Mancata notifica del verbale per indirizzo errato: la colpa è della PA

Pubblicato il: 27/11/2022

Un cittadino contravventore, reo di aver attraversato la strada con il semaforo rosso, è destinatario di un verbale di sanzione, pervenuto al suo indirizzo dopo i 90 giorni previsti dalla normativa che regola la materia.
Il GdP di Alessandria accoglie il ricorso dell’automobilista perché notificato oltre il termine. La giustificazione addotta dell’indirizzo errato presente al PRA non è una valida giustificazione per esonerare la responsabilità della Pubblica Amministrazione.

La ricorrente, al momento del trasferimento aveva notificato per tempo il cambio di residenza al PRA, che non provvedendo all’obbligo di modifica, manteneva quella precedente. Pertanto non può essere a lei imputata la mancata notifica della contestazione di aver superato il semaforo rosso. Il ritardo della Pubblica Amministrazione nel contestare il verbale attraverso rituale notifica comporta la nullità della sanzione.

Il GdP con sentenza numero 478/2022 accoglie il ricorso presentato dal contravventore assistito da (omissis). La conducente dell’autoveicolo ricorre contro il verbale con il quale le è stata contestata la violazione dell'art. 146 comma 3, del Codice della strada, per essere passata nonostante il semaforo rosso. Tale violazione era stata accertata tramite apparecchiatura elettronica, regolarmente posizionata sul posto.
In via preliminare la ricorrente eccepisce la tardività della notifica. Il Giudice accoglie il ricorso poichè il verbale è stato notificato dopo il termine di 90 giorni previsto dall'art. 201 delCodice della strada a pena di decadenza.

Non può essere considerata valida la giustificazione addotta dalla PA, secondo al quale il PRA aveva comunicato l’indirizzo errato. La ricorrente, infatti, ha prodotto in giudizio il certificato storico di residenza, che la stessa ha comunicato per tempo all’amministrazione di competenza per ottenere la variazione anagrafica. Ciò posto, il ritardo della trasmissione dei dati non è imputabile al cittadino ma pienamente attribuibile alla PA.


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Incidente: no al risarcimento del danno se il racconto del fatto non è attendibile

Pubblicato il: 26/11/2022

Prima ancora dell’accertamento della responsabilità totale o parziale dell’imputato, chi chiede in giudizio il risarcimento del danno causato dalla circolazione stradale, ha l’onere di dimostrare come sia avvenuto l’evento storico in assenza di contraddizioni. L’accertamento in fatto e diritto è successivo alla verifica delle circostanze di tempo e di luogo in cui si verificò la collisione; la pena è la bocciatura della domanda.

Con l’ordinanza num. 28662 del 2022 gli Ermellini confermano la decisione del Giudice di merito che aveva ritenuto «inattendibile la ricostruzione della dinamica del sinistro, avendo riscontrato plurime contraddizioni non solo circa le circostanze in cui sarebbe avvenuto l’urto, ma anche con riguardo a ciò che sarebbe avvenuto in seguito (…) oltre all’assenza di documentazione idonea».
La Corte d’Appello aveva confermato al decisione del primo Giudice di rigettare la domanda fatta da un motociclista al fine del riconoscimento del danno materiale causato dalla collisione tra il motociclo che conduceva e un’automobilista reo di non aver rispettato la precedenza. L’accertamento dei fatti aveva dimostrato l’esistenza di incongruenza tra ciò che l’attore aveva raccontato nella sua ricostruzione della dinamica e le evidenze documentali raccolte. Nello specifico laCorte d’appello aveva rilevato una serie di contraddizioni oggettive, non idonee a operare una «seria ricostruzione dell’accadimento sia sotto il profilo della responsabilità esclusiva (…) sia sotto quello della responsabilità concorsuale» del convenuto.

