La non obbligatorietà del rapporto tra minori e nonni

Pubblicato il: 06/02/2023

Tra le ultime pronunce della Cassazione, la n. 2881/2023 è di particolare interesse poiché sancisce la necessità di rispettare la volontà dei minori che si oppongono alla frequentazione degli ascendenti con cui i genitori sono in conflitto. Sul punto i giudici asseriscono che anche i minori, se abbastanza grandi, hanno il diritto di esprimere il proprio pensiero e la propria volontà, senza essere forzati ad un rapporto che non desiderano mantenere, sulla base del fatto che non sia per loro pregiudizievole.

La vicenda si apre con il ricorso all’autorità giudiziaria dei nonni e dello zio paterni, affinché riescano a continuare ad avere rapporti e frequentare i propri nipoti.
In primo grado l’istanza viene accolta a due condizioni:
– l’obbligo di coinvolgimento dei servizi sociali che avrebbero dovuto garantire l’intervento di un educatore ad ogni incontro;
– l'espletamento da parte della nonna di un percorso psichiatrico continuo.
Solo al termine e al buon esito della psicoterapia applicata alla donna sarebbe stato possibile optare per delle visite “libere”, ovvero senza la necessaria presenza di un terzo professionista a vigilare.

Nonostante i gravi problemi legati alle difficoltà relazionali tra la nuora, madre dei minori, e la suocera, la Corte di Appello, constatata l'assenza di un effettivo pregiudizio reale, opta per il mantenimento del rapporto e garantisce la continuità nella frequentazione tra i bimbi e la nonna.
Si ravvisa però che l’odio espresso dai genitori nei confronti dei parenti, non pregiudica solamente i minori privandoli di un rapporto che li potrebbe arricchire, ma arreca un vero e proprio minandone la serenità.

Si chiede pertanto di avviare un percorso di terapia che coinvolga tutti i familiari, con incarico di vigilanza e monitoraggio ai servizi sociali.

I genitori non sono d'accordo con la decisione presa dalla Corte, che impone una frequentazione tra la minore, nonni e lo zio, ritenendo che non si sia tenuto conto del rifiuto della minore di incontrare i parenti, concentrando l’attenzione solo su un bisogno affettivo presupposto.
Non si spiega, poi, il motivo per cui i giudici abbiano ritenuto inutile un percorso psichiatrico per la nonna, al fine di superare le sue difficoltà mentali; infine, i genitori considerano trascurate le conclusioni dei servizi sociali, che ritengono il conflitto tra adulti irrisolvibile.

In Corte di Cassazione si ritengono fondati tutti i motivi addotti, sostenendo, dapprima, che lo Stato non può ingerirsi nella vita di una famiglia e che la disciplina applicata deve sempre rispettare le relazioni degli individui, a norma dell’art. 8 della CEDU.
L’obiettivo in queste situazioni è l’assoluto rispetto dell'interesse del minore, che non deve essere obbligato a mantenere un rapporto con gli ascendenti se non lo desidera.

La Cassazioneconcentr a la propria attenzione sul "reale pregiudizio" che la visita ai parenti potrebbe arrecare ai minori, affermando che il diritto del quale ex art. art. 317 del c.c. c.c. vale nei confronti dei terzi, ma non dei nipoti, il cui interesse è destinato a prevalere a dovere prestarsi a cooperare nella realizzazione del progetto educativo e formativo del minore, se e nella misura in cui questo suo coinvolgimento possa non solo arricchire il suo patrimonio morale e spirituale, ma anche contribuire all'interesse del discendente.

In definitiva, non è giusto obbligare un bambino a mantenere rapporti significativi attraverso un'imposizione, forzandolo a entrare in una relazione che non desidera o addirittura disprezza. In questo caso particolare, era importante valutare la capacità di comprensione dei minori, ascoltarli e capire i motivi delle loro volontà, al fine di verificare la presenza di strumenti che possano creare un rapporto spontaneo.


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I rapporti tra il diritto accesso e la tutela del diritto alla riservatezza

Pubblicato il: 06/02/2023

Con una interessantissima pronuncia (4 del 18.03.2021), la Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato è stata chiamata ad affrontare una tematica tra le più attuali in tema di diritto di accesso ex art. 22 della legge sul proc. amministrativo: il rapporto tra l'accesso difensivo (previsto al comma VII della norma citata) ed il diritto alla riservatezza.

La questione sottoposta all’esame del Supremo Consesso amministrativo aveva ad oggetto una peculiare istanza ostensiva di documenti finanziari ed economici volta a dimostrare la presenza di una operazione civilistica di simulazione ex art. 1414 del c.c. circa il trasferimento di quote di una società. Segnatamente, la Sezione remittente chiedeva a giudici della Plenaria se tali documenti siano qualificabili quali atti accessibili ai sensi degli artt. 22 e ss. della legge n. 241 del 1990. Secondo l’orientamento granitico della giurisprudenza amministrativa, la regola generale propedeutica all’esercizio del diritto di accesso ai documenti amministrativi è che le esigenze di tutela della segretezza e riservatezza sono recessive rispetto al diritto di accesso difensivo disciplinato dall’art. 24, comma 7, della Legge 241/90, ma non in modo assoluto. Difatti, secondo i giudici di Palazzo Spada, per quanto concerne la motivazione dell’istanza di accesso, per prevalere sulle istanze di riservatezza dei soggetti attinti dalla richiesta ostensiva quest’ultima non può limitarsi ad un generico riferimento a non meglio precisate esigenze probatorie e difensive. Occorre invece un nesso strumentale, diretto ed immediato con la situazione giuridica processuale che si intende tutelare e tale regola è estensibile, secondo la Plenaria, sia nei riguardi di un processo già pendente che nei riguardi di una controversia da instaurare. Trova dunque applicazione il criterio generale della necessità ai fini della cura e della difesa di un proprio interesse giuridico, non risultando sufficiente un mero richiamo nell’istanza a indeterminate esigenze probatorie; di conseguenza, la motivazione per la quale viene chiesto l’accesso deve desumersi dalla richiesta.

