Sosta con auto in doppia fila e motore accesso, non puoi essere multato secondo la Cassazione: ecco tutti i casi

Pubblicato il: 17/06/2024

Spesso capita, mentre si è alla guida di una vettura, di sostare in seconda fila, rimanendo all’interno del veicolo, magari anche con il motore acceso. Un argomento discusso ha riguardato la possibilità che il conducente, autore della condotta appena descritta, venga sanzionato dai vigili urbani per violazione del Codice della Strada.
Al riguardo si è pronunciata la Suprema Corte di Cassazione, che ha fornito alcuni chiarimenti in materia e ha risposto all’interrogativo inerente alla legittimità della sanzione irrogata.

Vediamo nel dettaglio cosa ha stabilito la Corte Suprema.

Iniziamo subito col dire che l’art. 158 del Codice della strada vieta di parcheggiare in seconda fila. La norma in particolare prevede multe da 41 a 169 euro per le auto, ma anche moto e motorini sono soggetti a questo divieto, con sanzioni che variano da 24 a 98 euro. Tuttavia, non verrà comminata alcuna sanzione se una moto o un motorino in seconda fila blocca solo un altro veicolo a due ruote; le multe si applicano solo se viene ostacolata un'auto.

Oltre alla sanzione amministrativa per violazione del Codice della Strada, impedire l'uscita di un veicolo parcheggiato potrebbe anche configurare il reato di violenza privata di cui all’art. 610 del c.p., anche qualora l’impedimento duri per un breve periodo. Infatti, secondo l’orientamento della Corte di Cassazione, il soggetto che non riesce a uscire dal proprio posto auto, magari dopo aver atteso a lungo o aver chiamato la polizia o il carro attrezzi, può sporgere querela. La Cassazione ha chiarito che commette un reato chi, con il proprio veicolo, impedisce il passaggio a un altro veicolo. Tuttavia, il reo potrà essere assolto per «particolare tenuità del fatto» ai sensi dell’art. 131 bis del c.p.. È, inoltre, consentito alla persona offesa chiedere l’eventuale risarcimento del danno subito.


La situazione però è differente con riferimento al caso citato in apertura, ovvero quello di un veicolo, fermo in seconda fila, ma con il conducente all’interno e il motore acceso. In questo caso, secondo la Cassazione, non si può multare il veicolo in seconda fila con il motore acceso per divieto di sosta, poiché si tratta di una fermata temporanea e non di una sosta prolungata. Infatti, l'art. 157 del Codice della strada definisce la sosta come l'interruzione prolungata della marcia con possibilità di allontanamento del conducente. Diversamente, il soggetto che lascia il motore acceso si trova, normalmente, nei pressi del veicolo, in modo da essere subito pronto a spostarlo se necessario.
In ogni caso, l'auto in seconda fila potrebbe comunque creare intralcio alla libera circolazione, tuttavia l'art. 158 del Codice della Strada si applica solo per consentire l'uscita dai parcheggi legittimi. Quindi, in questi casi, il vigile può multare il conducente solo per violazione dell'art. 157 del Codice della Strada, che sanziona appunto la condotta di chi, dopo aver fermato il proprio veicolo, cagioni intralcio alla circolazione.

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Superbonus 110%, arriva la maxi-tassa se vendi un immobile ristrutturato da meno di 10 anni: ecco quando non è dovuta

Pubblicato il: 17/06/2024

L’ultima legge di Bilancio (L. 231/2023, art. 1, commi da 64 a 67) ha introdotto – a partire dal 1° gennaio 2024 – un’ipotesi di plusvalenza, che si realizza a seguito della cessione a titolo oneroso di immobili oggetto di interventi agevolati con Superbonus i quali, all’atto della cessione, si siano conclusi da non più di dieci anni. Per plusvalenza, sembra utile chiarire, si intende la differenza economica tra il corrispettivo incassato dalla vendita e l’originario prezzo d’acquisto o costo di costruzione dell’immobile, aumentato di ogni altro costo inerente.

In altri termini, se un cittadino vende un immobile entro 10 anni dalla conclusione dei lavori di ristrutturazione eseguiti con interventi agevolati dal superbonus, generando così una plusvalenza, questa verrà tassata.

Si ricorda che il superbonus, disciplinato dall’articolo 119 del decreto Rilancio (D.L. 34/2020), consiste, in estrema sintesi, in una detrazione – originariamente stabilita nella misura del 110 per cento – delle spese sostenute a partire dal 1° luglio 2020 per la realizzazione di specifici interventi, finalizzati all’efficienza energetica e al consolidamento statico o alla riduzione del rischio sismico degli edifici. Fra gli interventi agevolati è rientrata, a determinate condizioni, anche l’installazione di impianti fotovoltaici e delle infrastrutture per la ricarica di veicoli elettrici negli edifici. 
 
