Avvocati: vietato pubblicizzare l’attività ad anticipo zero

Pubblicato il: 09/11/2022

Il Consiglio Nazionale Forense con la sentenza numero sentenza n. 65/2022 ha riconosciuto la responsabilità di un avvocato che, per pubblicizzare il proprio studio legale specializzato nel trattamento di casi di malasanità con prestazione professionale senza alcun anticipo di spese, aveva utilizzato l’immagine di un medico con stetoscopio e manette: immagine ritenuta inappropriata e lesiva della categoria dei medici. Tale messaggio, in primis, viola il dovere di correttezza nei confronti dei terzi che il professionista è tenuto a rispettare. Inoltre, la pubblicità che promette prestazioni senza alcun anticipo risulta essere un chiaro esempio di pubblicità comparativa ed elogiativa che danneggia i colleghi.

Il sindacato dei medici aveva agito contro lo studio legale ai fini di far rimuovere la pubblicità denigratoria espletatasi non solo nell’uso dell’immagine suddetta sui social ma anche attraverso l’affissione di un cartellone al di fuori dell’ospedale.
Subito dopo l’esposto l’avvocato provvede ad eliminare dai social il post incriminato facendo presente che è stato online e dunque visibile, solo per tre giorni. Inoltre si dice dispiaciuto per l’affissione del cartellone pubblicitario dello studio.

Nonostante le spiegazioni del professionista, il Consiglio Distrettuale di Disciplina conferma le sanzioni già inflitte all'avvocato dal Consiglio dell'ordine degli Avvocati di appartenenza e condanna l’avvocato a cinque mesi di sospensione dall’esercito della professione.

Nel ricorso al CNF, il professionista tiene a precisare che l’immagine postata sui social non è stata scelta appositamente, ma inserita casualmente dal webmaster. Prosegue inoltre affermando che la pubblicità relativa all’assenza di un anticipo per la prestazione era attribuibile a terzi e non voleva essere né autocelebrativa né denigratoria per i colleghi. Infine, il professionista contesta la sanzione perché ritenuta non in linea con quanto espresso dalle norme deontologiche in quanto si trattava del primo proferimento penale ad esso riferibile e di un comportamento soltanto “colposo”.

Il CNF nell’accogliere parzialmente il ricorso, riduce la sanzione della sospensione dall’esercizio della professione a due mesi, evidenziando in ogni caso che l’uso di quell’immagine "integra la violazione dei doveri generali di correttezza, probità, dignità, decoro che incombono sul professionista forense ex art. 9 c.d.f, nonchè la violazione del dovere di fornire un'informazione corretta, non denigratoria, né suggestiva (artt. 17 co 2 e 35 co 2 c.d.f.).
In relazione alla promessa di ottenere la prestazione senza anticipo, il Consiglio Nazionale Forense afferma che “l'offerta di assistenza legale a "zero spese di anticipo" è contraddistinta da forti connotati suggestivi e comparativi poiché suggerisce al potenziale cliente l'opportunità di avvalersi del servizio legale offerto senza alcun esborso economico, fruendo quindi di una prestazione maggiormente conveniente rispetto a quella di altri professionisti."

Infine, l’individuazione del grado della colpa non ha rilevanza ai fini dell’illecito disciplinare, per realizzare il quale, infatti, è sufficiente la suitas della condotta, ovvero la consapevolezza di compiere quell’atto, non essendo neppure necessaria la consapevolezza dell’illegittimità dell’atto.


Vai alla Fonte

Cadere per un tombino rialzato: c’è diritto al risarcimento?

Pubblicato il: 07/11/2022

Bastano pochi centimetri di dislivello tra il tombino e il marciapiede per inciampare e cadere rovinosamente a terra. Se accade, è possibile chiamare in causa il comune e ottenere un risarcimento?
Secondo una delle più recenti sentenze della Corte di Cassazione dipende da quanti centimetri misura il dislivello.
Nello specifico, se il tombino è rialzato di pochi centimetri, dunque in maniera quasi impercettibile all’occhio umano, è più facile inciampare nel chiusino e cadere. Al contrario, se il dislivello è abbastanza pronunciato, può essere chiamato in causa il caso fortuito e dunque la colpa non sarà più dell’amministrazione comunale.

