Bonus bollette 2024, fino a 1.015 euro di incentivi: ecco a chi spetta e quali sono i requisiti ISEE per richiederlo

Pubblicato il: 24/04/2024

Diciamolo subito: dal 1° aprile 2024 si è ridotto l’importo del bonus sociale bollette. Non c’è più, infatti, il contributo straordinario previsto nel 2023 e prolungato al primo trimestre dell’anno 2024 dalla Legge di bilancio.

Il beneficio concesso in bolletta per chi è in condizioni di disagio economico torna, quindi, all’importo standard quantificato da Arera (Autorità di regolazione per Energia Reti e Ambiente) e varia in base all’Isee e al numero di componenti del nucleo familiare indicato nella DSU (Dichiarazione sostitutiva unica).

Ma non è tutto; lo sconto in bolletta cambia anche in base alla regione in cui si vive: lì dove gli inverni sono più rigidi, lo sconto per la bolletta del gas è maggiore. Andiamo con ordine.

Il bonus bolletta si articola in diverse categorie:

  • bonus idrico;
  • bonus energia elettrica;
  • bonus gas.

Bonus idrico
Per quanto riguarda il bonus idrico, è sufficiente avere un ISEE inferiore a una certa soglia per ottenere gratuitamente un certo quantitativo prestabilito di acqua. Non è possibile essere più specifici perché le tariffe dell’acqua non sono su base nazionale, ma variano in base al fornitore idrico.

Possiamo solo dire, dunque, che il bonus idrico prevede lo sconto (moltiplicato per 50 litri a persona) per:

  • servizio acquedotto;
  • servizio fognatura;
  • servizio di depurazione dell’acqua.
Per quanto riguarda invece l’elettricità e il gas, l’importo del bonus varia in base a diversi fattori. Vediamo ora in dettaglio quanto spetta e a chi.

Bonus energia elettrica
Il valore del bonus bollette per l’elettricità dipende dall’Isee, che non può superare i 9.530 euro (per le famiglie con almeno 4 figli a carico, l’Isee può arrivare fino a 20.000 euro).

Per famiglie composte da più di 4 persone, il bonus per le bollette dell’elettricità ammonta a 163,80 euro ogni trimestre, pari a 655,20 euro annui. L’importo via via scenderà, sia trimestralmente, che annualmente, per le famiglie con meno componenti.

Bonus gas
Anche il bonus bollette per il gas, così come quello per l’elettricità, è destinato ai nuclei familiari con un Isee fino a 9.530 euro (o fino a 20.000 euro per le famiglie con almeno 4 figli a carico). Tuttavia, l’ammontare di questo bonus dipende non solo dal numero dei membri della famiglia, ma anche dall’uso specifico del gas (ad esempio per l’acqua calda, la cottura dei cibi e il riscaldamento) e dalla zona climatica di residenza.
Come abbiamo anticipato in precedenza, il bonus per la bolletta del gas vuole alleggerire le famiglie in difficoltà dal peso del costo del gas nei mesi più freddi.
Quindi, durante i mesi invernali, quando c’è un maggiore consumo di gas per il riscaldamento, l’importo del bonus è più elevato, mentre diminuisce durante l’estate.

Il bonus più alto, di 90,09 euro ogni trimestre (corrispondente a 360,36 euro all’anno), è destinato ai nuclei familiari con più di quattro membri che utilizzano il gas per acqua calda, cottura e riscaldamento e risiedono in zona climatica D.
Però attenzione: la zona di residenza diventa un fattore significativo solo se il gas è utilizzato anche per il riscaldamento, poiché le regioni meridionali tendono ad essere più calde e richiedono meno gas per il riscaldamento rispetto a quelle settentrionali. Per le famiglie con un diverso utilizzo del gas, un numero diverso di membri o che vivono in altre zone climatiche, l’importo del bonus è significativamente inferiore.
Ad esempio, per le famiglie fino a quattro membri che utilizzano il gas solo per cucinare e per l’acqua calda, il bonus è di soli 10,92 euro ogni trimestre, indipendentemente dalla zona climatica di residenza.

Dunque, tralasciando per ora il bonus idrico che non è possibile quantificare, consideriamo il bonus elettricità e il bonus gas: una famiglia con Isee fino a 9.530 euro (o fino a 20.000 euro per le famiglie con almeno 4 figli a carico) e con le specifiche caratteristiche che abbiamo indicato in precedenza (residenza in regioni con inverni più rigidi, nuclei familiari con più di quattro membri, gas utilizzato per riscaldamento, cottura cibi e acqua calda) può ottenere complessivamente fino a 1.015,44 euro l’anno, come sostegno al pagamento delle bollette.


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Pensione anticipata 2024, ecco come andare in pensione prima riscattando gli anni di università: scopri i requisiti INPS

Pubblicato il: 24/04/2024

Uno dei problemi dei giovani d'oggi è accedere "in ritardo" al mondo del lavoro, a causa degli anni necessari a conseguire la laurea, soprattutto con la suddivisione tra laurea triennale e laurea specialistica/magistrale.
Non tutti sanno, però, che gli anni di studio possono essere riscattati a fini pensionistici. Se vuoi saperne di più, ti consigliamo di proseguire nella lettura.

Innanzitutto, in cosa consiste il riscatto della laurea?
Si tratta, sostanzialmente, della possibilità di versare all'Inps un importo destinato ai contributi previdenziali per gli anni di studio universitario, come se tali anni fossero stati impiegati al lavoro.
Tale versamento, che può essere effettuato anche a rate, permetterebbe, da un lato, sia di anticipare il momento della pensione, sulla base degli anni riscattati, sia di aumentare l'importo dell'assegno pensionistico.

