NASpI e DIS-COLL 2024, nessun limite massimo di età per la disoccupazione: ecco i nuovi chiarimenti INPS

Pubblicato il: 25/02/2024

Nel messaggio del 20 febbraio 2024, n. 750 l’Istituto previdenziale ha fornito alcune precisazioni in ordine ai requisiti richiesti ai fini dell’accesso alle prestazioni di disoccupazione NASpI e Dis-coll.
La NASpI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego), operativa dal 1° maggio 2015, sembra utile ricordare, garantisce un’indennità di durata variabile, per un massimo di due anni, ai lavoratori dipendenti che perdono l’impiego non volontariamente.
La DIS-COLL indica invece l’indennità di disoccupazione, della durata massima di sei mesi, per i lavoratori con rapporto di collaborazione coordinata, fra cui sono ricompresi anche assegnisti e dottorandi di ricerca con borsa di studio.
Nel parere emesso l’INPS opera una distinzione fra collocamento ordinario e collocamento mirato. Quest’ultimo è definito anche collocamento obbligatorio, perché la L. 68/1999 prevede degli obblighi per i datori di lavoro, siano essi privati o pubblici. In particolare, le aziende con più di 14 dipendenti sono tenute ad assumere lavoratori e lavoratrici con accertata disabilità.

Quali precisazioni per i disoccupati ordinari?
I lavoratori che perdono involontariamente la propria occupazione devono sempre rilasciare la dichiarazione di immediata disponibilità (DID), quale presupposto per il riconoscimento delle indennità e per l’applicazione della relativa disciplina, anche di carattere sanzionatorio.
Al riguardo l’Istituto evidenzia, infatti, che ai sensi dell’ art. 21, comma 1, D. Lgs.150/2015, la medesima domanda di indennità di disoccupazione (NASpI e DIS-COLL) equivale al rilascio, da parte del richiedente la prestazione, della DID. Nel parere si conferma, inoltre, che il limite minimo di età per l’iscrizione al Centro per l’impiego resta quello dei 16 anni di età, come stabilito dall’art. 1, comma 622, della L. 296/2006.
Detto limite, pertanto, rileva anche ai fini dell’accesso alla NASpI e alla DIS-COLL in relazione alla non possibilità di rilascio della dichiarazione d’immediata disponibilità per i soggetti di età inferiore ai 16 anni, con conseguente esclusione di accesso alle medesime indennità.

Cosa invece è previsto in tema di collocamento mirato?
L’INPS precisa che il limite massimo di età per potere accedere alle medesime prestazioni è presente esclusivamente rispetto all’iscrizione negli elenchi del collocamento mirato ed è quello di cui all’art. 1, comma 1, del D.P.R. 10 ottobre 2000, n. 333 che così stabilisce: “Possono ottenere l’iscrizione negli elenchi del collocamento obbligatorio le persone disabili, che abbiano compiuto i quindici anni di età e che non abbiano raggiunto l’età pensionabile prevista dall’ordinamento, rispettivamente per il settore pubblico e per il settore privato“.
Le persone disabili destinatarie delle indennità, ancora si chiarisce, sono quelle indicate all’articolo 1 della L. 68/1999:
– persone in età lavorativa affette da minorazioni fisiche, psichiche o sensoriali e portatori di handicap intellettivo, che comportino una riduzione della capacità lavorativa superiore al 45 per cento;
– persone invalide del lavoro con un grado di invalidità superiore al 33 per cento;
– persone non vedenti o sordomute;
– persone invalide di guerra, invalide civili di guerra e invalide per servizio con minorazioni ascritte dalla prima all’ottava categoria di cui alle tabelle annesse al testo unico delle norme in materia di pensioni di guerra.


Vai alla Fonte

Riforma ISEE 2024, nuove regole per il calcolo ISEE sulla prima casa, i figli e l’Assegno Unico

Pubblicato il: 25/02/2024

Il Governo sta muovendo i primi passi verso una riforma dell’ISEE, ossia: l’indicatore che misura la situazione economica delle famiglie e che regola l’accesso a molti benefici fiscali e prestazioni sociali. L’obiettivo è quello di rendere tale strumento più equo, adeguandolo alle esigenze reali delle famiglie italiane.

Il progetto governativo tende alla revisione delle regole di calcolo dell’ISEE. Lo hanno confermato i Viceministri all’Economia Maurizio Leo e al Lavoro Teresa Bellucci, il cui obiettivo è quello di: «coniugare semplificazione, efficacia e tecnologia, mettendo tutte le famiglie che ne hanno bisogno, nelle condizioni di poter usufruire di uno strumento fondamentale per la piena realizzazione delle politiche di welfare».

