Covid e fake news: in risposta al video di Vittorio Sgarbi del 12 gennaio 2022

Pubblicato il: 17/01/2022

In data 12 gennaio 2022 Vittorio Sgarbi pubblicava sulla propria pagina Facebook (lo trovate cercando nella sua pagina, scorrete fino al giorno 12 gennaio) un video nel quale riproduceva un file audio a sostegno della tesi della illegittimità dell’obbligo vaccinale.
La voce che si ode nell'incipit del video dovrebbe essere quella di un ex magistrato, il quale dichiara: “In questo Paese tutti ignorano il diritto. Dire o ti vaccini o ti licenzio è reato di estorsione all’art. 629 del Codice Penale”. A ciò, poi, segue la citazione di altre fonti che evidenzierebbero l’illegalità del suddetto obbligo, cioè una sentenza della Corte Costituzionale, il Codice di Norimberga, la Convenzione di Oviedo, l’art. 32 della Costituzione e una sentenza del Tribunale di Roma.

A seguito della larga diffusione che tale contenuto ha avuto in ambienti “no vax”, pare opportuno fare chiarezza sul tema della legittimità dell’obbligo vaccinale, lasciando da parte facili suggestioni e affrontando dal punto di vista esclusivamente giuridico ognuno dei punti citati nel video.

Innanzitutto, verificando la provenienza delle informazioni citate nel video, si può facilmente apprendere che il magistrato citato (Dott. Deidda) ha nettamente smentito la paternità di quelle dichiarazioni, definendole chiaramente come “banalità”, “sciocchezze” e “stupidaggini giuridiche”.

Circa poi la riconduzione all’art. 629 c.p. della frase d’effetto “o ti vaccini o ti licenzio”, contenuta in questo misterioso audio, se ne deve segnalare l’erroneità. Ciò, in particolare, si afferma alla luce non solo dell’insussistenza di tutti gli elementi costitutivi del reato di estorsione ma anche della non previsione del licenziamento come conseguenza della violazione dell’obbligo vaccinale, essendo sempre garantito il diritto alla conservazione del posto di lavoro.

Anche con riguardo alla sentenza della Consulta citata (Corte Cost. n. 308/1990) è sufficiente una semplice lettura estesa del provvedimento per rendersi conto che non esiste il minimo riscontro. Tale pronuncia, infatti, riguarda la questione di legittimità costituzionale sollevata su una legge della Regione Liguria recante "utilizzazione dell'elenco del personale Galliera ai fini della composizione delle commissioni esaminatrici dei concorsi presso le Unità sanitarie locali".
Le frasi citate nell’audio – dalle quali si dovrebbe desumere l’illegittimità dell’obbligo vaccinale – non compaiono mai nel testo di questa sentenza, che riguarda tutt’altro.

Quanto, ancora, al riferimento al processo di Norimberga, il riferimento non sembra per nulla pertinente in quanto:

  1. i principi elaborati dai giudici americani nel processo del 1947 non hanno alcuna valenza normativa in nessun ordinamento;
  2. quei principi – il primo dei quali effettivamente richiede il consenso volontario dei soggetti per i procedimenti sperimentali – riguardavano la fattispecie del tutto diversa delle sperimentazioni effettuate dai nazisti nei campi di concentramento;
  3. l’asserita “sperimentalità” dei vaccini anti-Covid è già stata comunque espressamente esclusa con sentenza n. 7045/2021 dal Consiglio di Stato, che – sulla scorta di approfondite argomentazioni – ha sottolineato la correttezza del processo di approvazione del siero, la non sperimentalità e la legittimità dell’obbligo per i sanitari.

Con riferimento, poi, alla Convenzione di Oviedo, firmata il 4 aprile 1997, essa prevede effettivamente che «un trattamento sanitario può essere praticato solo se la persona interessata abbia prestato il proprio consenso libero ed informato» (art. 5).
In ciò la Convenzione non pare il contrasto con i dettami dell’art. 32 Cost., che rappresenta il dato di riferimento nel nostro ordinamento.
E tale norma senz’altro attribuisce rango costituzionale al diritto all’autodeterminazione, ma specifica anche

  • che la salute è tutelata come fondamentale diritto dell'individuo e anche della collettività;
  • che i singoli possono essere obbligati a un determinato trattamento sanitario per disposizione legge.

