Se il cane in mezzo alla strada provoca un incidente chi è responsabile?

Pubblicato il: 12/06/2022

Chi è responsabile nel caso in cui un’automobile impatti contro un cane lasciato senza guinzaglio a vagare sulla carreggiata? Chi paga i danni occorsi all’automobile?
La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 16550 del 23 maggio 2022, ha affrontato proprio questo tema.

Preliminarmente all’esposizione dei principi affermati dalla Suprema Corte, è però necessaria una breve panoramica del quadro normativo di riferimento e dunque l'esame di due norme assai importanti nel campo della responsabilità extracontrattuale, cioè gli articoli

  1. 2052 c.c., che pone la responsabilità dei danni cagionati dall’animale, sotto la sua custodia o sfuggito/smarrito, in capo al proprietario o al soggetto che se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso, salvo che si dia dimostrazione del caso fortuito;
  2. 2054 c.c., che pone la responsabilità dei danni cagionati a persone o a cose dalla circolazione di un veicolo in capo al conducente, salvo che si dimostri che quest’ultimo ha fatto tutto ciò che gli era possibile al fine di evitare il danno.

Tanto sinteticamente premesso, occorre chiedersi quale tra queste due presunzioni prevalga nel caso in cui eventuali danni si siano verificati a causa dello scontro di un animale con un veicolo.
Ebbene, la Corte a tali riguardi ha precisato – ribadendo il costante orientamento della giurisprudenza sul punto (cfr. Cass., n. 200/2002 e Cass., n. 437/2016) – che, nell'ipotesi di scontro tra un veicolo ed un animale, il concorso tra le presunzioni stabilite a carico del conducente del veicolo e del proprietario dell'animale “comporta la pari efficacia di entrambe tali presunzioni e la conseguente necessità di valutare, caso per caso e, senza alcuna reciproca elisione, il loro superamento da parte di chi ne risulta gravato”.

Per questa ragione, può dirsi schematicamente che quando non sia possibile accertare l'effettiva dinamica del sinistro:

  • se solo uno dei soggetti interessati supera la presunzione posta a suo carico, la responsabilità graverà sull'altro soggetto;
  • se tutti i soggetti interessati superano la presunzione, saranno tutti esenti da responsabilità;
  • se nessuno raggiunge la prova liberatoria, entrambi saranno responsabili.

La vicenda nell’ambito della quale si è pronunciata la Corte, in particolare, riguardava uno scontro avvenuto tra un’automobile e un cane su una strada comunale. Il proprietario del veicolo, nello specifico, si era rivolto al Giudice di Pace per ottenere il risarcimento dei danni occorsi alla propria vettura dal proprietario del cane, il quale tuttavia, a sua volta, aveva chiesto in via riconvenzionale il risarcimento del danno, deducendo di aver tenuto al guinzaglio l'animale sul margine destro della carreggiata e che il sinistro era avvenuto per esclusiva responsabilità dell'attore.
Il Giudice di Pace aveva dunque rigettato le domande e compensato le spese.
Il Tribunale, adito in appello, aveva poi ritenuto di porre la responsabilità del sinistro a carico di entrambe le parti, ciascuna per la metà.
Avverso tale sentenza, tuttavia, era stato proposto ricorso, volto a far accertare la violazione e falsa applicazione degli artt. 2052, 2054 e 2697 c.c.: ritenendo questa impugnazione infondata, la Cassazione ha dunque operato le importanti precisazioni sopra riportate.


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Referendum giustizia: la spiegazione dei quesiti

Pubblicato il: 09/06/2022

Il 12 giugno 2022 si voterà per l’abrogazione di alcune norme rilevanti nel sistema giustizia, alcune delle quali caratterizzate per un particolare tecnicismo.
Perché anche i cittadini non giurisperiti possano arrivare preparati alle urne, allora, pare utile spiegare in modo semplice cosa dispongono le norme che saranno oggetto di referendum, ricordando altresì che, ai sensi dell’art. 75 Cost., le proposte saranno approvate se verrà raggiunto il quorum (cioè se avrà partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto) nonchè la maggioranza dei voti validamente espressi.
Tanto premesso, si può dunque procedere ad una schematica analisi dei quesiti referendari:

1) SCHEDA ROSSA
Il primo quesito riguarda l’abolizione della c.d. Legge Severino.
Nello specifico, recita: “volete voi che sia abrogato il Decreto Legislativo 31 dicembre 2012, n. 235 (Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell’articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n. 190)?»
Si vota quindi per l’abrogazione delle norme che impediscono la partecipazione alle elezioni di chi è stato condannato in via definitiva per mafia, terrorismo, corruzione e altri reati gravi non colposi.
Attualmente, infatti, coloro che sono condannati per questi reati, in base alla Legge Severino, decadono dalla carica e non possono essere candidati per almeno 6 anni.
Inoltre, sempre in base a questa legge, per gli amministratori locali (sindaci, consiglieri comunali ecc.) è prevista la sospensione temporanea del mandato anche in caso di condanna non definitiva, automaticamente, per 18 mesi.
Se dovesse vincere il sì, questa norma verrebbe interamente cancellata: un condannato in via definitiva, perciò, potrebbe candidarsi, a meno che i giudici non abbiano applicato l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

