Criptovalute e tasse, partite le prime ispezioni della Guardia di Finanza: ecco cosa sapere se detieni Bitcoin e altcoin

Pubblicato il: 14/06/2024

Le verifiche sulla tassazione delle criptovalute sono ufficialmente iniziate. Dopo un periodo di studio, la Guardia di Finanza ha cominciato ad effettuare alcuni controlli sui contribuenti le cui dichiarazioni presentino potenziali irregolarità fiscali.
Nel frattempo, l’amministrazione finanziaria sta adottando nuove e più avanzate tecnologie per migliorare le misure antiriciclaggio, come riportato dall'indagine Fintech della Banca d'Italia.
La Guardia di Finanza monitora da tempo fenomeni elusivi e rischi di riciclaggio legati alle criptovalute. Nella circolare operativa di marzo 2024, si evidenzia un uso sempre crescente delle criptovalute per l’effettuazione di acquisti in rete, ma soprattutto la necessità di migliorare la cooperazione informativa con le agenzie di law enforcement internazionali.

L'operazione di voluntary disclosure sulle cripto attività, introdotta con la Legge di bilancio 2023, insieme alla definizione delle regole fiscali per le criptovalute, stabilita dalla circolare dell'Agenzia delle Entrate n. 30 del 20 ottobre 2023, ha dato un impulso significativo al monitoraggio in tale settore.

Negli ultimi mesi, sono aumentate le operazioni della Guardia di Finanza riguardanti sequestri di criptovalute, spesso legate a truffe finanziarie e casi di evasione fiscale. Ad esempio, il 12 giugno, a Torino, è stata conclusa un'operazione relativa alla mancata dichiarazione di compensi derivanti dalla vendita di NFT (Non Fungible Token), ovvero i certificati digitali attestanti l’originalità e il possesso di un particolare contenuto elettronico. Tali certificati, sotto il profilo fiscale, corrispondono ad opere d’arte.
In particolare, le indagini, svolte attraverso il monitoraggio di vari portali online dedicati alla vendita di tali prodotti, hanno fatto emergere che l'artista coinvolto non ha dichiarato circa 3,3 milioni di euro di compensi percepiti in criptovalute. Tali compensi, qualificabili come reddito da lavoro autonomo, hanno generato un'evasione fiscale particolarmente significativa, dando luogo anche a profili di rilevanza penale. La GdF, infatti, ha provveduto a sequestrare criptovalute per un valore complessivo di 836.375,54 euro.

Secondo l'indagine Fintech della Banca d'Italia, l'80% degli intermediari finanziari sta adottando soluzioni sempre più innovative e tecnologiche per mettersi in regola rispetto agli obblighi antiriciclaggio, con un incremento del 20% rispetto all'anno precedente. La digitalizzazione dei rapporti con i clienti e l'importanza crescente delle cripto-attività stanno accelerando l'adozione di queste tecnologie.
L'innovazione in corso copre vari processi antiriciclaggio, con particolare attenzione alle verifiche a distanza. I benefici includono l'aumento dell'efficacia e dell'efficienza dei processi aziendali e il rafforzamento dell'approccio basato sul rischio. Tuttavia, emergono anche sfide significative, come la necessità di formazione del personale e la tutela della privacy dei dati.

Dall’indagine, inoltre, è emerso un interesse maggiore con riferimento all’impiego di strumenti di profilatura e monitoraggio delle operazioni dei clienti in criptovalute. Lo scopo è identificare eventuali operazioni anomale, ricorrendo a scenari elaborati all'interno degli applicativi esistenti.
Inoltre, l'uso di intelligenza artificiale, machine learning e advanced analytics per la profilatura del rischio e il monitoraggio dell'operatività dei clienti sta diventando sempre più comune, viste le grandi potenzialità di tali strumenti.


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Mutui, come vendere casa con un mutuo in corso: ecco tutte le possibilità e cosa fare per vendere un immobile ipotecato

Pubblicato il: 14/06/2024

Fattori come mutate esigenze abitative o cambiamenti di sedi di lavoro portano alla scelta di vendere il proprio immobile, spesso con ancora in corso il mutuo contratto per il relativo acquisto. La durata dei mutui per l’acquisto di una casa, com’è noto, è sempre piuttosto lunga, talvolta anche di venti o addirittura trenta anni, ed è quindi normale che, in tale arco di tempo, si prospettino cambiamenti di vita importanti, cui si correla la necessità di vendere.

Il nodo della questione sta nel fatto che la concessione del mutuo – finalizzato alla compravendita immobiliare – è, nella norma, quasi sempre accompagnata dall’iscrizione di ipoteca sul bene acquistato. Ciò al fine di garantire la banca mutuante. Ebbene, è proprio l’accensione di questa ipoteca a vulnerare l’immobile, costituendo un fattore pregiudizievole per la successiva vendita.