È assai nota, d’altronde, la giurisprudenza della nostra Consulta – opportunamente ignorata dal misterioso audio – che riconosce la legittimità degli obblighi vaccinali (da ultimo si veda Corte Cost n. 5/2018, secondo cui “la giurisprudenza di questa Corte in materia di vaccinazioni è salda nell’affermare che l’art. 32 Cost. postula il necessario contemperamento del diritto alla salute del singolo (anche nel suo contenuto di libertà di cura) con il coesistente e reciproco diritto degli altri e con l’interesse della collettività (da ultimo sentenza n. 268 del 2017), nonché, nel caso di vaccinazioni obbligatorie, con l’interesse del bambino, che esige tutela anche nei confronti dei genitori che non adempiono ai loro compiti di cura (ex multis, sentenza n. 258 del 1994)” e ancora “in particolare, questa Corte ha precisato che la legge impositiva di un trattamento sanitario non è incompatibile con l’art. 32 Cost.: se il trattamento è diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri; se si prevede che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che è obbligato, salvo che per quelle sole conseguenze che appaiano normali e, pertanto, tollerabili; e se, nell'ipotesi di danno ulteriore, sia prevista comunque la corresponsione di una equa indennità in favore del danneggiato, e ciò a prescindere dalla parallela tutela risarcitoria (sentenze n. 258 del 1994 e n. 307 del 1990)”.

Anche la sentenza della Corte EDU Vavricka e altri c. Repubblica Ceca del 2021, peraltro, trae sostanzialmente le medesime conclusioni: al pari della nostra Consulta, infatti, i Giudici di Strasburgo concludono per la legittimità dell’obbligo vaccinale ove proporzionale al fine della protezione della sanità pubblica, ferma la previsione del diritto all’indennizzo in caso di danni.

E tale diritto è previsto in Italia da circa trent’anni. È una c.d. fake news, infatti, quella per cui non esiste il diritto ad alcun indennizzo. Basti infatti considerare a riguardo:

  • che la L. del 25 febbraio 1992, n. 210 prevede espressamente – con riferimento alle vaccinazioni obbligatorie – che “chiunque abbia riportato, a causa di vaccinazioni obbligatorie per legge o per ordinanza di una autorità sanitaria italiana, lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente della integrità psico-fisica, ha diritto ad un indennizzo da parte dello Stato, alle condizioni e nei modi stabiliti dalla presente legge”;
  • che la Corte Costituzionale n. 118/2020 ha esteso il diritto all’indennizzo anche al caso dei danni derivanti da vaccinazione non obbligatoria ma solo raccomandata.

Infine, nella misteriosa registrazione si cita l’ordinanza Trib. Roma, Sez. VI, n. 45986/2020 del 16 dicembre 2020, il cui estensore – senza sollevare questione di costituzionalità – ha effettivamente ritenuto illegittimi in motivazione i c.d. DPCM Covid (che, comunque, nulla centrano con l’obbligo vaccinale e con il diritto all’autodeterminazione sanitaria, temi su cui sembrava vertere l’intero audio).
In ogni caso, anche sulla legittimità di quei DPCM la nostra Consulta si è già espressa con sentenza n. 198/2021, rilevando che i Decreti-legge non hanno conferito al Presidente del Consiglio dei Ministri una funzione legislativa in violazione degli artt. 76 e 77 Cost., né tantomeno poteri straordinari da stato di guerra in violazione dell’art. 78 Cost., ma hanno ad esso attribuito unicamente il compito di dare esecuzione alla norma primaria mediante atti amministrativi sufficientemente tipizzati.


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È diffamatorio affermare pubblicamente che un giudice non è imparziale?

Pubblicato il: 16/01/2022

La Suprema Corte, con sentenza n. 45249 del 9 dicembre 2021, ha affrontato la questione della precisa individuazione dei limiti entro i quali il diritto di critica può scriminare il delitto di diffamazione, perpetrato nello specifico a danno dei magistrati.

Al fine di comprendere quanto di recente affermato dalla Cassazione, è preliminarmente necessario ricordare che il delitto di diffamazione è previsto all’art. 595 c.p. e si integra quando un soggetto offende l’altrui reputazione comunicando con più persone (almeno due). Tale reato, nella sua forma semplice, è punito con la reclusione fino ad un anno e con la multa fino ad euro 1.032,00. Il bene giuridico tutelato è la reputazione della persona offesa, che secondo la tesi prevalente consiste nell’onore in senso oggettivo, inteso come considerazione che il mondo esterno ha dell’individuo.

È altrettanto necessario rimembrare che tale delitto può essere scriminato dall’esercizio del diritto di critica.
L’art. 51 c.p., infatti prevede che l’esercizio di un diritto esclude la punibilità del soggetto e ciascun consociato gode del diritto di dissentire dalle opinioni altrui, censurandole. Questa facoltà, invero, si configura come espressione del diritto manifestazione del pensiero, costituzionalmente tutelato all’art. 21 Cost.
Per avere valenza scriminante, la critica – come già chiarito dalla giurisprudenza di legittimità – deve però rispettare i parametri della pertinenza (intesa come relazione stretta tra l’offesa e l’atto criticato) nonché della continenza (intesa come correttezza delle modalità di espressione che, pur potendo essere “graffiante”, non deve essere inutilmente offensiva), ferma la verità del fatto storico oggetto dell’opinione espressa.