A tal proposito, secondo la Cassazione, tali incongruenze e contraddizioni che rendono il fatto poco credibile, non possono essere sanate dal richiamo all’art. 2054 del Codice Civile, ovvero il sistema della presunzione di colpa previsto dal codice proprio per la circolazione stradale.
Si tratta di un principio consolidato in giurisprudenza quello per cui il giudice può rilevare d’ufficio la responsabilità di cui all’articolo 2054, comma 2,Codice Civile, solo se gli siano stati prospettati ritualmente da chi agisce gli elementi di fatto dai quali è possibile desumere il concorso di responsabilità.
Chi vuol far valere un proprio diritto in giudizio pertanto, ha l’onere di esporre i fatti in modo attendibile, al fine di far trasparire un proprio convincimento, credibile e verosibile, prima ancora che sia ammessa la prova da parte del giudice.
Questa sentenza segue il filone giurisprudenziale che tenta di limitare le condotte fraudolente o quantomeno quei fenomeni speculativi che stanno minando il funzionamento del sistema della RC auto, mettendo in difficoltà (economiche) gli automobilisti che pagano regolarmente il premio assicurativo (sempre più alto).
Questo principio di congruenza tra il narrato e l’evidenza documentale costituisce una buona arma per filtrare eventuali richieste risarcitorie poco lineari o anche solo ingigantite, prima ancora di verificare la responsabilità.


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Abbandono di animali: quando scatta il reato?

Pubblicato il: 24/11/2022

La sentenza della Corte di Cassazione num. 39844/2022 ha ampliato l’ambito di applicazione del reato di abbandono di animali. Con la stessa la Corte ha sancito che la condotta in esame si configura anche quando l’animale, tenuto in un ambiente non consono alla sua natura, patisce per tale collocazione sofferenze di vario tipo.

Nel caso di specie, sette cani, di razza Husky e Samoiedo, veniva tenuti all’interno di un appartamento di 40 mq, senza luce naturale e in condizioni igienico-sanitarie precarie. Poco importa che l’uomo portasse gli animali a passeggiare tutti i giorni, li nutrisse regolarmente e si prendesse cura di loro al meglio delle sue possibilità.
Secondo la legge infatti, il reato di cui all’art. [[n727co]]del Codice Penale, comma 2, scatta quando chi ha la custodia degli animali tutelati dalla legge decida di disfarsene. In tal caso, dunque, la condotta non è circoscritta al formale proprietario ma a chi, detiene la custodia dell’animale al momento dell’abbandono.

La Corte di Cassazione nel corso del tempo ha fornito principi sempre più stringenti in materia, tutelando il benessere degli animali.
La recente sentenza, infatti, segue il filone giurisprudenziale maggioritario, ampliando l’applicazione dell’articolo persino alla condotta di chi detiene gli animali in un ambiente incompatibile con la propria natura e che, quindi, può provocare gravi sofferenze. Questo concetto tiene conto delle condizioni di salute, nutrizione e igiene in cui versa l’animale. Tale condotta pertanto viene equiparata a quella dell’abbandono, pertanto, chiunque tiene con sé un animale, costringendolo a vivere in maniera non consona alle proprie esigenze, può incorrere nel reato di abbandono di animali.
Secondo la Suprema Corte, le gravi sofferenze che integrano il reato di abbandono di animali non vanno necessariamente intese come quelle "condizioni che possono determinare un vero e proprio processo patologico, bensì anche i meri patimenti: assumono rilievo non soltanto quei comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà verso gli animali per la loro manifesta crudeltà, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psicofisica dell’animale, procurandogli dolore e afflizione".


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I nonni devono mantenere i nipoti se i genitori non riescono?

Pubblicato il: 23/11/2022

Il Tribunale pone a carico dei nonni l’obbligo di corrispondere alla madre del nipote un assegno di mantenimento di 200 euro. La somma sostituisce il mantenimento dovuto dal padre che avrebbe dovuto pagare mensilmente quanto stabilito dal Giudice.