Con la circolare n. 13/E del 13 giugno 2024, l’Agenzia delle Entrate ha fornito in dettaglio una serie di precisazioni, di seguito enucleate per punti.

  1. Con decorrenza dal 1° gennaio 2024, si applica un’imposizione fiscale al 26% sulle plusvalenze derivanti dalla vendita di un immobile a meno di 10 anni dal termine dei lavori con Superbonus.
  2. Se gli interventi agevolati si sono conclusi da meno di 5 anni dall’atto di vendita, tra i costi inerenti deducibili e non concorrenti alla plusvalenza non si calcoleranno quelli relativi al Superbonus.
  3. Se i lavori sono terminati da più di 5 anni, invece, si tiene conto del 50% di tali spese.
  4. Per gli stessi immobili, acquisiti o costruiti alla data della vendita da oltre cinque anni, il prezzo di acquisto o il costo di costruzione è rivalutato in base alla variazione dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati.
  5. L’imposta sulla plusvalenza si applica indipendentemente dal fatto che gli interventi agevolati siano stati svolti dal cedente (ad esempio il proprietario) o da altri soggetti aventi diritto (il conduttore, il comodatario, il familiare convivente e così via). Inoltre non rilevano né la percentuale di detrazione potenzialmente spettante, né le modalità di fruizione del bonus (in dichiarazione, tramite cessione del credito o “sconto in fattura”).
 
Ma su quali immobili si applica la supertassa del 26%?
La nuova fattispecie di plusvalenza imponibile riguarda solo la prima vendita entro i dieci anni dalla fine dei lavori e non le eventuali successive cessioni dell’immobile, ferme restando le altre disposizioni di legge nel caso in cui si configurino altre forme di plusvalenza tassabile.
Sono esclusi gli immobili acquisiti per successione o adibiti a prima casa del cedente o dei suoi familiari per la maggior parte dei dieci anni antecedenti alla vendita o se, tra la data di acquisto/costruzione e quella della vendita, siano trascorsi meno di dieci anni, per la maggior parte di tale periodo.

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Legge 104, prendere le ferie durante il congedo straordinario di 2 anni: ecco tutte le regole e le restrizioni

Pubblicato il: 17/06/2024

I lavoratori dipendenti che forniscono assistenza al coniuge o a un familiare affetto da grave disabilità hanno diritto a godere di un congedo straordinario, la cui durata complessiva può arrivare fino a 2 anni nell'intero arco della loro carriera lavorativa.
Durante questo periodo, il lavoratore in congedo riceve la retribuzione integrale e i contributi pensionistici sono garantiti attraverso il sistema dei contributi figurativi, per cui i trattamenti previdenziali sono riconosciuti al beneficiario come se stesse lavorando. Tuttavia, durante questi due anni, non si accumulano ferie, né si maturano il rateo della tredicesima mensilità o la quota del TFR, che vengono calcolati solo sul lavoro effettivamente svolto.

I contributi figurativi vengono riconosciuti, quali contributi previdenziali, ai lavoratori impossibilitati a svolgere un’attività lavorativa a causa di determinate circostanze. Questa misura non riguarda solo i beneficiari della Legge 104, ma anche altri lavoratori che hanno diritto ai contributi figurativi per altre ragioni, come:

  • il servizio civile;
  • i riposi giornalieri;
  • la maternità senza un rapporto di lavoro;
  • il congedo parentale.

Una domanda, che spesso si pongono i beneficiari di congedo straordinario, riguarda la possibilità di andare in ferie durante questi periodi. Ebbene, la risposta è in senso negativo, dal momento che il periodo di congedo straordinario è concepito e garantito al lavoratore esclusivamente per garantire assistenza al familiare disabile.
Pertanto, partire per le ferie durante questo periodo di congedo può portare a conseguenze gravi per il lavoratore, come il licenziamento per giusta causa, la revoca del beneficio, nonché conseguenze penali per il reato di frode ai danni dello Stato.

Inoltre, il congedo straordinario concesso ai sensi della Legge 104 non può essere interrotto per andare in ferie. Le uniche eccezioni che permettono di interrompere il congedo sono la presenza di una malattia grave o la maternità. In ogni altro caso, una volta iniziato il congedo, non è possibile interromperlo, a meno che una sua interruzione non sia stata preventivamente programmata e concordata con il datore di lavoro.

L’utilizzo dei periodi di congedo straordinario non incide sulle ferie accumulate. Le stesse, infatti, non vengono perse durante il congedo straordinario e rimangono a disposizione del dipendente fino al loro effettivo utilizzo.
Tuttavia, è importante rispettare le scadenze: due settimane devono essere utilizzate entro l'anno in cui sono state maturate, e altre due settimane entro i 18 mesi successivi.
Ad esempio, le ferie maturate nel 2023 devono essere utilizzate entro la fine di giugno 2024, altrimenti verranno pagate solo alla fine del rapporto di lavoro. I contratti di lavoro possono stabilire specifiche regole sulle ferie, e il datore di lavoro è tenuto a versare i contributi all'INPS come se le ferie fossero state utilizzate, anche se non lo sono state.