2) SCHEDA ARANCIONE
Il secondo quesito riguarda la limitazione delle misure cautelari.
Al fine di far comprendere ai non addetti ai lavori di che si tratta, va premesso che nel nostro sistema vige la presunzione di non colpevolezza, ma in alcuni casi, in presenza di gravi indizi di colpevolezza, si rende necessaria l’adozione di misure cautelari (come la custodia in carcere anche prima del processo e della sentenza).
Le situazioni che giustificano queste misure restrittive della libertà, in particolare, sono:
inquinamento di prove;
pericolo di fuga;
pericolo di reiterazione del reato, cioè il pericolo che il soggetto commetta 1) gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale; 2) gravi delitti diretti contro l'ordine costituzionale; 3) delitti di criminalità organizzata; 4) delitti della stessa specie di quello per cui si procede (in particolare, si può trattare solo di un delitto per il quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a 4 anni o, per la misura della custodia cautelare in carcere, a 5 anni oppure del delitto di finanziamento illecito dei partiti).
Il quesito referendario, in particolare, si concentra su quest’ultimo punto: si chiede ai cittadini, infatti, di eliminare la possibilità per il giudice di disporre misure cautelari nel caso in cui vi sia il pericolo che l’indiziato compia un reato della stessa specie di quello probabilmente già commesso.
Se dunque vincesse il sì, ad esempio, ad un soggetto indagato per finanziamento illecito ai partiti non si potrà applicare alcuna misura cautelare nonostante il pericolo di reiterazione del reato.

3) SCHEDA GIALLA
Questo quesito riguarda la separazione delle funzioni dei magistrati.
Si chiede, cioè, ai cittadini se vogliono abrogare le norme in materia di ordinamento giudiziario che consentono il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa.
Ma cosa vuol dire? Per comprenderlo va premesso che i magistrati (categoria in cui rientrano – è bene chiarirlo – sia i PM sia i giudici) attualmente hanno la possibilità, durante la propria carriera, di cambiare la propria funzione, per un massimo di 4 volte.
Ciò significa che un soggetto, una volta vinto il concorso in magistratura, potrebbe iniziare la propria carriera svolgendo le funzioni di Pubblico Ministero e dunque condurre la pubblica accusa e, successivamente, trovarsi a fare il giudice, terzo e imparziale nel processo.
Qualora al referendum prevalesse il “sì”, le norme che prevedono questa possibilità verrebbero eliminate e non sarebbe più consentito alcun passaggio.

4) SCHEDA GRIGIA
Questo quesito riguarda le valutazioni dei magistrati, o meglio la partecipazione dei membri laici a tutte le deliberazioni del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e dei consigli giudiziari.
Non tutti sanno che ogni 4 anni i magistrati vengono infatti sottoposti a valutazioni di professionalità, le quali sono svolte appunto dai consigli giudiziari.
Pur essendo questi ultimi composti da magistrati, avvocati e professori universitari, le valutazioni di professionalità sono attualmente condotte soltanto dai membri c.d. togati, cioè dai magistrati.
Qualora si abrogassero le norme che prevedono questo meccanismo, anche avvocati e professori (c.d. membri laici) parteciperebbero quindi alla valutazione quadriennale.

5) SCHEDA VERDE
L’ultimo quesito riguarda la abrogazione di norme in materia di elezioni dei componenti togati del CSM. Quest’ultimo – giova ripeterlo – è l’organo di autogoverno della Magistratura, il quale ha lo scopo di garantire l'autonomia e l'indipendenza della stessa e adotta tutti i provvedimenti che incidono sullo status dei magistrati (dall’assunzione mediante concorso pubblico, alle procedure di assegnazione e trasferimento, alle promozioni, fino alla cessazione dal servizio).
È utile chiarire anche la composizione del CSM: esso è formato dal Presidente della Repubblica (che lo presiede), dal Primo Presidente della Cassazione e dal Procuratore Generale presso la Cassazione (che ne sono membri di diritto) e da altri ventiquattro componenti eletti, per 2/3 da tutti i magistrati e per 1/3 dal Parlamento in seduta comune.
Per candidarsi, nello specifico, un magistrato deve essere sostenuto da almeno altri 25 magistrati e presentarne le firme: il quesito, sostanzialmente, interroga i cittadini sulla volontà di abolire quest’ultima previsione.
Se prevalesse il “sì”, dunque, qualunque magistrato potrebbe candidarsi per il CSM.

Conclusivamente, pare utile riportare la formulazione integrale dei quesiti, di modo da consentire a tutti di leggerli con attenzione prima di recarsi alle urne:

1. “Volete voi che sia abrogato il Decreto Legislativo 31 dicembre 2012, n. 235 (Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell’articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n. 190)?»

2. “Volete voi che sia abrogato il decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n.447 (Approvazione del codice di procedura penale) risultante dalle modificazioni e integrazioni successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art. 274, comma 1, lettera c), limitatamente alle parole: “o della stessa specie di quello per cui si procede. Se il pericolo riguarda la commissione di delitti della stessa specie di quello per cui si procede, le misure di custodia cautelare sono disposte soltanto se trattasi di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni ovvero, in caso di custodia cautelare in carcere, di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni nonché per il delitto di finanziamento illecito dei partiti di cui all’art. 7 della legge 2 maggio 1974, n. 195 e successive modificazioni.”?