Ma quali requisiti occorrono per il riscatto della laurea?
In primo luogo, naturalmente, occorre il possesso del titolo di studio al momento della domanda. Ma quali sono i titoli di studio riscattabili?

  • corsi di laurea di vecchio ordinamento;
  • lauree triennali, specialistiche e magistrali anche a ciclo unico;
  • diplomi di specializzazione;
  • diplomi di specializzazione per laureati, come quelli di area medica;
  • dottorati di ricerca privi di contribuzione;
  • diploma accademico di 1°e 2° livello e specializzazione, di formazione alla ricerca, nonché i titoli di alta formazione artistica e musicale.
Non sono, invece, riscattabili i master universitari, anche se conseguiti presso atenei pubblici o privati.

Per quanto riguarda, invece, i titoli di studio esteri, l’Inps, con il messaggio n. 6208/2014, ha diramato istruzioni in merito all’iter di riconoscimento degli stessi attraverso l’intervento del Ministero dell’Università e della Ricerca.

Invece, per gli studenti fuori corso, è riscattabile il solo periodo di durata legale del corso, che ha convenzionalmente inizio dal 1° novembre del primo anno di immatricolazione.

Ulteriore requisito è che i periodi da riscattare non risultino già coperti da contribuzione presso qualsiasi gestione previdenziale obbligatoria, mentre è ammessa la doppia contribuzione nel caso di riscatto operato sia in una cassa professionale per iscritti ad un albo, sia in una gestione Inps.

Per quanto riguarda, invece, i costi di tale operazione, il sistema di calcolo varia a seconda delle gestioni previdenziali interessate e a seconda del momento di conseguimento della laurea. Difatti, occorre distinguere tra i titoli conseguiti prima del 1996 e quelli conseguiti successivamente.
Per la laurea ottenuta prima del 1996, il metodo applicato è quello della riserva matematica, in cui incidono l'età e i contributi versati, mentre, nel caso di laurea conseguita successivamente, il metodo utilizzato è quello contributivo, e si utilizza l'aliquota previdenziale della gestione previdenziale di iscrizione, moltiplicata per la retribuzione goduta nei 12 mesi precedenti la richiesta di riscatto.

A questo punto, sorge un'ulteriore domanda: gli inoccupati possono riscattare la laurea?
Ebbene sì, ai sensi della legge 247/2007, che ha aperto al riscatto della laurea per i neolaureati non ancora iscritti ad alcuna forma di previdenza e che non abbiano mai intrapreso alcuna attività di lavoro. Tale formula di riscatto, riservata agli inoccupati, non è richiedibile da chi abbia intrapreso un’attività che comporti iscrizione alla gestione separata, anche se con imponibile ridotto. Non è richiedibile altresì da chi ha intrapreso un’attività parasubordinata o di lavoro autonomo occasionale superiore a 5.000 euro lordi annui.

Il riscatto della laurea, quindi, è un'operazione che ha sicuramente un costo, ma che risulta vantaggiosa per il futuro, soprattutto per chi, a causa degli anni necessari a conseguire un titolo di studio, si ritrova ad accedere più tardi di quando vorrebbe al mondo del lavoro.


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Dichiarazione dei redditi 2024, ecco come evitare i controlli dell’Agenzia delle Entrate

Pubblicato il: 24/04/2024

Si avvicina il temuto periodo della dichiarazione dei redditi e chi non è avvezzo a queste tematiche inizia a sudar freddo.

Sì, perché, con tutta la buona volontà, e anche senza nessuna intenzione di nascondere alcun reddito al Fisco, con la dichiarazione dei redditi si entra in contatto con tematiche assai spinose: calcoli da fare, documenti da tenere conservati, leggi e regolamenti da conoscere. E l’errore è sempre dietro l’angolo.

E se non dichiariamo tutto quello che avremmo dovuto?
Una delle cose più temute dal cittadino, si sa, è il controllo dell’Agenzia delle Entrate. Anche perché se l’amministrazione individua qualche incoerenza (errore) nella nostra dichiarazione, l’onere della prova ricade su di noi.
Vale a dire banalmente che siamo noi, titolari della dichiarazione compilata e inviata, a dover dimostrare al Fisco che siamo nel giusto ed è lui che sta sbagliando.

Dal canto suo, l’Agenzia delle Entrate, negli ultimi anni, sta intensificando sempre più, e sempre con maggiore enfasi, la caccia agli evasori fiscali, a cominciare – ovviamente – dagli evasori totali.

Le “armi” nelle sue mani sono sempre più appuntite e le informazioni che ha su di noi sono sempre maggiori e facilmente reperibili: spese sanitarie, premi di assicurazioni, interventi edilizi, transazioni sui conti correnti sono soltanto una piccola parte delle informazioni che il Fisco può consultare su di noi.

Ovviamente se abbiamo dichiarato tutto quello che dovevamo, non abbiamo da temere, ma in ogni caso è sempre bene evitare noie, anche perché farsi affiancare da un professionista per il contenzioso tributario può essere una cosa lunga e spesso anti economica.
La domanda da farsi allora potrebbe essere questa: c’è un modo per evitare il controllo del Fisco sulla nostra dichiarazione dei redditi?

Apriamo una piccola parentesi: dipendenti e pensionati quest’anno possono dire addio all’ormai famosa Precompilata 730. Infatti è arrivata la Dichiarazione semplificata 730/2024, che queste due categorie di contribuenti possono utilizzare per dichiarare i propri redditi.
Il meccanismo è simile a quello del conosciutissimo 730 precompilato: l’Agenzia delle Entrate mette a disposizione del contribuente i dati in suo possesso, che possono essere confermati, integrati o corretti.
La differenza sostanziale è che il contribuente non deve più materialmente compilare il modello con l’inserimento di dati, ma può rispondere semplicemente a un questionario con domande semplici e immediate.
Se la sperimentazione della dichiarazione semplificata avrà successo, è possibile che il 730 precompilato venga gradualmente sostituito.
Per il 2024, i contribuenti coinvolti avranno ancora la possibilità di scegliere tra la dichiarazione semplificata, il 730 precompilato e il 730 ordinario.