Se ciò è stabilito al fine di permettere la verifica della pertinenza tra il documento e la vicenda sostanziale meritevole di tutela, occorre altresì che la pubblica amministrazione detentrice del documento non debba svolgere ex ante alcuna ultronea valutazione sull’ammissibilità, sull’influenza o sulla decisività del documento richiesto nell’eventuale giudizio instaurato. Ed anche per il giudice amministrativo adito nel giudizio di accesso ai sensi dell’art. 116 c.p.a. vale la medesima regola poiché tale valutazione compete esclusivamente al giudice investito della questione e non alla pubblica amministrazione detentrice del documento o al giudice amministrativo nel giudizio sull’accesso. A ciò fa eccezione il caso di una evidente, assoluta, mancanza di collegamento tra il documento e le esigenze difensive e quindi in ipotesi di esercizio pretestuoso o temerario dell’accesso difensivo per l’assoluta assenza dei presupposti legittimanti previsti dalla legge sul procedimento amministrativo.
Alla luce delle coordinate ermeneutiche tracciate dalla Plenaria, dunque, appare chiaro che il legislatore ha congegnato l’istituto dell’accesso difensivo ritenendolo tendenzialmente prevalente rispetto al diritto alla riservatezza.


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La fisionomia della confisca “allargata”

Pubblicato il: 06/02/2023

Con una interessantissima pronuncia (n. 27421 del 15 luglio 2021), le Sezioni Unite penali della Cassazione si sono pronunciate sui presupposti applicativi dell’istituto della c.d. “confisca allargata”. Come è noto, il mondo delle confische si inquadra all’interno del genus dei provvedimenti ablatori reali: segnatamente, si tratta di misure espropriative inquadrabili di volta in volta o nel campo delle misure di sicurezza, o nel concetto di pena (secondo i criteri convenzionali dettati dalla sentenza Engels vs Paesi bassi) ovvero nel concetto di misura di prevenzione (es. la c.d. confisca antimafia).

All’interno di questo frastagliato arcipelago, la misura della confisca allargata di cui all’art. 240 bis del c.p. riveste un ruolo sistematico sempre più rilevante a causa della graduale, ma costante, individuazione di ulteriori reati spia in cui viene disposta la misura in caso di condanna dell’imputato. Entrando in media res, il problema giuridico sottoposto all’attenzione delle Sezioni Unite della Cassazione riguardava il perimetro applicativo del provvedimento in commento, in uno al sapiente punto di equilibrio tra il diritto di proprietà ex art. 41 Cost. e le esigenze general/special preventive proprie del diritto penale. Nel caso di specie, gli Ermellini hanno enunciato il principio di diritto secondo cui il giudice dell’esecuzione, investito della richiesta di confisca ex art. 240-bis cod. pen., esercitando gli stessi poteri che, in ordine a tale misura di sicurezza atipica, sono propri del giudice della cognizione, può disporla, fermo restando il criterio di “ragionevolezza temporale”, in ordine ai beni che sono entrati nella disponibilità del condannato fino alla pronuncia della sentenza per il cd. “reato spia”, salva comunque la possibilità di confisca anche di beni acquistati in epoca posteriore alla sentenza, ma con risorse finanziarie possedute prima.

In breve, il patrimonio confiscabile al detenuto riguarda tutti quei beni acquistati in un tempo ragionevolmente anteriore al reato spia e fino alla sentenza di condanna in primo grado. Per non dilatare oltremodo i confini di applicazione dell’istituto, con effetti gravemente pregiudicanti i diritti di proprietà e d’iniziativa economica, la Suprema Corte ha individuato dunque il criterio della “ragionevolezza temporale” secondo cui il momento dell’acquisto dei beni da sottoporre a confisca non è indifferente alla dimensione temporale del reato presupposto, ma deve risultare a distanza ragionevole dallo stesso, tanto se antecedente, come se successivo.

Tale canone ermeneutico supera quanto affermato in precedenza dalle Sezioni Unite "Montella" e può contribuire a un corretto bilanciamento tra tutti i diritti in gioco, adesso spetterà alla giurisprudenza di merito applicarlo praticamente delineandone i contenuti concreti.


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TARI: permane l’obbligo di pagamento se i rifiuti non sono raccolti?

Pubblicato il: 06/02/2023

La Tari è una tassa che viene pagata per il servizio di raccolta dei rifiuti effettuato dal Comune. Questo servizio può essere svolto da cooperative o società esterne, a volte anche municipalizzate. Se il servizio non viene erogato correttamente, il contribuente ha diritto ad una riduzione della tassa e può presentare una denuncia al Comune e alla Procura della Repubblica per accertare le eventuali responsabilità. In caso di rifiuti accumulati e disservizi nella raccolta della spazzatura, il contribuente può anche denunciare il Comune, avviando le indagini per la verifica della sussistenza di eventuali reati.

A beneficio del cittadino che si veda privato per più giorni del servizio della raccolta dei rifiuti è possibile ricorrere allo strumento della diffida al Comune, che può essere consegnata alternativamente a mani e debitamente protocollata o con una raccomandata a/r oppure con un’e-mail di posta elettronica certificata PEC. Questa dovrà contenere la precisa indicazione della zona ove avviene il disservizio, per quanto si è verificato o se perdura ancora e la data dell’ultima volta in cui è avvenuta la raccolta. L’intervento del Comune, data l’urgenza della situazione, deve essere tempestivo; generalmente nella diffida vengono dati un massimo di sette giorni lavorativi.