Più precisamente, nel rivedere ciò che rientra nel calcolo ISEE, la riforma punta: all’esclusione dal calcolo dell’assegno unico, ad una rimodulazione della scala di equivalenza per le famiglie con figli, nonché ad una revisione del peso della prima casa sull’ISEE. Infine, il tavolo di lavoro interministeriale dovrà anche individuare le eventuali coperture economiche per suddetta la riforma.

Assegno Unico
Al centro del piano di riforma dell’ISEE vi sono le famiglie, molte delle quali usufruiscono del sussidio economico dell’assegno unico.
A differenza di quanto previsto per altri assegni familiari, l’assegno unico universale 2024 pur essendo esente IRPEF è incluso nel calcolo dell’ISEE. Di conseguenza un ISEE più alto comporta il venir meno di tutta una serie di benefici e prestazioni agevolate messe a disposizione dallo Stato. È proprio su questo aspetto che il Governo sta cercando di intervenire.
Tuttavia, ad oggi non è ancora chiaro se il Governo mira ad escludere totalmente l’assegno unico dal calcolo ISEE o a ridurne soltanto la portata.

Correttivi sulla prima casa
Un’altra priorità della riforma è quella di ridurre il peso che la prima casa ha attualmente sull’ISEE.
Ad oggi, infatti il valore della prima casa viene conteggiato ai fini del calcolo del patrimonio immobiliare, che a sua volta incide sul reddito equivalente. Questo va a penalizzare tutte quelle famiglie che, pur possedendo una casa di modesto valore, vivono in zone ad alta pressione immobiliare, o che hanno ereditato una casa di famiglia pur non percependo, di fatto un reddito elevato.

Proprio per tali famiglie, la riforma vorrebbe introdurre una soglia di esclusione o una riduzione del valore della prima casa ai fini dell’ISEE. Ciò al fine di “fotografare” in maniera più accurata la reale condizione patrimoniale e reddituale delle famiglie ed assicurare loro i benefici e le agevolazioni fiscali grazie ad un ISEE più basso.

Scala di equivalenza ISEE
La scala di equivalenza ISEE è uno dei parametri che consente il corretto calcolo dell’ISEE. Tale valore permette di confrontare situazioni familiari differenti e varia in base in base a diversi fattori quali: il numero di persone conviventi nel nucleo familiare o la presenza di particolari situazioni che comportano spese extra, come disabilità, più figli o una situazione di monogenitorialità. 

Grazie al parametro di calcolo della scala di equivalenza, è possibile avere un indicatore ISEE più adeguato, così da permettere l’accesso a bonus e agevolazioni alle famiglie effettivamente più bisognose.
Pertanto, quello a cui punta la riforma è una scala di equivalenza ancora più favorevole per le famiglie numerose e che diventa più vantaggiosa al crescere del numero dei figli.

Il Governo ha cominciato a mettere le basi per un progetto ambizioso e se riuscirà a portarlo a termine, ci saranno grossi benefici per tutte le famiglie italiane.

 


Vai alla Fonte

Pensione di invalidità 2024, ecco come ottenere un aumento della pensione e gli arretrati con “l’incremento al milione”

Pubblicato il: 25/02/2024

È ufficiale l’aumento delle pensioni per gli invalidi totali e per i titolari di pensione di inabilità di età ricompresa tra i 18 e i 60 anni.

Con la sentenza n. 152 del 23 giugno 2020, la Corte Costituzionale ha infatti disposto la maggiorazione delle predette pensioni al fine di sostenere i redditi degli invalidi civili totali e degli inabili: è il cosiddetto meccanismo dell’“incremento al milione”.

Lo stesso art. 38 Cost., comma 1, recita infatti che “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale”.

Con il c.d. “Decreto Agosto”, il Governo ha quindi disposto l’incremento al milione per gli invalidi civili al 100% e per i titolari di pensione di inabilità, estendendo la maggiorazione anche a favore dei “soggetti di età superiore ai diciotto anni, che risultino invalidi civili totali o sordomuti o ciechi civili assoluti titolari di pensione o che siano titolari di pensione di inabilità di cui all’articolo 2 della legge 12 giugno 1984, n. 222”. La Consulta è intervenuta quindi anche sul precedente requisito anagrafico, dichiarandolo irragionevole e discriminatorio e ritenendo che una maggior tutela debba essere riconosciuta agli invalidi civili totali e agli inabili non al compimento del 60esimo anni di vita, ma dal 18esimo anno di età.

Ma quali sono i requisiti per ottenere la maggiorazione e, soprattutto, è possibile ottenerne gli arretrati?

A questo punto, occorre fare un distinguo.
Mentre gli invalidi civili totali (ciechi e sordi), già titolari di pensione d’invalidità, ricevono (o dovrebbero ricevere) in automatico l’aumento al milione che, attualmente è pari a Euro 401,72, da calcolarsi su 13 mensilità, non essendo quindi necessaria alcuna domanda da parte degli interessati, per i titolari di pensione di inabilità è invece necessaria un’apposita istanza.

