Cane abbaia e spaventa ripetutamente le persone: può essere stalking?

Pubblicato il: 02/08/2022

Se il cane abbaia e ringhia in continuazione spaventando le persone, è possibile sporgere denuncia contro il padrone? E, se sì, può considerarsi integrato il reato di stalking?
La Corte di Cassazione, con sentenza n. 22124 del 2022, ha fornito risposta proprio a tale quesito, affermando che può avere rilevanza penale la condotta del padrone di un cane non educato che terrorizzi gli altri e optando per la tesi dell’integrazione del reato di atti persecutori.

Per comprendere tale recente approdo giurisprudenziale, è dunque necessario premettere che il reato di atti persecutori (c.d. stalking) è previsto dall’art. 612 bis c.p.., il quale punisce chiunque con la reclusione chiunque, con condotte reiterate, minacci o molesti taluno in modo da realizzare alternativamente uno dei seguenti eventi:

  • cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura;
  • ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva;
  • da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.

Ebbene, con la pronuncia citata, la Suprema Corte ha affermato che se la condotta omissiva del padrone dell’animale è tale da consentire che il cane, non adeguatamente controllato, arrechi agli altri delle reiterate molestie e se ciò comporta il realizzarsi anche solo di una delle conseguenze sopra elencate, possono ritenersi realizzati tutti gli elementi costitutivi del reato in parola.
Anche nel caso di un cane che abbaia e spaventa ripetutamente i vicini di casa, pertanto, è possibile ritenere integrato il reato di stalking.

Il caso che concretamente giunto all’attenzione della Corte, in particolare, riguardava un soggetto imputato per stalking ai danni dei vicini di casa perché il suo cane, di razza pitbull, era uscito più volte dalla proprietà e, non essendo controllato dal padrone, aveva terrorizzato le persone offese. L’imputato, in particolare, era stato condannato dal Tribunale prima e dalla Corte d’appello poi, atteso che i giudici di merito avevano ritenuto integrato più di uno degli eventi alternativamente necessari del reato di atti persecutori, cioè il perdurante e grave stato di ansia e di paura e il fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto.
Avverso la pronuncia di secondo grado, l’imputato aveva dunque proposto ricorso, dolendosi del vizio di motivazione che affliggeva la sentenza della Corte distrettuale, la quale peraltro non aveva considerato le intenzioni puramente vendicative dei vicini di casa.
Ritenendo tuttavia logica e coerente la motivazione della sentenza d’appello, la Cassazione ha ritenuto il ricorso non meritevole di accoglimento, confermando la condanna per stalking dell’imputato.


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La responsabilità della banca in caso di prelievo illegittimo: onere della prova

Pubblicato il: 27/07/2022

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 16417 del 20 maggio 2022, ha affrontato il tema del riparto dell’onere probatorio con riferimento alla domanda risarcitoria proposta dal cliente della banca in relazione a prelievi illeciti avvenuti sul proprio conto corrente online.

Il caso concretamente giunto al vaglio della Corte, in particolare, riguardava la domanda giudiziale proposta dal cliente avverso l’istituto bancario al fine di farne valere la responsabilità contrattuale in relazione all'illegittimo addebito della somma di euro 1000,00 per una ricarica di telefonino quale diretta conseguenza di una frode informatica subita sul conto corrente e sulla carta di credito prepagata.
Il Giudice di Pace aveva accolto tale domanda, condannando la convenuta alla restituzione della somma e al risarcimento del danno morale posto che il prelievo della somma non risultava legittimamente autorizzata dall'attrice.
Avverso tale sentenza l’istituto aveva proposto appello: il gravame, poi, era stato accolto dal Tribunale, il quale aveva ritenuto che l'illecito prelievo della a somma fosse presumibilmente da ricondurre ad un illegittimo accesso all'internet banking realizzato con le tipiche modalità dell'uso delle credenziali dell'utente, non sussistendo alcun obbligo dell'appellante nei confronti del cliente.
Il cliente, pertanto, aveva proposto ricorso in Cassazione censurando – in estrema sintesi – la pronuncia del Tribunale nella parte in cui aveva erroneamente escluso la responsabilità contrattuale dell’istituto, non avendo questo dimostrato il corretto adempimento delle proprie obbligazioni in relazione all'adozione di adeguati sistemi di sicurezza sull'operatività telematica del conto corrente.
Ritenendo questa censura fondata, la Cassazione ha dunque operato le precisazioni sopra riportate.

