti, in un edificio condominiale, ci sono parti di proprietà esclusiva di ciascun condomino (per capirci, i singoli appartamenti) e parti di proprietà comune che appartengono a tutti i condomini (ad esempio, ai sensi dell’art. 1117 del c.c., le scale e i portoni di ingresso).

Ogni condomino ha l’obbligo di partecipare alle spese sulle parti comuni, a prescindere dall’uso che egli ne fa. Difatti, il comma 2 dell’art. 1118 del c.c. precisa che il condomino non può rinunciare al suo diritto sulle parti comuni. Peraltro, si tratta di una norma imperativa: ossia, una norma che non può essere derogata dalle parti, nemmeno attraverso il regolamento condominiale (come stabilito dall’ultimo comma dell’art. 1138 del c.c.). Di conseguenza, il condomino non può sottrarsi all’obbligo di contribuire alle spese per la conservazione delle parti comuni (art. 1118, comma 3 c.c.).

Dunque, una volta acquistato l’immobile, chi risponde delle spese condominiali non versate in precedenza?

Ai sensi del comma 4 dell’art. 63 delle disp. att. c.c., il compratore, che subentra nei diritti del precedente condomino (ossia il venditore), è obbligato solidalmente con quest’ultimo al pagamento dei contributi relativi all’anno in corso e a quello precedente.

Su questo punto, i giudici di merito hanno evidenziato che, quando si parla di “anno in corso e quello precedente”, si fa riferimento non all’anno solare, ma all’anno di gestione in corso e all’anno di gestione precedente.

Quindi, per le spese relative all’anno di vendita e a quello precedente, chi subentra è obbligato solidalmente con il condomino al versamento delle somme.

Cosa vuol dire “obbligato solidalmente”?

Come precisato dal codice civile (art. 1292 del c.c.), “obbligato solidalmente” significa che il nuovo e il vecchio proprietario sono obbligati tutti per la medesima prestazione e ciascuno può essere costretto al pagamento per la totalità: ossia, il condominio potrà agire indifferentemente nei confronti del precedente o del nuovo proprietario per il recupero delle somme non versate.

Nell’atto di compravendita, le parti possono anche accordarsi sul pagamento degli oneri condominiali. Tuttavia, questo accordo avrà efficacia soltanto tra il venditore e il compratore, ma non potrà essere opposto al condominio.

Discorso diverso deve essere fatto per le spese anteriori all’anno di vendita e a quello precedente. In linea generale, in questo caso, è soltanto il vecchio proprietario a rispondere di queste spese condominiali.

Però, per chi subentra nei diritti di un precedente condomino, esiste un modo per non avere brutte sorprese dopo l’acquisto dell’appartamento?

Molto spesso, nell’atto di compravendita viene inserita una clausola in cui il venditore dichiara che non ci sono debiti condominiali per gli anni precedenti e che il pagamento è regolare in relazione all’anno in corso.

Proprio a questo scopo, l’alienante (ossia, il venditore) può chiedere all’amministratore di condominio una dichiarazione liberatoria, con la quale venga precisato lo stato degli oneri condominiali. Secondo il comma 1, n. 9 dell’art. 1130 del c.c., l’amministratore ha l’obbligo di fornire questa attestazione.

Tuttavia, per concludere, è bene precisare che questa dichiarazione assume valore nei rapporti interni tra compratore e venditore, ma non ha valore di quietanza.


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ISEE, tante novità in arrivo, esclusione Assegno Unico Universale e prima casa dal calcolo: ecco la nuova riforma

Pubblicato il: 16/07/2024

Sul tavolo del Ministero del Lavoro e del Ministero dell’Economia è accesissimo il dibattito circa la necessità di una riforma del modello ISEE. L'obiettivo è quello di modificarne la struttura per semplificarlo e renderlo più efficace.
Una delle modifiche su cui si sta discutendo è l'esclusione dell'Assegno Unico Universale dal calcolo dell'ISEE, poiché non produttivo di IRPEF. Questo perché la sua inclusione ha comportato, per molte famiglie, un aumento notevole dell'ISEE, portandole a non ottenere benefici e agevolazioni che altrimenti avrebbero ottenuto.
In realtà su questo fronte non c'è ancora nulla di certo, quindi non resta che attendere ulteriori notizie al riguardo.

