Parcheggio disabili, ecco cosa rischi se occupi un posto auto per disabili: per la Cassazione è violenza privata

Pubblicato il: 15/04/2024

Parcheggiare illegittimamente – quindi senza averne diritto – in un posto auto per disabili costituisce sicuramente un gesto incivile e moralmente riprovevole, oltre che sanzionato dal Codice della strada.

Ma possono esserci conseguenze più gravi? In particolare, si può andare incontro addirittura a un processo penale?

Secondo la Cassazione, la risposta è sì, ma con alcune importanti precisazioni da fare. Procediamo con ordine.

In realtà non vi stiamo parlando di una novità: la sentenza che stiamo per esaminare risale a qualche anno fa; si tratta infatti della n. 17794 del 23/02/2017 della Cassazione penale.

Quindi, già da tempo la Cassazione ha affermato il principio per cui parcheggiare su un posto per disabili può avere conseguenze penali.

Ma qual è il reato che si può individuare in un simile comportamento?

Sempre secondo la giurisprudenza, si tratta del delitto di violenza privata, previsto e punito dall’art. 610 del c.p..

In particolare, si rende responsabile di tale reato chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa. La pena base è la reclusione fino a quattro anni.

Nel caso oggetto della sentenza che abbiamo appena citato, un automobilista era stato condannato sia in primo grado che in sede di appello per il reato, appunto, di violenza privata, per aver posteggiato in un parcheggio destinato ai disabili, impedendo proprio a una persona disabile di utilizzare quel posto auto.

L’automobilista condannato proponeva, a questo punto, ricorso per Cassazione. Qual era la sua difesa?

I motivi di ricorso erano diversi ma, in sostanza, l’imputato sosteneva soprattutto che parcheggiare in uno spazio riservato ai disabili non poteva costituire violenza privata, in quanto non equivaleva ad impedire intenzionalmente la marcia ad una vettura (che era poi il caso in cui la Cassazione aveva riconosciuto la sussistenza del delitto di violenza privata in ambito stradale).

La Cassazione, tuttavia, ha respinto le argomentazioni della difesa. Vediamo perché.

Innanzitutto, la Corte ha espressamente riconosciuto che l’imputato, parcheggiando la propria auto in uno spazio riservato a un disabile, aveva impedito a uno specifico soggetto, che vi aveva invece diritto, di parcheggiarvi il proprio veicolo.

Infatti, nella vicenda oggetto di processo, ad essere abusivamente occupato non era un parcheggio genericamente riservato alle persone con disabilità (in questo caso, infatti, si sarebbero applicate solo le sanzioni previste dal secondo comma dell’art. 158 del Codice della strada).

Si trattava, invece, di un posteggio espressamente riservato dal Comune ad una persona determinata, in ragione delle sue gravi patologie.

Quindi era stato impedito ad un cittadino, che ne aveva invece un preciso diritto, di posteggiare il proprio veicolo nello spazio riservato: da qui appunto la configurazione del fatto – già di per sé meritevole di rimprovero – come vero e proprio delitto di violenza privata.

Tanto più che – sottolinea la Suprema Corte – l’occupazione abusiva del posto riservato non era avvenuta per pochi minuti: ciò infatti avrebbe potuto far pensare magari a una leggerezza, o a una distrazione dell’automobilista scorretto, non a una sua precisa volontà di occupare un parcheggio che non gli spettava. Al contrario, l'occupazione medesima si era prolungata per diverse ore, fino a notte fonda, quando peraltro l’autovettura era stata rimossa dalla Polizia Locale.

Attenzione, quindi: parcheggiare su un posto riservato ai disabili – specie se si tratta di uno spazio destinato a una persona specifica – può costare davvero caro.


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Legge 104, vendere l’auto acquistata con la 104, ecco quando è possibile senza perdere l’agevolazione: occhio alle tasse

Pubblicato il: 15/04/2024

Tra le agevolazioni previste dalla Legge n. 104/1992 a favore dei soggetti disabili, c’è la possibilità di comprare l’auto con alcuni benefici fiscali, tra cui l’IVA agevolata al 4% sull’acquisto.