Risulta doverosa, però, una precisazione: durante il congedo straordinario, i giorni di ferie non si accumulano perché il rapporto di lavoro è considerato interrotto. Nel momento in cui il dipendente ritorna al lavoro dopo il periodo di congedo, potrà godere dei soli giorni di ferie accumulati prima del congedo.
Diverso è, invece, il caso del congedo straordinario frazionato: in tal caso, infatti, il lavoratore matura normalmente i giorni di ferie. Questo accade perché, nel congedo frazionato, il lavoratore riprende servizio tra un periodo frazionato e l'altro.
Questo consente di allungare il periodo di congedo biennale fino a quasi tre anni.
Tuttavia, è fondamentale utilizzare il congedo per assistere il familiare disabile e non per andare in vacanza, onde evitare il rischio di denuncia e licenziamento per giusta causa.


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Debiti del condominio, rischi il pignoramento anche tu che sei in regola con i pagamenti: ecco tutelarti per evitarlo

Pubblicato il: 16/06/2024

I debiti condominiali possono rappresentare un argomento di forte discussione tra i condomini, soprattutto laddove alcuni di essi siano in regola con i pagamenti ed altri, invece, risultino morosi.

Infatti, bisogna tener presente che dei debiti contratti nell’interesse del condominio (ad esempio, i costi sostenuti per la ristrutturazione di parti comuni dell’edificio) rispondono tutti i condomini, indipendentemente dal fatto che essi siano o meno morosi.

Cosa succede, allora, qualora il creditore del condominio agisca nei confronti dei singoli condomini?

Partiamo col dire che il primo passo per il creditore sarà quello di agire direttamente nei confronti del condominio, tentando la strada del pignoramento del conto corrente.
Tuttavia, laddove tale soluzione non soddisfi in tutto o in parte le ragioni del creditore, esso potrà rivalersi direttamente nei confronti dei singoli condomini (in proporzione alla quota millesimale di ciascuno), indipendentemente dal fatto che essi siano morosi o meno.

Unico limite, in tal senso, è rappresentato dall’art. 63 disp. att. c.c., ove si prevede espressamente che “i creditori non possono agire nei confronti degli obbligati in regola con i pagamenti, se non dopo l’escussione degli altri condomini”.

La norma pone, dunque, una prima – seppur limitata – tutela per i condomini in regola per i pagamenti: il creditore non può agire direttamente nei loro confronti se non dopo aver tentato il recupero del credito nei confronti dei condomini morosi.
Solo dopo tale tentativo, dunque, il creditore potrà agire nei confronti degli “altri” condomini, in proporzione alle rispettive quote millesimali.

Ed allora, in questi casi, il condomino – seppur in regola con i pagamenti – rischia di vedersi notificare atti esecutivi volti al recupero del credito, finanche ad arrivare al pignoramento dell’immobile di proprietà (nel caso di debiti ingenti).

Bisogna sempre tener presente, infatti, che la quota di debito ripartita sulla base delle tabelle millesimali è equiparata – a tutti gli effetti – ad un debito personale, con la conseguenza che il creditore, onde ottenere il recupero del credito, può intraprendere qualunque tipo di azione, anche esecutiva (come il pignoramento del conto corrente o dell’immobile, appunto), per soddisfare le proprie pretese.

Come tutelarsi, quindi, in queste situazioni?

Un ruolo fondamentale lo svolge, innanzitutto, l’amministratore del condominio: egli è tenuto ad attivarsi tempestivamente per recuperare le quote non pagate dai condomini morosi.
Difatti, il condominio (e, per esso, l’amministratore), successivamente all’approvazione dello stato di riparto, può adire l’autorità giudiziaria ed ottenere un decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo nei confronti dei condomini morosi.

Un’ulteriore possibilità da tener presente è quella di stipulare una polizza assicurativa che copra le spese per il recupero delle morosità. La detta polizza, stipulata nell’interesse del condominio, servirà a coprire tutte le spese che dovessero essere sostenute per il recupero del credito nei confronti dei condomini morosi per le quote, dalla redazione della lettera di messa in mora fino all’azione giudiziaria (ricorso per decreto ingiuntivo, precetto e pignoramento).