Con la pronuncia citata, infatti, la Suprema Corte ha

  • richiamato la regola generale ex art. 1218 c.c., secondo la quale, in tema di prova dell'adempimento di un'obbligazione, il creditore che agisce per la risoluzione contrattuale, per il risarcimento del danno ovvero per l'adempimento deve soltanto provare la fonte del suo diritto, limitandosi alla mera allegazione della circostanza dell'inadempimento della controparte, mentre il debitore convenuto è gravato dell'onere della dimostrazione del fatto estintivo dell'altrui pretesa (cfr., sul punto, Cass. Sez. Un. 13533/01);
  • precisato che la suddetta regola vale anche con riferimento alla responsabilità della banca per le operazioni effettuate sul conto corrente online;
  • chiarito che dunque, per far valere la responsabilità contrattuale della banca per l’illecito prelievo, il cliente deve limitarsi ad allegare la fattispecie di inadempimento ascritta alla banca (consistente nel non avere impedito l’illecito prelievo), mentre sta all’istituto bancario eccepire un fatto estintivo o impeditivo della pretesa della controparte, come la violazione delle norme prudenziali che informano le modalità d'uso dei rapporti di conto corrente telematico.

Tanto chiarito, il Collegio ha conclusivamente affermato che, in tema di responsabilità della banca in caso di operazioni effettuate a mezzo di strumenti elettronici, anche al fine di garantire la fiducia degli utenti nella sicurezza del sistema, è del tutto ragionevole ricondurre nell'area del rischio professionale del prestatore dei servizi di pagamento, prevedibile ed evitabile con appropriate misure destinate a verificare la riconducibilità delle operazioni alla volontà del cliente, la possibilità di una utilizzazione dei codici di accesso al sistema da parte dei terzi, non attribuibile al dolo del titolare o a comportamenti talmente incauti da non poter essere fronteggiati in anticipo. Per tale ragione “la banca, cui è richiesta una diligenza di natura tecnica, da valutarsi con il parametro dell'accorto banchiere, è tenuta a fornire la prova della riconducibilità dell'operazione al cliente”.


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Incidente stradale con danni personali e materiali: possibili più domande risarcitorie?

Pubblicato il: 24/07/2022

Nel caso in cui, nell’ambito di un sinistro stradale, si subiscano sfortunatamente danni tanto alla persona quanto alle cose, è possibile agire in giudizio più volte per ottenere il risarcimento prima degli uni e poi degli altri?
La risposta a tale domanda può fornirsi cercando di comprendere se il credito risarcitorio debba intendersi unitario o meno: nel primo caso, infatti, dovrebbe applicarsi l’ormai affermato principio giurisprudenziale infrazionabilità del credito in assenza di un interesse oggettivo alla presentazione di domande giudiziali separate; nel secondo caso, invece, dovrebbe concludersi per la ammissibilità di ogni domanda risarcitoria presentata.

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 19608 del 17 giugno 2022, è tornata proprio sul tema della infrazionabilità del credito, con specifico riferimento a quello concernente i danni occasionati da un sinistro stradale.

Il caso particolare oggetto di attenzione della Corte riguardava un sinistro stradale nell’ambito del quale un soggetto era stato tamponato finchè era a bordo della propria vettura, subendo così dei danni personali e materiali. Per il risarcimento di questi ultimi, dunque, il danneggiato aveva agito in giudizio e la relativa domanda era stata accolta con sentenza passata in giudicato.
Successivamente, il danneggiato aveva proposto una nuova domanda giudiziale per il risarcimento dei danni alla persona riportati a seguito del medesimo sinistro: il Giudice di Pace, pertanto, aveva dichiarato l'improcedibilità di tale domanda per essere stato violato il principio giurisprudenziale di infrazionabilità del credito, sul rilievo che integrava un abuso del diritto l'attivazione di due distinti giudizi per il risarcimento dei danni conseguenti ad un medesimo fatto generatore.
Avverso tale pronuncia il danneggiato aveva proposto prima appello e poi, avendo il Tribunale rigettato il gravame, ricorso in Cassazione, dolendosi – in estrema sintesi –- dell’errata applicazione da parte dei giudici di merito della giurisprudenza in tema infrazionabilità del credito, atteso che nel caso di specie egli aveva azionato crediti diversi: ritenendo i motivi di ricorso infondati, la Corte ha dunque operato interessanti precisazioni sul punto.