Allora quali soluzioni si offrono al problema sollevato?

La soluzione più semplice resta, ovviamente, quella di estinguere anticipatamente il mutuo. Ciò nel caso in cui si abbia una somma sufficiente a estinguere prima del rogito sul nuovo immobile. In questa augurata ipotesi si può pagare in un’unica soluzione il capitale residuo alla banca, che confermerà la cancellazione dell’ipoteca.

Il venditore potrebbe anche utilizzare parte del prezzo della vendita per avere la somma necessaria a estinguere il mutuo. In questo caso l’estinzione avverrà contestualmente all’atto di vendita. In tale circostanza occorre tuttavia accordarsi con la banca che aveva concesso il mutuo, la quale dovrà rilasciare la quietanza della somma incassata e dare assenso alla cancellazione dell’ipoteca. La cancellazione dell’ipoteca potrà essere fatta nella forma semplificata disciplinata dall’art. 40 bis del D.Lgs. 1 settembre 1993, n. 385 (Testo Unico Bancario), senza alcun costo per il venditore, oppure nella forma ordinaria della cancellazione notarile.

Quali altre soluzioni sono possibili?

Una seconda strada da intraprendere è quella dell’accollo del mutuo. L’accollo si sostanzia in una modifica soggettiva, con la quale il debitore conviene con un terzo che questo assuma il debito. L’accollo del mutuo in essere sarà operato da parte dell’acquirente interessato, il quale pagherà dunque una parte del prezzo, subentrando nella posizione debitoria del venditore verso la banca.
Occorre però fare in modo che la banca aderisca all’accollo, perché altrimenti il venditore rimarrebbe comunque obbligato al pagamento nel caso di inadempienza dell’acquirente.

Ancora, una soluzione possibile è quella di procedere alla pratica che gli istituti di credito definiscono “sostituzione di garanzia”. Questa pratica, possibile solamente presso alcuni di essi, prevede di sostituire un’ipoteca con un’altra: più chiaramente, si lascia in essere il precedente mutuo, ma offrendo una nuova garanzia. In pratica è possibile costituire una nuova ipoteca su un differente immobile, in modo da poter liberare l’immobile che deve essere venduto. Anche questa operazione richiede necessariamente l’intervento della banca.

Invero, perché questa soluzione sia percorribile, è necessario non solo che l’istituto bancario preveda la possibilità di effettuare questo tipo di operazione, ma anche che il soggetto venditore dell’immobile intenda acquistare un altro immobile. Tale immobile, inoltre, deve essere tale da garantire idonea garanzia per l’istituto.


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Novità Legge 104, i genitori potranno scegliere gli insegnanti per i propri figli con disabilità: ecco la procedura

Pubblicato il: 14/06/2024

Per un alunno con disabilità, il successo formativo non rappresenta solamente un elemento centrale per l’attuazione dei suoi diritti di oggi, ma anche uno snodo fondamentale per la possibilità che, in futuro, possa vivere la propria vita, spendere le proprie competenze e agire le proprie relazioni con l’autonomia e l’indipendenza che avrà conquistato e che lo caratterizzeranno.
È un dato di fatto che gli alunni con disabilità fanno fatica ad entrare in sintonia con il docente di sostegno: difficoltà acuita anche dalla circostanza che gli stessi sono costretti a cambiare l’insegnante di sostegno di anno in anno, a discapito anche del raggiungimento del successo formativo.

Sensibile a questa esigenza, il legislatore, con il D. Lgs. 71/2024, entrato in vigore il 1°giugno, ha introdotto una serie di misure a favore degli alunni fragili che soffrono una condizione di disabilità.

In particolare viene previsto che, al fine di agevolare la continuità didattica, il dirigente scolastico, in caso di richiesta della famiglia e valutato l’interesse superiore dello studente, può proporre al docente specializzato per il sostegno la conferma con precedenza assoluta sul posto in cui ha prestato servizio nell’anno scolastico precedente.

La procedura relativa alla proposta di conferma si applica anche ai casi dei:
– docenti privi di specializzazione inseriti nella II fascia delle graduatorie di sostegno, per aver prestato 3 anni di servizio sul sostegno nel relativo grado di istruzione;
– docenti privi di specializzazione individuati dalle graduatorie incrociate di sostegno e ad esaurimento, che abbiano svolto servizio su sostegno.

La conferma del docente di sostegno non si conforma, dunque, come automatica alla richiesta dalla famiglia; infatti, come sancito dalla normativa vigente, essa è subordinata alla disponibilità del docente e, naturalmente, ad un’attenta e ponderata valutazione di opportunità da parte del dirigente scolastico.