È infatti prevista la richiesta su domanda per il riconoscimento dell’incremento ai titolari di pensione di inabilità: la richiesta va presentata all’INPS, attraverso i canali online, se si è in possesso delle credenziali di accesso, oppure tramite gli intermediari Caf o patronati. Una volta effettuata la ricostituzione reddituale, la Struttura territoriale procederà alla verifica del diritto alla maggiorazione e, in presenza dei prescritti requisiti, al riconoscimento del beneficio.

La maggiorazione viene riconosciuta dall’Istituto in forma retroattiva. Tuttavia, è necessario segnalare in modo chiaro la richiesta degli arretrati. Nello specifico, come da indicazioni dell’INPS, i richiedenti dovranno indicare nel campo indicato, alla voce “NOTE”, la frase riportante la seguente dicitura: “Richiedo il riconoscimento della maggiorazione con decorrenza dal 1° Agosto 2020”.

E per gli arretrati degli invalidi assoluti?

Come già sappiamo, la possibilità di richiedere gli arretrati degli aumenti della pensione d’invalidità civile è possibile grazie all’emanazione del “Decreto Agosto”, che ha dato applicazione alla sentenza n. 152 del 23 giugno 2020, della Corte Costituzionale ed è stato in seguito convertito nella Legge n. 126 del 13 ottobre 2020.

Ciò significa che è possibile richiedere gli arretrati solo da luglio 2020 fino al periodo di effettivo aumento della pensione. L’unica eccezione è costituita da quegli invalidi civili al 100% che abbiano compiuto 60 anni prima di questa modifica.
In questa singola ipotesi – salvo restando che bisogna comunque rientrare nei range economici prestabiliti di cui si dirà tra poco – è possibile richiedere ben più degli arretrati maturati da luglio 2020.

Anche in questo caso, la domanda dovrà essere proposta tramite il portale dell’INPS, accedendo alla propria posizione personale mediante le credenziali. Andranno allegati un certificato medico attestante l’invalidità, una DSU contenente il calcolo dell’ISEE aggiornato e un documento che dimostri di aver compiuto il sessantesimo anno di età al momento dell’introduzione della maggiorazione. Andrà, infine, compilata l’apposita domanda nella sezione “ricostituzione per maggiorazioni sociali”.
In alternativa, è possibile rivolgersi a un patronato o a un ente abilitato dall’INPS.

Ma quali sono i limiti di reddito per presentare tale domanda e, più in generale, per ottenere la maggiorazione?
– Euro 4.333,29 per la maggiorazione sociale in misura piena;
– Euro 9.555,65 per la maggiorazione sociale in misura ridotta;
– Euro 11.280,62 (reddito coniugato) per la maggiorazione sociale in misura piena;
– Euro 16.502,98 (reddito da coniugato): per la maggiorazione sociale in misura ridotta.

Occorre, da ultimo, precisare che alla formazione di tali soglie non concorrono i redditi da prima casa e quelli derivanti da indennità di accompagnamento, mentre andranno presi in considerazione quelli esenti Irpef.
Viceversa, la maggiorazione versata non costituirà reddito imponibile.


Vai alla Fonte

Parcheggiare la propria auto sul terreno del vicino, da oggi è possibile: ecco cosa dice la nuova Sentenza di Cassazione

Pubblicato il: 24/02/2024

Con la Sentenza n. 3925 del 13 febbraio 2024, la Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi sulla possibilità, per il proprietario di un fondo, di conseguire il diritto di parcheggio sul fondo altrui, anche nel caso in cui non vi siano accordi tra le parti che lo prevedano: tale diritto prende il nome “servitù di parcheggio”.

La servitù, ossia la costituzione di un diritto su fondo altrui ai sensi dell’art. 1027 del c.c., può essere istituita volontariamente, mediante un contratto, oppure può essere “coattiva”, cioè imposta dalla pronuncia di un giudice.
La pronuncia della Corte di Cassazione a Sezioni Unite interviene proprio su quest’ultimo tipo di servitù di parcheggio: non sarà possibile, dunque, parcheggiare legittimamente l’auto sulla proprietà di altri se non c’è né un contratto, né una sentenza ad autorizzarci. Questa precisazione è essenziale al fine di evitare conseguenze legali di natura penale, commettendo il reato di invasione di terreni (art. 633 del c.p.) o di violazione di domicilio (art. 614 del c.p.).

Premesso tutto ciò, quali sono le condizioni necessarie affinché sia possibile parcheggiare sul suolo della proprietà adiacente alla nostra?