Il pedone che cammina sul marciapiede e inciampa sul tombino, una pietra o un sampietrino, in alcuni casi, può avere diritto ad un risarcimento da parte di chi avrebbe dovuto eliminare le insidie della strada ai sensi dell’articolo 2051 del Codice Civile.
In questo caso, secondo la Suprema Corte, il tombino costituisce un bene sottoposto alla custodia del Comune, pertanto, diventa un’insidia stradale che può integrare una situazione di pericolo occulto “per la sua oggettiva invisibilità e per la sua conseguente imprevedibilità”.
In tale assunto sono sintetizzati i caratteri che deve avere l’azione affinché la caduta rientri nella responsabilità del comune, ovvero:

  • invisibilità e
  • imprevedibilità

Nel caso di specie, vi è imprevedibilità qualora il dislivello sia talmente sottile da risultare invisibile, ossia il tombino è di poco rialzato rispetto al marciapiede da non essere avvertito all’occhio umano come un pericolo. Ancora, si ha l’imprevedibilità quando il pedone, secondo la comune diligenza, non può e non deve aspettarsi insidie lungo il suo percorso.
Pertanto, il cittadino che cade a causa di un insidia stradale che si trova sotto al custodia del Comune, deve, in primis, dimostrare la presenza di entrambe le circostanze ai fini del risarcimento e poi il c.d. nesso causale tra il danno e il bene in custodia. Ovvero, la caduta deve essere imputabile all’invisibilità e imprevedibilità dell’insidia.

Molto spesso, però, le amministrazioni comunali portano in giudizio il caso fortuito, ovvero la disattenzione del pedone che quotidianamente percorre la stressa strada.
Nello specifico sembra diventata una prassi a sostegno dell’amministrazione comunale quella di evidenziare il comportamento negligente e imprudente del pedone. Questo, infatti, interrompe il nesso causale esistente tra il danno subito e l’insidia causata dal bene in custodia, e viene meno, pertanto, l’obbligo dell’amministrazione di corrispondere il risarcimento. Potrebbe scaturirne anche un concorso di colpa che porta in evidenza il principio di auto-responsabilità e che, in ogni caso, scagiona – almeno in parte – l’amministrazione comunale.

Proprio questa tesi è stata sostenuta anche dalla Suprema Corte che non concede il risarcimento a coloro che inciampano lungo una strada che percorrono frequentemente proprio perché dimostrano poca attenzione: in questo caso il danno è imputabile alla loro negligenza. Altre volte, invece, la Corte ha applicato diversamente il principio, riconoscendo il risarcimento ad esempio, ad una donna che è inciampata a causa di un tombino rialzato, a pochi metri da casa. L’insidia in tal caso, però, non era invero prevedibile, poiché il tratto di strada era stato chiuso al transito per un lungo periodo e, quando è stato riaperto si trovava in condizioni diverse rispetto al passato (Cass. sent. del 26.10.2022).


Vai alla Fonte

Quando il genitore è tenuto a versare il mantenimento al figlio maggiorenne

Pubblicato il: 07/11/2022

Secondo la prevalente giurisprudenza il genitore è tenuto a versare il mantenimento al figlio maggiorenne, a meno che lo stesso non sia economicamente indipendente oppure, svogliato nella ricerca del lavoro o ancora che abbia rifiutato un lavoro senza giustificazione.
L’ordinanza n. 21752/2020, emanata dalla sesta sezione civile della Corte di Cassazione, lo ha chiarito respingendo il ricorso di un padre che, a seguito di separazione, è stato onerato del mantenimento dei figli di cui uno minorenne e l’altro maggiorenne ma non autosufficiente. L’uomo lamentava in primis il mancato rispetto del principio di proporzionalità ai sensi dell’art. 337, 4 comma del Codice Civile e, il mancato accoglimento della domanda volta ad accertare l’insussistenza del diritto al mantenimento in capo al figlio di 27 anni.