Ancora, per sopperire all’attuale carenza di insegnanti di sostegno, in via straordinaria e transitoria, tenuto conto del fabbisogno di docenti specializzati ed in aggiunta agli ordinari percorsi, il citato decreto prevede che si potrà conseguire la specializzazione, fino al 31 dicembre 2025, attraverso il superamento di percorsi di formazione attivati dall’Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa (INDIRE).

L’offerta formativa prevede il conseguimento di almeno 30 crediti formativi.

Anche le Università potranno, in ogni caso, attivare tali percorsi sia autonomamente che attraverso una convenzione con INDIRE. Potranno partecipare ai percorsi di specializzazione attivati da INDIRE, per il medesimo grado di istruzione del servizio prestato, gli aspiranti che abbiano svolto, nelle istituzioni scolastiche statali e paritarie, un servizio su posto di sostegno di almeno 3 anni scolastici, anche non continuativi, nei cinque precedenti.

È attesa, ora, l’emanazione del decreto del Ministro dell’istruzione e del merito, in cui saranno definiti il profilo professionale del docente specializzato, i contenuti dei crediti formativi, i requisiti, le modalità di attivazione dei percorsi, i costi massimi, l’esame finale e la composizione della commissione esaminatrice di cui farà parte, comunque, un componente esterno designato dall’Ufficio scolastico regionale – USR e designato tra i dirigenti tecnici, scolastici o amministrativi.


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Lavoratore dipendente, non puoi essere licenziato (o quasi) con un contratto a tempo determinato: ecco cosa devi sapere

Pubblicato il: 14/06/2024

Il contratto a tempo determinato è un contratto di lavoro subordinato nel quale è prevista una durata predeterminata, mediante l'apposizione di un termine. Poiché nel nostro ordinamento la forma ordinaria del rapporto di lavoro subordinato resta il contratto a tempo indeterminato, l'apposizione di un termine – sebbene consentita – è subordinata dal legislatore al rispetto di determinate condizioni.

In primo luogo, l'apposizione del termine è priva di effetto, se non risulta da atto scritto, fatta eccezione per i rapporti di lavoro di durata non superiore a 12 giorni.
In secondo luogo, la durata massima del contratto a tempo determinato è, attualmente, fissata in 12 mesi, con possibilità di estensione a 24 mesi, ma solo in presenza di almeno una delle seguenti condizioni (art. 19):

  • nei casi previsti dai contratti collettivi;
  • per esigenze di natura tecnica, organizzativa o produttiva individuate dalle parti;
  • in sostituzione di altri lavoratori.

Il contratto a termine, quindi, in assenza delle predette condizioni, non può avere una durata superiore a 24 mesi; diversamente si converte in contratto a tempo indeterminato dalla data di superamento del termine di dodici mesi.

Quale il regime di licenziamento?

Il lavoratore assunto a tempo determinato non può essere licenziato prima della scadenza del termine se non per giusta causa, vale a dire per un fatto talmente grave da non consentire la prosecuzione, neppure provvisoria, del rapporto di lavoro. Non è possibile, in altre parole, il licenziamento per giustificato motivo, sia soggettivo (scarso rendimento) che oggettivo (ad esempio per riduzione o crisi dell'attività dell'impresa).

Il licenziamento intimato senza giusta causa prima della scadenza del termine comporta il diritto del lavoratore al risarcimento del danno, pari a tutte le retribuzioni che sarebbero spettate al lavoratore fino alla scadenza inizialmente prevista, dedotto quanto eventualmente percepito dal dipendente lavorando presso un altro datore di lavoro nel periodo considerato.

Nei contratti a tempo determinato, il datore di lavoro può, quindi, licenziare il lavoratore solo per giusta causa (cfr. art. 2119 del c.c.), ovvero:

  • per motivi che rendono impossibile la prosecuzione del rapporto di lavoro;
  • per motivi disciplinari (basti pensare ad episodi di furto, aggressione fisica nei confronti di altri dipendenti, uso improprio dei permessi ex art. art. 33 della legge 104, oppure assenza ingiustificata o, ancora, insubordinazione).
In entrambi i casi non è necessario alcun preavviso da parte del datore di lavoro.

Per quanto riguarda, invece, le dimissioni nel contratto a tempo determinato, anch'esse devono avvenire per il medesimo motivo e la giusta causa include:

  • il mancato pagamento della retribuzione;
  • le discriminazioni razziali, sessuali, etc. documentate e dimostrabili;
  • casi di mobbing;
  • l'utilizzo del dipendente oltre l'orario di lavoro;
  • il mancato rispetto delle norme antinfortunistiche;
  • le molestie sessuali.
Quando il lavoratore rassegna le sue dimissioni per giusta causa, ha diritto al risarcimento dei danni che corrispondono solitamente agli stipendi che il lavoratore avrebbe percepito fino al termine del contratto qualora non si fosse dimesso.