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Treno in ritardo, come ottenere il rimborso da Trenitalia e quando ne hai realmente diritto: ecco come fare

Pubblicato il: 16/06/2024

Oggi il treno è indubbiamente uno dei mezzi più comodi in circolazione. Lo stesso, infatti, permette di raggiungere molteplici destinazioni senza particolari difficoltà. Generalmente i viaggi sui treni ad alta velocità sono abbastanza brevi, ma al contempo confortevoli, il che li rende una valida alternativa all’aereo oppure all’automobile.
Tuttavia, anche questo mezzo di trasporto non è totalmente esente da problemi, come ad esempio i ritardi, che possono influenzare negativamente i vari spostamenti programmati dai viaggiatori.
Al fine, quindi, di tutelare maggiormente i viaggiatori che incorrono in ritardi, Trenitalia dà la possibilità agli stessi di richiedere un rimborso del costo sostenuto per l’acquisto dei biglietti.

Vediamo più nel dettaglio chi può beneficiare di tale opportunità, come farlo e soprattutto i casi in cui la stessa è effettivamente prevista.

Ebbene, spesso capita che un treno parta con estremo ritardo, il che può comportare uno sconvolgimento nei piani di viaggio. In questi casi, Trenitalia prevede un rimborso che varia in base alla durata del ritardo e alla tipologia di treno. Ecco i dettagli:

  • Treni Frecciarossa, Frecciargento e Frecciabianca: 25% del prezzo del biglietto per ritardi tra 30 e 59 minuti, utilizzabile per acquisti futuri. Non è cumulabile con indennità per ritardi superiori a 60 minuti;
  • Tutti i treni nazionali: 25% del prezzo del biglietto per ritardi tra 60 e 119 minuti;
  • Tutti i treni nazionali: 50% del prezzo del biglietto per ritardi superiori a 120 minuti.
Facciamo un esempio: il viaggiatore ha acquistato un biglietto per un treno Frecciarossa al prezzo di 50 euro, ma il treno porta un ritardo di 70 minuti. In questo caso il viaggiatore avrà diritto a un rimborso di 12,50 euro. Qualora invece il ritardo ammonti a 130 minuti, il rimborso sarà di 25 euro.

Quanto alle modalità di erogazione del rimborso, lo stesso generalmente può essere ricevuto nei seguenti modi:

  • sotto forma di bonus utilizzabile entro 12 mesi;
  • in contanti;
  • attraverso riaccredito su carta di credito.
I rimborsi sono altresì previsti per i treni regionali. In questo caso, gli stessi avvengono nei seguenti modi:
  • 25% del prezzo del biglietto per ritardi tra 60 e 119 minuti, se il costo del biglietto è almeno 16 euro;
  • 50% del prezzo del biglietto per ritardi pari o superiori a 120 minuti, se il biglietto costa almeno 8 euro.
Tuttavia, non sempre il viaggiatore avrà diritto al rimborso per il ritardo del treno. Vediamo nel dettaglio quali sono i casi in cui non spetta nessuna indennità:
  • Ritardi inferiori a quelli specificati;
  • Biglietti gratuiti o di importo inferiore a 4 euro;
  • Ritardo comunicato prima dell’acquisto del biglietto;
  • Ritardo inferiore a 60 minuti continuando il viaggio con un altro servizio o percorso alternativo. 
Per chiedere il rimborso è previsto un termine di 12 mesi dal momento in cui si è verificato il ritardo. Il viaggiatore potrà scegliere o il riaccredito della somma spesa sulla propria carta di credito usata per l’acquisto, o un bonus per l’acquisto di un altro titolo di viaggio entro 1 anno dal rimborso. Non è possibile usare il bonus per biglietti chilometrici, abbonamenti integrati, treni internazionali o di altre compagnie ferroviarie, eccetto per i biglietti di Trenitalia France.
 
Per richiedere il rimborso, bisogna compilare un modulo disponibile direttamente in biglietteria oppure sul sito internet di Trenitalia. La richiesta può essere fatta anche tramite app, agenzie di viaggio, o per posta all’indirizzo “Trenitalia S.p.A, Ufficio Reclami e Rimborsi, Piazza della Croce Rossa 1, 00161 Roma”.
Per i biglietti ticketless, è invece possibile contattare il Call Center.
La domanda di rimborso dev’essere corredata dal biglietto obliterato o dal file PDF del biglietto elettronico.

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Fumo del vicino di casa, sei costretto a chiudere le finestre: ecco cosa puoi fare per farlo smettere

Pubblicato il: 16/06/2024

Fumare è una libera scelta che spetta a chiunque, tuttavia il suo esercizio dev’essere necessariamente contemperato con i diritti e gli interessi altrui. Ognuno è libero di fumare all’interno della propria abitazione, mentre sussistono dei limiti quando si decide di farlo all’esterno, ad esempio sul balcone di casa. Infatti, sebbene il balcone sia considerato un’estensione dell’abitazione, è sempre necessario rispettare i diritti dei vicini.
In alcuni casi, per evitare di sentire l’odore del fumo di un vicino, i condomini potrebbero essere costretti a chiudere le finestre. La domanda, quindi, è se sussistano dei mezzi di tutela in questi casi, oppure se sia necessario tollerare il fumo dei vicini.
Ebbene, della questione si è occupata anche la Corte di Cassazione, che ha fissato i limiti delle emissioni di fumo nelle proprietà altrui.