Ebbene, con la citata sentenza, la Suprema Corte ha richiamato questi approdi giurisprudenziali e li ha calati nello specifico campo dei rapporti tra l’esercizio della critica giudiziaria e le offese rivolte a componenti dell’ordine giurisdizionale.
La Corte, infatti, ha chiarito che l’offesa all’onere di un magistrato integra:

  • una legittima critica giudiziaria quando le espressioni utilizzate, pur essendo aspre, si limitino ad evidenziare una negligenza del magistrato o ad esprimere un dissenso o una valutazione negativa della preparazione professionale;
  • il reato di diffamazione quando le espressioni utilizzate non si limitino ad una valutazione di professionalità o di non condivisibilità del provvedimento giurisdizionale, ma si spingano – senza essere corroborate da alcuna prova – a dipingere la persona del magistrato come non imparziale: tali espressioni, invero, sono infamanti e inutilmente umilianti e sono tali da configurarsi come mera aggressione personale al magistrato, lesiva della stima di cui gode.

Infine, la Suprema Corte ha anche chiarito che la specifica esimente disciplinata dall’art. 598 c.p., che esclude la punibilità delle offese contenute negli scritti presentati innanzi alle autorità giudiziarie dalle parti o dai loro patrocinatori, si distingue dalla scriminante sopra esaminata in quanto ha diversa natura giuridica e può trovare applicazione solo nel caso in cui le offese rivolte al magistrato siano contenute in atti tipici dell’attività difensiva.

Il caso giunto all’attenzione della Corte, in particolare, riguardava alcune accuse di parzialità, dettata essenzialmente da ragioni politiche, rivolte da un avvocato, a seguito dell’emanazione di un provvedimento ad esso sfavorevole, al Giudice che ne era autore e contenute in una missiva inoltrata alla persona offesa nonché al Presidente del Tribunale e al cliente.
Esclusa dunque l’esimente ex art. 598 c.p. nonché la scriminante di cui all’art. 51 c.p., il Giudice di Pace prima e il Tribunale poi avevano condannato il legale per diffamazione.
Avverso la sentenza di secondo grado, dunque, l’imputato aveva proposto ricorso in Cassazione, dolendosi – per quanto qui di rilievo – del mancato riconoscimento della causa di non punibilità e della scriminante: la Corte, tuttavia, ha confermato la condanna sulla scorta delle considerazioni innanzi riportate.


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Garza dimenticata nel paziente durante l’intervento: chi è responsabile?

Pubblicato il: 16/01/2022

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 392 del 11 gennaio 2022, è tornata sul tema della colpa medica d’equipe, precisando che anche il chirurgo è tenuto alla verifica finale del campo chirurgico e che, laddove egli non svolga tale controllo, potrà essere dichiarato responsabile per colpa dell’errore del personale infermieristico commesso nel contare le garze a fine intervento.

La vicenda concretamente giunta al vaglio della Suprema Corte, nello specifico, riguardava la dimenticanza di una garza laparotomica nell’addome di un paziente nel corso di un intervento chirurgico. A seguito di un ascesso retroperitoneale fistolizzato causato dalla garza in questione, il paziente aveva denunciato i sanitari, sicchè il Tribunale aveva condannato l’infermiere e il primo operatore dell’equipe chirurgica per il reato di lesioni colpose ex art. 590c.p.
Tale sentenza, poi, era stata confermata dalla Corte d’appello.
Avverso la pronuncia di seconde cure, dunque, il chirurgo capo dell’equipe aveva proposto ricorso in Cassazione, formulando vari motivi inerenti alla sussistenza della colpa: la Corte, pur dichiarando estinto il reato per prescrizione, ha esaminato le censure agli effetti civili e ha affermato importanti principi a riguardo, che qui pare interessante sintetizzare.

Orbene, nella motivazione del provvedimento, la Corte si è soffermata sull’ambito soggettivo di applicazione della Raccomandazione n. 2/2008 del Ministero della Salute, che delinea una specifica procedura volta proprio a prevenire la ritenzione all’interno del sito chirurgico di garze, strumenti o altro materiale. Tale procedura – in base alla quale il conteggio dello strumentario deve essere effettuato a voce alta contemporaneamente due soggetti appartenenti al personale infermieristico e la verifica sull’esecuzione e sulla correttezza di tale conteggio deve essere svolta dal chirurgo – deve infatti essere applicata da “tutti gli operatori sanitari coinvolti nelle attività chirurgiche”.
Dalla lettura della Raccomandazione, dunque, si trae che tutti gli operatori coinvolti nell’intervento devono assicurare l’adempimento degli oneri di controllo rivolti a scongiurare una lesione.

Nell’ottica della “collaborazione continua” tra i componenti dell’equipe, aggiunge poi il Collegio, il chirurgo non può svolgere un controllo meramente formale ma deve spendersi in una costante e diligente vigilanza, non trovando applicazione nei suoi confronti – come già affermato dalla giurisprudenza di legittimità –il principio di affidamento.
All’esito di tali considerazioni, infatti, la Suprema Corte afferma espressamente che il chirurgo, benchè non sia tenuto a svolgere la conta delle garze personalmente insieme agli infermieri, deve “non solo accertarsi che il riconteggio sia stato effettuato ed abbia dato un risultato di parità, ma compiere una verifica finale del campo operatorio, che consenta la sua chiusura in sicurezza”. Il conteggio svolto dagli infermieri, infatti, non elimina il rischio dell’errore di calcolo nell’introduzione delle garze né dell’eventuale frammentazione delle stesse nel corso dell’intervento.