La situazione richiede poi l’intervento dell’ASL, l’azienda sanitaria, che una volta avvisata dovrà procedere a controlli sui luoghi, verificando la sussistenza di situazioni di pericolo per la salute pubblica, ovvero la presenza di animali randagi come ratti, gatti o cani e l’assenza di igiene.

Nell’ipotesi in cui la diffida non porti ai risultati sperati, ulteriore strumento nelle mani dei cittadini è rappresentato dall’esposto presso la Procura della Repubblica che con prove, quali foto o video, può dimostrare l’emergenza rifiuti e portare all’accertamento del reato.

Rimane in ogni caso la possibilità di avviare un giudizio civile nei confronti del Comune e/o contro la società che gestisce la raccolta dei rifiuti per ottenere un risarcimento del danno provocato dalle esalazioni di odori superiore alla normale tollerabilità, dalla presenza di animali e dal pericolo per la salute della cittadinanza.

Se il disservizio si verifica a lungo e vi sia prova che le disfunzioni siano imputabili al Comune la TARI, tassa sui rifiuti, deve essere obbligatoriamente ridotta fino ad un 40% rispetto alla misura ordinaria.

Nella recente ordinanza della Cassazione n. 2374/2023, si afferma che la riduzione della Tari non è una semplice facoltà del Comune ma un vero e proprio obbligo, a norma dell’art. 59, comma 4, D.lgs. 507/1993 sulla tassa rifiuti, secondo cui “il tributo è dovuto nella misura ridotta se il servizio di raccolta, sebbene istituito e attivato, non si è svolto nella zona di esercizio dell’attività dell’utente o è effettuato in grave violazione delle prescrizioni del regolamento di nettezza urbana, in modo che l’utente possa usufruire agevolmente del servizio di raccolta”.

Il servizio pubblico di nettezza urbana è riservato al Comune, che ne ha piena responsabilità, pertanto,
se il servizio non viene erogato come previsto, la TARI dovrà essere abbassata a patto che lo scostamento sia grave e perdurante senza vi sia un nesso di causalità tra la condotta e l’evento.
La riduzione non è un risarcimento per i danni causati dalla mancata raccolta dei rifiuti o una sanzione per il Comune, ma serve a ripristinare l'equilibrio impositivo tra le prestazioni erogate e i costi generali del servizio, che sono significativamente alterati in presenza di una situazione difforme dalle regole stabilite.

Il servizio insufficiente o inesistente determina la riduzione non inferiore al 60%, con conseguente pagamento del 40% del totale importo a norma di legge.

Questo sulla base di tre diverse motivazioni, ovvero: la distanza del punto di raccolta della spazzatura di oltre 300 metri in linea d’aria dal domicilio del contribuente, l’incapacità dei cassonetti di contenere tutti i sacchi dell’immondizia con conseguente deposito della spazzatura ai margini della strada per insufficienza dei raccoglitori e infine il servizio inefficiente, insufficiente, incostante effettuato in grave violazione della disciplina di riferimento. Lo sconto dell’80% dal pagamento dell’imposta rifiuti viene quindi pagato ogni qual volta vi sia negligenza e gravi disservizi nel servizio di raccolta della spazzatura, creando disagi e danni ai cittadini.


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Quali sono i diritti e le tutele riconosciuti all’apprendista?

Pubblicato il: 06/02/2023

Se si sta per iniziare un percorso formativo in un'azienda in forma di apprendistato, generalmente si desidera raggiungere un titolo di studio o una qualifica professionale, oltre che competenze che con il mero studio difficilmente potrebbero essere acquisite.
In questi casi è, però, essenziale adottare delle misure che evitino che il datore di lavoro approfitti della presenza dell’apprendista per poter avere maggiore capacità di lavoro ad un costo molto basso guadagnando di più e risparmiando sul personale.

Nell’apprendistato sono, quindi, previste delle tutele che rendono la posizione dell’apprendista alla pari rispetto a gli altri lavori, pur non avendo il medesimo livello retributivo.

In ogni caso per poter instaurare questo tipo di rapporto di lavoro in azienda è necessario rispettare dei parametri già prefissati dal legislatore. In primo luogo, si impone l’osservanza di precisi limiti d’età a seconda della tipologia di percorso intrapreso, ovvero:

– dai 15 a 25 anni per l’apprendistato di primo livello, finalizzato all’ottenimento di una qualifica o di un diploma professionale necessario allo svolgimento del lavoro previsto nel suo contratto, alternando azienda e scuola;

– da 17 a 29 anni per l’apprendistato di secondo livello, che permette di raggiungere una specifica professionalità attraverso l’esperienza di lavoro e momenti di formazione che si svolgono solo in azienda. Esso è rivolto anche a chi percepisce la Naspi, senza limiti di età;

– da 18 a 29 anni per l’apprendistato di terzo livello, che è quello per il conseguimento di titoli di studio universitari e di alta formazione, compresi i dottorati di ricerca, i diplomi di istituti tecnici superiori o il praticantato per l’accesso ad una professione che preveda l’iscrizione ad albi o ordini.