Gli Ermellini in relazione al primo motivo di doglianza, rammentano che la quantificazione dell’assegno di mantenimento a seguito di separazione personale dei coniugi deve osservare il principio per cui ciascuno dei coniugi deve provvedere al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito. Si deve tenere conto, inoltre, delle esigenze dei figli, del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio e della collocazione prevalente della prole presso il genitore affidatario nonché della valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ognuno dei genitori. (Cass. num. 4811/2018)

In relazione al secondo motivo di doglianza, ovvero al diritto all’assegno di mantenimento del figlio maggiorenne, la Corta precisa che l’obbligo di mantenimento nascente dagli art. 147 e 148 del Codice Civile “non cessa ipso fato con il compimento della maggiore età, dall'effettivo conseguimento di un livello di competenza professionale e tecnica, dell'impegno rivolto verso la ricerca di un'occupazione lavorativa, nonché, in particolare, della complessiva condotta personale tenuta da parte dell'avente diritto a partire dal raggiungimento della maggiore età.” (Cass. n. 5088/2018)

Pertanto, data l’assenza di evidenze in tal senso da parte del genitore gravato dall’obbligo al mantenimento che non dimostra l’inerzia del figlio nel cercare un impiego né un ingiustificato rifiuto dello stesso, permane l’obbligo alla dazione economica prevista in sede di divorzio.


Vai alla Fonte

Maltrattamenti in famiglia: reato escluso in presenza di coabitazione occasionale

Pubblicato il: 06/11/2022

In sede di giudizio abbreviato il Tribunale condannava l’imputato per maltrattamenti e furto ai danni della compagna. L’uomo aveva usato continue violenze fisiche e verbali e si era appropriato di alcuni gioielli della donna. La Corte d’Appello aveva confermato la condanna riconoscendo i presupposti per la configurabilità del reato di cui all’art. 572 del Codice Penale.

La difesa ricorrendo in Cassazione aveva evidenziato la mancanza di uno stabile progetto di vita in comune che stigmatizzava l’unione come rapporto di coabitazione occasionale e non convivenza. Metteva inoltre l’accento sulla mancanza dell’abitualità nella condotta violenta, che si era espressa in fatti isolati e del tutto episodici e, dunque, non rientrante nell’alveo della condotta descritta nel reato di maltrattamento. Infine, la difesa evidenziava la mancata riqualificazione del reato di furto da delitto consumato a tentato, stante l’assenza della volontà di trarre profitto dalla vendita della refurtiva che è stata palesata attraverso la restituzione della stessa.

Con sentenza numero 38336 del 11 ottobre 2022, la Corte di Cassazione ritiene in parte fondato il ricorso. In primis, ai fini di un’applicazione coerente del dettato normativo e del filone giurisprudenziale di maggioranza, il reato di cui all’art. 572 del Codice Penale fa espresso riferimento al convivente come soggetto passivo del reato, ovvero colui a cui la violenza è rivolta. Proprio per evitare un’applicazione analogia in malam partem non consentita nel diritto penale, tale figura non può essere parificata a quella del mero convivente occasionale, nello specifico la Corte chiarisce, che ai fini di una corretta applicazione della disposizione incriminatrice “il divieto di analogia in malam partem impone di chiarire se il rapporto affettivo dipanatosi nell'arco di qualche mese e caratterizzato da permanenze non continuative di un partner nell'abitazione dell'altro possa già considerarsi, alla stregua dell'ordinario significato di questa espressione, come una ipotesi di convivenza…(e se)… davvero possa sostenersi che la sussistenza di una (tale) relazione consenta di qualificare quest'ultima come persona appartenente alla medesima famiglia" dell'imputato ” ( Corte Cost., sent. n. 98 del 2021).

Pertanto, la corretta esegesi dell’assunto convivente presente all’interno della norma che descrive la fattispecie deve possedere i caratteri dell’abitualità e della stabile convivenza.
In relazione proprio all’abitualità della condotta la Corte d’Appello si era espressa laconicamente senza chiarire adeguatamente se, la condotta incriminata, si fosse concretizzata in maniera continuativa e con cadenza ravvicinata oppure, se le condotte violente fossero state solamente un episodio isolato, mancando in quest’ultimo caso il requisito dell’abitualità richiesto dalla norma incriminatrice.