Aperta e chiusa la parentesi, rispondiamo alla domanda posta, e cioè se si può evitare in qualche modo il controllo del Fisco sulla nostra dichiarazione dei redditi 2024 (per l’anno imponibile 2023).

Un modo c’è, ma più che un “modo”, è un’informazione importante da ricordare: i dati pre-inseriti dal Fisco, e da noi confermati, sono esclusi dai controlli.
Questo dato vale, oggi, sia per chi sceglie la dichiarazione dei redditi precompilata, sia per chi voglia optare per la novità sperimentale 2024, ovvero la dichiarazione semplificata.

In entrambi i casi, accettando e confermando senza modifiche i dati proposti dal Fisco, non si verrà sottoposti a controlli, almeno per quanto riguarda i documenti che attestano le spese e gli oneri forniti al Fisco dai soggetti terzi, ovvero tutti quei soggetti (ad esempio: banche, assicurazioni, università e scuole, enti previdenziali) che hanno segnalato all’Agenzia delle Entrate le spese da noi effettuate, deducibili e detraibili.


La dichiarazione è inoltre considerata accettata anche se il contribuente effettua delle modifiche che non incidono sul calcolo del reddito complessivo o dell’imposta.

È bene, però, tener sempre presente che L’Agenzia può comunque controllare e verificare la sussistenza dei requisiti soggettivi per fruire delle agevolazioni (per esempio l’effettiva destinazione ad abitazione principale dell’immobile per cui vengono detratti gli interessi passivi relativi al mutuo).

Che succede se, invece, si apportano modifiche che vanno ad incidere sul calcolo del reddito complessivo o dell’imposta?

In questo caso occorre fare una distinzione:

  • per i modelli inviati dal sito dell’Agenzia delle Entrate o tramite sostituto d'imposta: i controlli documentali riguarderanno soltanto i dati che hanno determinato la modifica, tutti gli altri dati non saranno controllati;
  • per i modelli trasmessi tramite Caf: i controlli documentali sono effettuati anche sui dati che erano stati precompilati dall’Agenzia e non hanno subito modifiche (con l’eccezione delle spese sanitarie per le quali i controlli scattano solo per le voci di spesa non documentate nella precompilata).

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Indennità di disoccupazione 2024, puoi avere la NASPI anche se hai lavorato pochi mesi: ecco quanto ti spetta dall’INPS

Pubblicato il: 23/04/2024

Hai lavorato per qualche mese e poi sei stato licenziato. Ora vuoi sapere se hai diritto alla Naspi (Nuova prestazione di Assicurazione Sociale per l’Impiego): cioè, all’indennità di disoccupazione. Cerchiamo di rispondere alla tua domanda.

Dopo quanti mesi di lavoro si ha diritto alla Naspi?

Devi sapere che la Naspi è un’indennità mensile di disoccupazione che è erogata dall’INPS ai lavoratori subordinati che hanno perso involontariamente l’impiego.

Per accedere a questo sussidio, occorrono alcuni requisiti.

I destinatari della misura sono i lavoratori dipendenti, ad eccezione dei dipendenti a tempo indeterminato delle pubbliche amministrazioni e degli operai agricoli a tempo determinato o indeterminato. Dal 1° gennaio 2022, possono beneficiarne anche gli operai agricoli a tempo indeterminato delle cooperative e loro consorzi. Inoltre, sono inclusi gli apprendisti, i soci lavoratori di cooperativa con rapporto di lavoro subordinato, il personale artistico con rapporto di lavoro subordinato e i dipendenti a tempo determinato delle pubbliche amministrazioni.

Dunque, quali sono i presupposti necessari per ottenere la Naspi?

È necessario uno stato di disoccupazione. Con “disoccupato” ci si riferisce a colui che è privo di occupazione e che, non per propria volontà, ha perso il posto di lavoro. Infatti, lo stato di disoccupazione deve essere involontario.

Quindi, per avere diritto alla Naspi, il rapporto di lavoro non deve essere terminato né per dimissioni del lavoratore (a meno che non siano dimissioni per giusta causa o dimissioni avvenute nel periodo garantito di maternità), né per risoluzione consensuale (ad eccezione della risoluzione consensuale nell’ambito della procedura di conciliazione ai sensi dell’art. 7 della L. n. 604/1966 e della risoluzione consensuale dopo il rifiuto del lavoratore di trasferirsi in un’altra sede della medesima azienda a più di 50 chilometri dalla residenza del soggetto e/o raggiungibile con i mezzi pubblici in 80 minuti o più).

Però, se hai lavorato soltanto pochi mesi, puoi accedere alla Naspi?

Oltre ai presupposti appena visti, è necessario anche un requisito contributivo: cioè, occorrono almeno 13 settimane di contributi (ossia, tre mesi di contribuzione) nei quattro anni precedenti l’inizio della disoccupazione.

Pertanto, questo significa che il sussidio di disoccupazione può essere riconosciuto anche a quel soggetto che ha lavorato solo pochi mesi in un anno. L’importante è che si possa dimostrare di aver versato almeno 13 settimane di contributi nei quattro anni che precedono l’inizio del periodo di disoccupazione.

Tuttavia, in questo caso, qual è l’ammontare dell’indennità di disoccupazione e per quanto tempo spetta?