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Covid-19: quali sanzioni per la violazione dell’obbligo vaccinale?

Pubblicato il: 13/01/2022

In data 8 gennaio 2022 è entrato in vigore il Decreto Legge n. 1 /2022 recante misure urgenti per fronteggiare l'emergenza COVID-19, in particolare nei luoghi di lavoro, nelle scuole e negli istituti della formazione superiore.

Tra le varie misure finalizzate a contenere il contenimento dei contagi così introdotte, spicca quella che impone l’obbligo vaccinale ai soggetti ultracinquantenni.
All’art. 1, infatti, il citato Decreto dispone che dalla data di entrata in vigore della presente disposizione e fino al 15 giugno 2022l’obbligo vaccinale per la prevenzione dell’infezione da Sars-Cov-2 si applica ai cittadini italiani e di altri Stati membri dell’Unione europea residenti nel territorio dello Stato, nonché ai cittadini stranieri di cui agli articoli 34 e 35 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, che abbiano compiuto il cinquantesimo anno di età”, salvo specifiche esenzioni per ragioni di salute.

Ma quali sono le sanzioni a cui va incontro chi non adempie a tale obbligo?
Per chiarezza espositiva, la risposta a tale quesito può essere biforcata in considerazione del periodo di riferimento:

  • dal 1° febbraio 2022, ai soggetti ultracinquantenni che non avranno iniziato il ciclo primario di immunizzazione o comunque non si sottoporranno alle ulteriori inoculazioni nei termini indicati dalle Autorità sanitarie sarà irrogata una sanzione amministrativa pari a 100,00 euro. L’irrogazione della sanzione – specifica il Decreto citato – sarà effettuata dal Ministero della Salute per il tramite dell’Agenzia delle Entrate Riscossione, alla quale saranno trasmessi periodicamente gli elenchi di soggetti non in regola con le vaccinazioni, formati anche tramite l’acquisizione dei dati del Sistema Tessera Sanitaria. Una volta comunicato l’avvio del procedimento sanzionatorio, gli ultracinquantenni non vaccinati avranno un termine di dieci giorni per comunicazione all’Asl competente l’eventuale certificazione relativa al differimento o all’esenzione dall’obbligo vaccinale o altra ragione di assoluta e oggettiva impossibilità. Una volta emanata la sanzione, i soggetti interessati avranno la possibilità di fare opposizione: in questo caso la competenza spetta al Giudice di Pace;
  • dal 15 febbraio 2022, poi, gli ultracinquantenni non vaccinati, dipendenti o lavoratori autonomi, non potranno accedere al luogo di lavoro a meno che non siano guariti dal Covid-19 nei sei mesi precedenti. In sostanza, per lavorare servirà il green pass rafforzato. I lavoratori no-vax, pertanto, saranno considerati assenti ingiustificati senza diritto alla retribuzione. Essi manterranno, tuttavia, il diritto alla conservazione del posto di lavoro e non scatteranno conseguenze disciplinari. Per il caso di violazione delle norme ora esposte, il Prefetto potrà irrogare una sanzione amministrativa che imporrà al lavoratore no vax il pagamento di una somma compresa tra i 600,00 e i 1.500,00 euro, suscettibile di raddoppio nel caso di plurime violazioni.

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La sorte del contratto a valle dell’intesa antitrust

Pubblicato il: 12/01/2022

Da lungo tempo si discute, sia in dottrina sia in giurisprudenza, su quale sia la disciplina applicabile ai contratti di fideiussione stipulati in conformità al c.d. schema ABI e finalmente su questo annoso dibattito sono intervenute le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza n. 41994 del 30 dicembre 2021.

Al fine di comprendere tale recente approdo giurisprudenziale è tuttavia necessario ricordare che l’Associazione Bancaria Italiana, nel lontano 2002, ha predisposto uno schema negoziale standard per la stipula delle fideiussioni omnibus, il c.d. schema ABI.
All’esito di un’indagine amministrativa, tuttavia, la Banca d’Italia – con il provvedimento n. 55/2005 – ha dichiarato tale schema frutto di un’intesa violativa della concorrenza.
In particolare, l’Autorità di vigilanza ha rilevato l’illegittimità delle clausole:

  • di reviviscenza (clausola n. 2), secondo la quale il fideiussore è tenuto a “rimborsare alla banca le somme che dalla banca stessa incassate in pagamento di obbligazioni garantite e che dovessero essere restituite a seguito di annullamento, inefficacia o revoca dei pagamenti stessi o per qualsiasi altro motivo”;
  • di rinuncia ai termini (clausola n. 6), in forza della quale “i diritti derivati alla banca dalla fideiussione restano integri fino a totale estinzione di ogni suo credito verso il debitore, senza che essa sia tenuta ad escutere il debitore o il fideiussore medesimi o qualsiasi altro coobbligato o garante entro i tempi previsti, a seconda dei casi, dall’art. 1957 c.c.”;
  • di sopravvivenza (clausola n. 8), secondo la quale “qualora le obbligazioni garantite siano dichiarate invalide, la fideiussione garantisce comunque l’obbligo del debitore di restituire le somme allo stesso erogate”.