  • Prima di tutto, la servitù di parcheggio può essere istituita a favore di un fondo (cosiddetto “dominante”), sul fondo appartenente ad altri (detto servente) solo quando ciò porti un vantaggio al fondo dominante, come ad esempio la possibilità di facilitare l’accesso ad un’attività commerciale, o rendere maggiormente utilizzabile un’area che altrimenti resterebbe deserta.
  • Non dev’essere possibile parcheggiare altrove: non si può istituire un diritto sulla proprietà altrui, a meno che non sia davvero indispensabile.
  • La servitù deve essere “localizzata”, vale a dire che solo uno spazio ben preciso e determinato deve essere destinato al parcheggio.
  • Anche quando la servitù sia “localizzata”, quindi interessi una porzione di terreno ben determinata, va specificato che il fondo altrui è destinato esclusivamente al parcheggio: non sarà possibile utilizzare per altri scopi il terreno non nostro.
  • Il fondo servente deve mantenere la propria utilità e, a tal fine, prima di istituire una servitù di parcheggio va verificato che ciò non causi intralcio al proprietario del fondo servente.
  • Il fondo servente e il fondo dominante devono essere vicini, altrimenti non sarebbe in alcun modo utile, né necessaria, l’istituzione di un diritto su fondo altrui (primo e secondo requisito del presente elenco).
  • La servitù non deve giovare ad un bisogno individuale del proprietario del fondo dominante: deve accrescere oggettivamente l’utilità del fondo, e non portare un vantaggio al proprietario personalmente.

I giudici della Suprema Corte di Cassazione, nel caso di specie, sono stati chiamati a pronunciarsi sulla domanda di nullità – respinta nei primi due gradi di giudizio – di una servitù di parcheggio costituita con atto notarile: i nuovi proprietari del fondo servente chiedevano dichiararsi la nullità della servitù volontaria, istituita dai vecchi proprietari, sostenendo che la servitù di parcheggio istituita sul proprio terreno non permettesse al fondo servente di mantenere la propria utilità.

Tuttavia, la Corte ha respinto il ricorso, confermando la valida costituzione della servitù di parcheggio, posto che, come evidenziato dal Tribunale Ordinario in primo grado, i nuovi proprietari avevano acquistato il terreno ben sapendo che esso era gravato da una servitù di parcheggio, istituita su base volontaria per atto notarile tra i proprietari del fondo dominante ed i vecchi proprietari del fondo servente.

La pronuncia poc’anzi esposta rappresenta un importantissimo precedente giurisprudenziale, data la frequenza con cui si verificano dissapori riguardanti il parcheggio tra vicini di casa o di attività commerciali, e la grande esigenza di porre fine a questo genere di liti.


Vai alla Fonte

Bonus imprese 2024: ecco l’elenco completo e aggiornato delle nuove agevolazioni introdotte nella Legge di Bilancio

Pubblicato il: 24/02/2024

Per il 2024, con la Legge di Bilancio e i provvedimenti collegati, il Governo Meloni ha introdotto un pacchetto di incentivi per sostenere le imprese.

Ci sono misure tese ad aumentare l’occupazione, favorendo anche l’assunzione di soggetti svantaggiati come invalidi, donne con figli, giovani con meno di 30 anni, i beneficiari dell’Assegno di inclusione (ADI) e del Supporto Formazione Lavoro (SFL).

È previsto il bonus “più assumi, meno paghi” per i titolari di reddito d’impresa, imprese individuali, società di persone e professionisti. La misura si basa sulla deduzione fiscale calcolata sul costo complessivo del lavoratore per l’impresa. È uno sconto sui contributi uguale al 120% per le nuove assunzioni di dipendenti a tempo indeterminato (l’agevolazione arriva al 130% per l’assunzione di soggetti svantaggiati).

Per il settore privato, il Governo ha introdotto queste misure:

  • l’esonero contributivo per l’assunzione dei beneficiari dell’ADI e del SFL: per assunzioni a tempo indeterminato c’è l’esonero al 100% dei contributi (nella soglia di 8.000 euro su base annua), mentre c’è l’esonero al 50% dei contributi (nel limite pari a 4.000 euro su base annua, riparametrato e applicato su base mensile) per assunzioni a tempo determinato o stagionale;
  • uno sgravio contributivo per le assunzioni di donne vittime di violenza: c’è l’esonero dal versamento dei contributi previdenziali, nella misura del 100% e nel limite di 8.000 euro annui;
  • il bonus contributivo “parità di genere”: è riconosciuto uno sgravio dell’1% sul versamento dei contributi complessivi (fino a 50.000 euro) a quelle aziende che hanno promosso la parità tra uomini e donne nel lavoro e ottenuto la certificazione nel 2023.

Ancora, ci sono misure dirette a favorire attività economiche ed imprenditoriali nel Mezzogiorno.

Con la Legge di Bilancio 2024, è stato confermato l’avvio della ZES Unica per il Sud Italia. La ZES è la Zona Economica Speciale: è una particolare zona dello Stato (comprendente Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna) nella quale le aziende, che già vi esercitano un’attività o che stanno per avviare un’attività, possono usufruire di particolari condizioni per lo sviluppo di impresa. Sono misure che riguardano gli investimenti da 200.000 euro in su, effettuati dal 1° gennaio al 15 novembre 2024. L’agevolazione consiste in un credito d’imposta che va dal 15% al 60% delle spese, in base alla dimensione e alla localizzazione di impresa.