Partiamo da una notizia che, forse, non ti piacerà. Devi sapere che la Naspi viene corrisposta mensilmente per un numero di settimane pari alla metà delle settimane contributive presenti negli ultimi quattro anni. Quindi ciò vuol dire che, se hai raggiunto il minimo di tre mesi di contributi, allora hai diritto all’indennità di disoccupazione, ma solo per 45 giorni.

Però c’è anche un lato positivo. Infatti, in linea generale, l’ammontare mensile della Naspi è pari ad una determinata percentuale della retribuzione media mensile degli ultimi quattro anni:

  • se la retribuzione è minore dell’importo di riferimento stabilito dalla legge e rivalutato annualmente sulla base della variazione dell’indice ISTAT (per il 2024 è di 1.425,21 euro), l’ammontare della Naspi mensile è pari al 75% della retribuzione media mensile imponibile ai fini previdenziali degli ultimi quattro anni;
  • se la retribuzione media è superiore alla suddetta soglia (per il 2024, 1.425,21 euro), la misura del sussidio sarà pari al 75% dell’importo di riferimento previsto per legge (1.425,21 euro) e sommato al 25% della differenza tra la retribuzione media mensile e il suddetto importo stabilito dalla legge.

Comunque, l’importo della Naspi non può superare il limite massimo individuato dalla legge e rivalutato annualmente in base alla variazione dell’indice ISTAT (per il 2024, l’importo massimo della Naspi è di 1.550,42 euro).

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Fringe benefits, paghi le tasse anche sui regali aziendali, generano reddito: ecco il parere dell’Agenzia delle Entrate

Pubblicato il: 23/04/2024

L’azienda presso cui lavori ti omaggia in maniera occasionale (ad esempio, al ricorrere di alcune festività o eventi aziendali quali quelli coincidenti con il lancio di nuovi prodotti), con prodotti di merchandising (es.: tazze, barattoli, giacche, felpe e spillette con il logo aziendale)? Devono essere tassati?
Vediamo insieme entro quali limiti i regali aziendali costituiscono reddito imponibile.

I fringe benefits possono essere definiti come “compensi in natura” perché appunto non vengono erogati sotto forma di denaro, ma concessi sotto forma di beni e servizi dal datore di lavoro ai dipendenti.
Negli ultimi anni la soglia di esenzione dei fringe benefits ha subito diverse oscillazioni sino a stabilizzarsi sul limite di 258,23 euro, salvo che per i dipendenti con figli a carico, in favore dei quali la legge n. 213 del 30 dicembre 2023, meglio nota come Legge di Bilancio 2024, ha previsto, per l’anno in corso, l’innalzamento della soglia esentasse di:

  • 2000 euro per i dipendenti con figli a carico;
  • 1000 euro per i dipendenti senza figli.
Anche se usati per promuovere il brand aziendale, i fringe benefits il cui valore superi il limite dei 258,23 euro concorrono dunque alla formazione del reddito di lavoro dipendente.

In risposta ad un interpello l’Agenzia delle Entrate, parere n. 89/2024, ha fornito poi ulteriori chiarimenti a una società di un gruppo straniero con punti vendita presenti in diversi Paesi.
La domanda su cui l’Amministrazione finanziaria ha formulato il suo parere riguarda l’elargizione mensile di una serie di benefits ai dipendenti (un sacchetto di caffè selezionato e una bevanda gratuita al giorno da consumare durante la pausa lavoro). “Omaggi”, ad avviso dell’istante, “irrilevanti” ai fini della determinazione del reddito di lavoro dipendente, perché utili a veicolare e a promuovere il brand all’esterno attraverso il personale. Si richiama sul punto l’articolo 51 del T.U.I.R. che sancisce:

  • al comma 1 “l’onnicomprensività del reddito di lavoro dipendente, ovvero l’assoggettamento a tassazione di tutto ciò che il lavoratore dipendente percepisce in relazione al rapporto di lavoro”;
  • al comma 3, invece, che “non concorre a formare il reddito il valore dei beni ceduti e dei servizi prestati se complessivamente di importo non superiore nel periodo d’imposta a euro 258,23 euro”; se tale valore supera il citato limite, lo stesso concorre “interamente” a formare il reddito.

In questo caso, secondo l’Agenzia, “i dipendenti potrebbero utilizzare gli omaggi per soddisfare esigenze personali o potrebbero decidere di non fruirne, stante l’assenza di obblighi contrattuali specifici”.
Per quanto “utili” alla strategia aziendale, gli stessi benefitssoddisfano un’esigenza propria del singolo lavoratore e rappresentano un arricchimento dello stesso e, pertanto, non possono considerarsi erogati nell’esclusivo interesse datore di lavoro”.
Nel caso in esame, dunque, “qualora il valore dei beni assegnati dall’istante ai propri dipendenti superi il limite previsto dalla prima parte del terzo periodo del comma 3 dell’articolo 51 lo stesso costituisce reddito di lavoro dipendente concorrendo alla relativa formazione quale bene in natura determinato ai sensi del comma 3 dell’articolo 9”.

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Pagare meno tasse nel 2024, ecco come farlo grazie alla pensione e non solo: scopri tutte le possibilità

Pubblicato il: 22/04/2024

La pensione sembra per molti – soprattutto per i più giovani – un miraggio lontano.

Invece, in realtà, è possibile sin d’ora progettare la pensione e, allo stesso tempo, ottenere un vantaggio nell’immediato.

Questo vantaggio, in particolare, consiste in un risparmio sulle tasse.

Ma come fare ad ottenerlo?

Stiamo parlando, naturalmente, di sistemi legali per ridurre le tasse, che sono essenzialmente due: detrazioni e deduzioni. Quindi si tratta, fondamentalmente, di abbassare l’importo del tributo dovuto allo Stato o di abbassare lo stesso reddito imponibile.