Ebbene, con la pronuncia citata la Suprema Corte ha

  • richiamato i principi messi a fuoco da Cass., Sez. Un. n. 4090/2017, secondo cui "le domande aventi ad oggetto diversi e distinti diritti di credito, benchè relativi ad un medesimo rapporto di durata tra le parti, possono essere proposte in separati processi, ma, ove le suddette pretese creditorie, oltre a far capo ad un medesimo rapporto tra le stesse parti, siano anche, in proiezione, inscrivibili nel medesimo ambito oggettivo di un possibile giudicato o, comunque, fondate sullo stesso fatto costitutivo, – sì da non poter essere accertate separatamente se non a costo di una duplicazione di attività istruttoria e di una conseguente dispersione della conoscenza dell'identica vicenda sostanziale – le relative domande possono essere formulate in autonomi giudizi solo se risulti in capo al creditore un interesse oggettivamente valutabile alla tutela processuale frazionata";
  • richiamato anche quella giurisprudenza che aveva precisato, con specifico riguardo al frazionamento di pretese creditorie scaturenti da un unico sinistro stradale, che il danneggiato che non dimostri di avervi un interesse oggettivamente valutabile non può, in presenza di un unitario fatto illecito lesivo di cose e persone, frazionare la tutela giudiziaria, agendo separatamente per il risarcimento dei danni patrimoniali e di quelli non patrimoniali, poichè tale condotta aggrava la posizione del danneggiante-debitore e causa ingiustificato aggravio del sistema giudiziario (cfr. Cass. n. 8530/2020);
  • concluso che a fronte di pretese risarcitorie scaturenti da un medesimo incidente stradale tali, quindi, da essere inscrivibili nel medesimo ambito oggettivo di un possibile giudicato e da poter essere accertate separatamente solo a costo di una duplicazione di attività istruttorie e di una conseguente dispersione della conoscenza della medesima vicenda sostanziale, deve ritenersi che il ricorso alla tutela frazionata possa essere giustificato soltanto in presenza di un interesse oggettivamente valutabile, il quale interesse deve essere escluso nel caso in cui i postumi invalidanti conseguenti alle lesioni riportate nel sinistro si fossero stabilizzati in epoca anteriore alla proposizione della domanda concernente i danni materiali.

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Opposizione 615 c.p.c.: tutte le domande vanno formulate nell’atto introduttivo.

Pubblicato il: 19/07/2022

È noto come l’art. 615 c.p.c. disciplini l’opposizione all’esecuzione, cioè quel rimedio esperibile dal debitore per contestare il diritto della parte istante – la quale abbia notificato il precetto oppure abbia eseguito il pignoramento – a procedere con l’esecuzione forzata.
L'opposizione all'esecuzione, infatti, apre una sorta di incidente nel processo esecutivo, che dà luogo ad un autonomo giudizio di cognizione con cui si può contestare il diritto della parte istante ad agire in executivis attesa

  • l'inesistenza esistenza o la persistenza del titolo esecutivo;
  • l'inidoneità soggettiva del titolo esecutivo;
  • l’impignorabilità assoluta dei beni;
  • l’inesistenza del sotteso diritto di credito.

Chi agisce in opposizione, pertanto, formula una domanda di accertamento negativo, il cui potenziale accoglimento è idoneo a travolgere il processo esecutivo.

Tanto premesso, occorre chiedersi se, successivamente alla notifica dell’atto di citazione (nel caso di opposizione c.d. preventiva) o al deposito del ricorso (in caso di opposizione c.d. successiva), possano formularsi anche domande ulteriori.
Ebbene, la Suprema Corte, con sentenza n. 9226 del 22 marzo 2022, ha affrontato proprio il tema dell’ammissibilità delle domande ed eccezioni nuove rispetto a quelle formulate nell’atto introduttivo dell’opposizione all’esecuzione, optando per la soluzione negativa e così ponendosi in linea di continuità con i principi costantemente affermati dalla giurisprudenza di legittimità.

Nella motivazione della pronuncia citata, infatti, si richiamano alcuni illustri precedenti (tra cui, ex multis, Cass. Sez. Un. n. 19889/2019) e si ribadisce che “non sono ammesse, nelle opposizioni esecutive, domande nuove ed ulteriori rispetto a quelle avanzate con l’atto introduttivo”. Del pari, deve escludersi che l’opposizione all’esecuzione possa essere accolta sulla base di motivi diversi da quelli posti alla sua base e rilevati di ufficio dal giudice dell’opposizione stessa, anche se tali da comportare la caducazione del titolo esecutivo o, comunque, l’insussistenza del diritto del creditore di procedere all’esecuzione forzata.

