Sconfinamento del fido e silenzio della banca: precisazioni della Cassazione

Pubblicato il: 27/06/2022

Il silenzio della banca a fronte del sistematico sconfinamento da parte del correntista rispetto alla disponibilità concessa emergente dagli estratti conto può determinare un c.d. fido di fatto per un importo più elevato?
Se, cioè, dalle risultanze degli estratti conto bancari emerge un'esposizione giornaliera del correntista che supera ampiamente i limiti di fido indicati unilateralmente dalla banca, senza che quest’ultima abbia chiesto al correntista di rientrare dal debito o adottato iniziative di revoca/recesso, può accertarsi la sussistenza di un affidamento di fatto il cui limite va individuato nel massimo scoperto di fatto consentito?

A tali quesiti ha recentemente fornito risposta – in ossequio al consolidato orientamento sul punto – la Corte di Cassazione, con ordinanza n. 10776 del 4 aprile 2022.

La vicenda concretamente giunta all’esame della Corte, in particolare, riguardava l’azione giudiziale proposta da una società avverso una banca avente per la restituzione di una somma indebitamente percepita da quest’ultima a titolo di interesse ultralegale, anatocismo, commissione di massimo scoperto e altre spese.
La banca, dal canto suo, aveva sollevato eccezione di prescrizione del diritto alla ripetizione delle somme indebitamente versate, essendo trascorsi più di dieci anni dal momento dei versamenti: a fronte di tale eccezione, la società aveva però chiarito che i propri versamenti sul conto avevano avuto funzione meramente ripristinatoria poiché esisteva a suo favore un affidamento il cui limite era costituito dal massimo scoperto di fatto emergente dagli estratti conto, sicchè la prescrizione non era compiuta atteso che il dies a quo non coincideva con i versamenti ma con la chiusura del conto.
Il Tribunale, a seguito di c.t.u. contabile, aveva invece ritenuto solutori i versamenti della società e, accogliendo solo parzialmente la domanda, aveva condannato la banca alla restituzione di una somma minore.
La società, dunque, aveva impugnato la sentenza ma la Corte d’appello aveva confermato la sentenza di prime cure.
La società, allora, aveva proposto ricorso in Cassazione, deducendo – con esclusivo riferimento a quanto qui di interesse – l'omessa valutazione di un fatto storico decisivo per il giudizio, ossia il consenso della banca al sistematico sconfinamento da parte del correntista rispetto alla disponibilità inizialmente concessa dodici anni prima.

Tale censura è tuttavia stata ritenuta manifestamente infondata dalla Suprema Corte.
Con la pronuncia citata, gli Ermellini hanno affermato – in linea di continuità con quanto statuito nella richiamata Cass. n. 29317/2020 –che “l'inerzia della banca di fronte ai ripetuti sconfinamenti non può essere intesa come implicita autorizzazione all'innalzamento del limite dell'apertura di credito, costituendo piuttosto un atteggiamento di mera tolleranza, in attesa del corretto adempimento da parte del correntista dell'obbligo di rientrare dall'esposizione non autorizzata”.
Il silenzio della banca a fronte del sistematico sconfinamento del correntista, pertanto, non è idoneo a determinare un fido di fatto per un importo maggiore.


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Mediazione: quando si avvera la condizione di procedibilità?

Pubblicato il: 26/06/2022

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 13029 del 26.04.2022, è tornata sul tema della mediazione obbligatoria o delegata dal giudice al fine di chiarire quando è possibile ritenere realizzata la condizione di procedibilità.

È noto, infatti, che in caso di mediazione obbligatoria oppure di mediazione delegata dal giudice l’esperimento della mediazione vale come condizione di procedibilità della domanda giudiziale. Tale previsione, di chiara matrice deflattiva, comporta quindi che, senza mediazione, la domanda non potrà essere decisa dal giudice.
A tali riguardi, l’art. 5 co. 2 bis D. Lgs. 28/2010 precisa che “quando l'esperimento del procedimento di mediazione e condizione di procedibilità della domanda giudiziale la condizione si considera avverata se il primo incontro dinanzi al mediatore si conclude senza l'accordo”.