Tali clausole, segnatamente, secondo la Banca d’Italia contenevano disposizioni in contrasto con la L. n. 287/1990, che all’art. 2 vieta le intese che hanno per oggetto o per effetto quello di impedire, restringere o falsare in maniera consistente la concorrenza nel mercato.

La norma citata, tuttavia, si limita a disporre che “le intese vietate sono nulle ad ogni effetto”, senza specificare di quali rimedi disponga il consumatore, il quale abbia stipulato un contratto in recepimento dell’intesa anticoncorrenziale.
Questo, dunque, è il contesto nel quale si è determinata la recente rimessione alle Sezioni Unite, alla luce di un serio contrasto giurisprudenziale e dottrinale relativi alla sorte del contratto di fideiussione stipulato secondo lo schema ABI.
In particolare, sulla questione si sono formati tre diversi orientamenti:

  1. una prima soluzione era quella della nullità totale del contratto a valle;
  2. una seconda tesi era invece quella della nullità parziale di tale contratto, limitatamente alle clausole che riproducono le condizioni dell'intesa nulla a monte;
  3. un terzo orientamento, infine, ammetteva unicamente la tutela risarcitoria in favore del consumatore, configurandosi il contratto a valle come valido e lecito.

Orbene, con il provvedimento citato le Sezioni Unite si sono finalmente espresse sulla questione, optando nello specifico per la tesi della nullità parziale.
Nella motivazione della sentenza, infatti, è possibile leggere come “tra le diverse soluzioni individuate da dottrina e giurisprudenza, quella che perviene a risultati più in linea con le finalità e gli obiettivi della normativa antitrust sia la tesi della nullità parziale”.
Sulla scorta di tali principi, deve pertanto rilevarsi la nullità ex art. 1419 c.c. delle sole clausole che riproducono – dando vita ad un collegamento funzionale – quelle dello schema contrattuale che costituisce l’intesa vietata, vigendo per il resto il principio di conservazione a meno che non sia provata una diversa volontà delle parti. È dunque onere del soggetto che intende travolgere l’intero contratto provare che esso non sarebbe stato stipulato in assenza della clausola nulla.


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Pagamenti in contanti: i nuovi limiti

Pubblicato il: 12/01/2022

Con il c.d. Decreto Fiscale n. 124/2019, collegato alla Legge di Bilancio per il 2020, allo scopo di combattere i diffusi fenomeni del riciclaggio e dell’autoriciclaggio, il Governo ha ritenuto opportuno fissare dei più stringenti per l’utilizzo del denaro contante.

Nello specifico, l’art. 18 del Decreto Fiscale ha modificato l’art. 49 del D. Lgs 231/2007 relativo proprio alla attuazione delle direttive comunitarie concernenti la prevenzione dell’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo. Alla disposizione citata – che originariamente prevedeva che “è vietato il trasferimento di denaro contante e di titoli al portatore in euro o in valuta estera, effettuato a qualsiasi titolo tra soggetti diversi, siano esse persone fisiche o giuridiche, quando il valore oggetto di trasferimento, è complessivamente pari o superiore a 3.000 euro” – è stato infatti aggiunto il comma 3 bis, il quale dispone che a decorrere dal 1° gennaio 2022, il predetto divieto e la predetta soglia sono riferiti alla cifra di 1.000 euro.
La soglia massima di denaro attualmente utilizzabile per i trasferimenti cash, dunque, è di euro 999,99.

Ma, nello specifico, quali sono le operazioni precluse? Quali invece sono sottratte al divieto? E, ancora, che sanzioni sono previste per il caso di violazione? Al fine di fare chiarezza circa tale importante novità, sembra utile fornire delle sintetiche risposte a tali quesiti:

  • le operazioni precluse: il divieto di effettuare operazioni cash per un importo pari o superiore ad euro 1.000,00 si estende a qualsiasi tipo di trasferimento di denaro contante e titoli al portatore tra diverse persone fisiche o persone giuridiche. Ciò che rileva è solo la somma di denaro oggetto dell’operazione, che sopra la soglia indicata è sempre preclusa, a prescindere dal titolo. Sono pertanto compresi nel campo di applicazione del divieto anche prestiti e donazioni. Inoltre, sono sanzionabili anche le operazioni relative a somme inferiori ad euro 1.000,00 che risultino complessivamente elusive del divieto in quanto frutto di un “frazionamento fittizio” del pagamento;
  • le operazioni consentite: va precisato innanzitutto che il divieto si applica solo ai pagamenti in contanti dei soggetti residenti in Italia, sicchè devono considerarsi lecite le operazioni sopra soglia effettuate da cittadini stranieri, per i quali vige il più alto limite di 10.000,00. Quanto invece alle operazioni effettuate dai cittadini italiani, restano esclusi dal rigido divieto i versamenti e i prelievi di denaro contante sul proprio conto corrente, che possono superare la soglia dei 1.000,00 euro, salvo il potere dell’Amministrazione di effettuare delle verifiche. Resta consentito, infine, il pagamento dei compensi per le attività di lavoro autonomo occasionale;
  • le sanzioni: il Decreto Fiscale del 2019 ha modificato altresì l’art. 63 D. Lgs. 231/2007, che prevede l’applicazione di sanzioni amministrative pecuniarie sia per i soggetti attivi della violazione (per i quali le sanzioni potranno andare da 1.000,00 a 50.000,00 euro) sia per i soggetti obbligati a vigilare e comunicare eventuali irregolarità (per i quali le sanzioni vanno dai 3.000,00 ai 15.000,00 euro).

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Notifica via PEC: che succede se il destinatario ha la casella piena?

Pubblicato il: 12/01/2022

Se non è fatto espresso divieto dalla legge, le notificazioni possono eseguirsi a mezzo posta elettronica certificata, anche previa estrazione di copia informatica del documento cartaceo. La notifica, in particolare, si intende perfezionata nel momento in cui il gestore rende disponibile il documento informatico nella casella di posta elettronica certificata del destinatario.
È quanto si legge nell’art. 149 bis c.p.c., introdotto dall’art. 4 del D.L. n. 193/2009 (convertito nella Legge n.24/2010) in materia di digitalizzazione della giustizia nonché nella L. n. 53/1994, come modificata nel 2014, che abilita anche gli avvocati alla notifica a mezzo Pec.

Data la straordinaria diffusione di tale meccanismo telematico – funzionale alla riduzione dei tempi processuali – è già stato chiarito a più riprese dalla Corte di Cassazione che al fine del perfezionamento della notifica a mezzo PEC non è sufficiente la ricevuta di accettazione che si genera nel momento in cui il messaggio è spedito e preso in carico dal sistema. È necessaria, infatti, anche la c.d. RAC, cioè la ricevuta di avvenuta consegna, generata solo quando il messaggio è disponibile per il destinatario nella sua casella informatica.
Ma che accade nel caso in cui quest’ultima sia piena di messaggi e non consenta la ricezione del messaggio informatico?

Ebbene, la Corte di Cassazione – con sentenza n. 40758 del 20 dicembre 2021 – ha affrontato proprio la questione della notifica telematica di un atto nei confronti di un soggetto la cui casella PEC risulti “piena” per inadeguata gestione dello spazio di archiviazione.
Sul punto, segnatamente, premesso che in una siffatta evenienza non si genera la ricevuta di avvenuta consegna e pertanto la notifica a mezzo PEC non si perfeziona, la Suprema Corte ha chiarito che il notificante ha l’“onere, anche alla luce del principio della ragionevole durata del processo, di riprendere idoneamente il procedimento notificatorio presso il domiciliatario (fisico) eletto, in un tempo adeguatamente contenuto”.
Sottolinea la Cassazione, infatti, che la facoltà di notificare gli atti in via telematica non toglie la prerogativa processuale delle parti di individuare un domicilio fisico in un luogo specifico, eventualmente in associazione a quello digitale, per la notifica degli atti. Nel caso in cui la notifica a mezzo PEC non vada a buon fine per “casella piena”, pertanto, il notificante dovrà procedere secondo le regole generali dettate dagli articoli 137 ss. c.p.c.

La vicenda giunta al vaglio degli Ermellini, nello specifico, riguardava l’azione risarcitoria proposta da un avvocato avverso Poste Italiane per ragioni nel cui merito non è qui rilevante entrare.
In primo grado l’attore aveva visto accolta la propria domanda giudiziale, ma le Poste Italiane avevano impugnato la sentenza di condanna, ottenendone la riforma.
L’attore, pertanto, aveva predisposto un ricorso in Cassazione e lo aveva notificato telematicamente alla controparte. La casella PEC del difensore di Poste Italiane, tuttavia, non aveva spazio di archiviazione residuo, sicchè il sistema telematico, pur generando la ricevuta di accettazione, non aveva consegnato il messaggio al destinatario e non aveva generato la RAC.
Sulla scorta di quanto sopra riportato, dunque, la Suprema Corte ha ritenuto il ricorso inammissibile.