Qualora non vi sia un reale programma di formazione in azienda o l’apprendista non abbia riservate le garanzie che gli sono spettanti e venga trattato alla stregua di altri lavoratori, è prevista la sanzione della nullità del contratto di apprendistato con contestuale trasformazione dello stesso in un ordinario contratto di lavoro subordinato a tempo pieno con effetto retroattivo

Ulteriore ultima peculiarità della disciplina è la facoltà riconosciuta all’apprendista di trasformare il proprio contratto in un tempo indeterminato all’interno della stessa azienda in cui ha svolto l’attività di apprendistato. Si sottolinea che questa è una mera facoltà, poiché il datore e il lavoratore possono decidere di concludere il loro rapporto liberamente e per le ragioni più svariate.

Per agevolare coloro che intraprendono un percorso di apprendistato, il legislatore ha previsto le medesime tutele contributive e assicurative che sono attribuite agli altri dipendenti.
In particolare, essi godono del contributo IVS, ovvero invalidità, vecchiaia e superstiti, sono coperti per gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, comprese l’attività formativa complementare e l’infortunio in itinere, l’indennità di malattia, il congedo e indennità di maternità, gli assegni familiari, l’indennità di disoccupazione (Naspi).
Quest’ultima è posta a beneficio di tutti gli apprendisti a prescindere dall’inquadramento o dal settore di attività in cui svolgono il proprio lavoro

Pertanto, per quanto riguarda l’inquadramento del datore ai fini previdenziali, l’Inps deve necessariamente corrispondere l’indennità se la qualifica da conseguire con l’apprendistato è riferita alla categoria degli operai; mentre se è riferibile a quelle impiegatizie, l’integrazione è a carico del datore di lavoro a norma della contrattazione collettiva prevista.

A proposito degli infortuni sul lavoro, le spese sono così ripartite: per il periodo in cui l’apprendista lavora in impresa e per il periodo di formazione interna sono onere del datore di lavoro; se si tratta di uno studente che ha svolto formazione esterna, dell’istituzione formativa.

La sanzione più grave per il datore di lavoro rimane, dunque, la trasformazione del rapporto in indeterminato e a tempo pieno ex tunc, ovvero dal primo giorno di prestazione, nell’ipotesi in cui l’apprendista non abbia ricevuto la corretta formazione,come da contratto, essendo comunque costretto a lavorare. Il motivo risale all’obiettivo primario dell’esperienza, consistente nella possibilità per l’apprendista di imparare un lavoro ed acquisire nuove competenze, ricevendo supporto e aiuto dal datore nonché dal tutor o referente aziendale.
L’azienda deve garantire l’esistenza di percorsi formativi che siano finanziati tramite i fondi paritetici interprofessionali, oltre che la registrazione della formazione effettuata e della qualifica professionale che doveva essere acquisita a fini contrattuali nel fascicolo elettronico del lavoratore.


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Quali sono i presupposti per accettare tacitamente l’eredità?

Pubblicato il: 05/02/2023

La Corte di Cassazione, II sezione civile, con sentenza n. 33162 del 10 novembre 2022, si è occupata del tema dell'accettazione tacita dell'eredità da parte dell'erede, confermando l'orientamento pregresso e prevalente della giurisprudenza di legittimità, in base al quale quest'ultima può essere espletata anche attraverso facta concludentia. In altri termini, l'erede può mostrare la voluntas di accettare l'eredità anche attraverso atti e comportamenti materiali, espressivi dell'intenzione di acquisire, al suo patrimonio, il lascito del de cuius. A tal fine, le attività comportamentali del chiamato all'eredità devono essere tali da dimostrare il desiderio di divenire erede, ovvero devono materialmente essere incompatibili rispetto alla volontà di rifiutare l'eredità offertagli.

La pronunzia in esame della Corte di Cassazione, pertanto, ricapitola quanto già affermato dal legislatore all'interno del codice civile.
In particolare, all' art. 476 del c.c., si afferma che "L'accettazione è tacita quando il chiamato all'eredità compie un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede".
Sulla scia della giurisprudenza maggioritaria, la sentenza in esame afferma che, al fine di aversi accettazione tacita dell'eredità (ex art. 476 c.c.), è necessaria la presenza di due diverse condizioni: la qualità di erede del soggetto che si occupa successivamente dell'asse ereditario (solo l'erede ha legittimazione piena ad accettare l'eredità); ovvero, il compimento di un attività materiale presupponente la intrinseca volontà di accettare (Cass. civ., sez. II, 7 luglio 1999, n. 7075; conf. Cass. civ., sez. II, 11 maggio 2009, n. 10796),
Così che, il comportamento materiale dell'erede idoneo ad acclarare la sua intrinseca volontà di accettare può consistere anche nell'adempimento di prestazioni di natura fiscale e tributaria relative ai beni facenti parte del lascito ereditario, attraverso cui egli porta a compimento la manutenzione e la cura del lascito in luogo del soggetto de cuius, quale originario proprietario (si pensi, ad esempio, all'attività di voltura catastale, attraverso cui il l'erede accettante, in qualità di futuro proprietario, si occupa dell'accertamento della proprietà immobiliare, curandone interamente i passaggi burocratici).

Non manifesta, dunque, l'intenzione tacita del soggetto chiamato di accettare l'eredità l'attività di concessione d'ipoteca su uno dei beni compresi nell'eredità, non essendo questa espressiva, secondo l'orientamento dominante, della volontà di divenire erede (Cass. civ., sez. VI-2, 1° marzo 2021, n. 5569): difatti la mera attività di concessione di ipoteca indica la sola intenzione del soggetto di finanziare le proprie attività economiche, e non quella di divenire titolare del bene immobile oggetto del cespite ereditario.
A contrario, è da considerarsi manifestazione tacita di accettazione dell'eredità la dichiarazione di volontà circa la cessione a terzi della proprietà del bene appartenente all'asse ereditario: ciò in quanto l'aspirante erede si comporta in qualità di proprietario, mostrando così la volontà di traslare la proprietà della res oggetto di eredità all'interno della propria sfera patrimoniale (Cass. civ., sez. II, 22 marzo 1999, n. 2663).