La norma appena riportata, tuttavia, è suscettibile di una duplice interpretazione:

  • secondo una prima possibilità, la mancanza di un accordo presuppone una ipotesi transattiva discussa tra le parti e dunque, per l’avveramento della condizione, è imprescindibile che le parti compaiano personalmente e che la mediazione sia effettivamente avviata;
  • una seconda opzione è invece quella di considerare sufficiente, per l’avveramento della condizione, l’assenza di un accordo raggiunto, potendo anche le parti comparire non personalmente ma mediante rappresentante, il quale dichiari di non avere intenzione di accordarsi.

Ebbene, con la pronuncia citata, la Suprema Corte ha optato per il secondo di questi indirizzi ermeneutici, in linea di continuità con quanto già affermato nella richiamata Cass. n. 8473/2019, secondo cui nel procedimento di mediazione è necessaria la comparizione personale delle parti davanti al mediatore oppure la parte può farsi sostituire da un proprio rappresentante sostanziale (eventualmente nella persona dello stesso difensore) dotato di apposita procura.
Inoltre, secondo tale giurisprudenza la condizione di procedibilità può ritenersi realizzata al termine del primo incontro davanti al mediatore, qualora una o entrambe le parti, richieste dal mediatore dopo essere state adeguatamente informate sulla mediazione, comunichino la propria indisponibilità a procedere oltre”.
Con il recente provvedimento, dunque, la Cassazione afferma espressamente la validità di tali principi sia per la mediazione obbligatoria sia a quella discrezione disposta da giudice.

La vicenda concreta giunta all’attenzione della Cassazione, in particolare, riguardava una controversia ereditaria instaurata tra la moglie e i figli del de cuius. Ciò che qui rileva è che, una volta giunta la causa in fase di appello, la Corte distrettuale aveva ordinato la mediazione ai sensi dell’art. 5 co. 2 bis D. Lgs. 28/2010, ma la moglie si era rifiutata di iniziare la procedura.
La Corte d’appello, pertanto, aveva dichiarato l’improcedibilità del gravame e l’inefficacia dell’appello incidentale che era stato presentato dai figli.
La moglie, quindi, aveva presentato ricorso, dolendosi dell’erroneità della decisione di seconde cure nella parte in cui non aveva ritenuto sufficiente l’avvio della mediazione da parte attorea poichè seguita dalla mancata comparizione personale dell’attrice e dalla dichiarazione del suo rappresentante di non voler raggiungere un accordo.
Ritenendo questa censura manifestamente fondata, la Corte ha quindi operato le importanti precisazioni sopra richiamate.


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Crediti del lavoratore: per l’insinuazione al passivo basta la busta paga?

Pubblicato il: 25/06/2022

È noto come l’art. 93 L. fallimentare preveda che la domanda di ammissione al passivo di un credito, di restituzione o rivendicazione di beni mobili e immobili, si propone con ricorso da trasmettere almeno trenta giorni prima dell'udienza fissata per l'esame dello stato passivo.
Inoltre, il legislatore dispone che tale ricorso vada trasmesso all'indirizzo di posta elettronica certificata del curatore unitamente ad una serie di documenti. Il comma 6 della norma citata, infatti, dispone che “al ricorso sono allegati i documenti dimostrativi del diritto del creditore ovvero del diritto del terzo che chiede la restituzione o rivendica il bene”.

Tanto premesso, è possibile chiedersi – posto che tale norma, sicuramente, si applica anche al credito del lavoratore nei confronti del datore di lavoro – se una semplice busta paga possa valere come prova per l’insinuazione al passivo.

A tale quesito ha di recente fornito risposta la Corte di Cassazione, con ordinanza n. 17312 del 27 maggio 2022, optando per la tesi che ammette la valenza probatoria della busta paga.
La Suprema Corte, infatti, ha affermato, in ossequio al non contrastato orientamento della giurisprudenza di legittimità sul punto (cfr., ex multis, Cass. n. 18169/2019), che “le buste paga rilasciate al lavoratore dal datore di lavoro ove munite, alternativamente, della firma, della sigla o del timbro di quest'ultimo, possono essere utilizzate come prova del credito oggetto di insinuazione”.
Tale conclusione, segnatamente, poggia sulla considerazione per cui, ai sensi dell'art. 3 della l. n. 4 del 1953, la consegna della busta paga al lavoratore è obbligatoria.

Ciò detto, la Corte comunque specifica che resta ferma la facoltà del curatore di contestare le risultanze della busta paga allegata dal dipendente

  • con altri mezzi di prova;
  • con specifiche deduzioni e argomentazioni volte a dimostrarne l'inesattezza.