3. “Volete voi che siano abrogati: l’“Ordinamento giudiziario” approvato con regio decreto 30 gennaio 1941, n.12, risultante dalle modificazioni e integrazioni ad esso successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art.192, comma 6, limitatamente alle parole: “, salvo che per tale passaggio esista il parere favorevole del Consiglio superiore della magistratura”; la legge 4 gennaio 1963, n.1 (Disposizioni per l’aumento degli organici della Magistratura e per le promozioni), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad essa successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art.18, comma 3: “La Commissione di scrutinio dichiara, per ciascun magistrato scrutinato, se è idoneo a funzioni direttive, se è idoneo alle funzioni giudicanti o alle requirenti o ad entrambe, ovvero alle une a preferenza delle altre”; il decreto legislativo 30 gennaio 2006, n.26, recante «Istituzione della Scuola superiore della magistratura, nonché disposizioni in tema di tirocinio e formazione degli uditori giudiziari, aggiornamento professionale e formazione dei magistrati, a norma dell’art.1, comma 1, lettera b), della legge 25 luglio 2005, n.150», nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad esso successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art.23, comma 1, limitatamente alle parole: “nonché per il passaggio dalla funzione giudicante a quella requirente e viceversa”; il decreto legislativo 5 aprile 2006, n.160, recante “Nuova disciplina dell’accesso in magistratura, nonché in materia di progressione economica e di funzioni dei magistrati, a norma dell’art.1, comma 1, lettera a), della legge 25 luglio 2005, n.150” , nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad esso successivamente apportate, in particolare dall’art.2, comma 4 della legge 30 luglio 2007, n.111 e dall’art.3-bis, comma 4, lettera b) del decreto-legge 29 dicembre 2009, n.193, convertito, con modificazioni, in legge 22 febbraio 2010, n.24, limitatamente alle seguenti parti: art.11, comma 2, limitatamente alle parole: “riferita a periodi in cui il magistrato ha svolto funzioni giudicanti o requirenti”; art.13, riguardo alla rubrica del medesimo, limitatamente alle parole: “e passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa”; art.13, comma 1, limitatamente alle parole: “il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti,”; art.13, comma 3: “3. Il passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti, e viceversa, non è consentito all’interno dello stesso distretto, né all’interno di altri distretti della stessa regione, né con riferimento al capoluogo del distretto di corte di appello determinato ai sensi dell’art.11 del codice di procedura penale in relazione al distretto nel quale il magistrato presta servizio all’atto del mutamento di funzioni. Il passaggio di cui al presente comma può essere richiesto dall’interessato, per non più di quattro volte nell’arco dell’intera carriera, dopo aver svolto almeno cinque anni di servizio continuativo nella funzione esercitata ed è disposto a seguito di procedura concorsuale, previa partecipazione ad un corso di qualificazione professionale, e subordinatamente ad un giudizio di idoneità allo svolgimento delle diverse funzioni, espresso dal Consiglio superiore della magistratura previo parere del consiglio giudiziario. Per tale giudizio di idoneità il consiglio giudiziario deve acquisire le osservazioni del presidente della corte di appello o del procuratore generale presso la medesima corte a seconda che il magistrato eserciti funzioni giudicanti o requirenti. Il presidente della corte di appello o il procuratore generale presso la stessa corte, oltre agli elementi forniti dal capo dell’ufficio, possono acquisire anche le osservazioni del presidente del consiglio dell’ordine degli avvocati e devono indicare gli elementi di fatto sulla base dei quali hanno espresso la valutazione di idoneità. Per il passaggio dalle funzioni giudicanti di legittimità alle funzioni requirenti di legittimità, e viceversa, le disposizioni del secondo e terzo periodo si applicano sostituendo al consiglio giudiziario il Consiglio direttivo della Corte di cassazione, nonché sostituendo al presidente della corte d’appello e al procuratore generale presso la medesima, rispettivamente, il primo presidente della Corte di cassazione e il procuratore generale presso la medesima.”; art.13, comma 4: “4. Ferme restando tutte le procedure previste dal comma 3, il solo divieto di passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti, e viceversa, all’interno dello stesso distretto, all’interno di altri distretti della stessa regione e con riferimento al capoluogo del distretto di corte d’appello determinato ai sensi dell’art.11 del codice di procedura penale in relazione al distretto nel quale il magistrato presta servizio all’atto del mutamento di funzioni, non si applica nel caso in cui il magistrato che chiede il passaggio a funzioni requirenti abbia svolto negli ultimi cinque anni funzioni esclusivamente civili o del lavoro ovvero nel caso in cui il magistrato chieda il passaggio da funzioni requirenti a funzioni giudicanti civili o del lavoro in un ufficio giudiziario diviso in sezioni, ove vi siano posti vacanti, in una sezione che tratti esclusivamente affari civili o del lavoro. Nel primo caso il magistrato non può essere destinato, neppure in qualità di sostituto, a funzioni di natura civile o miste prima del successivo trasferimento o mutamento di funzioni. Nel secondo caso il magistrato non può essere destinato, neppure in qualità di sostituto, a funzioni di natura penale o miste prima del successivo trasferimento o mutamento di funzioni. In tutti i predetti casi il tramutamento di funzioni può realizzarsi soltanto in un diverso circondario ed in una diversa provincia rispetto a quelli di provenienza. Il tramutamento di secondo grado può avvenire soltanto in un diverso distretto rispetto a quello di provenienza. La destinazione alle funzioni giudicanti civili o del lavoro del magistrato che abbia esercitato funzioni requirenti deve essere espressamente indicata nella vacanza pubblicata dal Consiglio superiore della magistratura e nel relativo provvedimento di trasferimento.”; art.13, comma 5: “5. Per il passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti, e viceversa, l’anzianità di servizio è valutata unitamente alle attitudini specifiche desunte dalle valutazioni di professionalità periodiche.”; art.13, comma 6: “6. Le limitazioni di cui al comma 3 non operano per il conferimento delle funzioni di legittimità di cui all’art.10, commi 15 e 16, nonché, limitatamente a quelle relative alla sede di destinazione, anche per le funzioni di legittimità di cui ai commi 6 e 14 dello stesso art.10, che comportino il mutamento da giudicante a requirente e viceversa.”; il decreto-legge 29 dicembre 2009, n.193, convertito, con modificazioni, in legge 22 febbraio 2010, n.24 (Interventi urgenti in materia di funzionalità del sistema giudiziario), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad essa successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art.3, comma 1, limitatamente alle parole: “Il trasferimento d’ufficio dei magistrati di cui al primo periodo del presente comma può essere disposto anche in deroga al divieto di passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti e viceversa, previsto dall’art.13, commi 3 e 4, del decreto legislativo 5 aprile 2006, n.160.”?