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Soldi in regalo, devo pagare le tasse sulle “buste” ricevute al matrimonio o al compleanno? Ecco cosa prevede la legge

Pubblicato il: 13/06/2024

Capita spesso di ricevere, come regalo per determinate occasioni o eventi, un certo quantitativo di soldi. Ciò accade ad esempio in occasione del matrimonio, con le cc.dd. “buste” che gli invitati elargiscono agli sposi quale regalo di nozze, oppure semplicemente in occasione di un compleanno o di altre ricorrenze.
A questo punto ci si pone il dubbio, a dire il vero lecito, se sia necessario o meno pagare delle tasse sui soldi regalati.
Comunemente, si tende a differenziare il regalo (soldi in questo caso) e la donazione, configurandoli come due situazioni totalmente differenziate. In realtà, trattasi di una convinzione erronea, in quanto, sebbene differenti dal punto di vista linguistico, sotto il profilo strettamente giuridico, regalo e donazione sono la medesima cosa.

Sorgono quindi dei dubbi, dal momento che in materia di donazioni il legislatore prevede il pagamento di imposte. Ne consegue che, se dal punto di vista giuridico regalo e donazione sono la medesima cosa, anche i regali in denaro dovrebbero essere soggetti a tassazione, nonché a particolari formalità.
Infatti, il nostro Codice civile, agli artt. 782 e 783, disciplina le forme della donazione. In particolare, l’art. 782 dispone che: “la donazione deve essere fatta per atto pubblico, sotto pena di nullità. Se ha per oggetto cose mobili, essa non è valida che per quelle specificate con indicazione del loro valore nell'atto medesimo della donazione, ovvero in una nota a parte sottoscritta dal donante, dal donatario e dal notaio”.
Di contro, però, l’art. 783, quanto alle donazioni di modico valore, recita testualmente: “la donazione di modico valore che ha per oggetto beni mobili è valida anche se manca l'atto pubblico, purché vi sia stata la tradizione.
La modicità deve essere valutata anche in rapporto alle condizioni economiche del donante”.
Quanto all’espressione “modico valore”, si fa riferimento alle donazioni che, per la tenuità del loro contenuto, consisterebbero nella volontà di conformarsi ad usi o ad obblighi di carattere familiare o sociale, come appunto i donativi fatti in occasione di ricorrenze, oppure tra fidanzati.

Tornando quindi al focus dell’articolo, ovvero l’obbligo di pagare le tasse sui regali in denaro, è necessario premettere che i soldi ottenuti in regalo non sono soggetti a tassazione Irpef. Gli stessi, infatti, non vengono conteggiati nel calcolo del reddito imponibile e quindi non devono essere inseriti nella dichiarazione dei redditi.
La situazione però cambia nel momento in cui il valore del regalo è particolarmente elevato. In questi casi, si rientra nell’ipotesi di cui all’art. 782 c.c., per cui il legislatore richiede la forma dell’atto pubblico che dovrà essere redatto da un notaio, con conseguente obbligo di pagamento dell’imposta di donazione, che va pagata quando si riceve in regalo una somma di denaro oppure un immobile e il cui ammontare è proporzionato al valore della donazione, nonché al legame di parentela tra donante (colui che dona) e donatario (colui che riceve la donazione).

Quanto alla presenza di eventuali limiti all’ammontare delle donazioni, il legislatore nazionale non pone particolari limitazioni alle stesse.
Tuttavia, al superamento di una certa soglia o di un certo ammontare, sorgono determinate conseguenze.
In primo luogo, se il regalo in denaro supera la soglia di 4.999 €, rileva un limite di natura formale, per cui il trasferimento dovrà avvenire mediante pagamento tracciabile (ad es. bonifico bancario) e non in contanti.
Quanto invece ai limiti sostanziali, si deve pur sempre tener conto della necessità di tutelare la posizione dei legittimari, ovvero gli eredi che potrebbero essere lesi, nei propri interessi economici, in caso di donazione particolarmente elevata che intacchi notevolmente il patrimonio ereditario.

Per concludere, alla luce di queste brevi premesse si può affermare che, nel momento in cui si faccia o si riceva un regalo in denaro di modico valore, non è necessario l’adempimento di particolari formalità né vi sono limiti in ordine ai soggetti che possono compiere tali donazioni.
Ne consegue che non è affatto necessario pagare imposte, come ad esempio l’Irpef, sui regali in denaro. Tuttavia, qualora il valore del regalo sia particolarmente elevato, potrebbe essere necessario il pagamento dell’imposta di donazione.

Quanto poi alla necessità di indicare queste somme nella dichiarazione dei redditi, come visto, non essendo conteggiate ai fini della determinazione del reddito Irpef, tali somme non andranno indicate nella dichiarazione. Tuttavia, qualora il ricevente conservi tali somme nel proprio conto corrente, le stesse dovranno essere conteggiate ai fini della dichiarazione del reddito ISEE.