La valutazione di queste ultime, nello specifico, è rimessa al prudente apprezzamento del giudice

Il caso concreto, in particolare, vedeva protagonista un lavoratore che, vantando un credito nei confronti del suo datore di lavoro fallito (a titolo di ferie non godute, indennità di mancato preavviso, dei ratei relativi alla tredicesima e quattordicesima e di t.f.r.), aveva presentato domanda di ammissione al passivo.
Questa, tuttavia, era stata rigettata dal Tribunale, il quale – con esclusivo riferimento all’aspetto centrale in questa sede –aveva ritenuto insufficiente, al fine dell’accoglimento dell’istanza di insinuazione, la produzione delle buste paga e la mera allegazione dell’inadempimento del datore di lavoro.
A seguito di svariate vicissitudini processuale, il datore aveva presentato ricorso per Cassazione, dolendosi della violazione dell’art. 93 L. Fall.: ritenendo il ricorso fondato, allora, il Collegio ha operato le importanti precisazioni sopra riportate.


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Sì all’affido condiviso anche se un genitore abita lontano

Pubblicato il: 22/06/2022

L’art. 337 ter c.c. è chiaro nello stabilire che il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.
Il legislatore, inoltre, dispone che, per realizzare tale finalità, il giudice adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all'interesse morale e materiale di essa. In particolare, il giudice deve valutare prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all'istruzione e all'educazione dei figli.

Ma, nell’ambito di tale valutazione può avere rilievo il fatto che un genitore viva molto lontano rispetto al genitore c.d. collocatario? Se, ad esempio, un genitore si trasferisce in un’altra città, rischia di perdere l’affidamento condiviso dei figli? La risposta a tali quesiti, per un consolidato giurisprudenziale di recente ribadito dalla Suprema Corte, è negativa.

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 15815 del 17 maggio 2022, ha infatti richiamato un proprio precedente (cfr. Cass. n. 6536/2019) per cui in tema di affidamento dei figli nati fuori del matrimonio, alla regola dell'affidamento condiviso dei figli può derogarsi solo ove la sua applicazione risulti pregiudizievole per l'interesse del minore. Per tale ragione, l'eventuale pronuncia di affidamento esclusivo dovrà essere sorretta da una motivazione non più solo in positivo sulla idoneità del genitore affidatati, ma anche in negativo sulla inidoneità educativa ovvero manifesta carenza dell'altro genitore.
Con specifico riferimento alla residenza dei genitori, peraltro, la Suprema Corte ha chiarito che “l'affidamento condiviso non può ragionevolmente ritenersi precluso dalla oggettiva distanza esistente tra i luoghi di residenza dei genitori, potendo detta distanza incidere soltanto sulla disciplina dei tempi e delle modalità della presenza del minore presso ciascun genitore”.

Il caso concretamente giunto all’attenzione della Corte, in particolare, riguardava il giudizio di separazione personale tra due coniugi. Nello specifico, il Tribunale aveva pronunciato la separazione senza addebito e aveva disposto l’affidamento condiviso dei figli con collocazione presso la madre, stabilendo un assegno di 200,00 mensili per il mantenimento della prole a carico del padre. In favore di quest’ultimo, segnatamente, era stato previsto un diritto di visita con cadenza quindicinale per un solo figlio e con la presenza di un educatore.
Avverso tale sentenza, il padre aveva proposto appello. La madre, di contro, aveva proposto appello incidentale, lamentandosi del fatto che il padre non provvedeva al pagamento del contributo per il mantenimento dei figli e chiedendo l’affidamento esclusivo.
La Corte d’appello aveva però confermato integralmente la sentenza di prime cure.
La madre, pertanto, aveva proposto ricorso in Cassazione, insistendo nella richiesta di affido esclusivo alla luce sia del mancato pagamento del mantenimento da parte del padre sia della lontananza della di lui residenza. Ritenendo il ricorso inammissibile, la Corte ha quindi ribadito gli importanti principi sopra esaminati in tema di affidamento della prole.


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Incidente stradale con ferito: quando allontanarsi è omissione di soccorso?