Il caso di specie, in particolare, riguardava – con esclusivo riferimento agli aspetti ora di rilievo – l’opposizione all’esecuzione proposta da due soggetti avverso il precetto con il quale gli veniva intimato il pagamento di una somma di oltre 90.000,00 euro e che era stato loro notificato da una società di recupero crediti in rappresentanza di altra società. Il titolo esecutivo (un decreto ingiuntivo), nello specifico, era originariamente stato emesso in favore di una banca, la quale poi aveva ceduto il credito alla società opposta.
L’opposizione, tuttavia, era stata rigettata dal Tribunale.
I debitori intimati ne avevano allora impugnato la sentenza, deducendo – tra le altre cose – che i crediti consacrati nel titolo esecutivo non erano stati effettivamente ceduti dalla banca originaria creditrice alla società cessionaria opposta, la quale dunque difettava di legittimazione.
La Corte d’appello, tuttavia, aveva ritenuto inammissibile questa censura in quanto relativa a questioni ed eccezioni nuove, non oggetto dell’opposizione iniziale.
Gli intimati avevano allora proposto ricorso per cassazione, dolendosi dell’erroneità della sentenza di secondo grado laddove, nel ritenere inammissibile il motivo d’appello, ha ritenuto che si fosse effettivamente realizzata la cessione del credito.
Nel rilevare l’infondatezza di tale censura, tuttavia, la Cassazione ha operato alcune importanti decisioni.


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Madre ostacola la bigenitorialità: può perdere la responsabilità genitoriale?

Pubblicato il: 12/07/2022

È noto come l’art. 330 c.c. prevede che il giudice possa pronunziare, con un provvedimento de potestate, la decadenza dalla responsabilità genitoriale quando il genitore viola o trascura i doveri ad essa inerenti o abusa dei relativi poteri con grave pregiudizio del figlio.
In tale caso, per gravi motivi, il giudice può ordinare l'allontanamento del figlio dalla residenza familiare ovvero l'allontanamento del genitore o convivente che maltratta o abusa del minore.

Tanto premesso, occorre chiedersi se la c.d. alienazione parentale, cioè, molto semplicisticamente, l’allontanamento di un figlio da uno dei due genitori per effetto dell’influenza negativa su di lui esercitata dall’altro può essere posta dal giudice di merito a fondamento di un provvedimento di decadenza dalla responsabilità genitoriale del genitore “alienante”? Il sistematico e paranoico ostacolo da parte della madre o del padre alla bigenitorialità, cioè, può integrare una violazione dei doveri dei genitori foriera di grave pregiudizio per il figlio?

La Corte di Cassazione, con ordinanza 19305 del 15 giugno 2022, ha fornito risposta a tale domanda, optando per la soluzione affermativa.
Segnatamente, la Suprema Corte ha richiamato e condiviso il principio già affermato in alcuni propri precedenti (cfr., a riguardo, Cass. n. 13217/2021) in base al quale la capacità di preservare a continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore può senz’altro rilevare nella valutazione dell’idoneità genitoriale, essendo una siffatta capacità essenziale per la tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena.
Di conseguenza, il Collegio ha ribadito il principio per cui “in tema di affidamento del figlio di età minore, qualora un genitore denunci i comportamenti dell’altro tesi all’allontanamento morale e materiale del figlio da sé, indicati come significativi di una sindrome di alienazione parentale (PAS), nella specie nella forma della sindrome della c.d. “madre malevola” (MMS), ai fini della modifica delle modalità di affidamento, il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova comprese le consulenze tecniche e le presunzione, a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della suddetta patologia”.
Pertanto, in disparte il dibattito sulla scientificità o meno della teoria dell’alienazione, il giudice deve compiere delle verifiche in concreto e, nel caso, può pronunciare il provvedimento de potestate nei confronti del genitore che ostacola la bigenitorialità.

Il caso concretamente giunto all’attenzione della Corte, in particolare, vedeva come protagonista una madre che era stata dichiarata dal Tribunale per i minorenni decaduta dalla responsabilità genitoriale nei confronti del figlio minore, il quale era stato affidato al padre sotto il controllo e con il sostegno del servizio sociale. A fondamento della declaratoria di decadenza, nello specifico, i giudici di merito avevano posto l’accertata alienazione parentale. Dalla c.t.u., infatti, era emerso il grave condizionamento psicologico che la madre esercitava sul figlio, il quale veniva privato della possibilità di avere un rapporto con il padre in ragione della forte diffidenza che nei confronti di quest’ultimo aveva la madre in conseguenza della frattura affettivo-sentimentale tra i genitori.
Avverso tale pronuncia, la madre aveva proposto reclamo ma questo era stato rigettato dalla Corte d’appello, sicchè la stessa aveva esperito ricorso per cassazione, dolendosi – con esclusivo riferimento agli aspetti di diritto qui pertinenti – della violazione degli articoli 330 per avere la Corte territoriale aderito acriticamente alla c.t.u. senza verificare l’attendibilità scientifica della teoria dell’alienazione parentale.
Ritenendo tale censura infondata, la Cassazione ha dunque operato le precisazioni sopra riportate.