Queste misure si aggiungono ai vari bonus per l’attività d’impresa già disponibili per le imprese del Sud Italia (sia per le start up, sia per le aziende che vogliono sviluppare l’attività e divenire più competitive).

Peraltro, il Governo Meloni ha previsto le agevolazioni Green New Deal Italia per le imprese che esercitano attività industriali, agroindustriali, artigiane, di servizi all’industria e centri di ricerca. Il Green New Deal Italia è un piano che prevede la concessione di agevolazioni finanziarie fino a 40 milioni di euro a sostegno dei progetti per la transizione ecologica e circolare (ad esempio, per la decarbonizzazione dell’economia, la riduzione dell’uso della plastica e la sua sostituzione con materiali alternativi).

Inoltre, c’è stato un rinnovo dei bonus energia imprese per il 2024, con incentivi e sconti per le imprese ad alto consumo energetico (le cc.dd. “imprese energivore”).

Poi, per le imprese che ritornano a investire in Italia, è stabilito il bonus “rientro in Italia”. Viene riconosciuta una tassazione agevolata: la riduzione del 50% delle imposte sui redditi.

Ancora, c’è il bonus “imprese femminili”: per investimenti fino a 3 milioni di euro, le imprenditrici possono usufruire di finanziamenti agevolati a tasso zero, con una copertura fino al 90%.

A ciò si aggiungono quegli incentivi già previsti per le imprese dell’economia sociale (caratterizzata da attività senza scopo di lucro e di utilità sociale realizzate dalle organizzazioni di terzo settore).


Vai alla Fonte

Assegno di inclusione 2024, ecco le nuove regole INPS per chiedere il riesame delle domande respinte o sospese

Pubblicato il: 24/02/2024

Da gennaio 2024 sono iniziati i pagamenti dell’assegno di inclusione (ADI): la nuova misura di inclusione sociale e lavorativa introdotta dal Governo. Con il supporto per la formazione e il lavoro, l’ADI ha sostituito il reddito di cittadinanza.

Per ottenere questo sussidio, occorre presentare la domanda all’INPS, registrarsi sulla piattaforma Sistema Informativo per l’Inclusione Sociale e Lavorativa (SIISL) e sottoscrivere il patto di attivazione digitale del nucleo familiare (PAD). Inoltre, il richiedente deve possedere i requisiti previsti dalla normativa. Chiaramente, se questi requisiti non ci sono, la domanda viene rigettata.

Cosa si può fare se la domanda per l’ADI viene respinta?

È l’INPS a rispondere con una recente comunicazione (messaggio n. 684 del 14 febbraio 2024). Ci sono due possibili strade.

Innanzitutto, l’interessato può presentare una richiesta motivata di riesame. Tale richiesta deve essere proposta alla sede INPS territorialmente competente entro trenta giorni dalla data della comunicazione del rifiuto della domanda.

In particolare, sarà possibile inviare la richiesta di riesame della domanda per l’ADI rigettata dal prossimo 27 febbraio 2024. Infatti, accedendo al sito dell’INPS con le proprie credenziali (tramite SPID, CIE o CNS), si può tenere sotto controllo la procedura per l’ADI, consultando lo stato e l’esito della domanda. Quindi, nel caso in cui la domanda venga respinta, sarà possibile capire le cause del rigetto proprio dal portale istituzionale dell’INPS. Però, il dettaglio delle motivazioni di rigetto sarà disponibile soltanto a partire dal 27 febbraio 2024.

Tuttavia, come detto, questa non è l’unica soluzione. Infatti, contro il rigetto della domanda per l’Adi, è anche possibile presentare ricorso giudiziario.

Peraltro, non sempre tutto è bianco o è nero. Ci sono anche delle zone grigie. Infatti, potrebbe anche accadere che la domanda ADI non sia stata respinta, ma venga a trovarsi in una situazione di sospensione per accertamento o di evidenza.

La domanda viene sospesa quando l’INPS deve fare altri controlli, ad esempio per verificare se l’interessato ha i requisiti di residenza o per verificare le discordanze tra l’ISEE e i dati dell’ANPR (Anagrafe della Popolazione Residente).

Invece, la domanda viene posta in stato di “evidenza” quando, a seguito dei controlli automatizzati dell’Agenzia delle Entrate, risultino omissioni e/o difformità nella D.S.U. (ossia, la Dichiarazione Sostitutiva Unica) ai fini ISEE.

In questi casi, che cosa succede?

In entrambe le ipotesi, le domande hanno bisogno di ulteriori accertamenti da parte delle sedi territoriali competenti.