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Esercizio abusivo della professione di avvocato: le conciliazioni

Pubblicato il: 11/01/2022

Il reato di esercizio abusivo, previsto dall’art. 348 c.p., si realizza quando un soggetto esercita abusivamente una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato ed è punito con la pena della reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa.
La norma tutela l'interesse pubblico a che determinate attività delicate, socialmente rilevanti, vengano svolte solamente da chi possegga gli accertati requisiti morali e professionali.
Il requisito dell'abusività, in particolare, richiede che la professione sia esercitata in mancanza dei requisiti richiesti dalla legge, come ad esempio il mancato conseguimento del titolo di studio o il mancato superamento dell'esame di Stato per ottenere l'abilitazione all'esercizio della professione, la mancata iscrizione presso il corrispondente albo oppure ancora la sospensione dallo stesso.

Così inquadrato nelle sue linee essenziali il reato in esame, va specificato che Il reato ha natura istantanea, nel senso che è sufficiente la commissione anche di un solo fatto tipico riferibile all'esercizio della professione.
A questo proposito è possibile dunque chiedersi se anche l’assistenza fornita, da parte di un avvocato sospeso, ad una parte di una conciliazione innanzi al giudice possa integrare l’esercizio abusivo della professione. E proprio di tale quesito si è a recentemente occupata la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 46963 del 22 dicembre 2021, fornendo risposta positiva.

Secondo la Suprema Corte, infatti, sussiste la responsabilità penale per il reato di cui all’art. 348 c.p. in capo all’avvocato che, pur essendo stato sospeso, abbia assistito taluno in una procedura di conciliazione innanzi al giudice. Anche questa attività – sottolineano i Giudici di legittimità – costituisce invero “un esercizio della professione, per il quale è richiesta l'iscrizione nel relativo albo, perchè ricorre allo stesso modo la necessità (che giustifica l'incriminazione) di tutelare le persone dal rischio di affidarsi a soggetti inesperti della professione o indegni di esercitarla”.
Il fatto che per particolari procedure – come quella di conciliazione innanzi al Giudice del lavoro – non sia imposta dalla legge la firma del verbale da parte dell’avvocato, tale attività è comunque espressamente stata considerata nelle tabelle dei parametri utilizzate per determinare il compenso dei professionisti.

Il caso giunto all’attenzione della Corte, in particolare, riguardava un legale sospeso dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, il quale aveva assistito, nelle vesti di procuratore costituito, un suo cliente in una procedura di conciliazione giudiziale innanzi al Giudice del lavoro e aveva addirittura firmato il verbale. In primo grado tale soggetto era stato ritenuto penalmente responsabile del reato di esercizio abusivo della professione ai sensi dell’art. 348 c.p. e anche la Corte d’appello, poi, aveva confermato la condanna.
Avverso la sentenza di seconde cure aveva dunque proposto impugnazione l’imputato, che lamentava – con esclusivo riferimento a quanto di rilievo in questa sede – una violazione di legge in quanto nel processo del lavoro non è richiesta l’assistenza di avvocati abilitati nella fase della conciliazione.
Sulla scorta delle considerazioni innanzi esposte, dunque, la Cassazione ha respinto la tesi della difesa e ha ritenuto in astratto configurabile anche in tal caso il reato di esercizio abusivo, pur dovendo annullare in concreto la sentenza impugnata alla luce dell’intervenuta prescrizione del reato.


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Tentativo di pignoramento infruttuoso: si interrompe la prescrizione?

Pubblicato il: 10/01/2022

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 41386 del 23 dicembre 2021, ha affrontato il tema dell’idoneità di alcuni atti del procedimento esecutivo ad interrompere la prescrizione del diritto di credito azionato, chiarendo che al verbale di c.d. pignoramento negativo è possibile riconoscersi l’efficacia interruttiva di cui all’art. 2943 co. 4 c.c.

Per giungere a tale conclusione, la Suprema Corte ha valorizzato la natura della prescrizione quale modo generale di estinzione dei rapporti fondato sull'inerzia, per un certo periodo di tempo previsto per legge, del soggetto titolare del diritto. Il comportamento inerte del creditore, pertanto, è il presupposto principale per l’estinzione del diritto e qualora esso non ricorra l’istituto della prescrizione non può operare.
È per questa ragione che il legislatore ha inserito nel Codice Civile anche l’art. 2943 che, disciplinando l’istituto dell’interruzione, mira a garantire che la prescrizione non operi qualora sopraggiunga una causa che faccia venire meno l'inerzia del titolare. In particolare, il termine di prescrizione si interrompe con:

  • la notificazione dell'atto con il quale si inizia un giudizio, sia questo di cognizione ovvero conservativo o esecutivo;
  • la domanda proposta nel corso di un giudizio;
  • ogni altro atto che valga a costituire in mora il debitore.

La Cassazione ha richiamato infatti, nel corso della motivazione, un proprio precedente del 2006 secondo cui "in tema di prescrizione, con riferimento alla idoneità degli atti ad acquisire efficacia interruttiva, va affermato che l'atto di interruzione della prescrizione non deve necessariamente consistere "in una richiesta o intimazione" (essendo questa una caratteristica riconducibile all'istituto della costituzione in mora), ma può anche emergere da una dichiarazione che, esplicitamente o per implicito, manifesti, puramente e semplicemente, l'intenzione di esercitare il diritto spettante al dichiarante, in tal guisa dovendosi interpretare estensivamente il disposto dell'art. 2943 c.c., comma 4, in sinergia ermeneutica con la più generale norma dettata, in tema di prescrizione, dall'art. 2934 c.c.".