Tale decisione infatti viene emanata a seguito della mancata corresponsione dell’assegno di mantenimento da parte del padre, poiché, neanche la madre, aveva i mezzi necessari per il sostentamento del figlio minorenne.
La Corte d’Appello conferma la decisione rigettando il ricorso proposto dalla nonna paterna, gravata dall’obbligazione in questione e costretta a sopperire alle esigenze del minore.
La nonna fa ricorso in Cassazione.
Con l’ordinanza interlocutoria n. 30368/2022 i Giudici della prima sezione della Corte di Cassazione rilevano che “l’obbligazione solidaristica, sussidiaria e subordinata grava proporzionalmente su tutti gli ascendenti di pari grado indipendentemente da chi sia il genitore che ha creato l’insorgenza dello stato di insufficienza dei mezzi economici”.
I nonni sono i parenti più prossimi dei nipoti, pertanto, sono loro a dover sopperire alle loro esigenze qualora i genitori siano impossibilitati.
Nonostante un leggero aumento delle entrate infatti la madre del minore non riusciva da sola a consentire al figlio una vita dignitosa, inoltre, il fatto che la nonna sia rimasta vedova e il figlio avesse rinunciato all’eredità del padre, costituisce prova di un miglioramento della sua situazione economica, tale da permetterle di poter sopperire alle esigenze del nipote.

Tale obbligo però va inteso nel senso che l’obbligazione degli ascendenti è subordinata e, quindi, sussidiaria rispetto a quella, primaria, dei genitori. Pertanto, solo qualora questi ultimi non possano badare alla prole autonomamente subentra la possibilità di rivolgersi ai primi. Secondo la Cassazione “agli ascendenti non ci si può rivolgere per un aiuto economico per il solo fatto che uno dei due genitori non dia il proprio contributo al mantenimento dei figli, se l’altro genitore è in grado di mantenerli; così come il diritto agli alimenti ex articolo 433 del Codice Civile, legato alla prova dello stato di bisogno e dell’impossibilità di reperire attività lavorativa, sorge solo qualora i genitori non siano in grado di adempiere al loro diretto e personale obbligo”.


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No al reddito di cittadinanza se viene nascosta la presenza del coniuge

Pubblicato il: 22/11/2022

Per la Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione il beneficiario che omette di indicare la presenza del coniuge, seppur separato di fatto, e nasconde che il figlio è stato sottoposto ad una misura cautelare rischia il sequestro del reddito di cittadinanza. Ciò, emerge dalla sentenza n. 37922/2022 con la quale il Supremo Giudice conferma quanto statuito nei gradi di giudizio precedenti.

Il caso vede indagata una donna, beneficiaria del sussidio suddetto, accusata di aver dichiarato false informazioni in relazione alla situazione anagrafica del proprio nucleo familiare e l’omissione di informazioni che avrebbero potuto incidere sulla quantità della somma corrisposta a titolo di beneficio. La donna all’atto della proposizione della domanda non aveva dichiarato la presenza del marito all’interno del nucleo familiare. Inoltre, a seguito dell’ottenimento del beneficio non aveva dichiarato che un componente del nucleo, il figlio, era sottoposto ad una misura cautelare.

L'art. 7, comma 1 e 2, del D. L. n. 4 del 2019, convertito dalla L. n. 26 del 2019, ovvero la legge che istituisce e regola il reddito di cittadinanza, sanziona penalmente la condotta di chiunque, al fine di ottenere indebitamente il beneficio, rende o utilizza dichiarazioni o documenti falsi o attestanti cose non vere, ovvero omette informazioni dovute, nonché l'omessa comunicazione delle variazioni di reddito o del patrimonio, anche se provenienti da attività irregolari, nonché di altre informazioni dovute o rilevanti ai fini della revoca o della riduzione del beneficio entro i termini di legge.