Preliminarmente, è necessario partire dall’analisi della norma di cui all’art. 844 del c.c., la quale recita testualmente: “Il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo del vicino, se non superano la normale tollerabilità, avuto anche riguardo alla condizione dei luoghi”.
La norma disciplina le emissioni di fumo, calore, esalazioni, rumori e altre propagazioni provenienti dall’abitazione del vicino, prevedendo l’obbligo di tolleranza delle immissioni, fintantoché le stesse non superino la “normale tollerabilità”. In caso di superamento del limite della normale tollerabilità, il soggetto danneggiato potrà, quindi, rivolgersi al Giudice di Pace per ottenere tutela contro il vicino-disturbatore.
La norma richiamata è applicabile anche per il fumo passivo delle sigarette, le cui immissioni possono penetrare negli appartamenti dei vicini.
 
Secondo la norma citata, quindi, se il fumo del vicino entra costantemente in casa al punto da renderla insalubre o causare disagi oltre la normale tollerabilità, è possibile agire legalmente. Inoltre, il regolamento di condominio può limitare o vietare il fumo nelle aree comuni o nei pressi delle abitazioni altrui.
 
A sostegno della posizione del proprietario danneggiato dalle immissioni di fumo si è pronunciata, a più riprese, la giurisprudenza recente, la quale riconosce il diritto al godimento della propria abitazione senza interferenze moleste. Ad esempio, è stato riconosciuto il diritto a un risarcimento per il danno esistenziale causato dal fumo di sigaretta ai componenti di una famiglia che, vivendo sopra un bar frequentato da molti fumatori, non poteva utilizzare liberamente il proprio appartamento a causa degli impianti di filtraggio posizionati sotto le finestre.
 
A questo punto la domanda è: quando si può effettivamente impedire al vicino di fumare? La norma richiamata, con la sua formulazione – volutamente – generica, lascia una certa discrezionalità al giudice, il quale è tenuto a valutare caso per caso e in concreto quando, effettivamente, le dette immissioni di fumo abbiano oltrepassato il limite della normale tollerabilità. Ai fini della valutazione, il giudice dovrà tenere conto di vari fattori, tra cui la distanza tra gli appartamenti, la loro posizione geografica, nonché le prove raccolte, ovvero testimonianze di conviventi, amici, parenti o anche una perizia tecnica presentata in giudizio.
 
Qualora si decidesse di agire contro il vicino che fa entrare il fumo passivo in casa, la prima cosa da fare è farsi assistere da un legale, il quale provvederà ad inviare una diffida scritta.
Se ciò non dovesse risolvere il problema, allora si potrà dare inizio ad una causa civile, al fine di chiedere al giudice:

  • un’ingiunzione per impedire al vicino di continuare a fumare;
  • un risarcimento per ogni giorno in cui l’ordine del tribunale non viene rispettato;
  • un risarcimento per i danni passati, se dimostrabili
Un ulteriore mezzo a tutela del proprietario danneggiato dal fumo consiste nella possibilità di presentare una querela contro chi fuma o lancia mozziconi di sigaretta, qualora tali attività siano lesive della salute o della pulizia della casa. In questo caso, il reato contestato sarà quello di getto pericoloso di cose atte a offendere o imbrattare, ai sensi dell’art. 674 del c.p.. 

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Rischi il licenziamento se non riesci più a svolgere le mansioni assegnate, decide il medico del lavoro: ecco i vari casi

Pubblicato il: 15/06/2024

Può succedere che il medico del lavoro dichiari un dipendente “inidoneo a svolgere determinate mansioni”. In questi casi, a determinate condizioni, c’è il rischio di essere licenziato.

Quando può esserci un licenziamento per inidoneità alla mansione specifica?

Innanzitutto, con il termine “mansioni” s’intende l’insieme delle attività che vengono assegnate al dipendente, quando viene assunto o in un momento successivo. Per svolgere queste mansioni, è necessaria l’idoneità fisica e professionale del dipendente.
 
La normativa (art. 41, comma 6 d.lgs. n. 81/2008) prevede che il datore debba far controllare l’idoneità del lavoratore alla specifica mansione tramite il medico competente, nell’ambito della c.d. sorveglianza sanitaria: ossia, l’insieme di visite e controlli per accertare la salute del lavoratore al momento dell’assunzione o successivamente, da fare periodicamente o in presenza di alcune situazioni.
 