Ma questa non è l'unica novità sulla quale si sta discutendo.
Infatti si sta discutendo anche del ruolo che dovrebbe avere la prima casa nel calcolo patrimoniale: questo con l'intento di ridurne il peso per fornire una situazione più specifica della situazione economica e, di conseguenza, aumentare la possibilità di accedere ad agevolazioni e benefici.
Inoltre non bisogna dimenticare che, dal 1° gennaio 2024, i titoli di Stato e i buoni postali con garanzia pubblica avrebbero dovuto essere esclusi dal conteggio del reddito ai fini ISEE, stando a quanto stabilito all'epoca dalla Manovra economica. In realtà vediamo che l'INPS li conteggia ancora, poiché il governo non ha emanato un provvedimento attuativo che renda efficace la riforma.

A questo punto, non resta che attendere il suddetto provvedimento attuativo in cui, con molte probabilità, verranno incluse anche le modifiche riguardanti l'AUU e la prima casa.


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Lavoratori, superata questa temperatura, anche solo percepita, stop al lavoro (ma non allo stipendio): ecco quali settori

Pubblicato il: 15/07/2024

L’eccezionale ondata di calore che sta interessando in questi giorni il territorio nazionale impatta significativamente sul regolare svolgimento delle attività lavorative. E’ riconosciuto dal Ministero della Salute che temperature più elevate per periodi di tempo più lunghi concorrono ad aumentare il rischio di infortuni dovuti ad affaticamento, mancanza di concentrazione, scarsa capacità decisionale e altri fattori.
L’esposizione dei lavoratori ai rischi per la salute e la sicurezza si presenta particolarmente elevata nelle giornate in cui si registra un elevato tasso di umidità che concorre significativamente a determinare una temperatura “percepita” superiore a quella reale.

Quali i settori di attività coinvolti?

Lo stress da calore è un rischio significativo per i lavoratori che svolgono un intenso lavoro fisico all’aperto, con esposizione diretta alla luce solare e al calore in settori come l'agricoltura, la silvicoltura, la pesca, l'edilizia, l'estrazione mineraria, i trasporti e la manutenzione e la fornitura di servizi pubblici. L'esposizione diretta alla radiazione solare è suscettibile di compromettere le prestazioni motorio-cognitive e aumentare, quindi, il rischio di lesioni.
Ma anche nei luoghi di lavoro al chiuso dove non è possibile coniugare la produzione con un sistema di ventilazione o di areazione condizionato (panificazione industriale, macellazione, cartiere) il rischio di lesioni può aumentare durante le ondate di caldo.

Quali le tutele previste per i lavoratori?

Sono previste dal nostro ordinamento tutele normative ed economiche.

A livello legislativo occorre fare riferimento al Testo unico della sicurezza sul lavoro di cui D. Lgs. 9 aprile 2008, n. 81 che fornisce il quadro normativo organico per la protezione dei lavoratori. S’impone ai datori di lavoro di effettuare una valutazione dei rischi sul luogo di lavoro e di stabilire misure preventive per proteggere i lavoratori da qualsiasi rischio sul luogo di lavoro, ivi compreso il rischio da stress termico (cfr. art. 28).

Quanto alle tutele di natura economica, è prevista la possibilità per le aziende, nel caso di temperature elevate registrate dai bollettini meteo o “percepite” in ragione della particolare tipologia di lavorazioni in atto, di richiedere la cassa integrazione guadagni ordinaria (CIGO) indicando la causale “eventi meteo. Il contributo è erogabile per 13 settimane, prorogabili fino a 52 settimane (12 mesi) o, eccezionalmente e in determinate aree territoriali, fino a 24 mesi.

A tal proposito l’Inps, con il messaggio 20 luglio 2023, n. 2729, ha chiarito che, in caso di sospensione o riduzione dell’attività lavorativa in conseguenza delle temperature elevate, il ricorso al trattamento di integrazione salariale con la causale “eventi meteo” è invocabile dal datore di lavoro laddove le suddette temperature risultino superiori a 35° centigradi. Inoltre l’Istituto previdenziale riconosce che anche temperature inferiori a 35° centigradi possono determinare l’accoglimento della domanda di accesso al trattamento ordinario qualora entri in considerazione la valutazione anche della temperatura “percepita”, che è più elevata di quella reale. Ad esempio, influiscono sulla temperatura percepita attività come quelle di rifacimento di tetti o facciate o di stesura del manto stradale.