Con riferimento al caso concreto, la donna aveva omesso di dichiarare la presenza del marito nonostante l’intervenuta separazione, l’omologa della quale è successiva alla richiesta del beneficio. Nello specifico la norma che regola l’erogazione del sussidio prevede che i coniugi che hanno diversa residenza anagrafica costituiscono nuclei familiari distinti solo in casi limitati, uno dei quali si configura nell'ipotesi di intervenuta separazione giudiziale o omologa della separazione consensuale, ipotesi non ravvisabili nel caso concreto al momento della richiesta del beneficio.

Bisogna inoltre rilevare che la suddetta legge prevede un diverso parametro di quantificazione del beneficio in relazione al numero di soggetti facenti parte del nucleo familiare.
Inoltre, coloro che sono sottoposti a misura cautelare o condannati per alcuni reati, comportano una riduzione della somma erogata.

Il beneficiario del reddito, dunque, non è solo colui che lo richiede ma, l’intero nucleo familiare. La donna pertanto avrebbe dovuto indicare la sopravvenuta sanzione imposta ad un componente. Ciò avrebbe determinato una riduzione del beneficio.
La norma, ancora, prevede che i presupposti siano posseduti dal nucleo familiare fin dal momento della presentazione della domanda e che permangano per tutta la durata dell’erogazione del beneficio.

Poiché deve ritenersi che il non informare l'ente erogatore del sopravvenuto status detentivo di un componente del nucleo familiare rientri tra le “altre informazioni dovute e rilevanti ai fini della revoca o della riduzione del beneficio”, il sequestro delle somme erogate a titolo di reddito di cittadinanza è legittimo.


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Chiedere la restituzione di parte dello stipendio minacciando il dipendente di licenziamento è estorsione

Pubblicato il: 20/11/2022

Due soggetti, titolari di una società, durante la fase esecutiva del contratto, minacciano di licenziamento la propria dipendente subordinata per farsi restituire parte degli emolumenti versati come stipendio. La Corte di Cassazione con la recentissima sentenza n. 41985 del 07/11/22 conferma la sentenza d’Appello che condannava il comportamento dei due titolari, perché riconducibile alla condotta sanzionata dal’art.629 del Codice Penale. I due, hanno costretto la donna con la minaccia di comminarle il licenziamento, alla restituzione di parte dello stipendio ricevuto mensilmente.

La tesi difensiva sosteneva che la donna non avesse alcun diritto sulla parte di stipendio di cui le era stata chiesta la restituzione, poiché versata in eccesso rispetto a quanto previsto dal contratto concluso con il datore di lavoro. Era stata presentata una perizia da cui risultava che lo stipendio corrisposto alla donna era pari a quanto a lei dovuto.

Secondo la Corte ciò che importa disvalore penalistico della condotta, secondo la massima in commento, non è tanto l’elusione delle prescrizioni che governano il rapporto lavorativo, bensì le modalità con cui tale risultato venga raggiunto.

Costringere il lavoratore a restituire in contanti parte dello stipendio ricevuto, sotto la minaccia di comminargli il licenziamento, integra il delitto di estorsione se commesso dal datore di lavoro, secondo la costante giurisprudenza della Corte: “approfittare della situazione del mercato a lui favorevole per la prevalenza dell’offerta sulla domanda, costringe i lavoratori, con la minaccia larvata di licenziamento, ad accettare la corresponsione di trattamenti retributiva trattamenti retributivi deteriori e non adeguati alle prestazioni effettuate, e più in generale condizioni di lavoro contrarie alle leggi ed ai contratti collettivi”.

In tali circostanze, per la sentenza, non risulta applicabile neanche la condizione attenuante di cui all’art. 62, comma 4, del Codice Penale, applicabile nell’ipotesi in cui venga cagionato alla persona offesa dal reato un danno patrimoniale di speciale tenuità, stante gli effetti dannosi connessi alla lesione della persona destinataria delle minacce.