Pubblicato il: 21/06/2022

È noto che non fermarsi a soccorrere un soggetto ferito costituisce un reato.
L’art. 593 c.p.., infatti, punisce – in via generale – chiunque, trovando un corpo umano che sia o sembri inanimato, ovvero una persona ferita o altrimenti in pericolo, ometta di prestare l'assistenza occorrente o di darne immediato avviso all'Autorità. La norma citata, in particolare, tutela i beni della vita e dell'incolumità fisica ed è atta ad assicurare l'osservanza di un generale obbligo di assistenza sociale gravante su tutti i consociati.

In caso di incidente stradale, poi, la lex specialis è costituita dall’art. 189 cod. str., secondo il quale “l'utente della strada, in caso di incidente comunque ricollegabile al suo comportamento, ha l'obbligo di fermarsi e di prestare l'assistenza occorrente a coloro che, eventualmente, abbiano subito danno alla persona”. La pena prevista per chi non ottemperi a tale disposizione in presenza di feriti, in particolare, consiste

  • nella la reclusione da un anno a tre anni;
  • nella sospensione della patente di guida per un periodo non inferiore ad un anno e sei mesi e non superiore a cinque anni.

Tanto premesso, ci si chiede se integri il reato appena esaminato altresì la condotta di colui che, dopo un incidente stradale, si fermi a verificare le condizioni di salute dell’altro soggetto coinvolto e ferito e, rilevata la presenza di altre persone sul posto, se ne allontani. In una simile evenienza, si può parlare comunque di omissione di soccorso? O il fatto che il soggetto ferito non sia solo ma sia comunque assistito elimina tale possibilità?
Proprio a questo quesito ha fornito di recente risposta la Corte di Cassazione, con sentenza n. 20039 del 23 maggio 2022, ritenendo integrata anche in tal caso l’omissione di soccorso.

Con la pronuncia citata, difatti, la Suprema Corte ha richiamato alcuni precedenti (cfr. Cass. c.d. Rossini n. 14610/2014) con i quali la giurisprudenza di legittimità aveva già chiarito che l'obbligo di prestare assistenza prescritto dal legislatore non può essere interpretato in modo da essere ridotto all'obbligo di prestare soccorso sanitario, ma deve essere interpretato in senso più ampio. Esso, infatti, poggia su un generico dovere di solidarietà che grava in capo all’utente della strada e comprende ogni possibile forma di assistenza, anche residuale.

Per tale ragione, il Collegio ritiene che la presenza di altre persone sul luogo di un incidente stradale non esima l'investitore dal dovere dell'assistenza nei confronti dell'investito ogni volta che il suo intervento possa apparire utile.
In conclusione, la Corte afferma dunque espressamente che “una corretta interpretazione della norma in esame conduce a ritenere che l'assistenza alle persone ferite non sia rappresentata dal solo soccorso sanitario, bensì da ogni forma di aiuto di ordine morale e/o materiale richiesto dalle circostanze del caso”.

Il caso concreto giunto all’attenzione degli Ermellini, in particolare, riguardava un soggetto che, alla guida della propria automobile, aveva eseguito un’inversione a U causando un impatto con un motociclista. L’automobilista si era inizialmente fermato ma non era sceso dal veicolo e, verificate le condizioni di salute e rilevata la presenza di altre persone sul posto che avevano chiamato i vigili e l’ambulanza, si era allontanato dopo qualche minuto. L’automobilista, quindi, era stato ritenuto responsabile del reato di cui all’art. 189, comma 7 cod. str. sia dal Tribunale che dalla Corte d’appello.
Avverso la sentenza di secondo grado, dunque, aveva proposto ricorso il difensore dell'imputato, sostenendo – limitatamente agli aspetti qui di rilievo – che l'art. 189 C.d.S., comma 7, trova applicazione quando una persona convolta in un sinistro con feriti ometta di prestare alle persone ferite l'assistenza "occorrente" e sottolineando che, con tale espressione il legislatore ha inteso escludere dall'area della rilevanza penale i casi in cui l'assistenza non sia concretamente necessaria, come nel caso di specie. Ritenendo il ricorso infondato, la Cassazione ha dunque operato le interessanti precisazioni di cui si è dato conto.


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Pos e fattura elettronica: obbligatori anche per gli avvocati

Pubblicato il: 21/06/2022

Con il D.L. n. 36/2022, recante “ulteriori misure urgenti per l'attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR)”, il Governo ha dettato anche misure in materia finanziaria e fiscale tra le quali spiccano le disposizioni riguardanti le sanzioni per mancata accettazione dei pagamenti elettronici e la fattura elettronica.