L’idea semplice quanto geniale che sta alla base del nostro intento è che possiamo risparmiare (sul prelievo fiscale) proprio spendendo del denaro.

Naturalmente, non basta spendere soldi a caso: occorre un investimento mirato, che ci consenta appunto di risparmiare sulle imposte.

Sotto questo profilo, la pensione può rivelarsi un ottimo investimento, che consente di coniugare un vantaggio immediato (il risparmio in termini fiscali) con un vantaggio futuro, vale a dire procurarsi una pensione integrativa.

Si può quindi scegliere di utilizzare i propri risparmi, ad esempio, per un fondo pensione.

In realtà esistono diversi strumenti a disposizione per crearsi una pensione, e occorrerà valutare attentamente tutte le opzioni per arrivare a scegliere quella che meglio si adatta alle nostre esigenze.

Innanzitutto, quindi, dobbiamo chiederci se optare per un piano di accumulo oppure per un fondo pensione.

Qual è la prima differenza?

In sostanza, i versamenti (premi) sul fondo pensione sono interamente deducibili dal reddito imponibile.

Ciò, invece, non avviene per i piani di accumulo.

È necessario però considerare altri fattori: ad esempio, se si sceglie il fondo pensione, il denaro sarà disponibile solo al compimento dell’età pensionabile.

Viceversa, nel piano di accumulo è possibile il riscatto anticipato, anche parziale, e comunque si può definirne la durata.

Il fondo pensione, comunque, rimane una delle forme di investimento più vantaggiose per i fini di cui parliamo oggi. Infatti i premi versati nell’anno di imposta sono totalmente deducibili, nel limite di 5.164,57 euro l’anno.

Per cui, entro tale importo, il reddito imponibile verrà ridotto di una somma corrispondente a quella investita nel fondo pensione: niente male, come risparmio.

Altre possibili forme di investimento in previsione del futuro sono i titoli di Stato e i piani individuali di accumulo. Se facciamo scelte di questo tipo, però, è bene tenere a mente che non sono previste deduzioni né detrazioni.

Per i titoli di Stato è prevista una tassazione del 12,5%; per i PAC invece è previsto un prelievo del 26% al momento del realizzo.

Un’altra strada percorribile, che costituisce una valida alternativa a quelle appena viste, è quella della polizza vita, che consente di detrarre i premi in sede di dichiarazione dei redditi.

In ogni caso, il ventaglio delle possibilità per investire denaro, ottenendo sia un beneficio futuro (come la sicurezza di una pensione integrativa) sia un beneficio immediato – consistente in vantaggi fiscali – è piuttosto ampio: non resta che affidarsi a un buon consulente per individuare la forma di investimento che meglio risponde ai propri bisogni.


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Autovelox, è nulla la multa per eccesso di velocità: ecco in quali casi per la Cassazione (nuova e importante sentenza)

Pubblicato il: 22/04/2024

Quando arriva una multa, si sa, è sempre spiacevole, e puntualmente ci ritroviamo a chiederci se è possibile fare ricorso. In questi giorni è arrivata una nuova sentenza della Corte di Cassazione, la n. 10505/2024, relativa ad un caso di multa per eccesso di velocità rilevata da autovelox.
In particolare, i giudici della Suprema Corte si sono ritrovati ad affrontare una questione nuova, relativa al caso di autovelox approvato ma non omologato. La pronuncia, con cui è stato rigettato un ricorso proposto dal Comune di Treviso, è di particolare interesse, quindi ti consigliamo di proseguire nella lettura.

Nella vicenda in esame, un automobilista era stato multato in quanto viaggiava a 97 km orari e aveva, quindi, superato il limite di velocità su una strada tangenziale in cui il limite prescritto era di 90 km orari. L'accertamento era stato eseguito a mezzo apparecchiatura RED & SPEED-EVO-L2 (matr. 179) installata in postazione fissa, di proprietà dell’amministrazione comunale di Treviso.
L'apparecchio che aveva effettuato la "fotografia", però, era approvato ma non omologato, e pertanto il verbale era stato annullato in primo grado, con sentenza poi confermata in sede di appello dal Tribunale di Treviso, sul presupposto, appunto, che non vi fosse equipollenza tra omologazione dello strumento e mera approvazione.
Tale ragionamento non è stato condiviso dal Comune di Treviso, che ha proposto ricorso innanzi alla Suprema Corte, ritenendo valido l'accertamento della violazione di cui all'art. 142 del Codice della strada sul superamento dei limiti di velocità, sul presupposto che tale accertamento era stato eseguito con un apparecchio non omologato ma assoggettato a regolare approvazione, sostenendo che tale distinzione non trovasse fondamento nel coacervo normativo.

Ebbene, la Cassazione ha ritenuto condivisibile quanto affermato dal Tribunale, in particolare ritenendo corretto il ragionamento contenuto nella sentenza impugnata dal Comune, laddove si fa una distinzione tra i due procedimenti di approvazione e omologazione del prototipo, sostenendo che gli stessi hanno caratteristiche, natura e finalità diverse.
In particolare, il Tribunale ha affermato che, mentre l’omologazione ministeriale autorizza la riproduzione in serie di un apparecchio testato in laboratorio, con attribuzione della competenza al Ministero per lo sviluppo economico, l’approvazione consiste in un procedimento che non richiede la comparazione del prototipo con caratteristiche ritenute fondamentali o con particolari prescrizioni previste dal regolamento.