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Bonus mobili 2024, puoi averlo senza dover ristrutturare tutta la casa: ecco come fare, lo dice l’Agenzia delle Entrate

Pubblicato il: 13/06/2024

Il bonus mobili consiste in una detrazione dell’Irpef pari al 50% per l'acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici, destinati ad arredare un immobile oggetto di ristrutturazione.
Una delle domande che in molti si pongono riguarda la possibilità di accedere a tale bonus effettuando lavori di ristrutturazione non particolarmente costosi e complessi.

L’erogazione del Bonus mobili è connessa allo svolgimento di lavori di ristrutturazione di un immobile, a seguito dei quali si renda necessario l’acquisto di nuovi beni mobili o di elettrodomestici, da collocare appunto nell’immobile ristrutturato.
Il richiedente potrà beneficiare della detrazione Irpef del 50% attraverso il pagamento di 10 rate di importo uguale.

L’Agenzia delle Entrate, nella rubrica “FiscoOggi”, ha fornito alcune delucidazioni in merito all’erogazione del bonus e ai suoi presupposti. Infatti, secondo le precisazioni dell’AdE, l’intervento di ristrutturazione non deve essere “funzionale” all’acquisto di mobili o elettrodomestici.
Più semplicemente, il proprietario di un immobile non deve procedere a ristrutturare la propria cucina o la propria camera da letto per acquistare rispettivamente un nuovo elettrodomestico oppure dei nuovi materassi.
Inoltre, l’Agenzia delle entrate ha dichiarato che l’intervento di ristrutturazione può avere ad oggetto anche un’unità pertinenziale.
In particolare, l’Agenzia replicava alla domanda di un contribuente, il quale, dopo aver effettuato opere di manutenzione straordinaria al box di pertinenza dell’abitazione, acquistava alcuni mobili per arredare la casa. Lo stesso si domandava, quindi, se fosse possibile godere comunque della detrazione del 50% prevista dal “Bonus mobili”, nonostante i lavori di ristrutturazione fossero stati realizzati su una pertinenza dell’appartamento.
Ebbene, l’Agenzia delle entrate ha confermato tale possibilità, sottolineando che è possibile beneficiare della detrazione del 50% dei costi sostenuti per l’acquisto di mobili ed elettrodomestici, anche quando tali beni siano destinati ad arredare l’abitazione e l’intervento di ristrutturazione riguardi solo una pertinenza dell’immobile e non la parte in cui i beni mobili acquistati dovranno essere collocati.

Oltre alla necessità che l’acquisto dei beni mobili sia connesso allo svolgimento di lavori di ristrutturazione, l’accesso al Bonus mobili è subordinato ad alcune condizioni relative alla tipologia di beni da acquistare.
Infatti, la detrazione Irpef del 50% è prevista per l'acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici di classe non inferiore:

  • alla classe A per i forni;
  • alla classe E per le lavatrici, le lavasciugatrici e le lavastoviglie;
  • alla classe F per i frigoriferi e i congelatori.

Inoltre, l'agevolazione spetta per i soli acquisti effettuati entro il 31 dicembre 2024 e può essere richiesta solo da chi realizza un intervento di ristrutturazione edilizia iniziato a partire dal 1° gennaio dell’anno precedente a quello dell’acquisto dei beni.

Sebbene non sussistano requisiti minimi e massimi in ordine alle somme spese per la ristrutturazione, per il 2024 la detrazione del 50% può essere effettuata su una spesa massima di 5.000 euro. Negli anni precedenti, invece, gli importi erano i seguenti:

  • nel 2023 il limite era di 8.000 euro;
  • nel 2022 il limite era di 10.000 euro;
  • nel 2021 il limite era di 16.000 euro.

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Diritti dei Disabili, hai accesso ad agevolazioni sulla casa e la priorità su alloggi popolari: ecco tutti i requisiti

Pubblicato il: 13/06/2024

Per “diritto alla casa” si intende il diritto di ognuno di avere un alloggio e un riparo adeguati. Sebbene si tratti di un diritto non espressamente menzionato all’interno della nostra Costituzione, si ritiene che esso possa essere desunto dalla lettura complessiva dei principi che sorreggono il nostro ordinamento.
Tale diritto acquista una rilevanza fondamentale soprattutto laddove se ne chieda il riconoscimento (e l’attuazione) in concreto, soprattutto per le fasce di popolazione più deboli, come per i soggetti con disabilità.

Si può ritenere esistente un “diritto alla casa” per i soggetti con disabilità?