4. “Volete voi che sia abrogato il decreto legislativo 27 gennaio 2006, n.25, recante «Istituzione del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e nuova disciplina dei consigli giudiziari, a norma dell’art. 1, comma 1, lettera c) della legge 25 luglio 2005, n.150», risultante dalle modificazioni e integrazioni successivamente apportate, limitatamente alle seguenti parti: art.8, comma 1, limitatamente alle parole “esclusivamente” e “relative all’esercizio delle competenze di cui all’art.7, comma 1, lettera a)”; art.16, comma 1, limitatamente alle parole: “esclusivamente” e “relative all’esercizio delle competenze di cui all’art.15, comma 1, lettere a), d) ed e)”?”

5. “Volete voi che sia abrogata la legge 24 marzo 1958, n. 195 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento del Consiglio superiore della magistratura), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad esso successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art. 25, comma 3, limitatamente alle parole “unitamente ad una lista di magistrati presentatori non inferiore a venticinque e non superiore a cinquanta. I magistrati presentatori non possono presentare più di una candidatura in ciascuno dei collegi di cui al comma 2 dell’art. 23, né possono candidarsi a loro volta”?”


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Furto: è integrato anche se si sottrae un bene per dispetto?

Pubblicato il: 08/06/2022

È noto come, ai sensi dell’art. 624 c.p., sia punibile per il reato di furto, con la pena della reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa, chiunque si impossessi della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene.
Per l’integrazione di questo delitto, inoltre, il legislatore richiede espressamente un elemento ulteriore, cioè lo scopo perseguito dall'agente di “trarne profitto per sé o per altri”. Il ladro potrà pertanto essere dichiarato penalmente responsabile solo laddove si accerti questo dolo specifico.

Ma, in relazione a quest’ultimo elemento, ci si pone un quesito: perché sia integrato il furto, l'agente deve agire perseguendo un'utilità strettamente patrimoniale o è sufficiente che agisca per soddisfare un proprio bisogno qualsiasi? La nozione di profitto, cioè, ha rilevanza solo economica oppure vi si possono ricondurre anche vantaggi diversi?

Tale questione è stata oggetto di un'intensa elaborazione giurisprudenziale, i cui approdi sono stati di recente ribaditi dalla Corte di Cassazione.
Con la sentenza n. 20442 del 25 maggio 2022, infatti, la Suprema Corte ha richiamato, nel corso della motivazione, una serie di precedenti a favore di una nozione ampia di profitto (cfr. da ultimo, Cass. c.d. Caltabiano n. 4144/2022) per affermare conclusivamente che “in tema di furto, il fine di profitto, che integra il dolo specifico del reato, non ha necessario riferimento alla volontà di trarre un’utilità patrimoniale dal bene sottratto, ma può anche consistere nel soddisfacimento di un bisogno psichico e rispondere, quindi, a una finalità di dispetto, ritorsione o vendetta”.

La mancanza di un vantaggio patrimoniale, pertanto, non esclude di per sé la sussistenza del reato, dovendo il Giudice di merito, al fine di trarre conclusioni sulla rilevanza penale o meno della condotta, procedere all’accertamento del motivo, anche non patrimoniale, che in concreto ha determinato la condotta dell’agente.

Il caso concreto giunto al vaglio della Corte, in particolare, vedeva come protagonista un appuntato della Guardia di Finanza, imputato per il reato di furto per avere rubato da un armadio della Scuola Nautica la propria tessera di riconoscimento, la quale gli era stata ritirata a seguito del suo collocamento in aspettativa per motivi di salute.
Il Tribunale militare aveva condannato l’imputato, ma questo era poi stato dichiarato innocente dalla Corte militare d’appello, che non aveva ritenuto sussistente il dolo di profitto del reato di furto atteso che la tessera non aveva valore economico.
Avverso la sentenza di secondo grado, tuttavia, il Procuratore generale militare aveva proposto ricorso, rilevando che il dolo di profitto non deve avere necessariamente un contenuto patrimoniale: ritenendo fondata siffatta impugnazione sulla scorta dei principi esaminati, la Cassazione ha quindi cassato la sentenza con rinvio.


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Stato di adottabilità: precisazioni sull’ascolto del minore

Pubblicato il: 06/06/2022

L’art. 15 L. n. 184 del 1983, al comma 2, prevede che lo stato di adottabilità possa essere dichiarato dal Tribunale per i minorenni se, a conclusione delle indagini e degli accertamenti, risulti la situazione di abbandono del minore, previa audizione del minore

  • che abbia compiuto gli anni dodici;
  • di età inferiore, in considerazione della sua capacità di discernimento.

Tale previsione, infatti, rappresenta l’attuazione dell’art. 12 della Convenzione di New York del 25.11.1989 sui diritti del fanciullo che prevede che “gli Stati parti garantiscono al fanciullo capace di discernimento il diritto di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa; le opinioni del fanciullo essendo debitamente prese in considerazione tenendo conto della sua età e del suo grado di maturità. A tal fine, si darà in particolare al fanciullo la possibilità di essere ascoltato in ogni procedura giudiziaria o amministrativa che lo concerne, sia direttamente, sia tramite un rappresentante o un organo appropriato, in maniera compatibile con le regole di procedura della legislazione nazionale”.