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Messaggi WhatsApp: che valore hanno nel processo penale?

Pubblicato il: 05/07/2022

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 22417 del 8 giugno 2022, ha affrontato il tema del valore che possono avere, nel processo penale, i c.d. screenshot dei messaggi WhatsApp.

Per comprendere la soluzione a riguardo elaborata dagli Ermellini, va premesso che il legislatore ha approntato una disciplina unitaria della prova documentale.
Nello specifico, l’art. 234 c.p.p. prevede che è consentita l'acquisizione di scritti o di altri documenti che rappresentano fatti, persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia, la fonografia o qualsiasi altro mezzo. Peraltro, quando l'originale di un documento del quale occorre far uso è per qualsiasi causa distrutto, smarrito o sottratto e non è possibile recuperarlo, può esserne acquisita, ai sensi del comma secondo, copia.

Oltre ai tradizionali scritti, la norma citata conia una nozione ampia di documento permette dunque l’acquisizione anche di ogni altra cosa idonea a rappresentare fatti, persone o cose attraverso la cinematografia, la fotografia, la fonografia e qualsiasi altro mezzo.
Tanto introduttivamente chiarito, può dunque chiedersi se gli screenshot dei messaggi WhatsApp possano essere ricondotti a tale nozione di documenti o se invece debba essere tirata in ballo la più complessa disciplina delle intercettazioni telefoniche per il loro ingresso nel procedimento penale.

Ebbene, con la recente pronuncia in commento la Suprema Corte – in linea di continuità con quanto già precisato in Cass. c.d. Tacchin. 1822/202) – ha chiarito espressamente che “per i dati informatici non valgono i principi elaborati in materia di intercettazioni e di acquisizione di corrispondenza, dovendosi ritenere che "i messaggi "WhatsApp" e gli sms conservati nella memoria di un telefono cellulare hanno natura di documenti ai sensi dell'art. 234 c.p.p., sicchè è legittima la loro acquisizione mediante mera riproduzione fotografica”.
Non trova dunque applicazione nè la disciplina delle intercettazioni, nè quella relativa all'acquisizione di corrispondenza di cui all'art. 254 c.p.p.

Il caso concretamente sottoposto ai giudici di legittimità, in particolare, riguardava un soggetto imputato di trasferimento fraudolento di valori, autoriciclaggio, associazione a delinquere e altri reati al quale era stata applicata dal GIP la misura degli arresti domiciliari alla luce della gravità indiziaria.
Il Tribunale, poi, aveva parzialmente riformato in sede di riesame questa pronuncia.
Avverso la sentenza del Tribunale, l’imputato aveva dunque presentato ricorso, dolendosi – tra le altre censure – della violazione di legge con riguardo alla inutilizzabilità dei messaggi WhatsApp rinvenuti nel telefono dell’imputato. A detta del ricorrente, infatti, era necessario che fosse trasmessa e messa a disposizione della difesa la copia forense del telefono cellulare, ma tale adempimento era mancato, sicchè le prove così acquisite dovevano considerare illegittimamente entrate nel processo. Ritenendo tale doglianza infondata, la Cassazione ha dunque svolto le interessanti considerazioni sul punto sopra analizzate.


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Obblighi informativi negli investimenti: l’onere della prova

Pubblicato il: 05/07/2022

In materia di oneri informativi connessi alle operazioni di investimento, la norma cardine di riferimento è l’art. 21T.U.F. Con tale disposizione, in particolare, al fine di porre rimedio all’asimmetria informativa che connota questa tipologia di operazioni, il legislatore prevede che nella prestazione dei servizi e delle attività di investimento e accessori i soggetti abilitati devono:
a) comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza, per servire al meglio l'interesse dei clienti e per l'integrità dei mercati;
b) acquisire le informazioni necessarie dai clienti e operare in modo che essi siano sempre adeguatamente informati;
c) utilizzare comunicazioni pubblicitarie e promozionali corrette, chiare e non fuorvianti;
d) disporre di risorse e procedure, anche di controllo interno, idonee ad assicurare l'efficiente svolgimento dei servizi e delle attività.

Tanto premesso, è possibile chiedersi su quale soggetto gravi l’onere di provare il corretto adempimento di tali obblighi informativi nell’ambito di un eventuale giudizio.
Ebbene, la Corte di Cassazione, con ordinanza n. 17271 del 27 maggio 2022, ha affrontato proprio questo tema, individuando nell’intermediario finanziario il soggetto tenuto alla dimostrazione in giudizio dell’avvenuta informazione dell’investitore.