L’articolo 18 del Decreto, in particolare, sopprime – tra le altre cose – le previsioni delle norme che escludevano i professionisti dal novero dei soggetti obbligati alla fatturazione elettronica.
Anche gli avvocati, pertanto, saranno obbligati non solo ad avere il POS presso il loro studio in modo da poter accettare pagamenti in forma elettronica ma anche a trasmettere la fattura elettronica.

È utile ricordare, quindi, che la fattura elettronica si differenzia da una fattura cartacea solo per due aspetti:

  1. deve essere compilata utilizzando un pc, un tablet o uno smartphone;
  2. deve essere trasmessa elettronicamente al cliente tramite il c.d. Sistema di Interscambio (SdI), il quale consente di verificare a) se la fattura contiene i dati obbligatori ai fini fiscali; b) l’indirizzo telematico (c.d. “codice destinatario” ovvero indirizzo PEC) al quale il cliente desidera che venga recapitata la fattura; c) che la partita Iva del fornitore (c.d. cedente/prestatore) e la partita Iva ovvero il Codice Fiscale del cliente (c.d. cessionario/committente) siano esistenti.

A quest’ultimo adempimento, nello specifico, saranno prossimamente tenuti, infatti, anche:

  1. i professionisti titolari di partita IVA in regime forfettario;
  2. i professionisti titolari di partita IVA in regime di vantaggio;
  3. le associazioni che effettuato la scelta ex artt. 1-2 L. 398/1991 con proventi inferiori ad euro 65.000,00 nel periodo di imposta precedente.

Quanto alla decorrenza degli obblighi appena citati, tuttavia, il dies a quo è – seppur di pochissimo –diverso ed essendo tali date ormai prossime pare opportuno fare chiarezza:

  • per quanto riguarda l’obbligo di avere il POS, esso vigerà dal 30 giugno 2022;
  • per quanto riguarda l’estensione dell’obbligo di fatturazione elettronica, la data di riferimento è invece il giorno successivo, il 1° luglio 2022.

A partire da questi momenti, quindi, l’avvocato che non si attiene a queste previsioni sarà passibile di multa. La sanzione amministrativa, in particolare, potrà ammontare ad euro 30,00, e potrà subire l’aumento del 4% del valore della transazione rifiutata dall’avvocato che rifiuta un pagamento con il POS, salvo malfunzionamenti tecnici oggettivi.


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Ingiusta detenzione: il silenzio dell’arrestato preclude l’indennizzo?

Pubblicato il: 19/06/2022

La norma cardine in tema di riparazione per ingiusta detenzione è l’art. 314 c.p.p.., il quale prevede che chi è stato prosciolto con sentenza irrevocabile (perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato) ha diritto a un’equa riparazione per la custodia cautelare subita, qualora non vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave.
La ratio della norma in esame si ravvisa nella volontà del legislatore di fornire un’adeguata tutela ai casi in cui vi sia stata un’indebita applicazione di misure cautelari.

Va poi evidenziato come l’art. 4, comma 1, lettera b), del D. Lgs. 8 novembre 2021, n. 188 abbia poi modificato la norma ora citata, che attualmente al secondo periodo recita: “l’esercizio da parte dell'imputato della facoltà di cui all'articolo 64 comma 3, lettera b), non incide sul diritto alla riparazione di cui al primo periodo”.
Chi si avvale della facoltà di non rispondere, pertanto, non si vedrà precluso il diritto all’indennizzo per l’ingiusta detenzione.

All’applicazione pratica di tali principi ha di recente provveduto la Corte di Cassazione, con sentenza n. 20657 del 27 maggio 2022.
Nella motivazione di tale pronuncia, infatti, si la Suprema Corte ha