Per i soggetti disabili (ovvero, per i nuclei familiari in cui vi sia un soggetto disabile) non esiste un vero e proprio diritto ad “ottenere” una casa popolare, ossia una costruzione inclusa nei programmi di edilizia residenziale pubblica e destinata ad abitazione per persone in difficoltà economica e/o sociale.

Difatti, l’attribuzione delle case popolari avviene sulla base di una graduatoria redatta dal Comune che ha disposto il relativo bando in cui, tuttavia, l’invalidità civile conferisce unicamente un punteggio ulteriore (con conseguente aumento delle possibilità di ricevere un alloggio), onde riconoscere una “priorità” nell’assegnazione dell’alloggio.

In particolare, tra gli elementi che permettono di “migliorare” il proprio punteggio per ottenere l’abitazione vi sono:

  • una percentuale di invalidità di almeno il 65%;
  • l’assistenza da parte di un centro sociale comunale da almeno sei mesi al momento della presentazione della richiesta;
  • la presenza di minori invalidi con problemi di deambulazione o, comunque, non autosufficienti.
È bene sottolineare che, anche in caso di assegnazione della casa popolare, bisognerà comunque versare un canone d’affitto, che sarà parametrato al reddito dell’assegnatario (sebbene – ovviamente – detto canone sarà agevolato rispetto all’effettivo costo del mercato immobiliare).

I requisiti per l’accesso all’edilizia popolare non sono univoci, ma variano a seconda del Comune o della Regione presi in considerazione. Tra i principali requisiti che sono richiesti – almeno generalmente – nei detti bandi rientrano:

  • non essere proprietario di alcun immobile;
  • non aver subito uno sfratto da altra casa popolare nei 5 anni precedenti;
  • non aver occupato abusivamente altre case popolari nei 5 anni precedenti;
  • essere residente nel Comune che ha predisposto il bando.
Un’importanza fondamentale, comunque, avrà l’ISEE che andrà a rappresentare non solo la soglia di sbarramento per la richiesta dell’alloggio ma, come detto, anche il parametro di riferimento per la determinazione del canone di locazione.

Analogamente, la legge non riconosce espressamente un beneficio diretto per la locazione di un immobile, da adibire ad abitazione, nel caso in cui il contratto di affitto sia stipulato da una persona disabile ovvero da un familiare della stessa.

L’unico (effettivo) beneficio è rappresentato dalla detrazione fiscale:

  • di euro 495,80 in caso di reddito inferiore a 15.493,71;
  • di euro 274,90 in caso di reddito compreso tra 15.493,71 e 30.987,41.
Difatti, non ci sono regole specifiche e/o speciali che regolano e caratterizzano la locazione in caso di contratto stipulato da persona con invalidità civile, per cui troveranno applicazione le disposizioni generali in tema di contratto di locazione, come previsto dalla normativa vigente.

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Detrarre le spese per il nutrizionista, ora è possibile, lo dice l’Agenzia delle Entrate: ecco come ottenere il rimborso

Pubblicato il: 12/06/2024

Il 30 aprile 2024, l’Agenzia delle Entrate ha reso disponibile sul proprio sito internet, per tutti i contribuenti, il Modello 730 precompilato, rendendone possibile la consultazione direttamente online.

Dal 20 maggio i contribuenti hanno, invece, la possibilità di procedere alla modifica e all’integrazione dei dati da inserire nel suddetto modello e, successivamente, all’inoltro dello stesso.
In ogni caso, è bene ricordare che il termine per la consegna del Modello 730 è stato fissato al 30 settembre, il che quindi non crea particolari difficoltà per i contribuenti, i quali hanno un lasso di tempo piuttosto ampio per munirsi di tutta la documentazione necessaria ad effettuare la propria dichiarazione dei redditi.
Inoltre, l'eventuale rimborso del credito IRPEF avviene gradualmente in base alla data di invio del modello 730.
Infine, in queste settimane l’Agenzia delle entrate è al lavoro per cercare di risolvere i non pochi problemi riscontrati da alcuni contribuenti durante la compilazione del nuovo Modello 730.

Nelle ultime ore l'Agenzia delle Entrate, attraverso la rubrica FiscoOggi, ha fornito una importante precisazione in merito alle spese detraibili da parte di ogni contribuente.
Si tratta in particolare delle spese sostenute per visite presso biologi-nutrizionisti.
Pertanto, come si evince dall’ultima comunicazione dell’Agenzia delle entrate, i contribuenti potranno detrarre dall’IRPEF le spese sostenute per le visite dal nutrizionista, nel rispetto comunque di determinate condizioni.
Ebbene, i costi sostenuti per accedere alle prestazioni dei biologi nutrizionisti rientrano tra le spese sanitarie per le quali è previsto uno sconto sull’imposta IRPEF del 19%.
È infatti prevista la possibilità di detrarre gli oneri sostenuti per l’acquisto/affitto di dispositivi medici e quelli relativi alle prestazioni di natura medica.