Se la domanda è sospesa perché ci sono discordanze tra il nucleo familiare dichiarato in D.S.U. e quello risultante nell’ANPR, è necessario controllare la veridicità del nucleo, verificando la correttezza dei dati della D.S.U. Sarà la competente sede INPS a dovere effettuare questo accertamento.

Alla fine delle verifiche, potrà esserci la conferma della discordanza sul sistema ISEE (e, quindi, ci sarà il rigetto della domanda ADI) oppure l’annullamento della sospensione (e il completamento favorevole dell’istruttoria). A tal riguardo, l’annullamento della sospensione può esserci anche quando, nonostante la discordanza con l’ANPR, risulti la veridicità del nucleo ai fini ISEE.

Inoltre, la sospensione non è un limbo senza fine. Infatti, dopo 60 giorni dall’inizio della sospensione, le richieste da controllare saranno automaticamente elaborate, in mancanza di conferma della discordanza.

Invece, nel caso di domanda in evidenza, l’INPS invierà una comunicazione all’interessato, con la quale gli richiederà di intervenire entro 60 giorni: il richiedente potrà presentare documenti che dimostrino la completezza e veridicità dei dati della D.S.U. o inviare una nuova D.S.U. o, ancora, provvedere alla correzione della D.S.U.

Se l’interessato presenta documenti idonei entro i 60 giorni, la domanda viene “sbloccata”. Al contrario, se il soggetto non presenta documenti oppure presenta documenti non idonei, allora la domanda andrà incontro a rigetto.


Vai alla Fonte

Stop alle multe seriali con autovelox, nuovo emendamento sul Codice della Strada che tutela gli automobilisti

Pubblicato il: 23/02/2024

Arriva una notizia che fa tirare un sospiro di sollievo a molti, perché, diciamo la verità, quanti di noi si sono trovati a vivere questa spiacevole situazione?

Ci arriva una multa, anzi no, due, anzi no, tre. Una serie a catena di sanzioni prese davanti allo stesso autovelox, nello stesso giorno e alla stessa ora.

Uno, due, tre e così via. Ovviamente, essendo inconsapevoli che proprio in quel punto, dove abbiamo transitato più volte, sia posizionato un autovelox pronto a registrare un nostro eventuale eccesso di velocità.

L'emendamento che pone fine a questo comune supplizio stabilisce che, nel caso in cui un conducente riceva più multe per eccesso di velocità nello stesso tratto stradale, entro un'ora e di competenza dello stesso ente, sarà tenuto a pagare una sola sanzione.

Tuttavia, questa sarà rappresentata dalla multa più severa, incrementata di un terzo se più favorevole.

La relatrice del provvedimento, Elena Maccanti, ha chiarito che l'obiettivo è evitare il cumulo di sanzioni per la stessa infrazione, garantendo una penalizzazione equa che rifletta la reale gravità dell’infrazione commessa.

La situazione dunque dovrebbe essere la seguente: in caso di due multe per eccesso di velocità, prese davanti allo stesso autovelox, nella stessa ora, paghiamo la sanzione più alta aumentata di un terzo, invece di pagarle entrambe. Ma solo se in questo modo paghiamo meno che a pagarle tutte e due.

Facciamo un esempio: se la multa n. 1 è di 300 € e la multa n. 2 di 200 €, se interpretiamo bene, dovremmo pagare 300+100 e cioè 400 € di sanzione.

Se la multa n. 1 è di 300 € e la multa n. 2 di 50 €, dovremmo pagare solo 300 €.


Vai alla Fonte

Dipendente stressato a lavoro, il datore è tenuto a risarcire il danno: ecco la nuova ordinanza di Cassazione

Pubblicato il: 23/02/2024

Questo, in estrema sintesi, l’indirizzo espresso dalla Corte di cassazione con l’ordinanza 16-2-2024, n. 4279. La tutela del benessere psicologico e della personalità dei dipendenti costituisce un preciso dovere del datore di lavoro, a garanzia di un ambiente lavorativo sereno, in grado di favorire il pieno sviluppo delle professionalità. Pertanto la Corte di cassazione ha qualificato illegittimo il comportamento del datore di lavoro che consenta, anche colposamente, il mantenersi di un ambiente stressogeno, fonte di danno alla salute dei lavoratori, e che indebitamente tolleri l'esistenza di una condizione di lavoro nociva secondo il paradigma di cui all'art. 2087.