La sentenza in esame, dunque, conclude affermando la necessità di accertare, caso per caso, la volontà intrinseca dell'erede di divenire proprietario del bene appartenente all'asse ereditario, sulla base delle circostanze di fatto che caratterizzano il rapporto tra il titolare della qualità di erede e la cosa appartenente all'eredità giacente.


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La fluidità dell’art. 416 bis c.p.: l’applicazione alle mafie di “nuovo conio”

Pubblicato il: 02/02/2023

Con l’ordinanza n. 3548 del 18 novembre 2022, la II Sezione penale della Corte di Cassazione offre di nuovo l’occasione per ritornare su una fattispecie di particolare importanza nel diritto penale. Si tratta dell’art. 416 bis del c.p. che, inserita nel tessuto penale dei c.d. reati associativi, si occupa di criminalizzare quegli umani consorzi caratterizzati non solo dallo scopo di commettere reati ma soprattutto da una struttura verticistica complessa, organizzata in livelli gerarchici che si ramificano in ogni settore dell’ordinamento lecito e miranti ad ottenere la sopraffazione di un determinato territorio per il conseguimento di maggiori utilità economiche.

L’ordinanza in commento si caratterizza per una accurata analisi dell’articolo in questione e segnala come il legislatore non si sia limitato esclusivamente a criminalizzare alcune porzioni di criminalità storiche come la mafia, la camorra o la ‘ndrangheta estrapolando dalla realtà sociale i tratti peculiari di queste associazioni. Difatti, ciò avrebbe comportato infatti un gravissimo vulnus di tutela ogni qual volta l’aggregazione criminale fosse priva di una “storia” ma rimanga comunque altamente pericolosa in quanto utilizzi metodi che perseguono scopi speculari a quelli delle associazioni criminali classiche. Viceversa, il legislatore dell’82 si è preoccupato con lungimiranza di tipizzare nella disposizione de quo, in omaggio al principio di tassatività costituzionalizzato ex art. 25 Cost., di individuare il fil rouge del fenomeno associativo: il c.d. “metodo mafioso”. Partendo dalla logica premessa che le finalità perseguite dalle consorterie criminali possono essere le più eterogenee, spaziando dalla tradizionale realizzazione di un programma criminale allo svolgimento di attività in sé lecite, come l'acquisizione della gestione o comunque del controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici, il legislatore ha preferito qualificare il nucleo della fattispecie nelle modalità con cui si esternalizza il proposito mafioso e che dunque alimenta le finalità dei consociati. Questo nucleo è caratterizzato dalla “forza di intimidazione del vincolo associativo e dalla condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva […]”.

Da siffatte premesse emerge dunque che l’art. 416 bis c.p. è fattispecie fluida che, seppure nata per fronteggiare un fenomeno storico quale le c.d. “mafie tradizionali”, permette di adattarsi attraverso l'elemento normativo del metodo mafioso anche a fattispecie fenomeniche diverse tra loro. Non basta dunque la parola “mafia”, o “’ndrangheta” semplicemente autoproclamata da una cellula criminale ma occorre che le finalità perseguite dai consociati siano caratterizzati, nel loro concreto atteggiarsi, dal summenzionato metodo mafioso che dunque contribuisce a tipizzare e a concretizzare la fattispecie. Per l’effetto, anche una affiliazione ad una consorteria criminale storica avvenuta con modalità rituali (es. pungitura, bruciatura del santino) può al più costituire un indice ex art. 416 bis c.p., ma deve essere sempre corroborato in punto materialità e di offensività da elementi esterni idonei a porre in pericolo l’ordine pubblico quale bene giuridico tutelato dalla norma in commento.


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Il locatore può chiedere il pagamento dei canoni di locazione al conduttore dopo un lungo periodo di morosità?

Pubblicato il: 01/02/2023

La terza sezione della Corte di Cassazione, all’interno della pronuncia n. 16743 del 14 giugno 2021, ha confermato l’orientamento della granitica giurisprudenza di legittimità, affermando che la richiesta tardiva del locatore circa la richiesta dei canoni di locazione al conduttore perfeziona la fattispecie civilistica di abuso del diritto.
Secondo la giurisprudenza di legittimità, difatti, qualora il locatore non richieda, entro un lasso di tempo ragionevole, il pagamento dei canoni di locazione, per poi successivamente agire avverso il conduttore attraverso mezzi stragiudiziali, ovvero giudiziali, per il recupero degli stessi, integra abuso del diritto di credito: ciò in quanto suddetto comportamento del locatore è contrario ai principi di correttezza e buona fede (art. 1175 del c.c.; art. 1375 del c.c.), nonché lesivo dell’affidamento riposto nel conduttore circa l’estinzione del diritto di credito vantato dal locatore.

Al fine di comprendere la ratio del filone giurisprudenziale in esame, fondamentale è un cenno alle nozioni di contratto di locazione, nonché di abuso del diritto.
Il contratto di locazione (art. 1571 del c.c. e ss.) è un vincolo sinallagmatico, ad esecuzione continuata, che si instaura tra due soggetti, il locatore ed il conduttore, aventi rispettivi e vicendevoli obblighi contrattuali. In particolare, il locatore ha il dovere di lasciare al conduttore la piena disponibilità della cosa locata (bene mobile o immobile), per il periodo di tempo previsto nel contratto, dietro corrispettivo. In particolare, a norma dell’ art. 1575 del c.c., egli ha l’obbligo di consegnare il bene al conduttore, in buono stato di manutenzione; mantenere il bene in buono stato, affinché questo possa essere utilizzato; garantire il bene per tutto il periodo del contratto di locazione, al fine di garantirne il pacifico godimento. Il conduttore, invece, a norma dell’ art. 1587 del c.c., ha l’obbligo di utilizzare e consegnare la cosa secondo la diligenza del buon padre di famiglia (art. 1176 del c.c.), ovvero di pagare il corrispettivo del canone di locazione per l’intero periodo di utilizzo del bene. Pertanto, dalle definizioni del Codice civile, si deduce che il locatore è il creditore, in quanto vanta un diritto di credito periodico (di solito mensile) avverso il conduttore, il quale ha, invece, la natura di soggetto debitore.