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Posta le foto dei nipoti su Facebook: zia condannata a pagare i danni

Pubblicato il: 16/11/2022

Le immagini vengono considerate dalla legge come dei veri e propri dati personali, ritraggono del resto il volto di un soggetto pertanto, per postarle sui social network o in generale per utilizzarle, è necessaria l’autorizzazione ovvero il consenso dell’interessato, cioè della persona ritratta.

La diffusione delle immagini senza il consenso costituisce un’interferenza illecita nella vita privata, viene infatti violato il diritto all’immagine e alla riservatezza.

Nel caso dei minori, sono i genitori a dover esprimere il consenso alla diffusione delle immagini che li ritraggono. Non rileva infatti il titolo per cui il terzo o un parente le detiene.
Il Regolamento generale sulla protezione dei dati restringe ancor di più l’ambito di applicazione della norma relativa alla diffusione delle immagini dei minori e ha introdotto una tutela rafforzata per l’immagine del minorenne, vietandone l’indebito utilizzo anche qualora sia solo uno de genitori a non prestare il suo consenso.

Quanto rilevato è alla base della condanna di una zia che aveva postato foto e filmati dei nipoti minorenni. Il padre, infatti, negava legittimamente l’esposizione mediatica dei figli sul profilo social della donna.
A peggiorare la situazione della donna vi sono due fattori:

  • La durata dell’esposizione sui social delle immagini, che prosegue anche a seguito della ricezione della diffida da parte del padre (le foto ritraevano le bambine in primo piano e in costume da bagno) e,
  • L’aver pubblicato tali riproduzioni fotografiche in modalità "pubblica" sul proprio profilo, cioè, visibili oltre la cerchia ristretta delle amicizie della donna.

Il Tribunale di Rieti con sentenza numero 443/2022 condanna la donna a risarcire al padre dei minori una somma pari a 5 mila euro.
Il danno secondo il Giudice è stato provocato in primis dalla rimozione tardiva delle foto.
Inoltre, il comportamento della signora configura una lesione alla riservatezza dei minori che trova il suo fondamento giuridico nella legge 176/1991 che ha ratificato in Italia la Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, nell’art. 10 del Codice Civile e nell’art. 2 della Costituzione.


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Accusata di lesioni colpose la passeggera che aprendo lo sportello colpisce il pedone

Pubblicato il: 14/11/2022

Una donna, imputata per il reato di lesioni colpose ex art. 590 del Codice Penale, viene condannata dalla Cassazione per aver distrattamente aperto la portiera posteriore senza guardare. Con la sentenza n. 42039/2022 si chiude la diatriba giudiziaria sorta a seguito dell’incidente provocato dal terzo trasportato nell’automobile, qualificato poi dal Supremo consesso come lesioni colpose aggravate dal mancato rispetto delle norme sulla circolazione stradale.

Il reato di lesioni colpose è commesso da chi cagiona ad altri, per colpa, una lesione personale. Si tratta di reato di danno che si consuma nel momento in cui si verifica la lesione personale colposa, ovvero la malattia nel corpo e nella mente, cagionata ad altri con una condotta, da parte dell’agente, inosservante delle regole cautelari. Viene integrato dalla mera inosservanza delle norme di prudenza e di diligenza a causa della quale resti provato l’evento dannoso. Nel caso di specie vi è l’aggravante del mancato rispetto delle norme del Codice della strada.

Nello specifico la donna viene accusata di aver aperto lo sportello posteriore dell’auto parcheggiata senza prima ispezionare il marciapiede e dunque senza accorgersi del sopraggiungere di un pedone, che viene colpito dalla porta.

Il ricorso in Cassazione muove dalle doglianze proposte dall’imputata che accusa la persona offesa di essere stata lei ad aver causato l’incidente. Secondo la donna, l’uomo camminava distratto dal cane che portava al guinzaglio e proprio questa distrazione aveva portato il pedone a sbattere contro la portiera. Secondo la donna inoltre, le testimonianze di coloro che erano sul posto confermano la sua versione dei fatti. Il ricorso muove da una sentenza di secondo grado che, a fronte di lesioni guaribili in 5 giorni, condanna la donne al pagamento di una somma pari a 500 euro, ovvero la multa prevista al minimo edittale.