Per quanto riguarda la condotta di furto aggravato, invece, la Corte respinge il motivo di ricorso, osservando come per la consumazione del reato di cui all’art. 624 del Codice Penale sia sufficiente che la mera disponibilità della cosa sia passata, anche per un breve periodo di tempo, all’autore del reato.
La Corte di Cassazione pertanto, rimanda alla Corte d’Appello di Bologna ai fini di un nuovo giudizio e la rideterminazione della pena per il reato di maltrattamenti.


Vai alla Fonte

Hai diritto ad un avvocato se guidi in stato di ebbrezza?

Pubblicato il: 03/11/2022

Quando un conducente viene fermato per sospetta guida in stato di ebbrezza, ha il diritto di essere avvisato dal pubblico ufficiale di potersi avvalere di un avvocato. Tale avviso deve essere fornito prima dell’esecuzione dell’alcool test affinchè lo stesso possa partecipare all’esame. Se manca questa comunicazione, la sanzione è illegittima. Ci sono però alcuni limiti a tale facoltà che la legge elenca puntualmente ma che non tutti conoscono.
L’alcool test costituisce un atto di polizia giudiziaria indifferibile ed urgente; l’avvocato ha facoltà di assistere allo stesso ma non vi è un obbligo di previo avviso. Ciò vuol dire che la polizia può avvertire il conducente di tale facoltà ma non deve conoscerne l’eventuale nomina né ha l’obbligo di nominare un avvocato d’ufficio.

Secondo la prevalente giurisprudenza della Cassazione (39134/2022), la polizia può dare prova di aver eseguito l’avviso obbligatorio al conducente nel verbale, si tratta di un atto pubblico che formalmente fa piena prova. Non vi sono forme rituali predisposte dalla legge per l’esecuzione dell’obbligo, l’importante è raggiungere colui a cui l’avviso è rivolto anche se questi non abbia specifiche conoscenze tecnico giuridiche. La violazione di queste norme rende l’eventuale provvedimento sanzionatorio illegittimo.

La Cassazione con la sentenza n. 5396/2015, riduce l’ambito di applicazione dell’obbligo di avvisare l’avvocato, nel caso in cui ad esempio vengano posti in essere esami non invasivi, tale obbligo non sussiste. Si pensi al poliziotto che sospetti lo stato di ebbrezza del conducente dagli occhi rossi o dall’alito vinoso.

La polizia inoltre non deve attendere l’arrivo dell’avvocato per poter effettuate il test, soprattutto se si corre il rischio di pregiudicarne il risultato differendolo nel tempo. Il conducente farebbe bene ad avvisare l’avvocato al più presto o comunque sceglierne uno che non disti molto dal luogo del fermo.

Si considera nulla la sanzione eseguita senza aver preventivamente comunicato al soggetto fermato la possibilità di avvalersi dell’avvocato. Tale nullità però deve necessariamente essere eccepita prima dell’esecuzione dell’alcool test o immediatamente dopo.

Infine, la sentenza della Corte di Cassazione numero 39134/2022 ha enunciato il principio per cui qualora l’automobilista si rifiuti immediatamente di sottoporsi al test, non sussiste più l’obbligo di comunicare l’avviso della facoltà di farsi assistere da un legale.


Vai alla Fonte

Il condizionatore del vicino perde acqua?

Pubblicato il: 03/11/2022

Un condominio di Terni citava in giudizio il condomino ai fine del risarcimento del danno provocato dalla perdita d’acqua dell’apparecchio illegittimamente installato e per ottenere la rimozione dei condizionatori installati nelle parti condominiali.

Il condominio ricorrente lamentava l’antiestetica e pericolosa installazione dei condizionatori situati sul muro vicino al marciapiede. Gli stessi rappresentavano un pericolo per bambini e animali che frequentavano la zona. Inoltre, ai sensi dell’art. 7 del regolamento condominiale era esplicitamente vietata tale installazione ancorché il condomino avesse continuato a non adempiere alle delibere assembleari che ne chiedevano la rimozione.

Il condomino costituendosi asseriva che l’appartamento era sito al piano terra rialzato e che, al momento dell’acquisto, l’unico modo previsto dall’attestato di prestazione energetica per raffreddare e riscaldare il suddetto appartamento era la presenza di due condizionatori collegati ad una sola unità esterna.