In base alla visita medica, il medico competente esprime il suo giudizio relativo alla mansione specifica, che può essere di quattro tipologie:

  • idoneità. Il lavoratore può svolgere il suo compito senza controindicazioni per la sua salute;
  • idoneità parziale, temporanea o permanente, con prescrizioni o limitazioni. Il lavoratore può svolgere la sua mansione, ma con delle limitazioni;
  • inidoneità temporanea. Il lavoratore non può svolgere la sua mansione e si dovrà attendere un certo periodo di tempo, per poi procedere ad una nuova visita medica e controllare lo stato di salute del dipendente;
  • inidoneità permanente. Il lavoratore non può svolgere la particolare mansione che gli era stata affidata.
 
L’inidoneità del dipendente determina un’impossibilità della prestazione lavorativa che, in presenza di talune condizioni, potrebbe determinare la fine del rapporto di lavoro.
 
Quindi, quando si rischia il licenziamento per inidoneità alla mansione?
 
La normativa (art. 42 d.lgs. n. 81/2008) stabilisce che, nel caso di un’inidoneità alla mansione specifica, quando possibile, il datore destina il lavoratore a mansioni equivalenti. Peraltro, in mancanza di mansioni equivalenti, il datore può assegnare il lavoratore a mansioni inferiori, ma deve garantirgli il trattamento corrispondente alla mansione originaria.
 
In assenza di mansioni disponibili, il datore può licenziare?
 
Per rispondere a questa domanda, bisogna capire cosa deve fare in concreto il datore.
 
Secondo un primo orientamento, in base ai principi di buona fede e correttezza che caratterizzano il rapporto di lavoro, il datore deve adottare le soluzioni organizzative più idonee ad assicurare il rispetto dei diritti del lavoratore.
 
Come precisato dalla Cassazione, queste scelte sono espressione della discrezionalità del datore e il lavoratore non potrebbe rifiutarsi di svolgere le mansioni assegnate, invocando la sussistenza di un’inidoneità fisica alla mansione specifica.
 
Però, c’è un orientamento più recente. La Cassazione ha precisato che il datore non deve solo verificare la possibilità di assegnare il lavoratore ad altre mansioni, ma deve anche accertare la possibilità di adottare “soluzioni ragionevoli” per consentire al dipendente di svolgere il proprio lavoro: cioè, il datore deve valutare se siano possibili le modifiche e gli adattamenti necessari e idonei a tutelare il lavoratore (ad esempio, lo spostamento del lavoratore in locali diversi o la diminuzione degli orari di lavoro).
 
Dunque, quando può essere legittimo il licenziamento per inidoneità alla mansione specifica?
 
Secondo gli indirizzi della Cassazione, il licenziamento per inidoneità alla specifica mansione può essere legittimo in queste ipotesi:
  • nel caso di uno stato di malattia tale da non permettere una prognosi sulla sua durata. Nel bilanciamento tra il diritto alla salute e al lavoro (art. 32 Cost. e art. 4 Cost.) e il diritto alla libertà d’impresa (art. 41 Cost.), il datore non può essere costretto a mantenere un dipendente che è impossibilitato a svolgere la prestazione, ma la Suprema Corte (sent. n. 4757/2015) ha evidenziato la necessità di una verifica duplice prima di poter procedere ad un licenziamento per giustificato motivo oggettivo;
  • ai sensi del codice civile (l’art. 1464 del c.c.), se la prestazione di lavoro è diventata parzialmente impossibile, il datore può recedere dal contratto qualora non abbia un interesse apprezzabile all’adempimento parziale;
  • nell’ipotesi di impossibilità di impiegare il lavoratore in altre mansioni compatibili con il suo stato di salute.

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Criptovalute e tasse, partite le prime ispezioni della Guardia di Finanza: ecco cosa sapere se detieni Bitcoin e altcoin

Pubblicato il: 14/06/2024

Le verifiche sulla tassazione delle criptovalute sono ufficialmente iniziate. Dopo un periodo di studio, la Guardia di Finanza ha cominciato ad effettuare alcuni controlli sui contribuenti le cui dichiarazioni presentino potenziali irregolarità fiscali.
Nel frattempo, l’amministrazione finanziaria sta adottando nuove e più avanzate tecnologie per migliorare le misure antiriciclaggio, come riportato dall'indagine Fintech della Banca d'Italia.
La Guardia di Finanza monitora da tempo fenomeni elusivi e rischi di riciclaggio legati alle criptovalute. Nella circolare operativa di marzo 2024, si evidenzia un uso sempre crescente delle criptovalute per l’effettuazione di acquisti in rete, ma soprattutto la necessità di migliorare la cooperazione informativa con le agenzie di law enforcement internazionali.

L'operazione di voluntary disclosure sulle cripto attività, introdotta con la Legge di bilancio 2023, insieme alla definizione delle regole fiscali per le criptovalute, stabilita dalla circolare dell'Agenzia delle Entrate n. 30 del 20 ottobre 2023, ha dato un impulso significativo al monitoraggio in tale settore.