Il caso giunto al vaglio del Collegio, in particolare, riguardava l’azione giudiziale con cui due soggetti, dopo aver investito in titoli corporate emessi da una nota società poi rivelatasi insolvente per comportamenti fraudolenti, avevano agito contro la banca chiedendo che fosse

  1. accertata la nullità di due operazioni di investimento per assenza di un valido contratto scritto di negoziazione e per la carenza delle informazioni ricevute circa alcuni profili rilevanti (la natura di società finanziaria di diritto straniero della società emittente; il fatto che le obbligazioni fossero prive di rating; il fatto che il rating assegnato alla società emittente, BBB-, non fosse espressione di solidità; il modesto rendimento dei titoli);
  2. disposta la risoluzione del contratto quadro limitatamente ai due investimenti;
  3. condannata la convenuta al risarcimento del danno.

Tali domande, tuttavia, erano state rigettate dal Tribunale prima e dalla Corte d’appello poi, sul presupposto dell’accertata esistenza di un contratto e dell’assenza di carenze informative.
Gli investitori, pertanto, avevano depositato ricorso per cassazione, lamentando – con esclusiva menzione degli aspetti qui di interesse – la violazione dell’art. 21 TUF in quanto la Banca non aveva mai provato il diligente adempimento all'obbligo informativo in relazione agli specifici investimenti per cui era causa. Ritenendo tale censura fondata, la Corte ha allora cassato la sentenza con rinvio e operato delle importanti precisazioni.

Il Collegio, a riguardo, ha invero richiamato e condiviso alcuni propri precedenti, affermando

  • che in tema di intermediazione finanziaria grava sull'intermediario l'onere di provare, ex art. 23 T.U.F., di aver adempiuto positivamente agli obblighi informativi relativi non solo alle caratteristiche specifiche dell'investimento ma anche al grado effettivo di rischiosità (cfr. Cass., 28 febbraio 2018, n. 4727);
  • che l'intermediario assolve l'obbligo informativo su di lui gravante ai sensi dell'art. 28 del Reg. Consob n. 11522 del 1998 allorché raccolga preventivamente, all'atto della sottoscrizione del contratto-quadro, il profilo finanziario dell'investitore e sottoponga a quest'ultimo schede contenenti le caratteristiche descrittive degli strumenti d'investimento recanti la specifica e separata indicazione della rischiosità e della inadeguatezza dell'operazione (cfr. Cass., 9 agosto 2021, n. 22513);
  • che gli obblighi informativi gravanti sull'intermediario finanziario sono preordinati al fine di favorire scelte realmente consapevoli da parte dell'investitore;
  • che "in tema d'intermediazione finanziaria, l'intermediario non è esonerato, pure in presenza di un investitore aduso ad operazioni finanziarie a rischio elevato che risultino dalla sua condotta pregressa, dall'assolvimento degli obblighi informativi previsti dal D. Lgs. n. 58 del 1998, e dalle relative prescrizioni di cui al regolamento Consob n. 11522 del 1998 e successive modificazioni, permanendo in ogni caso il suo obbligo di offrire la piena informazione circa la natura, il rendimento ed ogni altra caratteristica del titolo" (cfr. Cass., n. 18153/2020).

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Infrazione stradale del minorenne: chi prende la multa?

Pubblicato il: 04/07/2022

Che accade se un minorenne commette un’infrazione stradale?
L’art. 2 L. 689/1981 prevede che non può essere assoggettato a sanzione amministrativa chi, al momento in cui ha commesso il fatto, non aveva compiuto i diciotto anni e che della violazione risponde chi era tenuto alla sorveglianza dell'incapace, salvo che provi di non aver potuto impedire il fatto.

Alla luce di tale norma, quindi, qualora un soggetto minorenne sia colto nella violazione delle prescrizioni del codice della strada, il verbale con cui l’autorità irroga la sanzione deve essere notificato ai genitori in quanto esercenti la potestà genitoriale.
Tanto chiarito, è possibile porsi un quesito ulteriore concernente la natura della responsabilità in esame: il genitore risponde a titolo di coobbligato in solido oppure a titolo personale e diretto in qualità di veri e propri trasgressori?

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 19619 del 17 giugno 2022, è tornata proprio su questo tema, optando – in linea di continuità con la giurisprudenza consolidata sul punto – per la seconda delle soluzioni ora prospettate. Il Supremo Collegio, infatti, ha chiarito:

  • che il sopra citato art. 2 si applica anche agli illeciti amministrativi del Codice della Strada;
  • che dunque in caso di violazione amministrativa commessa da un under 18, della stessa risponde il soggetto che era tenuto alla sorveglianza dell’incapace, salvo che quest’ultimo provi di non aver potuto impedire il fatto;
  • che, perciò, in caso di violazione commessa da minore, fermo l’obbligo di redazione immediata del relativo verbale di accertamento, la contestazione della violazione deve avvenire nei confronti dei soggetti tenuti alla sorveglianza del minore con la redazione di apposito verbale di contestazione nei loro confronti.