L’importanza di tali principi è di recente stata ribadita dalla Corte di Cassazione con ordinanza n. 16340 del 20 maggio 2022.
La Suprema Corte, in particolare, ha affrontato una vicenda riguardante la dichiarazione dello stato di adottabilità da parte del Tribunale dei due figli minori di una signora affetta da patologie psichiche, dei quali uno era nato da un uomo che non aveva effettuato il riconoscimento e l’altro dal marito resosi irreperibile.
Avverso tale sentenza, la madre aveva proposto appello e questo – dopo varie vicissitudini processuali all’esito delle quali si era giunti ad un’ordinanza rescindente della Cassazione – era stato parzialmente accolto in sede di rinvio dalla Corte distrettuale, che aveva revocato la dichiarazione di adottabilità di un figlio soltanto. Per giungere a tale conclusione, in particolare, la Corte d’appello aveva disposto una CTU psicologica sulle persone della madre e dei minori, demandando al consulente l'ascolto di questi ultimi.
La madre, dunque, aveva proposto ricorso, dolendosi – limitatamente a quanto ora di rilievo – della nullità della sentenza in ragione dell'omesso ascolto diretto dei minori e della mancata motivazione sulla scelta dell'ascolto delegato: la Cassazione, ritenendo fondata tale censura, ha dunque cassato con rinvio la sentenza impugnata.

In particolare, nella motivazione del provvedimento citato, si legge quanto la Suprema Corte aveva già chiarito nell’ordinanza rescindente e, cioè, che l’obbligatorietà dell'ascolto del minore capace di discernimento in vista della dichiarazione di adottabilità “esprime un principio che, benchè inserito nella disciplina del giudizio di primo grado, va esteso al giudizio di adottabilità nel suo complesso, cosicché, ove l'adottando abbia compiuto i dodici anni al tempo del giudizio di appello, il giudice del gravame è tenuto a procedere alla sua audizione ".

Ciò posto, la Corte specifica che in caso di mancata audizione sussiste l'obbligo del giudice di specifica e circostanziata motivazione, la quale risulta tanto più necessaria quanto più l'età del minore si approssima a quella dei dodici anni.
In particolare, tale specifica motivazione è imprescindibile:

  • qualora il giudice ritenga il minore infradodicenne incapace di discernimento;
  • qualora il giudice ritenga l'esame manifestamente superfluo o in contrasto con l'interesse del minore;
  • qualora il giudice opti, in luogo dell'ascolto diretto, per un ascolto effettuato nel corso di indagini peritali o demandato ad un esperto al di fuori di detto incarico.

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Accesso agli atti: che accade se sono irreperibili?

Pubblicato il: 05/06/2022

L’art. 22 Legge 7 agosto 1990, n.241 riconosce il diritto degli interessati di prendere visione ed estrarre copia di documenti amministrativi, in ossequio al principio di trasparenza della Pubblica Amministrazione. Quest’ultima, infatti, dovrebbe essere per il privato – come celebre dottrina ha sottolineato – una “casa di vetro”.

Ma che accade se l’Amministrazione non riesce a reperire la documentazione richiesta?
Il Tar Calabria, di recente, ha affrontato proprio questo tema, ribadendo ancora una volta i principi consolidati nella giurisprudenza amministrativa sul punto.

Il caso di specie, in particolare, riguardava la vicenda di una signora, la quale aveva appreso tramite il sito INPS di risultare residente in un Comune diverso da quello della sua reale residenza, presso una abitazione che non le era nemmeno noto a chi appartenesse. La signora, premettendo di avere un interesse giuridicamente rilevante collegato alla tutela del suo diritto di residenza, aveva dunque chiesto all’Amministrazione di prendere visione ed estrarre copia delle richieste di cambio di residenza presentate in passato nonché degli altri documenti amministrativi rilevanti.
Il Comune, tuttavia, aveva risposto via p.e.c. all’istanza inoltrando alcuni documenti dai quali nulla si evinceva in relazione alla situazione della Signora interessata.
Quest’ultima, dunque, si era rivolta al TAR per il riconoscimento del diritto di visione ed estrazione di copia della richiesta documentazione, lamentando – per quanto qui di interesse – la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1, 3, 22 ss. Legge 7 agosto 1990, n.241 in quanto l’impugnato provvedimento aveva di fatto negato alla ricorrente l’esercizio del diritto di accesso.
Ritenendo tale ricorso infondato, il TAR ha comunque operato alcune importanti precisazioni in tema di accesso agli atti.

Con sentenza n. 822 del 16 maggio 2022, infatti, il TAR Calabria ha richiamato alcuni precedenti secondo i quali

  • alla stregua del principio ad impossibilia nemo tenetur, anche nei procedimenti di accesso ai documenti amministrativi l'esercizio del relativo diritto non può che riguardare, per evidenti motivi di buon senso e ragionevolezza, i documenti esistenti e non anche quelli distrutti o comunque irreperibili (cfr., ex multis, T.A.R. Lombardia n.1468/2020);
  • non è tuttavia sufficiente, per dimostrare l'oggettiva impossibilità di consentire il diritto di accesso e quindi di sottrarsi agli obblighi tipicamente incombenti sull'amministrazione, la mera e indimostrata affermazione della PA in ordine all'indisponibilità degli atti;
  • spetta all'Amministrazione destinataria dell'istanza di accesso l'indicazione, sotto la propria responsabilità, degli atti inesistenti o indisponibili che non è in grado di esibire, con “l'obbligo di dare dettagliato conto delle ragioni concrete di tale impossibilità(v. Cons. Stato, n. 892/2013).