Ma cosa dice la legge?
La disposizione da ultimo richiamata, sembra utile ricordare, impone all'imprenditore di adottare tutte le misure necessarie a proteggere, non soltanto l'integrità fisica del lavoratore, ma anche la sua personalità morale. Il dettato della norma è stato poi ulteriormente specificato dal D. Lgs. 81/2008 recante il Testo unico in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, che ha accolto, all'art. 2, comma 1, lett. o), la definizione di "salute" fornita dall'Organizzazione mondiale della sanità, quale "stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non consistente solo in un'assenza di malattia o d'infermità". Ancora, il successivo art. 28, ha collocato, fra i rischi lavorativi oggetto della valutazione che ogni datore di lavoro è obbligato ad effettuare ai sensi del medesimo decreto, quelli "riguardanti gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari, tra cui anche quelli collegati allo stress lavoro-correlato, secondo i contenuti dell'accordo europeo dell'8 ottobre 2004, e quelli riguardanti le lavoratrici in stato di gravidanza (…), nonché quelli connessi alle differenze di genere".

A ciò si deve aggiungere anche che, secondo un consolidato indirizzo di legittimità, integra la nozione di mobbing la condotta del datore di lavoro protratta nel tempo e consistente nel compimento di una pluralità di atti diretti alla persecuzione o all'emarginazione del dipendente, di cui viene lesa la sfera professionale o personale, intesa nella pluralità delle sue espressioni (sessuale, morale, psicologica o fisica). Non sussiste il mobbing, pertanto, quando sia assente la sistematicità degli episodi, ovvero nell'ipotesi in cui i comportamenti su cui viene basata la pretesa risarcitoria siano riferibili alla normale condotta del datore di lavoro, funzionale all'assetto dell'apparato amministrativo, o imprenditoriale nel caso del lavoro privato, o, infine, quando vi sia una ragionevole ed alternativa spiegazione al comportamento datoriale.

Ebbene nel caso in esame si è ravvisata la mancata prova di un preciso intento persecutorio connesso alla mancata prova delle sistematicità degli episodi, tuttavia, ciò non ciò non ha impedito ai giudici di ritenere comunque colposa la condotta del datore di lavoro, il quale, in violazione del disposto generale dell'art. 2087 non ha posto in essere tutte quelle cautele necessarie ad evitare che il luogo di lavoro possa divenire fonte di danno alla persona (complessivamente intesa) del proprio dipendente. Di qui il riconoscimento della pretesa risarcitoria del lavoratore ricorrente.


Vai alla Fonte

Legge 104, il lavoratore in congedo straordinario è soggetto a visite fiscali INPS o accertamenti? Ecco quando è possibile

Pubblicato il: 23/02/2024

La Legge n. 104 del 1992 prevede una serie di agevolazioni per i soggetti disabili. Tra queste misure, la legge riconosce al lavoratore, che assiste un familiare con disabilità grave a norma del comma 3 dell’art. 3 della legge 104, la possibilità di fruire del congedo straordinario.

Però, c’è un dubbio: la visita fiscale INPS è prevista anche per il lavoratore che è in congedo straordinario Legge 104? Cerchiamo di fare chiarezza.

Il congedo straordinario 104 è periodo massimo di due anni durante cui il lavoratore, che assiste un familiare disabile grave, può assentarsi dal lavoro.

Questo beneficio è riconosciuto ai familiari del disabile, seguendo un certo ordine di priorità:

  • il coniuge o la parte dell’unione civile convivente o il convivente di fatto del disabile;
  • in mancanza, il genitore del disabile grave;
  • in mancanza o morte o invalidità dei familiari appena visti, il figlio convivente del disabile o, in subordine, il fratello o sorella convivente disabile;
  • quando siano mancanti o deceduti o invalidi tutti i familiari finora elencati, il parente o affine entro il terzo grado convivente della persona disabile.

Il periodo di congedo Legge 104 è un periodo di assenza retribuito: ossia, durante il congedo, il lavoratore assente riceve un’indennità economica.

Quindi, il lavoratore assente per congedo 104 può essere soggetto alla visita fiscale INPS oppure è esentato?

Quando si parla di visita fiscale, si fa riferimento al controllo che, in caso di malattia del lavoratore, un medico incaricato dall’INPS fa presso l’indirizzo abituale o il domicilio indicato nel certificato medico trasmesso all’INPS, d’ufficio o su richiesta del datore.

Occorre precisare che il lavoratore (pubblico o privato) assente per malattia è obbligato a rimanere in casa in determinati momenti della giornata e, proprio per consentire la visita fiscale, il lavoratore ha l’obbligo di rendersi reperibile in specifiche fasce orarie: le cc.dd. fasce di reperibilità.

Allora, il lavoratore in congedo straordinario 104 non è soggetto a visita fiscale INPS.

Infatti, come appena visto, i controlli dei medici incaricati dall’INPS sono previsti soltanto in caso di assenza per malattia del lavoratore e non anche nell’ipotesi di congedo straordinario per prestare assistenza al familiare con disabilità.