Più analiticamente, come riportato all’interno della guida 2024 dell’Agenzia delle Entrate, si accede al beneficio senza prescrizione medica nel caso di prestazioni rese alla persona da:

  • psicologi e psicoterapeuti per finalità terapeutiche;
  • biologi, ivi inclusi i biologi nutrizionisti;
  • le figure professionali elencate nel decreto del Ministero della sanità 29 marzo 2001, ovvero fisioterapisti e dietisti;
  • ambulatori specialistici per la disassuefazione dal fumo di tabacco.

Con riferimento specifico alle spese per i nutrizionisti, le stesse sono detraibili dall'IRPEF purché siano rese direttamente alla persona. Come detto, quindi, non è necessaria la prescrizione medica; la detrazione ammonta al 19% della spesa, con una franchigia di 129,11 euro.
Ulteriore requisito per beneficiare della detrazione è il possesso, da parte del contribuente, della documentazione che attesti l’avvenuto pagamento della prestazione sanitaria in oggetto, ovvero:
  • la ricevuta fiscale o la fattura rilasciata dallo specialista accreditato al SSN;
  • la ricevuta relativa al ticket, se la prestazione è stata resa nell’ambito del SSN;
  • se la prestazione non è resa da strutture pubbliche o private accreditate, la ricevuta del versamento bancario o postale o del pagamento effettuato tramite carta di debito o credito, nella quale sia indicata la figura professionale che ha reso la prestazione e i dettagli della prestazione sanitaria resa.

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Mutui, la banca deve restituirti una parte dei costi del mutuo se lo estingui in anticipo: novità della Cassazione

Pubblicato il: 12/06/2024

Di recente, la Cassazione si è pronunciata in senso particolarmente favorevole per i consumatori e, in particolare, per i clienti degli istituti di credito che abbiano sottoscritto un mutuo con la banca.

La vicenda su cui è poi intervenuta la Suprema Corte di Cassazione è la seguente.
Nel 2018, un cliente di una banca citava la stessa in giudizio innanzi al Giudice di pace di Napoli, al fine di ottenere la restituzione di 1.778,94 euro, che aveva corrisposto all’istituto di credito a titolo di commissioni bancarie e costi di intermediazione non maturati a seguito dell’estinzione anticipata di un contratto di mutuo.

L’estinzione anticipata del mutuo può essere parziale o totale, a seconda che riguardi una parte del capitale residuo dovuto o l’intero capitale residuo.
Con l’estinzione parziale anticipata, il debitore restituisce una somma che viene scalata dal debito residuo; di conseguenza, per la restante durata del finanziamento, saranno pagate rate più basse, oppure sarà ridotta in proporzione la durata dell’ammortamento.
Invece, con l’estinzione anticipata totale, si restituisce l’intera somma dovuta in un’unica soluzione, con estinzione anticipata e definitiva del mutuo.

La sentenza citata è la n. 14836/2024, emessa dalla Prima sezione civile in data 7 maggio 2024.
Secondo la Suprema Corte, i clienti hanno, innanzitutto, il diritto di estinguere il mutuo in anticipo. Inoltre, essi potranno anche beneficiare del rimborso parziale delle spese vive sostenute per ottenere l’estinzione anticipata, ovvero:

  • spese per apertura e istruttoria della pratica, ovvero i costi che la banca deve sostenere per decidere se concedere il mutuo;
  • polizza assicurativa;
  • interessi;
  • spese di perizia sull’immobile;
  • imposte;
  • spese notarili;
  • costi di gestione.

Gli Ermellini, riprendendo le fila di una loro precedente pronuncia, l’ordinanza n. 25977/2023, hanno statuito che il cliente della banca che sottoscrive un mutuo ha il diritto a una “equa riduzione del costo complessivo del credito”, in conformità a quanto previsto dalle direttive europee 87/102/Cee e 90/88/Cee, che introducono il concetto del costo totale del credito, comprendendovi “tutti i costi del credito, compresi gli interessi e le altre spese che il consumatore deve pagare per il finanziamento”. Ebbene, secondo i giudici, le suddette spese devono essere rimborsate in maniera proporzionale alla parte del mutuo oggetto di estinzione anticipata.
La Cassazione ha precisato che il rimborso delle spese deve comprendere sia i cc.dd. costi recurring, ovvero quelli legati alla durata del contratto di finanziamento, che i costi up-front, ossia i costi sostenuti per la concessione del prestito.

La sentenza si chiude con la statuizione secondo cui sono nulle tutte le clausole, inserite nel contratto di mutuo, che escludono il rimborso dei costi sostenuti in caso di estinzione anticipata del mutuo. Infatti, clausole del genere risulterebbero indubbiamente vessatorie, in quanto comporterebbero un grave squilibrio nei rapporti tra consumatore e intermediario bancario.