Il creditore ha il diritto di esercitare il proprio diritto di credito, rispettando pur sempre le clausole generali di buona fede e correttezza. L’esercizio di suddetto diritto in violazione delle clausole generali in esame genera la fattispecie di abuso del diritto, da intendersi quale forma anomala di esercizio del diritto di credito, idonea a generare un danno avverso la controparte. L’ordinamento giuridico non prevede una tutela generale per le situazioni patologiche di abuso del diritto, anche se plurime sono le normative di settore che lo prevedono: in particolare, l’ art. 1438 del c.c., il quale sanziona con l’annullamento la condotta di colui che determina altri a stipulare un contratto, ricorrendo alla minaccia di far valere un diritto, con lo scopo di conseguire vantaggi ingiusti; ovvero, l’ art. 330 del c.c., il quale prevede la sanzione della decadenza dalla potestà genitoriale nei casi in cui il genitore “abusa dei relativi poteri con grave pregiudizio del figlio”; ed ancora, è possibile richiamare anche l’ art. 96 del c.p.c., il quale disciplina una forma di responsabilità aggravata per coloro che agiscono o resistono in giudizio con mala fede.
Tuttavia, al fine di estendere la tutela avverso le situazioni di abuso del diritto non tassativamente disciplinate, la giurisprudenza di legittimità ha, nel tempo, coniato il mezzo dell’exceptio dolis generalis: trattasi, in particolare, della c.d. “eccezione di dolo”, attraverso cui la parte che subisce l’abuso del diritto può invocare a tutela del proprio affidamento leso, paralizzando, così, la pretesa creditoria di controparte. Il mezzo in esame è attuabile previa dimostrazione del dolo del creditore circa la volontà di generare un danno ingiusto in capo al debitore: in altri termini, il debitore deve dimostrare che la richiesta del creditore è meramente finalizzata a generare una situazione di danno in capo al soggetto debitore, e non al recupero del credito originario.

Premesso il quadro generale in esame, è possibile analizzare la questione di dettaglio, inerente la richiesta tardiva dei canoni di locazione da parte del locatore.
Secondo la giurisprudenza di legittimità, avallata dalla pronunzia in esame, il comportamento del locatore, il quale dapprima mostra di rinunziare al credito maturato dai canoni di locazione, non richiedendo più il pagamento delle pigioni, per poi avanzare successivamente (e tardivamente) al conduttore richiesta del pagamento totale delle stesse (sempre se il credito non è prescritto), è lesivo dei principi di buona fede e correttezza. Dall’agere del locatore, difatti, si desume la lesione dell’affidamento del debitore circa la rinuncia al diritto di credito da parte del locatore. Tra le parti del contratto vige, difatti, un principio di solidarietà (art. 2 Cost.), il quale impone a ciascuna delle parti di agire in modo da tutelare gli interessi dell'altra: così che, il conduttore ha l’obbligo di adempiere tempestivamente la propria prestazione, ossia fare in modo che l’eventuale ritardo non pregiudichi la controparte; il locatore, tuttavia, ha l’obbligo di richiedere tempestivamente il pagamento delle pigioni al conduttore, ovvero di rinunciare al pagamento delle stesse in caso di inerzia nella richiesta prolungata per un tempo ragionevole.

Premesso ciò, la sentenza in esame conclude affermando che in un contratto di locazione di immobile ad uso abitativo, l’inerzia del conduttore circa il pagamento dei canoni di locazione maturati, per un lasso di tempo considerevole, è idonea a generare un affidamento nel conduttore circa la rimessione del diritto di credito da parte del locatore per facta concludentia: pertanto, la richiesta improvvisa di integrale pagamento delle pigioni maturate costituisce esercizio abusivo del diritto di credito.


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Il bene oggetto del contratto di compravendita immobiliare deve essere conforme alle norme attinenti alla regolarità urbanistica

Pubblicato il: 30/01/2023

La seconda sezione civile della Corte di Cassazione, all’interno della pronuncia n. 30425 del 17 ottobre 2022, ha trattato del delicato tema della compravendita di bene immobiliare privo dei requisiti di regolarità urbanistica, così come richiesti dall’ art. 46 del T.U. edilizia. Il Supremo Consesso ha, in tal sede, confermato il precedente orientamento giurisprudenziale del 2019, (Cass. civ., sez. un., 22 marzo 2019, n. 8230), in base al quale qualora il bene immobile traslato attraverso il contratto di compravendita sia privo dei requisiti di regolarità urbanistica, il contratto è da definirsi nullo per violazione di legge, art. 1418 del c.c., comma 3: non si tratta, dunque, di nullità per violazione di norma imperativa, non essendo il d.p.r. n. 380 del 2001 portatore di interessi generali di natura inderogabile. La norma in esame, difatti, è espressione dell’interesse privato alla validità del bene oggetto della circolazione, ed ha il fine di evitare la traslazione di beni poi inutilizzabili, de facto, dai futuri acquirenti.