  • precisato che il dolo o la colpa grave idonei ad escludere l’indennizzo per ingiusta detenzione devono sostanziarsi in specifici comportamenti che abbiano causato o concorso a causare la privazione della libertà;
  • richiamato il consolidato orientamento giurisprudenziale (cfr., ex multis, Cass. n. 24439/2018) per cui, in tema di equa riparazione per l’ingiusta detenzione, la condotta dell’indagato che si avvalga della facoltà di non rispondere può assumere rilievi ai fini dell’accertamento della sussistenza della condizione ostativa del dolo o della colpa grave perché è onere dell’interessato apportare immediati contributi o riferire circostanze che avrebbero indotto l’autorità giudiziaria ad attribuire un diverso significato agli elementi posti a fondamento del provvedimento cautelare;
  • rilevato che “tale orientamento è da ritenersi, però, ormai superato in ragione dell’intervento della più recente novellazione legislativa”: con il D.lgs. 8 novembre 2021, n. 188, infatti, il legislatore ha modificato l’art. 314 c.p.p. al fine di adeguare la normativa italiana alle disposizioni della direttiva UE 2016/343 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 9 marzo 2016 sul diritto al silenzio e a non autoincriminarsi;
  • concluso che questa innovazione normativa “esclude la rilevanza, a fini riparativi, della scelta difensiva di non rispondere”.

La vicenda concreta sottoposta al vaglio della Cassazione, in particolare, riguardava un soggetto che – in relazione al reato di detenzione di droga a fini di spaccio cui all’art. 73 T.U. Stupefacenti – era stato arrestato e sottoposto prima alla misura della custodia cautelare in carcere per tre giorni e poi a quella degli arresti domiciliari per cinque mesi. Tale soggetto, tuttavia, era stato poi assolto con sentenza irrevocabile, sicchè egli aveva proposto istanza di riparazione per ingiusta detenzione.
La Corte d’appello, tuttavia, aveva rigettato la richiesta di riparazione, valorizzando soprattutto il fatto che l’arresto e la misura cautelare erano stati disposti dal GIP in assenza di qualsiasi dichiarazione esplicativa formulata in sua difesa da parte dell’istante, che si era avvalso della facoltà di non rispondere e dunque aveva tenuto una condotta connotata da colpa grave.
Avverso siffatta pronuncia, il soggetto aveva dunque presentato ricorso, lamentando la violazione dell’art. 314 c.p.p.: accogliendo l’impugnazione sulla scorta dei principi sopra esposti, dunque, la Cassazione ha annullato l’ordinanza con rinvio.


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Scritti difensivi offensivi nei procedimenti disciplinari: possono integrare diffamazione?

Pubblicato il: 16/06/2022

È noto come il legislatore, all’art. 595 c.p., punisca il reato di diffamazione. Si prevede, in particolare, che sia punito con la pena della reclusione o con la multa chiunque, comunicando con più persone, offenda l'altrui reputazione.
Se l'offesa consiste nell'attribuzione di un fatto determinato, poi, la pena potrà essere aumentata.
La disposizione, nello specifico, trova il proprio fondamento nella necessità di garantire la reputazione dell'individuo, ossia l'onore inteso in senso soggettivo, quale considerazione che il mondo esterno ha del soggetto.

È altrettanto noto come nel nostro ordinamento sia fortemente sentita altresì l’esigenza di garantire la libertà di discussione e di difesa alle parti e ai loro difensori nell'ambito dei procedimenti contenziosi. Per tale ragione, infatti, il nostro Codice Penale contempla, all’ art. 598 c.p., una causa di esclusione della punibilità per le offese in scritti e discorsi pronunciati dinanzi alle Autorità giudiziarie. Non sono punibili, difatti, le offese contenute negli scritti presentati o nei discorsi pronunciati dalle parti o dai loro patrocinatori nei procedimenti dinanzi all'Autorità giudiziaria, ovvero dinanzi a un'Autorità amministrativa, quando le offese concernono l'oggetto della causa o del ricorso amministrativo.

Ma tale causa di non punibilità si applica anche nel caso in cui le frasi lesive dell’altrui reputazione siano contenute in un atto rivolto all’ordine professionale di appartenenza della persona offesa nell’ambito di un procedimento disciplinare? La Corte di Cassazione, con sentenza n. 19496 del 18 maggio 2022, ha fornito risposta proprio a tale quesito, optando per la soluzione affermativa.

La Suprema Corte, segnatamente, richiama un consolidato indirizzo giurisprudenziale (cfr. ex multis, Cass. c.d. Ruggieri n. 39486/2018) per il quale l’esimente di cui all’art. 598 cod. pen. “non è applicabile agli esposti inviati al Consiglio dell’Ordine forense, in quanto l’autore dell’esposto non è parte nel successivo giudizio disciplinare e l’esimente di cui all’art. 598 cod. pen. attiene agli scritti difensivi in senso stretto, con esclusione di esposti e denunce.
Tanto chiarito, quindi, la Corte chiarisce che la causa di esclusione della punibilità deve invece essere applicata in caso di offese contenute non tanto in esposti quanto piuttosto in scritti difensivi presentati dalla parte del giudizio disciplinare.