Negli ultimi mesi, sono aumentate le operazioni della Guardia di Finanza riguardanti sequestri di criptovalute, spesso legate a truffe finanziarie e casi di evasione fiscale. Ad esempio, il 12 giugno, a Torino, è stata conclusa un'operazione relativa alla mancata dichiarazione di compensi derivanti dalla vendita di NFT (Non Fungible Token), ovvero i certificati digitali attestanti l’originalità e il possesso di un particolare contenuto elettronico. Tali certificati, sotto il profilo fiscale, corrispondono ad opere d’arte.
In particolare, le indagini, svolte attraverso il monitoraggio di vari portali online dedicati alla vendita di tali prodotti, hanno fatto emergere che l'artista coinvolto non ha dichiarato circa 3,3 milioni di euro di compensi percepiti in criptovalute. Tali compensi, qualificabili come reddito da lavoro autonomo, hanno generato un'evasione fiscale particolarmente significativa, dando luogo anche a profili di rilevanza penale. La GdF, infatti, ha provveduto a sequestrare criptovalute per un valore complessivo di 836.375,54 euro.

Secondo l'indagine Fintech della Banca d'Italia, l'80% degli intermediari finanziari sta adottando soluzioni sempre più innovative e tecnologiche per mettersi in regola rispetto agli obblighi antiriciclaggio, con un incremento del 20% rispetto all'anno precedente. La digitalizzazione dei rapporti con i clienti e l'importanza crescente delle cripto-attività stanno accelerando l'adozione di queste tecnologie.
L'innovazione in corso copre vari processi antiriciclaggio, con particolare attenzione alle verifiche a distanza. I benefici includono l'aumento dell'efficacia e dell'efficienza dei processi aziendali e il rafforzamento dell'approccio basato sul rischio. Tuttavia, emergono anche sfide significative, come la necessità di formazione del personale e la tutela della privacy dei dati.

Dall’indagine, inoltre, è emerso un interesse maggiore con riferimento all’impiego di strumenti di profilatura e monitoraggio delle operazioni dei clienti in criptovalute. Lo scopo è identificare eventuali operazioni anomale, ricorrendo a scenari elaborati all'interno degli applicativi esistenti.
Inoltre, l'uso di intelligenza artificiale, machine learning e advanced analytics per la profilatura del rischio e il monitoraggio dell'operatività dei clienti sta diventando sempre più comune, viste le grandi potenzialità di tali strumenti.


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Mutui, come vendere casa con un mutuo in corso: ecco tutte le possibilità e cosa fare per vendere un immobile ipotecato

Pubblicato il: 14/06/2024

Fattori come mutate esigenze abitative o cambiamenti di sedi di lavoro portano alla scelta di vendere il proprio immobile, spesso con ancora in corso il mutuo contratto per il relativo acquisto. La durata dei mutui per l’acquisto di una casa, com’è noto, è sempre piuttosto lunga, talvolta anche di venti o addirittura trenta anni, ed è quindi normale che, in tale arco di tempo, si prospettino cambiamenti di vita importanti, cui si correla la necessità di vendere.

Il nodo della questione sta nel fatto che la concessione del mutuo – finalizzato alla compravendita immobiliare – è, nella norma, quasi sempre accompagnata dall’iscrizione di ipoteca sul bene acquistato. Ciò al fine di garantire la banca mutuante. Ebbene, è proprio l’accensione di questa ipoteca a vulnerare l’immobile, costituendo un fattore pregiudizievole per la successiva vendita.

Allora quali soluzioni si offrono al problema sollevato?

La soluzione più semplice resta, ovviamente, quella di estinguere anticipatamente il mutuo. Ciò nel caso in cui si abbia una somma sufficiente a estinguere prima del rogito sul nuovo immobile. In questa augurata ipotesi si può pagare in un’unica soluzione il capitale residuo alla banca, che confermerà la cancellazione dell’ipoteca.

Il venditore potrebbe anche utilizzare parte del prezzo della vendita per avere la somma necessaria a estinguere il mutuo. In questo caso l’estinzione avverrà contestualmente all’atto di vendita. In tale circostanza occorre tuttavia accordarsi con la banca che aveva concesso il mutuo, la quale dovrà rilasciare la quietanza della somma incassata e dare assenso alla cancellazione dell’ipoteca. La cancellazione dell’ipoteca potrà essere fatta nella forma semplificata disciplinata dall’art. 40 bis del D.Lgs. 1 settembre 1993, n. 385 (Testo Unico Bancario), senza alcun costo per il venditore, oppure nella forma ordinaria della cancellazione notarile.

Quali altre soluzioni sono possibili?