In virtù di tali considerazioni, la Corte ha dunque conclusivamente affermato che in caso di violazione amministrativa commessa da un minore di anni diciotto “la sanzione va irrogata ai soggetti tenuti alla sorveglianza dell’incapace, che rispondono a titolo personale e diretto per la trasgressione della norma”, in quanto hanno omesso la vigilanza alla quale erano tenuti.

La vicenda giunta al vaglio della Suprema Corte, nello specifico, traeva origine da un’infrazione stradale commessa da un minorenne. In seguito a tale violazione, infatti, era stato notificato alla madre in qualità di obbligata in solido in quanto esercente la potestà genitoriale nonché trasgressore, un verbale della polizia stradale con cui veniva irrogata una sanzione.
La madre, dunque, aveva proposto opposizione dolendosi della lesione del proprio diritto di difesa in quanto nel verbale veniva indicato il figlio come trasgressore: l’opposizione, tuttavia, era stata respinta dal Giudice di Pace.
Avverso questa sentenza aveva proposto appello la madre soccombente, ma il Tribunale aveva confermato la sentenza di prime cure, ritenendo che l’indicazione del figlio minore quale trasgressore non violasse il diritto di difesa della madre che ben aveva potuto difendersi in giudizio.
Per la cassazione di tale pronuncia aveva allora proposto ricorso la madre, censurando la violazione dell’art. 2 L. 689/1981. Ritenendo tale doglianza fondata, la Cassazione ha dunque precisato quanto sopra riportato in relazione alla natura della responsabilità dei genitori.


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Carcere: quanto spazio deve avere a disposizione un detenuto?

Pubblicato il: 03/07/2022

L’art. 3 della CEDU prevede che “nessuno può essere sottoposto a tortura ne a pene o trattamenti inumani o degradanti”. Tale previsione, come interpretata dalla Corte di Strasburgo, comporta che un soggetto recluso in carcere non possa essere relegato a spazi infimi, senza che gli sia riconosciuta un’adeguata capacità di muoversi nello spazio.
Qualora un detenuto si trovasse in tali condizioni, quindi, il trattamento si dovrebbe considerare inumano o degradante ed egli sarebbe legittimato a proporre reclamo ai sensi dell’art. 35 della Legge sull’ordinamento penitenziario nonché ad ottenere il risarcimento del danno.

Ma quali sono, concretamente, gli spazi minimi che devono essere garantiti a ciascun detenuto perché l’art. 3 CEDU possa dirsi rispettato? Nel calcolo di tali spazi vanno o meno considerati i mobili presenti all’interno della cella? La Corte di Cassazione, con sentenza n. 18681 del 11 maggio 2022, ha operato una ricognizione degli approdi giurisprudenziali raggiunti sul punto, fornendo una chiara risposta ai quesiti sopra formulati.

La Suprema Corte, infatti, nel provvedimento citato ha:

  • richiamato le pronunce della Corte Edu (tra le quali cfr. Music c. Croazia) per le quali, affinchè lo Stato non incorra nella violazione del divieto di trattamenti inumani o degradanti, lo spazio individuale minimo da assicurare ad ogni detenuto è di tre metri quadrati. Per calcolare lo spazio, segnatamente, i giudici di Strasburgo ritengono che "l'importante è determinare se i detenuti hanno la possibilità di muoversi normalmente nella cella" e che il calcolo della superficie disponibile nella cella deve includere lo spazio occupato dai mobili;
  • richiamato la pronuncia delle Sez. Un. c. d. Commisso n. 6551/2021, le quali hanno ulteriormente precisato che, nella valutazione dello spazio individuale minimo, si deve avere riguardo alla superficie che assicura il normale movimento nella cella e, pertanto, vanno detratti gli arredi tendenzialmente fissi al suolo, tra cui rientrano i letti a castello. Per le Sezioni Unite, invero, “la superficie destinata al movimento nella cella è limitata dalle pareti nonchè dagli arredi che non si possono in alcun modo spostare e che, quindi, fungono da parete o costituiscono uno spazio inaccessibile”;
  • rilevato che la lettura delle Sezioni Unite Commisso è suffragata dall'etimologia del sostantivo della lingua italiana "mobile", cui corrisponde quello della lingua francese "meuble", utilizzata dalla Corte EDU e che indica un oggetto che può essere spostato;
  • concluso che – al pari del letto a castello, in relazione al quale si erano pronunciate le Sezioni Unte – anche il letto singolo, nel caso in cui sia ancorato al suolo, non è da considerarsi un mobile in quanto i detenuti all'interno della cella non possono utilizzare lo spazio dallo stesso occupato per camminare e per spostarsi.