Il caso concreto giunto all’attenzione della Corte, in particolare, riguardava un’avvocatessa imputata del reato di diffamazione per avere inoltrato al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, in risposta ad un esposto presentato nei suoi confronti da un’altra avvocatessa controparte in un procedimento di separazione, vari documenti in cui accusava quest’ultima di aver commesso “gravissime violazioni” e “scorrettezze” e “stratagemmi” e di aver tenuto una condotta “lontana dalla decenza e dal buon gusto”.
Il Giudice di Pace, ritenendo le espressioni utilizzate lesive dell’onore della persona offesa, aveva quini condannato l’imputata.
Tale sentenza, successivamente, era stata confermata dal Tribunale quale giudice d’appello.
L’imputata, pertanto, aveva proposto ricorso innanzi alla Cassazione, denunciando violazione di legge per il mancato riconoscimento dell’esimente del diritto di critica difensiva contenuta in atti giudiziari. Nel ritenere tale ricorso fondatoalla luce della mancata qualificazione di uno degli atti “incriminati” come nota difensiva, la Cassazione ha dunque chiarito i principi sopra riportati.


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Bonus psicologo: cos’è e quanto spetta

Pubblicato il: 14/06/2022

In data 27 maggio 2022, è stato approvato il Decreto attuativo che attua la Legge di conversione del D.L. n. 228 del 2021, recante “Disposizioni in materia di potenziamento dell’assistenza a tutela della salute mentale e dell’assistenza psicologica e psicoterapica”.

Il c.d. bonus psicologo, in particolare, è stato introdotto in sede di conversione e consiste in un beneficio economico che potrà essere riconosciuto dalle Regioni a coloro che si trovano a fronteggiare situazioni di difficoltà che rendono necessario l’ausilio di uno psicoterapeuta.
È noto, infatti, che i costi della psicoterapia possono essere elevati e non adatti a tutte le tasche. Ed è proprio per tale ragione che il legislatore, conscio del proliferare delle situazioni di ansia, depressione e stress connesso all’emergenza pandemica appena passata, ha previsto questo bonus.

Tanto introduttivamente chiarito, è possibile chiarire nello specifico chi sono gli aventi diritto e quanto spetta.
Sul primo punto, il Decreto precisa che l’assegno è riconosciuto a tutte le persone che si sentano psicologicamente fragili, tanto da abbisognare di sedute di terapia con professionisti iscritti nell’elenco degli psicoterapeuti. Costoro, peraltro, dovranno utilizzare le somme corrisposte entro un termine di 180 giorni dall’accoglimento della domanda, a pena di decadenza.

Quanto alle somme spettanti, poi, il recente Decreto attuativo prevede che l’emolumento ottenibile sia variabile e che ilquantum in concreto spettante a ciascun avente diritto si debba determinare in relazione all’indicatore della situazione economica equivalente (c.d. ISEE).
Più precisamente, per coloro il cui indicatore ISEE superi la soglia dei 50.000,00 euro, il bonus non sarà assegnabile; qualora invece tale soglia non sia raggiunta la quota sarà modulabile secondo un criterio di progressione.
L’ammontare dell’assegno, cui avrà diritto ciascun individuo una tantum, sarà massimo di 50,00 € a seduta fino a un importo globale di:
•euro 200,00 per coloro il cui indicatore ISEE oscilli tra i 30.000,00 e i 50.000,00 euro;
•euro 400,00 per coloro il cui indicatore ISEE oscilli tra i 15.000,00 e i 30.000,00 euro;
•euro 600,00 per coloro il cui indicatore ISEE sia inferiore a 15.000,00 euro;

Quanto alle modalità operative, per ottenere il contributo occorre presentare un’istanza telematica all’Inps oppure rivolgersi al contact Centre. L'INPS e il Ministero della Salute, a breve, renderanno nota la prima data utile per la presentazione delle istanze.


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Acquisto auto con contachilometri alterato: opera la garanzia?