Tanto premesso, la Corte ha affermato che tra gli atti idonei ad interrompere la prescrizione può ricondursi anche la richiesta all’Ufficiale Giudiziario di procedere con il pignoramento avanzata dal creditore, che dunque si mostra tutt’altro che inerte.
Ciò posto, occorre precisare che il termine di prescrizione, pertanto, in questo caso si interrompe:
– anche nel caso in cui il pignoramento non vada a buon fine e si concluda con verbale di c.d. pignoramento negativo per mancato rinvenimento di beni utilmente pignorabili;
– sempre che la richiesta di pignoramento fosse conosciuto o conoscibile dal debitore.

Nel caso giunto al vaglio della Cassazione, in particolare, il creditore cessionario aveva notificato un decreto ingiuntivo al debitore per il recupero del proprio credito e, successivamente, aveva notificato atto di precetto. Il creditore, tuttavia, aveva proposto opposizione, deducendo l’avvenuta estinzione del debito per prescrizione.
Il Tribunale, però, non aveva accolto tale opposizione.
Avverso la sentenza di prime cure il debitore aveva allora proposto appello e la Corte distrettuale aveva ritenuto il gravame meritevole di accoglimento, dando ragione all’appellante circa la prescrizione del credito azionato.
Il creditore aveva allora proposto ricorso e la Cassazione, nell’accogliere siffatta impugnazione, ha precisato quanto sopra riportato circa l’interruzione della prescrizione.


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Criptovalute: profili di responsabilità penale

Pubblicato il: 09/01/2022

Tra le varie condotte che possono integrare il reato di abusivismo finanziario, punito con la reclusione da uno a otto anni, l’art. 166 co. 1 lett c) T.U.F. contempla l’offerta fuori sede o la promozione, da parte di soggetto non specificamente autorizzato, di prodotti finanziari, strumenti finanziari oppure servizi o attività di investimento.

Circa l’ambito di applicabilità della norma citata, la Corte di Cassazione, ha recentemente precisato che vi possono rientrare anche le operazioni in criptovalute.
Con la sentenza n. 44337 del 30 novembre 2021, la Suprema Corte ha infatti evidenziato che le criptovalute – e, nella specie, i bitcoin – possono senz’altro avere una causa concreta di prodotto finanziario quando il loro utilizzo è finalizzato all’investimento, sicchè devono ritenersi applicabili le norme del TUF.

Nella motivazione del provvedimento, i Supremi Giudici hanno infatti richiamato

  • l’art. 1 del D. Lgs. n. 231 del 2007, che definisce la criptovalute come “la rappresentazione digitale di valore, non emessa nè garantita da una banca centrale o da un'autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l'acquisto di beni e servizi o per finalità di investimento e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente";
  • il considerando n. 10 della Dir. antiriciclaggio del 2018 per cui “sebbene le valute virtuali possano essere spesso utilizzate come mezzo di pagamento, potrebbero essere usate anche per altri scopi e avere impiego più ampio, ad esempio come mezzo di scambio, di investimento, come prodotti di riserva di valore o essere utilizzate in casinò online”.

Ribadito dunque che la finalità di investimento è contemplata dallo stesso legislatore, la Corte ha richiamato, dandovi continuità, un proprio precedente del 2020, nel quale si era precisato che ove la vendita di bitcoin venga reclamizzata come una vera e propria proposta di investimento, l’attività deve sicuramente ritenersi soggetta alle regole TUF (cfr. Cass. C.d. De Rosa, n. 26807 del 17 settembre 2020). Il reato di abusivismo finanziario, pertanto, deve ritenersi astrattamente configurabile anche in relazione alle operazioni in criptovalute.

Il caso giunto all’attenzione della Corte, in particolare, riguardava un soggetto indagato dei reati di riciclaggio e abusivismo finanziario per avere pubblicizzato in internet la vendita di bitcoin associandola all’“oro digitale”. Il sito internet attraverso il quale era stata pubblicizzata la presunta attività illecita era dunque stato sequestrato in quanto corpo del reato e il decreto di convalida del sequestro era stato confermato dal Tribunale in funzione del giudice del riesame.
Avverso quest’ordinanza del Tribunale aveva dunque proposto ricorso per Cassazione l’indagato, che si doleva – per quanto qui di rilievo – dell’assenza di fumus boni juris del reato di abusivismo finanziario in quanto la vendita di criptovalute, se non pubblicizzata espressamente come investimento finanziario, non deve essere assoggettata alla disciplina del TUF.
Nel ritenere tale ricorso inammissibile, gli Ermellini hanno dunque operato le importanti precisazioni di cui si è dato notizia.


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