Inoltre, sia l’istruttoria esperita sull’alloggio dei condizionatori che alcuni testimoni hanno confermato che la presenza delle macchine condizionanti era presente fin dall’origine. Pertanto, ne deriva che il condomino non ha installato senza autorizzazione i condizionatori sulle parti comuni ma ha continuato a beneficiare della situazione di fatto preesistente e così predisposta fin dalla costruzione dell’immobile.

In relazione alla situazione antiestetica prospettata dal condominio, il Tribunale sentenzia che fin dalla costruzione del comparto predisposto per i condizionatori, c’era una persiana di alluminio che nascondeva le macchine installate. In ogni caso, trattandosi di edilizia popolare, il condominio non si può considerare un edificio di pregio di cui è indispensabile preservare il valore estetico.

Ciò posto, dato che durante l’inverno, quando le temperature sono prossime allo zero, l’acqua dispersa dai condizionatori può ghiacciare rappresentando un pericolo per chi attraversa la strada, il Tribunale di Terni con sentenza n. 572/2022 ha deciso che “il condomino che installa un condizionatore deve anche predisporre dispositivi idonei ad evitare perdite di acqua”.


Vai alla Fonte

L’omessa partecipazione alle udienze costituisce illecito disciplinare

Pubblicato il: 01/11/2022

Il caso in esame nasce dal comportamento tenuto da un difensore che all’interno di un procedimento penale non partecipa ad alcune udienze, facendo mancare al proprio assistito la difesa tecnica necessaria per poter essere scagionato. Nello specifico, l’avvocato è assente all’udienza dibattimentale di discussione, violando l’art. 26, comma 3 del Codice Deontologico.
Lo stesso, inoltre, è accusato di aver fatto scadere i termini previsti per l’impugnazione della sentenza, ex articolo 12 del Codice Disciplinare. Nello specifico l’incolpato ha tenuto un comportamento gravemente negligente nel corso del suo mandato.
Il ricorrente contesta che al momento dell’incolpazione, alcuni dei capi proposti nei suoi confronti erano già prescritti essendo decorso il termini di sei anni o comunque quello massimo per la più grave violazione. In ogni caso, le violazioni contestate costituiscono un illecito di natura istantanea che si è consumato al momento della mancata presentazione alle udienze o, la mancata presentazione dei motivi di appello avverso le sentenze emesse nei confronti dell’esponente.

Secondo il Collegio, la mancanza di un legittimo impedimento che giustifichi l’assenza dell’avvocato all’udienza e la mancata nomina di un difensore che sostituisca quello assente, costituisce un illecito deontologico. Inoltre, non rileva ai fini dell’incolpazione l’assenza di conseguenze negative nei confronti dell’assistito e neppure l’eventuale presenza di vantaggi per lo stesso. Ciò finirebbe per privare il comportamento del professionista dell’intrinseco disvalore connotato dalla negligenza tenuta. L’illecito pertanto, ha natura istantanea e non permanente.

Pertanto, nonostante il Collegio abbia parzialmente accolto l’impugnazione poiché alcuni degli illeciti contestati sono caduti in prescrizione essendo trascorsi sei anni dagli stessi, ciò non può determinare una riduzione della pena. La stessa infatti non viene determinata attraverso mero computo matematico né in base ai principi codicistici in tema di concorso di reati, ma in ragione dell'entità della lesione dei canoni deontologici e dell'immagine dell'avvocatura alla luce dei fatti complessivamente valutati. Pertanto, non vi è alcuna violazione del divieto di reformatio in peius nonostante sia venuta meno una contestazione.


Vai alla Fonte

Chi taglia la strada non sempre è l’unico responsabile

Pubblicato il: 01/11/2022

La Cassazione con sentenza numero 31142/2022 si è espressa su un ricorso proposto da moglie e figli di un soggetto deceduto i un sinistro stradale.
Materia del contendere è l’esclusivo addebito di responsabilità a colui che non dia la precedenza. Secondo la Suprema Corte, nel sinistro tra motociclista e automobilista, il fatto che quest’ultimo non si sia fermato allo stop non ne comporta la responsabilità esclusiva.
Nello specifico la constatazione che lo scontro sia stato molto violento, avrebbe dovuto essere indice della necessità di accertare la velocità dei veicoli.
Occorre pertanto verificare anche la condotta tenuta dall’altro soggetto per accertarsi se quest’ultimo sia esente da responsabilità o abbia violato anche lui norme di comune prudenza previste dal Codice della strada.