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Bonus lavoratori dipendenti 2024, mutuo, affitto e auto te li paga il datore di lavoro, senza tasse: ecco le novità

Pubblicato il: 12/06/2024

Buone notizie per i lavoratori dipendenti: gli stessi infatti beneficeranno dei fringe benefit anche per il 2024. Tuttavia, per l’anno in corso la Legge di Bilancio 2024 ha previsto alcune novità in materia di imposizione fiscale e previdenziale.

Vediamo nel dettaglio di quali novità si tratta.

Quanto al concetto di fringe benefit, generalmente si tratta di beni o servizi che le aziende mettono a disposizione dei lavoratori dipendenti, in aggiunta allo stipendio netto percepito da ciascun lavoratore. Attraverso i fringe benefit, il datore di lavoro fornisce al lavoratore dipendente, oltre alla normale retribuzione erogata in denaro, un’ulteriore retribuzione in natura, erogata sotto forma di benefici aggiuntivi, come appunto beni e servizi che si aggiungono al salario.
È bene precisare che tali benefici aggiuntivi non concorrono alla formazione del reddito del lavoratore, purché il loro valore non superi determinati limiti fissati dalla legge.
Ciò vuol dire che, finché il valore dei fringe benefit non supera una certa soglia, gli stessi non sono soggetti a tassazione.
L’importanza dei fringe benefit si fonda su due ragioni.
In primo luogo, gli stessi forniscono ai lavoratori dipendenti dei vantaggi concreti, accessori al salario percepito per la prestazione lavorativa: essi infatti godranno di alcuni benefici non soggetti a tassazione.
I vantaggi però spettano anche al datore di lavoro, il quale è sì tenuto a sostenere i costi per la fornitura di tali servizi, ma tali costi sono totalmente deducibili.
In questo modo, quindi, il datore di lavoro può incrementare i vantaggi economici per il lavoratore, senza essere costretto a pagare più tasse sulla retribuzione in denaro erogata. Infatti, la maggior parte dei fringe benefit (come buoni pasto o buoni mensa) sono interamente deducibili.

Come detto in apertura, tuttavia, la Legge di Bilancio 2024 ha modificato per l’anno in corso gli importi di fringe benefit sottoposti a tassazione.
Nel 2023, infatti, i lavoratori non erano tenuti a pagare le tasse sui benefici aventi i seguenti importi massimi:

  • 258,23 euro per la generalità dei lavoratori dipendenti;
  • 3.000 euro per i lavoratori dipendenti con figli a carico.

La Legge di bilancio ha modificato tali limiti, che adesso sono i seguenti:
  • per la generalità dei dipendenti: 1.000 euro;
  • per i dipendenti con figli a carico: 2.000 euro.

Come si evince dai dati, quindi, c’è stato un innalzamento della soglia per la generalità dei lavoratori dipendenti e un abbassamento per i dipendenti con figli a carico.

È opportuno quindi specificare quando i figli sono effettivamente considerati a carico.
Secondo la legge, nel concetto di figli a carico rientrano anche i figli nati fuori dal matrimonio, purché regolarmente riconosciuti, nonchè i figli adottivi o affidati.
Inoltre, per considerare i figli a carico, è necessario che gli stessi abbiano un reddito:

  • inferiore a 2.840,51 euro;
  • inferiore a 4.000 euro per i figli fino a 24 anni.

Questa condizione deve sussistere al termine del 31 dicembre 2024.
Nel caso in cui un figlio sia a carico di entrambi i genitori, l’agevolazione spetta a entrambi i genitori. Questo significa che l’ammontare complessivo dei fringe benefit può arrivare a 4.000 euro (sommando quelli di entrambi i genitori).
L’elenco dei fringe benefit non soggetti a tassazione è particolarmente vasto. Essi, infatti, possono comprendere anche erogazioni in denaro con cui pagare le utenze domestiche (ovvero luce, acqua e gas). Tale precisazione è stata fornita dall’Agenzia delle Entrate con la circolare n. 23 del 2023, la quale ha incluso – tra gli emolumenti aggiuntivi esentasse – le somme erogate per il pagamento del servizio idrico integrato, dell’energia elettrica e del gas naturale. Le regole indicate nella suddetta circolare sono considerate applicabili anche per le utenze del 2024.
I fringe benefit, inoltre, possono essere utilizzati anche per coprire i seguenti costi:
  • contratto di locazione della prima casa;
  • spese per gli interessi sul mutuo per l’acquisto della prima casa.

L’accesso ai fringe benefit è subordinato alla presentazione di una dichiarazione al datore di lavoro, con cui il dipendente dimostri la sussistenza dei requisiti relativi ai figli.
Nella richiesta è necessario allegare altresì il codice fiscale dei figli a carico.

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