La pronunzia in esame può essere pienamente compresa attraverso una preliminare descrizione della disciplina in materia di regolarità urbanistica.
In generale, il comma 1 dell’art. 46 del d.P.R. n.380 del 2001 dispone che: “Gli atti tra vivi, sia in forma pubblica, sia in forma privata, aventi per oggetto trasferimento o costituzione o scioglimento della comunione di diritti reali, relativi ad edifici, o loro parti, la cui costruzione è iniziata dopo il 17 marzo 1985, sono nulli e non possono essere stipulati ove da essi non risultino, per dichiarazione dell'alienante, gli estremi del permesso di costruire o del permesso in sanatoria. Tali disposizioni non si applicano agli atti costitutivi, modificativi o estintivi di diritti reali di garanzia o di servitù”.
Dal disposto normativo, dunque, testualmente si evince l’assunto per cui il legislatore sanziona con la nullità i negozi di traslazione del bene immobile carenti degli estremi del permesso di costruire, ovvero del permesso in sanatoria: ratio della disposizione in esame consta nell’esigenza dell’ordinamento giuridico di garantire la certezza dei negozi di disposizione dei beni immobili, nonché la tutela della posizione dell’acquirente circa la validità della negoziazione effettuata. Per esigenze di solidarietà sociale (art. 2 Cost.), difatti, è indispensabile tutelare l’affidamento del compratore circa la validità del bene oggetto di traslazione, e pertanto garantire la presenza della documentazione amministrativa in materia immobiliare.
L’assenza del certificato inerente al permesso di costruire genera nullità della contrattazione: la giurisprudenza ha, tuttavia, chiarito che per mancanza della documentazione deve farsi riferimento alle situazioni di carenza genetica del permesso di costruire in esame, e non, invero, alla mera mancanza di allegazione della documentazione in esame, la quale non rileva ai fini della nullità del contratto di compravendita (Cass. civ., sez. un., 21 ottobre 2021, n. 29317).

Diversa è, invece, la situazione in cui la documentazione inerente il bene immobile oggetto del contratto è presente, ma tuttavia non rispecchia lo status giuridico della costruzione stessa (ad esempio, il permesso di costruire riguarda un bene immobile ad uso abitativo, ma il contratto di compravendita immobiliare ha ad oggetto un bene immobile ad uso commerciale): in tal caso, secondo la giurisprudenza prevalente, il contratto è nullo, in quanto vi è difformità tra il bene oggetto della compravendita ed il permesso di costruire a questo allegato; tuttavia, ne è ammessa la conversione (art. 1424 del c.c.), previa allegazione della corretta documentazione (la correzione della documentazione è onere dell’alienante).

Premesso ciò, in giurisprudenza ci si interrogò circa la tipologia di nullità in esame, ovvero se trattasi di nullità per violazione di norma imperativa, ovvero testuale, di derivazione legislativa.

Si escludeva, in giurisprudenza, la nullità per violazione di norma imperativa, essendo che l’art. 46 del d.p.r. n. 380/2001 non era da intendersi norma a sostegno di interessi generali ed inderogabili dell’ordinamento, bensì avvallante gli interessi privati dei contraenti, i quali avevano diritto a ricevere un bene immobile conforme alle indicazioni urbanistiche (tutela dell’acquirente).
La giurisprudenza maggioritaria sostiene ad oggi che la nullità comminata dal d.p.r. n. 380/2001 sia di natura testuale, essendo di diretta derivazione legislativa. In particolare, la II sezione della Corte di Cassazione ha di recente affermato che: “La nullità comminata dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 46 e della L. n. 47 del 1985, artt. 17 e 40, va ricondotta nell’ambito dell’art. 1418 c.c., comma 3, di cui costituisce una specifica declinazione, e deve qualificarsi come nullità “testuale”, con tale espressione dovendo intendersi, in stretta adesione al dato normativo, un’unica fattispecie di nullità che colpisce gli atti tra vivi ad effetti reali elencati nelle norme che la prevedono, volta a sanzionare la mancata inclusione in detti atti degli estremi del titolo abilitativo dell’immobile, titolo che, tuttavia, deve esistere realmente e deve esser riferibile, proprio, a quell’immobile. Pertanto, in presenza nell’atto della dichiarazione dell’alienante degli estremi del titolo urbanistico, reale e riferibile all’immobile, il contratto è valido a prescindere dal profilo della conformità o della difformità della costruzione realizzata al titolo menzionato” (Cass. civ., sez. un., 21 ottobre 2021, n. 29317).
La sentenza in esame richiama la ricostruzione della giurisprudenza maggioritaria in materia. Ed in particolare, in tal sede la Corte di Cassazione ha precisato che i principi in esame risultano applicabili anche in caso di costruzione iniziata anteriormente al 1° settembre 1967, previa indicazione del proprietario del bene, nella forma dell’atto notorio, degli estremi di regolarità edilizia del bene immobile.


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La definizione del luogo di privata dimora in materia di intercettazioni ambientali

Pubblicato il: 29/01/2023

La Corte di Cassazione, sesta sezione penale, con la sentenza n. 32010 del 25 maggio 2022 (depositata in data 30 agosto 2022), si è occupata del delicato tema della determinazione del “luogo di privata dimorain relazione al mezzo di ricerca della prova dell' intercettazione, al fine di valutare la sua ammissibilità ed utilizzabilità in giudizio.
Per la giurisprudenza, vige la necessità di garantire che alla corretta esecuzione delle indagini, non corrisponda una lesione ingiustificata e continuativa del diritto alla libertà personale ed individuale dell’individuo, sebbene indagato (art. 13 Cost.), nonché del diritto alla segretezza delle comunicazioni e della corrispondenza privata (art. 15 Cost.).