Secondo gli Ermellini la Corte d’Appello ha errato nel condannare il motociclista solo sulla base di una testimonianza che l’aveva visto tagliare la strada ad un auto che si stava immettendo nella carreggiata. Ancor di più perché nella sentenza non viene dato rilievo al fatto che nella stessa testimonianza viene affermato che il motociclista era stato visto letteralmente volare. L’assunto per cui la responsabilità sia del motociclista perché ha tagliato la strada è sbagliato perché omette di valutare il comportamento dell’altra parte. Ciò infatti, non dimostra automaticamente che la condotta dell'altro soggetto sia esente da ogni colpa ed efficacia causale, ancor di più se, come nel caso di specie l’incidente è stato talmente violento da diventare mortale.
Per la Suprema Corte è necessario accertare che la presunzione di pari responsabilità sancita dall’articolo numero 2054 del Codice Civile, è applicabile solo in via sussidiaria nel caso in cui sia impossibile individuare con certezza il grado di colpa imputabile ad entrambe le parti nella collisione o la dinamica del sinistro. Ne consegue che, se anche sia stata accertata la colpa grave del conducente del motoveicolo, non significa che l’automobilista sia esonerato dalla prova di avere fatto tutto quanto in suo potere per evitare l’evento.


Vai alla Fonte

Rapina impropria: per la consumazione del reato non è necessario l’impossessamento

Pubblicato il: 27/10/2022

La sentenza numero 35917/2022 della Corte di Cassazione ha pacificamente riconosciuto l’imputabilità del reato di rapina impropria al reo che usa violenza nei confronti della vittima, dopo la mera apprensione del bene, senza il conseguimento della disponibilità autonoma di esso, sia pure per uno spazio temporale limitato.

La pronuncia scaturisce dal ricorso proposto dal Procuratore della repubblica del Tribunale di Novara avverso la sentenza emessa dallo stesso che condannava due imputati per il delitto di rapina impropria tentata, riqualificando la contestazioni originaria di rapina impropria consumata.
Il Pm nello specifico aveva dedotto l’erronea qualificazione del fatto nella forma tentata rispetto alla corretta qualificazione di rapina impropria consumata. Posto che, la sottrazione identificherebbe il reato come consumato a prescindere dal fatto che il soggetto abbia ottenuto il possesso del bene; nel caso di specie i due imputati avevano sottratto la merce dagli scaffali, occultandola all’interno di una borsa osservati attraverso l’impianto di videosorveglianza. La violenza si era consumata ai danni dell’addetto alla vigilanza che li aveva fermati ed era stato spinto dagli accusati che erano fuggiti via senza restituire la refurtiva. I due erano stati poi fermati dalle forze dell’ordine.

La Suprema Corte ha ritenuto il ricorso fondato: viene ritenuta erronea la qualificazione tentata del fatto così come ricostruito dalla tesi del Tribunale. Il primo Giudice infatti avrebbe fondato la decisione sulla tesi che l'intervento delle Forze dell'ordine, atto a recuperare la refurtiva, escludeva l'effettiva sottrazione della merce e dunque, l'impossessamento, condotta ritenuta necessaria per il verificarsi del reato.

Secondo la Corte, l'errore del Giudice di secondo grado è consistito nella scorretta interpretazione di sottrazione e impossessamento, due condotte il cui significato è profondamente diverso ai fini dell'interpretazione della norma penale. La condotta di sottrazione, realizzata dai coimputati che hanno usato violenza ai fini di ottenere la conseguente impunità e l’ulteriore condotta di impossessamento e conseguente disponibilità autonoma del bene che non viene richiesta dalla norma in questione per il perfezionamento del delitto.