Quindi, l’omologazione consiste in una procedura che, pur essendo amministrativa, come l’approvazione, ha però anche natura necessariamente tecnica, proprio al fine di garantire la perfetta funzionalità e la precisione dello strumento elettronico che viene utilizzato.
I giudici di legittimità, richiamando precedente sentenza della Corte, la n. 3335/2024, evidenziano che anche recentemente è stato precisato che, in caso di contestazioni sull'affidabilità dell'apparecchio di misurazione della velocità, il giudice è tenuto ad accertare se le verifiche siano state o meno effettuate, puntualizzandosi che detta prova non può essere fornita con mezzi diversi dalle certificazioni di omologazione e conformità; né la prova dell'esecuzione delle verifiche sulla funzionalità e sulla stessa affidabilità dello strumento di rilevazione elettronica è ricavabile dal verbale di accertamento.

La Suprema Corte, nella propria pronuncia, ha inoltre evidenziato che non possono avere un’influenza sul piano interpretativo, a fronte della chiarezza della normativa primaria, le circolari ministeriali evocate dal Comune, e che avallerebbero una possibile equipollenza tra omologazione ed approvazione.
Difatti, come specificato dai giudici di Roma, l’art. 45, comma 6, del Codice della strada non opera alcuna equiparazione tra approvazione e omologazione, distinguendo nettamente i due termini, che sono da ritenersi, perciò, differenti sul piano formale e sostanziale. Infatti la norma intende riferirsi a tutti i “mezzi tecnici atti all’accertamento e al rilevamento automatico delle violazioni”, taluni dei quali sono destinati ad essere necessariamente omologati.
Tra questi vi sono, per l’appunto, i dispositivi demandati specificamente al controllo della velocità, stante l’inequivocabile precetto dell'art. 142, comma 6 del Codice della strada, laddove l’utilizzo dell’espressione “debitamente omologati” impone necessariamente la preventiva sottoposizione del mezzo di rilevamento elettronico a tale procedura.
Solo se questa viene compiuta, infatti, è idonea a costituire “fonte di prova” per il riscontro del superamento dei prescritti limiti di velocità. Vi sono poi altri strumenti per i quali, in effetti, la semplice approvazione è sufficiente, ma non è il caso degli autovelox, come evidenziato anche dalla Corte. Difatti, quando si tratta di accertamento della velocità mediante autovelox, questo è legittimo soltanto se il dispositivo è stato omologato, non bastando la sola procedura dell'approvazione.

Alla luce di ciò, la Cassazione, che ha sottolineato la novità della questione, ha respinto il ricorso, confermando la sentenza impugnata e quindi l'annullamento del verbale.


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Bonus condizionatori 2024, arriva il nuovo incentivo per risparmiare fino al 70%: non è necessario ristrutturare casa

Pubblicato il: 21/04/2024

Nonostante qualche inevitabile colpo di coda dell’inverno, siamo ormai entrati a pieno titolo nella bella stagione, con temperature fin troppo elevate che lasciano presagire un’estate ancora più calda.

Non è dunque prematuro cominciare a mettere in atto strategie per combattere le imminenti ondate di caldo: in particolare, è indispensabile rendere più vivibili le nostre case.

Negli ultimi anni ci siamo abituati a usufruire di “bonus” e agevolazioni varie: tra questi c’è anche il c.d. bonus condizionatori.

Una prima buona notizia è che, per accedere al bonus condizionatori, non è necessario ristrutturare casa.

Infatti esso spetta a chi vuole installare, per la prima volta, un condizionatore oppure sostituirne uno già esistente. Il bonus condizionatori può però essere collegato ad altri interventi di sistemazione edilizia ed efficientamento energetico, e ciò – come vedremo tra pochissimo – condizionerà anche l'ammontare del beneficio.

Il bonus condizionatori, dunque, è stato confermato anche per quest’anno.

Il vantaggio che si può conseguire è notevole: infatti la detrazione fiscale ottenibile con il bonus condizionatori può andare dal 50% al 70%, in quanto questo tipo di agevolazione può “sposarsi” con altri vantaggi come bonus ristrutturazione e bonus mobili (in questi casi la detrazione è del 50%), ecobonus (65%) e superbonus (70%).

In sostanza, l’ammontare della detrazione (che, come abbiamo detto, può spaziare tra il 50 e il 70%) varia a seconda di diversi fattori, che riguardano sia il tipo di impianto che si va ad installare, sia le circostanze e le caratteristiche dell’installazione: in particolare, bisogna verificare se l’installazione del nuovo impianto di condizionamento avvenga o meno nell’ambito di una ristrutturazione dell’immobile, e se vi sia un miglioramento dell’efficienza energetica.

Vediamo ora, nel dettaglio, per quali impianti spetta, in concreto, l’agevolazione di cui ci occupiamo.

Si tratta dei seguenti:

  • impianti di riscaldamento e raffreddamento che sostituiscono un impianto di riscaldamento preesistente, con incremento dell’efficienza energetica;
  • impianti di climatizzazione a pompa di calore che possono essere utilizzati sia in inverno – come riscaldamento – sia in estate per la climatizzazione.

In cosa consiste, però, il bonus condizionatori e come si fa per ottenerlo?

Iniziamo col dire che esso spetta non solo ai privati – per le loro abitazioni – ma anche alle imprese.

Tecnicamente, esso consiste in un rimborso Irpef. A tal fine è necessario indicare le spese fatte per l’installazione del nuovo impianto di condizionamento nella dichiarazione dei redditi (modello 730 o modello Redditi persone fisiche).

Non è necessario, invece, presentare l’ISEE, perché il bonus condizionatori è del tutto indipendente dall’ISEE.

Come viene corrisposto il bonus?

Ciò avviene mediante il meccanismo del credito d’imposta, che si può utilizzare negli anni successivi.

Abbiamo visto che il bonus condizionatori può essere erogato in diverse percentuali.