Secondo gli Ermellini, sia le testimonianze che il referto ospedaliero fanno emergere chiaramente la responsabilità della donna, che era scesa dall’auto per fumare una sigaretta. Nell’atto di aprire lo sportello posteriore, ella non aveva ispezionato la strada con la dovuta diligenza, altrimenti si sarebbe accorta del sopraggiungere dell’uomo e avrebbe evitato l’evento lesivo.

La Cassazione condanna la ricorrente a 3.000 euro di sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende e il pagamento delle spese processuali, versando in colpa in ragione della inammissibilità del ricorso.


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Ostentare i tradimenti alla compagna è reato di maltrattamenti

Pubblicato il: 12/11/2022

Un uomo subisce la condanna in primo e secondo grado per il reato di maltrattamenti a si sensi dell’art. 572 del Codice Penale. Secondo la Corte di Cassazione, un rapporto stabile presuppone il rispetto reciproco. La condotta che si sostanzia nell’ostentare i tradimenti con altre donne alla compagna convivente è lesiva della sua dignità e umiliante, pertanto insostenibile all’interno di una relazione stabile e duratura.

L’uomo che ricorre in Cassazione a seguito della condanna nei giudizi precedenti, contesta l’assenza della continuità nella condotta e del dolo, ritenuti indispensabili per integrare il suddetto reato. Inoltre, sostiene che è errato ritenere che all’interno di un rapporto conflittuale si possa pretendere il rispetto dell’obbligo di fedeltà. Pertanto, le relazioni intrattenute dall’imputato con terze persone non possono essere considerate umilianti o offensive.

La Cassazione con la sentenza numero 41568/2022 non condivide nella maniera più assoluta la tesi del ricorrente, rigettando il ricorso perché inammissibile. Il Supremo Giudice ritiene siano state provate le condotte vessatorie dell’imputato nei confronti della vittima, reiterate nel corso della loro storia. La vittima ha subito pesanti ingiurie derivanti dalla frequenza, addirittura ostentata, di relazioni con altre donne, a cui si è accompagnato il disprezzo manifesto nei suoi confronti.
All’interno di una relazione stabile tali condotte sono considerate lesive della dignità e del necessario rispetto reciproco.
Per concludere, la conflittualità del rapporto non fa cadere l'obbligo di reciproca fedeltà così come devono permanere la reciproca lealtà e la fiducia alla base dell'unione. Il venir meno di questi presupposti e le condotte vessatorie dell'imputato integrano perfettamente il dettato normativo della norma in esame, giustificando la condanna subita dall'uomo.


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Legittime le sanzioni applicate da Facebook agli utenti che violano gli standard della community

Pubblicato il: 09/11/2022

Con ricorso ex. art ex art 702 bis del Codice di procedura civile. un privato cittadino ha chiamato in giudizio il noto social network Facebook dinnanzi al Tribunale di Varese. L’uomo affermava di essere titolare di un profilo social dal 2012 e di possedere un gruppo privato di cui facevano parte 712 membri.

L’utente nello specifico affermava che Facebook dal dicembre 2020 all’agosto 2021 aveva limitato più volte l’accesso al suo profilo impedendogli di svolgere la sua opera di amministratore del gruppo. Inoltre, tali sospensioni variavano da 24 ore a 30 giorni con la conseguente rimozione dei post incriminati.
Tali scritte e immagini violavano i cosiddetti Standard della community e pertanto venivano sanzionati.
Nello specifico l’ultimo post, poi rimosso, riproduceva il discorso dalla Camera dei Deputati di un parlamentare che si esprimeva sulla situazione epidemiologica legata al diffondersi del Covid-19.
La connessa didascalia conteneva una critica alle modalità utilizzate dal Governo per affrontare l’emergenza sanitaria.