Il mezzo di ricerca della prova delle intercettazioni è stato per la prima volta disciplinato nel codice di procedura Penale del 1913, all’interno degli articoli 170, comma 3 e 238, comma 3, i quali prevedevano la possibilità di intercettare la corrispondenza telefonica, illo tempore non considerata segreta. Attualmente, il codice di procedura penale vigente disciplina lo strumento delle intercettazioni all'interno degli articoli 266 -271, i quali ne delimitano l’ambito applicativo, nonché i presupposti strutturali.

Secondo le disposizioni di legge, al fine di poter utilizzare lo strumento dell’intercettazione è necessaria la presenza di gravi indizi di reato, nonché l’assoluta indispensabilità delle stesse per la prosecuzione delle indagini (art. 267 del c.p.p.). Il legislatore ha predisposto suddetti requisiti stringenti al fine di proteggere il diritto alla privacy, nonché quello alla riservatezza del soggetto indagato: trattandosi di diritti costituzionalmente tutelati, questi meritano di essere sacrificati solo in presenza di situazioni di stretta necessità preventiva o repressiva (quale, appunto, la ricerca di un delinquente, in presenza di gravi indizi di colpevolezza, alla luce dell' art. 27 Cost.).
A norma dell' art. 13 Cost., la libertà personale può essere sacrificata solo in presenza di un provvedimento espresso dell'autorità giudiziaria, oltre che nei casi espressamente previsti dalla legge: in materia di intercettazioni, dunque, occorre un provvedimento espresso della magistratura requirente (la quale opera nei soli casi previsti dalla legge), poi successivamente approvato dall'organo giudicante, al fine della loro validità.

Le intercettazioni possono essere di triplice natura, a seconda dello strumento utilizzato per il loro esercizio: telefoniche (in particolare, attuate previo collegamento di captatori telefonici, attraverso cui poter ascoltare le conversazioni tenute dall'indagato con i terzi); telematiche (ossia, predisposte attraverso l’accesso ai siti telematici utilizzati abitualmente da parte dei soggetti indagati); ovvero ambientali (ossia, poste in essere attraverso microspie, micro registratori, o rilevatori G.P.S., posizionati presso l’abitazione del sospettato di reato).

Orbene, la problematica circa la definizione del luogo di privata dimora (art. 266 del c.p.p., comma 2), si è posta in giurisprudenza proprio in materia di intercettazioni ambientali, le quali, appunto, necessitano dell’utilizzo di micro captatori da depositarsi nei luoghi abitualmente e privatamente frequentati dai soggetti indagati.
Sul punto, le Sezioni Unite penali hanno in passato affermato che “il concetto di domicilio non può essere esteso fino a farlo coincidere con un qualunque ambiente che tende a garantire intimità e riservatezza; ciò in quanto il rapporto tra la persona e il luogo deve essere tale da giustificare la tutela di questo anche quando la persona è assente. In altre parole, la vita personale che vi si svolge, anche se per un periodo di tempo limitato, fa sì che il domicilio diventi un luogo che esclude violazioni intrusive, indipendentemente dalla presenza della persona che ne ha la titolarità, perché il luogo rimane connotato dalla personalità del titolare, sia o meno questi presente. Solo il requisito della stabilità anche se intesa in senso relativo, può trasformare un luogo in un domicilio, nel senso che può fargli acquistare un'autonomia rispetto alla persona che ne ha la titolarità” (Cass. pen., sez. un., 28 marzo 2006, n. 26795).

Così che, sulla scia della pregressa giurisprudenza di legittimità (Cass. pen., sez. VI, 7 luglio 2015, n. 49286), nonché della sentenza delle Sezioni Unite dapprima citata, la pronuncia in esame ha confermato che con la nozione di “luogo di privata dimora” deve farsi riferimento a quello ove è possibile per ciascuno esercitare le proprie attività private, liberamente e legittimamente, senza alcuna turbativa da parte di terzi estranei (ossia, i luoghi ove è possibile esercitare il c.d. "ius excludendi alios", rilevante ai sensi dell’ 614 cp). In tali spazi, sebbene sia necessario garantire i diritti costituzionali alla riservatezza ed alla privacy (art. 14 Cost.), è tuttavia possibile derogare agli stessi attraverso la pratica delle intercettazioni, qualora ciò sia necessario per la prosecuzione delle indagini in materia penale.

Pertanto, come ricordato in passato dalla Corte di Cassazione (Cass. pen., sez. I, 13 maggio 2010, n. 24161), è da escludersi che sia sussumibile nella nozione di “luogo di privata dimora” (ex art. 614 c.p.), l’ambiente, la zona ovvero la posizione ove sia consentito l’accesso ad un numero indiscriminato di soggetti. Non sono, dunque, da qualificarsi come “private dimore” i luoghi aperti al pubblico (si pensi, ad esempio, ai bar, o ai negozi). In suddetti luoghi, dunque, non è possibile per l’autorità giudiziaria procedere con il mezzo di ricerca della prova delle intercettazioni in materia ambientale, essendo violata non solo la privacy dell’indagato, bensì anche quella delle persone circostanti.

Sarà possibile per il soggetto indagato contestare in sede giudiziaria la legittimità delle intercettazioni ambientali ottenute in luoghi non di privata dimora, eccependone la validità dinanzi al Tribunale del riesame (qualora siano state applicate misure cautelari), ovvero per la prima volta in sede di giudizio in cassazione. L’illiceità delle intercettazioni effettuate in luoghi non conformi alla legge può, invero, essere rilevata ex officio dal giudice, ai sensi dell' art. 609 del c.p.p., comma 2.


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