In particolare:

  • la detrazione al 50% spetta se l'acquisto del nuovo impianto si accompagna a una ristrutturazione dell’immobile o a un intervento di manutenzione straordinaria senza ristrutturazione;
  • la detrazione del 65% spetta se viene installato un impianto con pompa di calore ad alta efficienza;
  • la detrazione al 70% spetta a chi contemporaneamente si avvale anche del superbonus.

Quali tipologie di impianti si possono installare per poter usufruire dell’agevolazione?

Si tratta dei seguenti:

  • climatizzatore a basso consumo energetico;
  • deumidificatore d’aria;
  • termopompa o pompa di calore.

Inoltre, la normativa stabilisce una serie di condizioni per poter accedere al bonus condizionatori.

Più precisamente:

  • lo stabile deve essere a norma di legge, già accatastato o in fase di accatastamento e in regola coi pagamenti;
  • il pagamento dei lavori deve essere effettuato con sistemi tracciabili e documentato.

Va fatta, poi, una necessaria precisazione: è vero che, come detto sopra, per usufruire del bonus condizionatori non è necessario ristrutturare l’immobile, tuttavia secondo l’Agenzia delle Entrate si tratta comunque di lavori di manutenzione straordinaria.

Quindi occorre che vi sia stato un miglioramento dell’efficienza energetica, che va dimostrato e documentato.

E l’IVA?

Abbiamo visto che il bonus condizionatori funziona come rimborso IRPEF.

Tuttavia, è possibile, in alcune situazioni, ottenere anche il recupero di una parte dell’IVA.

Ciò avviene, nello specifico, nel caso di interventi su immobili residenziali con manutenzione ordinaria o straordinaria, per cui si prevede l’applicazione dell’IVA agevolata al 10% anziché nell'aliquota ordinaria del 22%.

Naturalmente, per poter usufruire dell’agevolazione IVA, è indispensabile che gli interventi siano eseguiti e regolarmente fatturati.

Chi può richiedere il bonus condizionatori?

Anche qui abbiamo già anticipato la risposta: infatti si tratta di un’agevolazione che riguarda sia le persone fisiche che le aziende; è necessario però che chi intende usufruire del bonus sia almeno detentore dell’immobile.
Quindi la platea dei possibili beneficiari comprende nudi proprietari, conduttori (in virtù di contratto di locazione), comodatari, nonché ovviamente pieni proprietari e titolari di diritti reali.

Nel caso di ristrutturazione edilizia con relativo bonus ristrutturazioni del 50%, per poter beneficiare della stessa percentuale di detrazione per l'acquisto del condizionatore è necessario che la ristrutturazione sia inziata dopo il 1° gennaio dell’anno precedente a quello in cui si acquista il dispositivo.

Quindi, per capirci, il bonus spetta nel 2024 se i lavori di ristrutturazione sono cominciati dopo il 1° gennaio 2023.

Cosa aspetti, allora? Verifica subito se hai la possibilità di usufruire del bonus condizionatori: l’estate sta arrivando!


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Riforma della scuola, con il ddl Valditara cambia tutto: bocciatura immediata con un 5 in condotta e multe molto salate

Pubblicato il: 20/04/2024

Con l’intento dichiarato di ripristinare la cultura del rispetto e contribuire ad affermare l’autorevolezza dei docenti, il Ministro dell’Istruzione Valditara si è fatto promotore di una serie di interventi che introducono un nuovo regime di valutazione per gli studenti indisciplinati. Il disegno di legge interessato dai nuovi interventi è stato approvato dalla maggioranza nell’ Aula del Senato ed attende ora il passaggio alla Camera.
Scopriamo insieme i contenuti della riforma.

Gli interventi sono canalizzati su tre direttrici: interventi sui criteri di valutazione del voto di condotta nelle Scuole secondarie, sulla misura della sospensione e sull’istituzione di attività di cittadinanza solidale.
Si precisa che il voto assegnato per la condotta è riferito a tutto l’anno scolastico e che nella valutazione dovrà essere dato particolare rilievo a eventuali atti violenti o di aggressione nei confronti degli insegnanti, di tutto il personale scolastico e degli studenti.
Nelle scuole secondarie di I grado si ripristina la valutazione del comportamento, che sarà espressa in decimi e farà media. La valutazione del comportamento inciderà sui crediti per l’ammissione all’Esame di Stato conclusivi della scuola secondaria di secondo grado.
La normativa attuale, che presenta varie criticità e ambiguità, prevede che la bocciatura, a seguito di attribuzione di 5 per la condotta, sia attuata esclusivamente in presenza di gravi atti di violenza o di commissione di reati.
Con la riforma si stabilisce, invece, che l’assegnazione del 5, e quindi della conseguente bocciatura, potrà avvenire anche a fronte di comportamenti che costituiscano gravi e reiterate violazioni del Regolamento di Istituto. L’assegnazione del 6 per la condotta genererà un debito scolastico (nella scuola secondaria di secondo grado) in materia di Educazione civica, che dovrà essere recuperato a settembre con una verifica avente ad oggetto i valori costituzionali e i valori di cittadinanza.

Si ritiene che la misura della sospensione, intesa come semplice allontanamento dalla scuola, sia del tutto inefficace e, anzi, possa generare conseguenze negative sullo studente.
Si prevede pertanto che la sospensione fino a 2 giorni dalle lezioni in classe comporti più scuola, più impegno e più studio. Lo studente sospeso sarà coinvolto in attività scolastiche – assegnate dal consiglio di classe – di riflessione e di approfondimento sui temi legati ai comportamenti che hanno causato il provvedimento.
Questo percorso si concluderà con la produzione di un elaborato critico su quanto è stato appreso, che sarà oggetto di opportuna valutazione da parte del consiglio di classe. Qualora la sospensione superi i 2 giorni, lo studente dovrà svolgere attività di cittadinanza solidale presso strutture convenzionate. La convenzione conterrà le opportune coperture assicurative.