Alla luce di tali considerazioni, la Suprema Corte ha dunque affermato espressamente che “la detrazione deve essere operata se i letti singoli sono ancorati al suolo, perchè non sono, in questo caso, "mobili", mentre non deve esserlo se possono essere spostati”.

Il caso di specie, in particolare, vedeva come protagonista un soggetto che aveva chiesto il risarcimento del danno per essere stato collocato, finchè era detenuto in carcere, in una cella con uno spazio vivibile inferiore ai 3 metri quadri, con limitate possibilità di uscire dalla stessa.
Il Giudice di sorveglianza, quindi, aveva riconosciuto a questo soggetto il risarcimento.
Il Ministero della Giustizia – Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria aveva quindi proposto reclamo avverso tale decisione, ma il Tribunale di Sorveglianza lo aveva rigettato.
Il Ministero, pertanto, aveva proposto ricorso in Cassazione, dolendosi dell’erronea applicazione dell’art. 35 ord. pen. come interpretato dalla Corte Edu, con riferimento ai criteri di calcolo della superficie detentiva media goduta dal detenuto.
Annullando con rinvio l’ordinanza impugnata, la Cassazione ha dunque operato le importanti precisazioni esaminate sul tema.


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Tariffe forensi: prevalgono sulla parcella pattuita da avvocato e cliente?

Pubblicato il: 29/06/2022

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 18967 del 13 giugno 2022, ha affrontato il tema dei criteri che il giudice di merito deve seguire nella liquidazione giudiziale dei compensi spettanti agli avvocati. In particolare, il Collegio si è posto il problema di chiarire se il giudice debba o meno attenersi alle specifiche pattuizioni sul punto intervenute tra professionista e cliente e dedotte in giudizio, anche qualora il compenso in base ad esse spettante sia di gran lunga più elevato rispetto a quello che si potrebbe liquidare sulla scorta delle tariffe forensi.

Ebbene, la Suprema Corte si è espressa a favore della prevalenza degli accordi specifici raggiunti dai singoli professionisti con i clienti.
Gli Ermellini – in ossequio ad un consolidato orientamento (cfr., sul punto, Cass. n. 29212/2019) – hanno infatti espressamente affermato che l’elencazione, contenuta nel primo comma dell’art. 2233 c.c., dei criteri per la determinazione convenzionale del compenso ha carattere gerarchico.
Secondo la norma citata, quindi, per la definizione del compenso rileveranno, nell’ordine:

  1. la convenzione delle parti;
  2. le tariffe;
  3. gli usi;
  4. la determinazione del giudice.

Pertanto, la Corte conclude che “il criterio preferenziale individuato dal legislatore ai fini della determinazione del compenso del professionista è l’accordo delle parti” e che “il ricorso agli altri criteri di carattere sussidiario è precluso al giudice quando esista uno specifico accordo fra le parti, le cui pattuizioni risultano preminenti su ogni altro criterio”.
È questo riguardo, è però opportuno precisare conclusivamente che – ai sensi del comma terzo dell’art. 2233 c.c. – i patti conclusi tra gli avvocati ed i praticanti abilitati con i loro clienti che stabiliscono i compensi professionali sono nulli se non redatti in forma scritta.

Il caso concretamente giunto all’attenzione della Corte, in particolare, riguardava una controversia avente ad oggetto la liquidazione del compenso di due avvocati per l’attività professionale da questi fornita. In particolare, i legali avevano presentato alla Corte d’appello la domanda di liquidazione basata su una specifica convenzione stipulata con il cliente, producendo appunto in giudizio il contratto di mandato da questo sottoscritto, dal quale emergeva chiaramente il compenso concordato.
La Corte distrettuale, tuttavia, aveva liquidato i compensi sulla base delle tariffe.
Avverso questo provvedimento, pertanto, gli avvocati avevano proposto ricorso, dolendosi – con esclusivo riferimento agli aspetti di diritto qui di rilievo – del mancato esame da parte dei giudici del merito dell’accordo stipulato con il cliente, che aveva acconsentito al pagamento di una parcella ben più corposa di quella liquidata.
Ritenendo il ricorso fondato, la Cassazione ha dunque chiarito i principi sopra riportati.


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