Pubblicato il: 12/06/2022

Quando si acquista un’automobile usata, uno dei principali fattori che si valutano è il chilometraggio. Quanti più chilometri ha percorso il veicolo, infatti, tanto più breve – si presume – sarà la “vita residua” del veicolo e, perciò, tanto minore sarà il prezzo di vendita. Per tale ragione, capita spesso che venditori disonesti alterino il contachilometri, per far apparire la vettura meno utilizzata. In questo caso, opera la garanzia per vizi a favore dell’acquirente che scopra poi di esser stato ingannato?
La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 12606 del 20 aprile 2022, ha affrontato proprio questo tema.

Al fine di comprendere i principi affermati dalla Suprema Corte, giova però ricordare che a

  • ai sensi dell’art. 1490 c.c., il venditore è tenuto a garantire che la cosa venduta sia immune da vizi che la rendano inidonea all'uso a cui è destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore. Tale norma, inoltre, prevede che il patto con cui si esclude o si limita la garanzia non ha effetto, se il venditore ha in mala fede taciuto al compratore i vizi della cosa;
  • ai sensi dell’art. 1491 c.c., non è dovuta la garanzia se, al momento del contratto, il compratore conosceva i vizi della cosa o se i vizi erano facilmente riconoscibili, salvo, in questo caso, che il venditore abbia dichiarato che la cosa era esente da vizi.

Tanto premesso, può evidenziarsi come la Corte, nel citato provvedimento, abbia

  1. precisato come l'esclusione della garanzia nel caso di facile riconoscibilità dei vizi della cosa venduta costituisca applicazione del principio di autoresponsabilità e consegua all'inosservanza dell'onere di diligenza del compratore in ordine alla rilevazione dei vizi che si presentino di semplice percezione;
  2. ricordato che per costante giurisprudenza (Cass. 27 febbraio 2012 n. 2981) – sebbene il grado della diligenza esigibile non possa essere predicato in astratto, ma debba essere apprezzato in relazione al caso concreto, avuto riguardo alle particolari circostanze della vendita, alla natura della cosa ed alla qualità dell'acquirente – la facile riconoscibilità è tuttavia da escludereladdove l'onere di diligenza del compratore debba spingersi sino al punto di postulare il ricorso all'opera di esperti o l'effettuazione di indagini penetranti ad opera di tecnici del settore, al fine di individuare il vizio”;
  3. chiarito altresì che, in realtà, ai fini dell'esclusione della garanzia per i vizi della cosa venduta, l'art. 1491 c.c., non richiede il requisito dell'apparenza, ma quello della facile riconoscibilità del vizio. Ed è proprio siffatto onere che può essere richiesto al compratore, ai sensi dell'art. 1491 c.c., il quale non postula una particolare competenza tecnica, ma è circoscritto alla diligenza occorrente per rilevare i difetti di facile percezione da parte dell'uomo medio.
  4. concluso che, perciò, il ricorso all'esperto per rilevare il vizio segna il discrimen tra le ipotesi in cui sia prevista la garanzia e quelle in cui sia esclusa, e cioè, se il vizio sia o meno facilmente riconoscibile.

Il caso giunto all’attenzione della Corte, in particolare, riguardava una società operante nel settore dell’acquisto e rivendita di autoveicoli che aveva acquistato una vettura usata da un privato. Avvedutasi del fatto che il contachilometri dell’auto era però stato manomesso a seguito di apposito accertamento tecnico ad opera di esperti, la società aveva adito il Tribunale, chiedendo la risoluzione del contratto.
Il Giudice di primo grado, dunque, aveva accolto la domanda attorea nonché quella di rivalsa formulata dal convenuto nei confronti della società dalla quale a sua volta aveva acquistato la vettura.
Quest’ultima, allora, aveva proposto appello, ma la Corte distrettuale – con esclusivo riferimento a quanto qui di interesse – aveva rigettato l’impugnazione.
Avverso tale sentenza, l’appellante soccombente aveva dunque proposto ricorso, lamentando la violazione e la omessa ovvero erronea applicazione delle norme dettate dall'art. 1491 c.c. e art. 1176 c.c., comma 2, per avere la Corte distrettuale affrontato sbrigativamente le censure alla sentenza di primo grado riguardanti le questioni dell'agevole riconoscibilità del vizio redibitorio e dell'onere di peculiare diligenza imposto all'operatore professionale nel settore della commercializzazione di autoveicoli usati. Sulla scorta dei principi sopra esaminati, tuttavia, la Corte ha respinto il ricorso.


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