Nel messaggio si chiarisce anche che, indipendentemente dalle temperature rilevate, il trattamento di integrazione salariale è riconoscibile comunque in tutti i casi in cui il datore di lavoro, su indicazione del responsabile della sicurezza dell’azienda, disponga la sospensione/riduzione delle attività in quanto sussistono rischi o pericoli per la sicurezza e la salute dei lavoratori, purché le cause che hanno determinato detta sospensione/riduzione non siano imputabili al medesimo datore di lavoro o ai lavoratori.

Inoltre, è specificato che. ai fini di una più puntuale valutazione degli elementi a supporto della richiesta di accesso al trattamento di integrazione salariale, non deve farsi riferimento solo al gradiente termico ma anche ai seguenti ulteriori parametri:
> la tipologia di attività svolta;
> le condizioni nelle quali si trovano ad operare i lavoratori;
> le documentazioni o le pubblicazioni su dati relativi agli indici di calore da parte dei vari dipartimenti meteoclimatici o della protezione.


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Concordato preventivo, in arrivo nuove soglie per gli accertamenti e tasse più basse: ecco tutte novità

Pubblicato il: 15/07/2024

Oggi si è tenuta, presso la Commissione Finanze, l'audizione di Confcommercio, Confartigianato e dell'Associazione Nazionale Commercialisti in merito alle proposte di modifica dello strumento del concordato biennale preventivo.
Al termine dell'audizione la Commissione Finanze ha approvato, con parere favorevole, i correttivi al concordato. Alcune delle modifiche proposte sono:
  • flat tax incrementale a tre aliquote;
  • modifiche al calendario fiscale;
  • ampliamento delle cause eccezionali;
  • modifiche ai criteri di decadenza e fuoriuscita dal concordato.
In merito alla prima richiesta di correttivo, la flat tax incrementale – o tassazione sostitutiva sul differenziale tra quanto dichiarato dal contribuente e la proposta del Fisco – ha come obiettivo quello di introdurre una tassazione più soft per chi decida di aderire al concordato biennale preventivo.
Il responsabile fiscale di Confcommercio, appoggiato dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti, ha spiegato quali potrebbero essere i livelli di tassazione sostitutiva in base al livello di indice sintetico di affidabilità fiscale del contribuente, c.d. ISA:
  • per un livello pari o superiore a 8, la tassazione sostitutiva si aggirerebbe intorno al 10%;
  • per i livelli 6 e 7, si avrebbe una percentuale pari al 12%;
  • per i livelli inferiori al 6, la tassazione sostitutiva sarebbe del 15%.
La seconda proposta riguarda il calendario fiscale. In merito, il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ha proposto, per le sole Partite Iva, il termine del 31 luglio per effettuare i versamenti dovuti. In questo modo ci si aspetta una riduzione delle richieste di proroga. Invece, per gli avvisi bonari, è stata proposta una proroga di 60 giorni rispetto al termine previsto per effettuare il versamento delle somme dovute.

Un'ulteriore proposta – proveniente sempre dall'associazione nazionale dei commercialisti – riguarda la possibilità di ampliare la gamma di fattispecie legate ai casi eccezionali che comportino la decadenza del concordato. È stato evidenziato che queste fattispecie sono utili a colmare le lacune delle norme e a produrre maggiore certezza nei destinatari del concordato.
In particolare si è richiesto di soffermarsi sull'integrazione, tra le cause eccezionali:

  • della malattia grave, dell'infortunio e del decesso del contribuente;
  • dell'assenza di debiti fiscali e contributivi superiori a 5mila euro;
  • delle operazioni straordinarie;
  • delle variazioni del reddito concordato;
  • della variazione dei regimi fiscali e contabili.
Un'altra proposta riguarda le cause ordinarie di decadenza e fuoriuscita dal concordato. In questo caso si è richiesto, anzitutto, un sistema di controlli analitici, che sostituiranno quelli induttivi per determinare la percentuale di maggior imponibile accertato; in secondo luogo il passaggio dal 30% al 50% di scostamento sul reddito, affinché si produca la fuoriuscita dal concordato.

Infine è stata proposta una soglia di 25mila euro, al di sotto della quale non saranno effettuati accertamenti, e l'estensione a coloro che operano in regime forfettario della copertura dagli accertamenti presuntivi.

Tutte queste proposte di modifica, come ha specificato il Presidente della Commissione Finanze Massimo Garavaglia, servono a rendere più allettante ed efficace questo strumento per i contribuenti.


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