Una seconda strada da intraprendere è quella dell’accollo del mutuo. L’accollo si sostanzia in una modifica soggettiva, con la quale il debitore conviene con un terzo che questo assuma il debito. L’accollo del mutuo in essere sarà operato da parte dell’acquirente interessato, il quale pagherà dunque una parte del prezzo, subentrando nella posizione debitoria del venditore verso la banca.
Occorre però fare in modo che la banca aderisca all’accollo, perché altrimenti il venditore rimarrebbe comunque obbligato al pagamento nel caso di inadempienza dell’acquirente.

Ancora, una soluzione possibile è quella di procedere alla pratica che gli istituti di credito definiscono “sostituzione di garanzia”. Questa pratica, possibile solamente presso alcuni di essi, prevede di sostituire un’ipoteca con un’altra: più chiaramente, si lascia in essere il precedente mutuo, ma offrendo una nuova garanzia. In pratica è possibile costituire una nuova ipoteca su un differente immobile, in modo da poter liberare l’immobile che deve essere venduto. Anche questa operazione richiede necessariamente l’intervento della banca.

Invero, perché questa soluzione sia percorribile, è necessario non solo che l’istituto bancario preveda la possibilità di effettuare questo tipo di operazione, ma anche che il soggetto venditore dell’immobile intenda acquistare un altro immobile. Tale immobile, inoltre, deve essere tale da garantire idonea garanzia per l’istituto.


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Novità Legge 104, i genitori potranno scegliere gli insegnanti per i propri figli con disabilità: ecco la procedura

Pubblicato il: 14/06/2024

Per un alunno con disabilità, il successo formativo non rappresenta solamente un elemento centrale per l’attuazione dei suoi diritti di oggi, ma anche uno snodo fondamentale per la possibilità che, in futuro, possa vivere la propria vita, spendere le proprie competenze e agire le proprie relazioni con l’autonomia e l’indipendenza che avrà conquistato e che lo caratterizzeranno.
È un dato di fatto che gli alunni con disabilità fanno fatica ad entrare in sintonia con il docente di sostegno: difficoltà acuita anche dalla circostanza che gli stessi sono costretti a cambiare l’insegnante di sostegno di anno in anno, a discapito anche del raggiungimento del successo formativo.

Sensibile a questa esigenza, il legislatore, con il D. Lgs. 71/2024, entrato in vigore il 1°giugno, ha introdotto una serie di misure a favore degli alunni fragili che soffrono una condizione di disabilità.

In particolare viene previsto che, al fine di agevolare la continuità didattica, il dirigente scolastico, in caso di richiesta della famiglia e valutato l’interesse superiore dello studente, può proporre al docente specializzato per il sostegno la conferma con precedenza assoluta sul posto in cui ha prestato servizio nell’anno scolastico precedente.

La procedura relativa alla proposta di conferma si applica anche ai casi dei:
– docenti privi di specializzazione inseriti nella II fascia delle graduatorie di sostegno, per aver prestato 3 anni di servizio sul sostegno nel relativo grado di istruzione;
– docenti privi di specializzazione individuati dalle graduatorie incrociate di sostegno e ad esaurimento, che abbiano svolto servizio su sostegno.

La conferma del docente di sostegno non si conforma, dunque, come automatica alla richiesta dalla famiglia; infatti, come sancito dalla normativa vigente, essa è subordinata alla disponibilità del docente e, naturalmente, ad un’attenta e ponderata valutazione di opportunità da parte del dirigente scolastico.

Ancora, per sopperire all’attuale carenza di insegnanti di sostegno, in via straordinaria e transitoria, tenuto conto del fabbisogno di docenti specializzati ed in aggiunta agli ordinari percorsi, il citato decreto prevede che si potrà conseguire la specializzazione, fino al 31 dicembre 2025, attraverso il superamento di percorsi di formazione attivati dall’Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa (INDIRE).

L’offerta formativa prevede il conseguimento di almeno 30 crediti formativi.

Anche le Università potranno, in ogni caso, attivare tali percorsi sia autonomamente che attraverso una convenzione con INDIRE. Potranno partecipare ai percorsi di specializzazione attivati da INDIRE, per il medesimo grado di istruzione del servizio prestato, gli aspiranti che abbiano svolto, nelle istituzioni scolastiche statali e paritarie, un servizio su posto di sostegno di almeno 3 anni scolastici, anche non continuativi, nei cinque precedenti.

È attesa, ora, l’emanazione del decreto del Ministro dell’istruzione e del merito, in cui saranno definiti il profilo professionale del docente specializzato, i contenuti dei crediti formativi, i requisiti, le modalità di attivazione dei percorsi, i costi massimi, l’esame finale e la composizione della commissione esaminatrice di cui farà parte, comunque, un componente esterno designato dall’Ufficio scolastico regionale – USR e designato tra i dirigenti tecnici, scolastici o amministrativi.


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