Le doglianze del ricorrente riguardavano in primis la qualificazione del contratto che l’utente avrebbe sottoscritto con il social: nello specifico lo stesso doveva essere inquadrato come contratto a prestazioni corrispettive con clausole vessatorie per l’utente, quindi nulle ex art. 36 del Codice del consumo.

In secondo luogo, la rimozione dei post connotava l’assenza di buona fede da parte del social che limitava la possibilità del ricorrente di accedere al proprio profilo calpestando alcuni diritti fondamentali presenti in Costituzione.
Tali decisioni infatti venivano prese arbitrariamente in assenza di alcuna spiegazione o contraddittorio tra le parti.

Il ricorrente infine, chiedeva al Tribunale il riconoscimento di un risarcimento pari a 200 euro per ogni giorno di chiusura forzata del profilo ed una penale di 500 euro per ogni giorni di ritardo nell’applicazione della richiesta ordinanza.

D’altro canto Facebook Ireland LTD contestava puntualmente quanto sanzionato da parte ricorrente affermando che i servizio Facebook viene fornito da una piattaforma privata che espone chiaramente le proprie regole ad ogni utente nell’ambito dell’autonomia privata e che pertanto vengono accettate al momento della conclusione della procedura di iscrizione.

Dal 2018 Facebook si è attivato per combattere la disinformazione, insieme a OMS, UNICEF e ECDC, per tutelare i propri utenti di fronte ad informazioni false sul Covid-19, aveva imposto determinate regole che l’utente aveva violato e pertanto gli erano state applicate le sanzioni previste all’interno della community. Inoltre, nessun diritto era stato violato in quanto i social non sono considerati servizio essenziale pertanto, ogni utente può continuare a manifestare il proprio pensiero altrove.

Il Tribunale di Varese nel prendere la sua decisione, prima di tutto si occupa di inquadrare correttamente la tipologia di contratto intercorsa l’utente e Facebook: nello specifico lo stesso viene considerato come “contratto per adesione” in quanto, per godere dei servizi offerti da Facebook, l’utente deve accettare, mediante flag, le condizioni d’uso predisposte in via unilaterale dalla piattaforma.
Precisa poi che è possibile considerarlo un contratto a prestazioni corrispettive poiché l’utente consente a Facebook di utilizzare i propri dati in cambio dell'uso degli strumenti di condivisione messi a disposizione dal social.

Pertanto le clausole contenute nelle condizioni d’uso non paiono assumere un carattere vessatorio a parere del giudice di Varese.
Si legge, infatti, nella sentenza che “le previsioni contrattuali in esame, astrattamente considerate, non possono ritenersi vessatorie (…) potendo essere ricondotte nell’alveo dell’ordinaria regolamentazione contrattuale, volta ad assicurare un’adeguata fruizione del servizio da parte di tutti gli utenti: Facebook presta un servizio dietro un corrispettivo e lo presta a determinate condizioni; nel contratto sono previsti determinati obblighi di comportamento, che devono essere rispettati dall’utente nella fruizione del servizio, pena la limitazione/sospensione del servizio da parte del professionista. Il potere riconosciuto contrattualmente a Facebook di limitare o sospendere il servizio può, in particolare, essere ricondotto all’interno dell’istituto di cui all’art. 1460 del Codice Civile, ossia l’eccezione di inadempimento.

Il tema del controllo delle piattaforme social è sempre più pregnante nel mondo moderno, pertanto, la portata della sentenza del Tribunale di Varese consente di tracciare una linea di demarcazione al fine di comprendere che laddove le condizioni d’uso siano redatte per garantire il rispetto di valori costituzionalmente protetti e vengano accettate dall’utente, anche le relative sanzioni saranno legittime.


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