Per tali ragioni, nella citata sentenza si legge che in tema di dichiarata irreperibilità dei documenti oggetto di istanza di accesso, l'Amministrazione è tenuta

  1. ad eseguire con la massima accuratezza e diligenza sollecite ricerche per rinvenire i documenti chiesti in visione;
  2. nel caso in cui la documentazione non venisse comunque reperita, ad estendere le indagini, anche con le opportune segnalazioni e denunce all'Autorità giudiziaria, presso altre Amministrazioni che fossero in possesso di copia della documentazione richiesta;
  3. in caso di ulteriore esito negativo delle ricerche, a “dare conto al privato delle ragioni dell'impossibilità di ricostruire gli atti mancanti, delle eventuali responsabilità connesse a tale mancanza (smarrimento, sottrazione, ecc.) e dell'adozione degli atti di natura archivistica che accertino lo smarrimento/irreperibilità in via definitiva dei documenti medesimi”.

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Casa familiare in condominio: è possibile l’azione diretta contro l’assegnatario?

Pubblicato il: 05/06/2022

Di recente, la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che, in caso di assegnazione della casa familiare ai sensi dell’art. 337 ter c.c., il soggetto tenuto al pagamento spese condominiali va individuato in relazione alla “finalizzazione” del versamento. In particolare, il soggetto onerato sarà il proprietario della casa familiare assegnata all’altro genitore convivente con il figlio, nel caso in cui l’obbligo al pagamento degli oneri condominiali integri – sulla base di valutazioni fattuali sulla situazione patrimoniale dei genitori – il contributo al mantenimento della prole.
Laddove non risulti tale finalizzazione, invece, le spese condominiali spetteranno al genitore assegnatario della casa familiare.

Ma in tale ultimo caso, nell’ipotesi in cui l’assegnatario non provveda al pagamento, il condominio potrà agire direttamente contro di lui? O l’azione potrà essere proposta solo nei confronti del proprietario?
La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 16613 del 23 maggio 2022, ha fornito risposta a questo quesito, optando per la seconda delle soluzioni prospettate ed enunciando un chiaro principio: “l’amministratore di condominio ha diritto di riscuotere i contributi per la manutenzione e per l’esercizio delle parti e dei servizi comuni esclusivamente da ciascun condomino, e cii dall’effettivo proprietario o titolare di diritto reale sulla singola unità immobiliare, sicchè è esclusa un’azione diretta nei confronti del coniuge o del convivente assegnatario dell’unità immobiliare adibita a casa familiare, configurandosi il diritto al godimento della casa familiare come diritto personale di godimento sui generis”.

La Suprema Corte, per arrivare ad enunciare questo principio, ha ricordato il proprio costante orientamento sul punto, secondo il quale “di fronte al condominio esistono solo i condomini” (cfr., ex multis, Cass. n. 27162/2018): deve quindi escludersi l’azione diretta contro il conduttore di una singola unità immobiliare in quanto l’amministratore di condominio ha diritto di riscuotere le spese per la manutenzione delle cose comuni e i servizi direttamente ed esclusivamente da ciascun condomino.

Tanto vale, peraltro, anche nel caso in cui l’assegnatario della casa familiare “appaia” condomino. Il Collegio, a questo proposito, ha affermato espressamente che “per il recupero della quota di competenza di una unità immobiliare di proprietà esclusiva, è, quindi, passivamente legittimato il vero proprietario di detta unità e non anche chi possa apparire tale”: nei rapporti fra condominio e singoli partecipanti, infatti, difettano le condizioni per l’operatività del principio di apparenza del diritto, strumentale essenzialmente ad esigenze di tutela dell’affidamento del terzo in buona fede.

Il caso di specie, in particolare, vedeva protagonista una signora che era stata assegnataria della casa familiare di proprietà dell’ex marito. Questa, nello specifico, non aveva provveduto al pagamento delle spese condominiali sicchè le era stato notificato un decreto ingiuntivo da parte del Condominio.
La signora aveva dunque proposto opposizione a d.i., ma il Giudice di Pace l’aveva respinta.
Avverso questa sentenza, l’ingiunta aveva dunque proposto appello innanzi al Tribunale, il quale aveva ritenuto fondata la doglianza relativa al difetto di legittimazione passiva dell’appellante, essendo essa mera assegnataria della casa familiare.
Per la cassazione della pronuncia di secondo grado aveva quindi proposto ricorso il Condominio, censurando – con esclusivo riferimento agli aspetti qui di interesse – la violazione degli articoli 1104, 1123 c.c e 63 disp. att. c.c. e dei principi e delle norme che disciplinano il condominio. Ritenendo tuttavia tali censure inammissibili, la Cassazione ha chiarito i principi poc’anzi esaminati.


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Ricattare l’amante per ottenere atti sessuali: quale reato?

Pubblicato il: 30/05/2022

È noto che il delitto di violenza sessuale è previsto dall’art. 609 bis c.p., che punisce con la reclusione da sei a dodici anni chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringa taluno a compiere o subire atti sessuali. La stessa pena, inoltre, è prevista per chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa oppure traendola in inganno mediante sostituzione di persona.