Il Governo ha poi presentato anche un emendamento che prevede il ritorno ai giudizi sintetici alla primaria.
Basta con le definizioni incomprensibili tipo “avanzato”, “intermedio”, “base”, “in via di prima acquisizione”. Al di là del giudizio analitico, vogliamo che alle elementari le valutazioni siano chiare, semplici: ottimo, buono, discreto, sufficiente, insufficiente, gravemente insufficiente”, ha sul punto commentato il Ministro dell’Istruzione e del Merito.

Il disegno di legge messo a punto dal Ministro, infine, introduce una super multa, che può arrivare fino a 10.000 euro, per chiunque venga condannato penalmente per aggressione a presidi, docenti o personale tecnico-amministrativo. Contestualmente sarà prevista l’istituzione di un Osservatorio nazionale sulla sicurezza del personale scolastico, che avrà il compito di monitorare il fenomeno delle aggressioni e promuovere percorsi formativi di sensibilizzazione.


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Visita fiscale INPS 2024, ecco quando i lavoratori dipendenti possono uscire di casa senza rischi (elenco completo)

Pubblicato il: 20/04/2024

Nel caso di malattia del lavoratore, è prevista la c.d. visita fiscale: ossia, il controllo che un medico incaricato dall’INPS fa presso l’indirizzo abituale o il domicilio indicato nel certificato medico trasmesso all’INPS, d’ufficio o su richiesta del datore.

Ecco perché il lavoratore assente per malattia deve rimanere in casa in particolari momenti della giornata. C’è l’obbligo di rendersi reperibile in determinate fasce orarie: le cc.dd. fasce di reperibilità.

Ci sono casi in cui il dipendente può mancare alla visita fiscale senza rischiare sanzioni?

La risposta è , ma con dei chiarimenti.

Il lavoratore (privato e pubblico) deve essere reperibile dalle 10 alle 12 della mattina e dalle 17 alle 19 del pomeriggio.

La visita fiscale serve per verificare se il lavoratore sia davvero malato. Questo interessa sia all’INPS per l’indennità di malattia, sia al datore per la regolare esecuzione del lavoro.
 
In determinati casi, il lavoratore non ha l’obbligo di restare in casa nelle fasce di reperibilità. Però, se il lavoratore non si trova in una di queste situazioni, ci saranno sanzioni per l’assenza ingiustificata alle visite fiscali: la sospensione dell’indennità sostitutiva da parte dell’INPS e, nei casi più gravi, addirittura il licenziamento.
 
Dunque, quando l’assenza alla visita fiscale è giustificata?
 
Il lavoratore non andrà incontro a sanzioni nelle seguenti ipotesi:

  • ricovero ospedaliero;
  • periodi già accertati da precedente visita di controllo (però, con le recenti modifiche, il dipendente pubblico deve essere reperibile anche se la visita fiscale è già avvenuta);
  • assenza dovuta a giustificato motivo. Il giustificato motivo ricorre in caso di forza maggiore, nel caso di concomitanza di accertamenti medici (se si prova che questi non potevano essere effettuati in ore differenti da quelle di reperibilità); ancora, c’è quando la presenza del lavoratore era imprescindibile in altro luogo e se c’è un motivo che renda ragionevole l’allontanamento del lavoratore dal proprio domicilio.
 
Ad esempio, per capirci, attualmente la giurisprudenza ritiene che l’assenza alla visita fiscale non vada sanzionata nell’ipotesi di trattamenti terapeutici urgenti, nel caso di visita presso l’ambulatorio del medico (quando l’orario di ricevimento non è compatibile con le fasce di reperibilità), quando il lavoratore deve necessariamente assistere in ospedale un familiare in gravi condizioni oppure se c’è l’urgenza di andare in farmacia.
 
Però, non è tutto. Difatti, oltre a queste situazioni particolari, ci sono delle ipotesi in cui il lavoratore può essere esonerato dal controllo medico fiscale.
 
Per i lavoratori privati, c’è l’esonero dalla visita domiciliare quando l’assenza per malattia dal lavoro è collegata a patologie gravi che richiedono terapie salvavita e nel caso di malattie connesse a situazioni di invalidità civile riconosciuta al dipendente, in misura pari o superiore al 67%.
 
Oltre a quanto detto, inoltre, per i dipendenti pubblici, non c’è l’obbligo di visita fiscale anche nell’ipotesi di malattie per cui è riconosciuta la causa di servizio.
 
La decisione sull’esonero spetta solo al medico dell’INPS, che valuterà di volta in volta.
 
Peraltro, è anche possibile che sia il medico curante a richiedere l’esonero dalla visita fiscale. Però, l’indicazione del medico curante è solo un suggerimento. La decisione comunque spetta esclusivamente al medico dell’INPS.
 
Inoltre, è anche previsto l’esonero per la lavoratrice assente per gravidanza a rischio, quando il lavoro può pregiudicare lo stato di salute della donna in gravidanza e del nascituro.  
 
La lavoratrice deve fare la richiesta e il provvedimento di conferma deve essere emanato entro sette giorni dalla richiesta.
 
Tuttavia, anche in questo caso bisogna fare attenzione. Infatti, nel periodo tra la richiesta e la convalida del provvedimento, potrebbe esserci la visita medica dell’INPS. Poi, dopo i sette giorni dalla richiesta, la lavoratrice sarà esonerata dalla visita fiscale.
 
In conclusione, l’assenza alla visita fiscale può essere giustificata solo in presenza di tali circostanze. Solo in questi casi potranno non essere applicate sanzioni.

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