Questo perché la visita fiscale serve per verificare se il dipendente sia davvero malato e il suo stato di salute. Ciò interessa all’INPS per l’indennità di malattia, ma anche al datore di lavoro per la regolare esecuzione della prestazione lavorativa. Chiaramente, nel caso di congedo straordinario previsto dalla Legge 104, questa finalità viene meno poiché lo scopo di questa misura è quello di riconoscere una particolare tutela al familiare disabile e al lavoratore che lo assiste.

Però, si deve fare attenzione. È comunque possibile che siano effettuati accertamenti al fine di evitare e sanzionare abusi. Infatti, nonostante non siano previste le visite fiscali INPS per i lavoratori assenti in congedo straordinario, ci potrebbero essere delle verifiche proprio per controllare se la misura stabilita dalla Legge 104 sia effettivamente necessaria e se il lavoratore ne stia usufruendo nel modo corretto, senza abusarne.

Il tema è importante perché, in caso di abuso delle agevolazioni concesse per l’assistenza di un familiare disabile, le conseguenze possono essere gravi.

Il primo rischio è il licenziamento per giusta causa, senza preavviso.

Peraltro, c’è anche il pericolo di essere sottoposto ad un procedimento penale per la percezione indebita di benefici economici da parte dell’INPS. Quando la somma ottenuta indebitamente è superiore a 3.999,96 euro, il codice penale (art. 316 ter del c.p. punisce questo comportamento con la pena della reclusione da sei mesi a tre anni. Invece, se la somma percepita in modo indebito è inferiore a 3.999,96 euro, si può andare incontro ad una sanzione amministrativa da 5.164 a 25.822 euro.


Vai alla Fonte

Bonus Irpef 2024 (ex Bonus Renzi), spetta anche alle partite IVA ma solo in alcuni casi: ecco i requisiti e cosa fare

Pubblicato il: 23/02/2024

Da quando è stato introdotto il bonus Irpef (ex bonus Renzi), e cioè nel 2020, all’inizio di ogni nuovo anno scatta sempre la stessa domanda speranzosa: il bonus spetta anche a chi ha partita IVA?

La risposta dal 2020 è sempre la stessa, ed è "No". Il bonus Irpef è pensato per, e destinato ai, lavoratori dipendenti e assimilati. I contribuenti che hanno la partita IVA, seppur in regime forfettario, sono esclusi da questo tipo di agevolazione.

Esiste però una circolare dell’Agenzia delle Entrate, che già nel 2020 forniva chiarimenti e qualche spiraglio a chi chiedeva se il bonus potesse in qualche modo essere esteso anche agli autonomi.

Nella circolare n. 29/E del 20 dicembre 2020 si specifica infatti che, qualora il contribuente, titolare di redditi che consentono la fruizione del bonus, produca anche redditi di lavoro autonomo in regime forfettario, tali redditi devono essere considerati nella determinazione del reddito complessivo ai fini della verifica della spettanza del trattamento integrativo.

I forfettari potrebbero, dunque, anche essere inclusi nel bonus Irpef, ma devono soddisfare i seguenti specifici requisiti:

  • avere redditi da lavoro autonomo in regime forfettario da sommare a redditi da lavoro dipendente (per la determinazione del reddito complessivo);
  • i suddetti redditi devono generare un’imposta lorda superiore alle detrazioni spettanti in relazione ai medesimi;
  • avere un reddito complessivo non superiore a 28.000 euro.

Questo per quel che riguarda il bonus Irpef da 100€ (ex bonus Renzi), ma il panorama dei bonus dedicati alle partite IVA nel 2024 presenta altre novità e conferme. Vediamo quali.

La Legge di Bilancio 2024 ha introdotto alcune misure, mirate a sostenere i lavoratori autonomi in crescita e offrire maggiore protezione in caso di crisi.

La principale conferma è l'ISCRO (Indennità Straordinaria di Continuità Reddituale Operativa), prorogata per il 2024.

Questa misura, istituita con la Legge di Bilancio 2021, fornisce un sostegno economico a coloro che posseggono una partita IVA, indipendentemente dal codice Ateco. L'INPS eroga l'indennità per un massimo di sei mesi, pari al 25% della media dei redditi da lavoro autonomo dichiarati nei due anni precedenti, su base semestrale. L'importo varia tra 250 e 800 euro mensili, annualmente rivalutati.

Per accedere all'ISCRO, la partita IVA deve essere attiva da almeno 3 anni e devono essere stati regolarmente versati i contributi previdenziali.

Inoltre durante il periodo di erogazione del sussidio non devono coesistere altri trattamenti pensionistici diretti o assegno di inclusione, il reddito di lavoro autonomo deve essere inferiore al 70% rispetto ai ricavi dei due anni precedenti, il reddito dichiarato nell'anno precedente deve essere inferiore a 12.000 euro.

Le partite IVA, infine, hanno nel 2024 la possibilità di richiedere l'assegno di inclusione e di accedere allo strumento di Supporto per la Formazione e il Lavoro.


Vai alla Fonte

1 2 3 4 5