Circa il campo d’applicazione oggettivo di questo reato, la Corte di Cassazione di recente si è posta un quesito: la condotta di taluno che ricatti il proprio amante, minacciando di rendere nota al coniuge la relazione clandestina al fine di ottenere atti sessuali, è sussumibile o meno nella fattispecie di violenza sessuale ora richiamata, nella forma tentata? Un simile ricatto, cioè, è riconducibile alla “costrizione” normativamente prevista per l’integrazione del delitto in parola?

La Suprema Corte, con sentenza n. 17717 del 4 maggio 2022, ha risposto affermativamente.
I giudici di legittimità hanno infatti condiviso alcuni precedenti giurisprudenziali – cfr. a riguardo le richiamate sentenze Cass. c.d. Viggiano n. 34128/2006, Viggiano e Cass. n. 41985/2021 – secondo i quali è configurabile il tentativo del delitto di violenza sessuale quando, pur in mancanza del contatto fisico tra imputato e persona offesa, la condotta tenuta dal primo denoti:
· il requisito soggettivo dell'intenzione di raggiungere l'appagamento dei propri istinti sessuali;
· il requisito oggettivo dell'idoneità a violare la libertà di autodeterminazione della vittima nella sfera sessuale.

Qualora, dunque, le minacce rivolte all’amante risultino sicuramente dirette a coartare la libertà sessuale della vittima e ad indurla a consumare atti sessuali, può ritenersi integrato il delitto di violenza sessuale nella forma tentata.

Il caso giunto all’attenzione della Corte, in particolare, vedeva protagonista un uomo che aveva tentato di costringere la vittima a patire atti sessuali nonché a consegnargli la somma di Euro 1000, minacciandola che se non lo avesse fatto avrebbe rappresentato al marito l'incontro che era avvenuto tra di loro. Alla luce di tali fatti, il G.I.P. aveva applicato all’uomo la pena concordata ai sensi dell'art. 444 c.p.p., ritenendo sussistente il vincolo della continuazione tra il tentativo di violenza sessuale e l'estorsione consumata.
Avverso tale sentenza aveva però proposto ricorso per cassazione il difensore, che contestava – per quanto in questa sede di interesse – la correttezza della qualificazione giuridica, deducendo che la condotta definita come violenza sessuale avrebbe dovuto essere qualificata come estorsione, tenuto conto che tra le richieste del ricorrente vi era anche l'elargizione di una somma di denaro. Si deduceva, altresì, che le condotte contestate sarebbero inidonee a violare la libertà di autodeterminazione della persona offesa.
Sulla scorta dei principi ora esaminati, la Cassazione ha tuttavia ritenuto il ricorso infondato.


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Licenziamenti economici: la parziale incostituzionalità dell’art. 18

Pubblicato il: 29/05/2022

Lo Statuto dei lavoratori prevede, all’art. 18 co. 4 Statuto dei Lavoratori come modificato dalla Legge c.d. Fornero, una particolare tutela per il lavoratore licenziato illegittimamente in quanto non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro (per insussistenza del fatto contestato ovvero perché il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione): in tali casi, infatti, il giudice può

  • annullare il licenziamento;
  • condannare il datore di lavoro alla reintegrazione nel posto di lavoro;
  • condannare il datore di lavoro al pagamento di un'indennità risarcitoria.

Il legislatore, inoltre, dispone – al comma 7, secondo periodo – che queste tutele si applichino altresì nell'ipotesi in cui il giudice “accerti la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo”.

La previsione da ultimo citata, tuttavia, è stata di recente colpita da una declaratoria di parziale illegittimità da parte della Consulta. La Corte Costituzionale, infatti, con sentenza n. 125 del 19 maggio 2022, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 18, settimo comma, secondo periodo, della legge 20 maggio 1970, n. 300 limitatamente alla parola «manifesta».

La Corte, nello specifico, ha ritenuto il requisito della manifesta insussistenza indeterminato e, come tale, foriero di incertezze applicative, con conseguenti disparità di trattamento. Del resto, la sussistenza o la non sussistenza di un fatto – precisano i Giudici delle Leggi – è una “nozione difficile da graduare, perché evoca un’alternativa netta, che l’accertamento del giudice è chiamato a sciogliere in termini positivi o negativi”.

In secondo luogo, la Consulta ha ritenuto che quello della la manifesta insussistenza del fatto posto alla base del licenziamento è un criterio che provoca un aggravio irragionevole e sproporzionato” sull’andamento del processo, in quanto le parti, e con esse il giudice, si devono impegnare “nell’ulteriore verifica della più o meno marcata graduazione dell’eventuale insussistenza”.

Per tali ragioni, dunque, d’ora in avanti, ai fini della tutela dell'articolo 18, il giudice non sarà più tenuto ad accertare che l’insussistenza del fatto posto a base del licenziamento economico sia "manifesta".


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Marjuana: si può coltivare a casa?

Pubblicato il: 26/05/2022

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 20238 del 25 maggio 2022, è tornata sul tema della coltivazione domestica della Cannabis, svolgendo delle chiare considerazioni sul punto e ribadendo l’orientamento a riguardo già consolidato nella giurisprudenza di legittimità.

Al fine di comprendere quanto affermato dagli Ermellini, giova però sinteticamente ricordare:

  • che la coltivazione di stupefacenti è in via generale disciplinata dall’art 73 T.U. Stupefacenti, che punisce chiunque, senza autorizzazione, coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito oppure consegna per qualunque scopo sostanze stupefacenti o psicotrope;
  • che il bene giuridico tutelato è la salute, sia individuale sia collettiva, che potrebbe essere messa a repentaglio da condotte di coltivazione tali da accrescere la quantità di sostanze stupefacenti esistenti e circolanti;
  • che sulla condotta di coltivazione si è sviluppato un vivace contrasto giurisprudenziale circa la compatibilità della norma con il principio di offensività e che tale dibattito – relativo in particolare alla coltivazione delle piante di Cannabis – si è concluso con una pronuncia delle Sezioni Unite, secondo le quali ai fini della configurabilità del reato non è sufficiente la mera coltivazione di una pianta conforme al tipo botanico vietato, ma è altresì necessario verificare se tale attività sia concretamente idonea a ledere la saluta pubblica (cfr. Sez. Un. n. 12348/2020).