La Corte osserva come l’art. 628, comma 2 del Codice Penale, descrive la fattispecie di reato come la condotta di chi adopera violenza o minaccia, immediatamente dopo la sottrazione della res, per assicurare a sé o ad altri il possesso della cosa sottratta o, per procurare a sé o ad altri, l’impunità. La norma nello specifico effettua una distinzione tra sottrazione e impossessamento caratterizzandola come una progressione dinamica e temporale: la fattispecie si concretizza nella sottrazione pacifica della res, prosegue nella violenza o minaccia adoperata dall’agente per conseguire il possesso o l’impunità.

La sottrazione è una condotta che si identifica nella semplice apprensione del bene e non è accompagnata dalla disposizione autonoma dello stesso: risulta possibile infatti che il soggetto passivo del reato riacquisti il suo potere di fatto della cosa. Al contrario nell’impossessamento, il soggetto passivo viene completamente privato del potere di fatto sulla cosa che passa all’agente.

Giurisprudenza maggioritaria aveva già avuto modo di chiarire come il delitto di rapina impropria si perfezioni anche se il reo usa violenza a seguito della mera apprensione del bene, senza il conseguimento, sia pure breve della disponibilità autonoma della cosa.
Pertanto il Supremo Giudice ritiene sufficiente per la consumazione del reato la mera sottrazione della res al legittimo proprietario, “ il comma secondo dell’art. 628 cod. pen. fa riferimento alla sola sottrazione e non anche all’impossessamento, ciò che conduce a ritenere che il delitto di rapina impropria si possa perfezionare anche se il reo usi violenza dopo la mera apprensione del bene, senza il conseguimento, sia pure per un breve spazio temporale, della disponibilità autonoma dello stesso” Cassazione num. 34952/2012.


Vai alla Fonte

I messaggi Whatsapp hanno valore di prova documentale

Pubblicato il: 27/10/2022

Con sentenza n. 39539/2022 la Corte di Cassazione adeguandosi alla prevalente giurisprudenza di legittimità ha confermato che i messaggi Whatsapp sono equiparabili in giudizio alla prova documentale ai sensi dell’art. 234 del Codice di procedura civile.
La vicenda trae origine dal ricorso promosso da un imputato condannato in primo e secondo grado per il reato di indebito utilizzo di strumenti di pagamento ex. articolo 493 ter del Codice di procedura penale.
L’imputato solleva quattro motivi di doglianza nell’impugnazione della sentenza in Cassazione:

  • Omessa applicazione dell’art. 131 bis del Codice Penale,
  • utilizzabilità di una comunicazione non preventivamente acquisita agli atti,
  • inutilizzabilità delle presunzioni da cui il precedente Giudice aveva dedotto la mancata autorizzazione per l’uso del bancomat
  • ma soprattutto l’inutilizzabilità dei messaggi Whatsapp prodotti a seguito dell’assenza dello smartphone e dell’estrazione rituale degli stessi.

La Cassazione, tralasciando gli altri motivi di doglianza, si concentra sull’utilizzo dei messaggi della chat di Whatsapp, sancendo l’infondatezza del quarto motivo di doglianza.
La Cassazione infatti per quanto riguarda la valenza probatoria dell’uso dei messaggi, oggetto della testimonianza della persona offesa, ha stabilito che “in tema di mezzi di prova, i messaggi "Whatsapp" e gli sms conservati nella memoria di un telefono cellulare hanno natura di documenti ai sensi dell'art. 234 cod. proc. pen., sicché è legittima la loro acquisizione mediante mera riproduzione fotografica, non trovando applicazione né la disciplina delle intercettazioni, né quella relativa all'acquisizione di corrispondenza di cui all'art. 254 cod. proc. pen." Cass. n. 1822 del 12/11/2019.
La Corte conferma che qualora non sia in corso un’attività di captazione delle comunicazioni, il testo del messaggio ha natura di documento, a confermarne la sua validità è la qualifica soggettiva dell’agente che ne effettua la riproduzione, dunque, la riproduzione è utilizzabile anche senza il sequestro dell’apparecchio.
Nel caso di specie, la Corte riconosce che i messaggi sono stati scaricati dalla persona offesa, avvalorandone l’utilizzabilità alla luce della sua riconosciuta attendibilità nel corso del processo.


Vai alla Fonte

1 2 3 4 5