Tanto chiarito, può evidenziarsi come la Suprema Corte – nel recente provvedimento citato – si sia posta in linea di continuità con quanto affermato dalle Sezioni Unite. Deve pertanto ritenersi che “non integra il reato di coltivazione di stupefacenti, per mancanza di tipicità, una condotta di coltivazione che, in assenza di significativi indici di un inserimento nel mercato illegale, denoti un nesso di immediatezza oggettiva con la destinazione esclusiva all’uso personale, in quanto svolta in forma domestica, utilizzando tecniche rudimentali e uno scarso numero di piante, da cui ricavare un modestissimo quantitativo di prodotto”.
A tali riguardi, peraltro, la Cassazione ha sottolineato anche che, dal punto di vista meramente economico, la produzione di un bene per il suo esclusivo autoconsumo è un fattore che, lungi dall’incrementare la vivacità di un mercato, tende piuttosto a deprimerlo.

Il caso di specie, in particolare, riguardava un soggetto che aveva coltivato tre piantine di marijuana sul terrazzo della propria abitazione, il quale era stato assolto dal Tribunale atteso che la produzione della sostanza stupefacente era risultata destinata solo all’uso personale.
La Corte d’appello, poi, aveva però riformato la sentenza, condannando l’imputato per il reato di cui all’art. 3 co. 5 T.U. Stupefacenti poiché comunque l’attività di autoproduzione, seppur modesta, consentiva il ricavo di più di 30 dosi medie giornaliere di stupefacenti sicchè non si poteva ritenere che il comportamento fosse inoffensivo.
L’imputato aveva allora proposto ricorso, dolendosi del mancato rispetto dei principi affermati dalle Sezioni Unite in materia di coltivazione di piccole dimensioni. Ritenendo il ricorso fondato, la Cassazione ha dunque riepilogato i principi rilevanti in materia.


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Omicidio stradale: il sole negli occhi non esclude la responsabilità

Pubblicato il: 25/05/2022

È noto che l’omicidio stradale è disciplinato dall’art. 589 bis c.p., che prevede la pena della reclusione da due a sette anni per chiunque cagioni per colpa la morte di una persona con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale.

È altrettanto noto come la giurisprudenza di legittimità abbia più volte chiarito che

  • in caso di investimento di un pedone, la responsabilità del conducente può essere esclusa solo quando la condotta della vittima si ponga come causa eccezionale e atipica, imprevista e imprevedibile, dell’evento e sia stata da sola sufficiente a produrlo (cfr. sul punto Cass. c.d. Landi n. 37622/2021);
  • il conducente del veicolo va esente da responsabilità per aver investito un pedone quando, per motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza, si sia trovato nell’oggettiva impossibilità di notare il pedone e di osservarne tempestivamente i movimenti rapidi e inattesi (cfr. ex multis Cass. c.d. Corigliano n. 33207/2013).

Tanto premesso, si segnala che spesso nella prassi l’investimento del pedone si collega causalmente all’abbagliamento del conducente del veicolo, la cui vista è turbata dal sole all’altezza degli occhi. In relazione a tale evenienza, ci si pone quindi un quesito: può l’abbagliamento essere considerato caso fortuito ed escludere, alla luce dei principi sopra riportati, la penale responsabilità del conducente?

A tale interrogativo ha di recente fornito risposta la Corte di Cassazione, con sentenza n. 18748 del 12 maggio 2022.
Segnatamente, gli Ermellini – richiamando espressamente i precedenti giurisprudenziali citati – hanno affermato che la responsabilità penale dell’autista non può venir meno per il semplice disturbo visivo arrecatogli dai raggi solari. Si legge nella motivazione della sentenza, infatti, che “l’abbagliamento da raggi solari del conducente di un automezzo non integra un caso fortuito e perciò non esclude la penale responsabilità per i danni che ne siano derivati alle persone”.

In caso di abbagliamento, precisa la Corte, il conducente dovrebbe:
1. diminuire la velocità di marcia;
2. eventualmente fermarsi fino a “superare gli effetti del fenomeno impeditivo della visibilità”.

Il caso giunto all’attenzione della Cassazione, in particolare, riguardava un soggetto che, essendosi posto alla guida di un’autovettura che procedeva alla velocità di circa 35 km/h, aveva provocato la morte per investimento di un anziano che stava attraversando diagonalmente la strada all’altezza di una intersezione e si era allontanato omettendo di prestare assistenza alla vittima, morta sul colpo.
L’imputato era stato condannato prima dal Gup del Tribunale e poi dalla Corte d’appello per i reati di cui agli artt. 589 bis c.p., 589 ter c.p. e 189 co. 7 D.lgs. 285/92.
Contro la sentenza di secondo grado aveva dunque proposto ricorso l’imputato, deducendo – limitatamente agli aspetti in questo contesto rilevanti – l’erroneità della sentenza nella parte in cui non ha considerato l’impossibilità per il conducente di prevedere ed evitare l’investimento, impossibilità dovuta anche dai raggi solari all’altezza del viso.
La Corte, tuttavia, ha ritenuto tale doglianza infondata sulla scorta dei principi sopra esaminati.


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