Però, la legge (l’art. 1, comma 37 della L. n. 296/2006) stabilisce anche che, se il veicolo è comprato con sgravi fiscali e poi viene venduto o trasferito a titolo gratuito (ad esempio, viene donato) prima che siano trascorsi due anni dall’acquisto agevolato, allora bisogna versare la differenza tra l’imposta dovuta normalmente e quella che risulta dall’applicazione delle agevolazioni.

Questa normativa si applica anche in caso di morte del disabile beneficiario? L’erede, che ha ricevuto per via di successione l’auto acquistata con la 104, può vendere prima dei due anni senza dover pagare la differenza d’imposta?

A rispondere a questa domanda è l’Agenzia delle Entrate, con una propria comunicazione (la risoluzione 136/E del 23 aprile 2018).

Innanzitutto, occorre precisare che la norma appena vista ha una finalità antielusiva: cioè vuole evitare un abuso del diritto. Nello specifico, si vuole impedire che i benefici fiscali riconosciuti al disabile siano utilizzati per il trasferimento (agevolato) della proprietà dell’auto in favore di soggetti che non hanno i requisiti necessari per godere dell’agevolazione.

A tal riguardo, bisogna evidenziare che l’acquisto dell’auto con lo sgravio fiscale stabilito dalla Legge 104 è previsto soltanto per alcune categorie di disabili gravi tra cui, ad esempio, i non vedenti (come i soggetti colpiti da cecità assoluta), i non udenti (ossia, chi è sordo) e le persone con una grave limitazione della capacità di camminare.

Il comma 1 dell’art. 3 della legge 104 precisa chi ha diritto alle agevolazioni 104: si tratta di quei soggetti con una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabile o progressiva (destinata ad aggravarsi con il tempo). Tale minorazione deve causare difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione sul posto di lavoro, nonché emarginazione o svantaggio sociale. Poi, ai sensi del comma 3 dell’art. 3, la disabilità assume un carattere di gravità se, in relazione all’età del soggetto, la minorazione ha diminuito l’autonomia personale e ha reso necessaria l’assistenza generale, permanente e continuativa.

Allora, il disabile grave può comprare un veicolo con alcuni sgravi fiscali:

  • la detrazione IRPEF del 19% della spesa effettuata per l’acquisto dell’auto;
  • l’IVA agevolata al 4% (anziché al 22%) sull’acquisto;
  • l’esenzione dal pagamento del bollo auto;
  • non si deve pagare l’imposta di trascrizione sui passaggi di proprietà.

Se il disabile beneficiario dell’IVA agevolata ha manifestato la propria volontà di trasferire la proprietà del bene ad un’altra persona entro i due anni dall’acquisto, questa circostanza lascia pensare che, già originariamente, l’acquisto dell’automobile non fosse finalizzato a rispondere alle necessità del disabile.

Però, se il disabile grave muore, trova applicazione la previsione vista (ossia, l’art. 1, comma 37 della L. n. 296/2006)?

La risposta è no: non si applica questa disposizione.

Infatti, secondo l’Agenzia delle Entrate, l’erede può vendere l’auto ricevuta in eredità dalla persona con disabilità e può farlo anche prima dei due anni dall’acquisto agevolato, senza che questo comporti l’obbligo di dover versare la differenza d’imposta.

Perché c’è tale eccezione?

A ben vedere, nel caso dell’erede che riceve l’auto acquistata dal disabile deceduto, non c’è quell’abuso del diritto che la normativa vuole scongiurare. Infatti, il primo trasferimento della proprietà al soggetto privo dei requisiti necessari per lo sgravio fiscale avviene per effetto di una successione ereditaria: ossia, per effetto di un evento che è fuori da qualsiasi manifestazione di volontà del disabile.

In altre parole, la differenza d’imposta dovrà essere versata soltanto se l’auto è stata venduta o trasferita a titolo gratuito: cioè, è necessario che il soggetto, che ha beneficiato dell’IVA agevolata, abbia manifestato la propria volontà di trasferire la proprietà del bene ad altri.


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Pensione anticipata 2024, domanda entro il 1° maggio per accedere nel 2025 con questi lavori: comunicazione INPS

Pubblicato il: 15/04/2024

Con il messaggio numero 812 del 23.02.2024, l'INPS ha comunicato come presentare domanda di riconoscimento dello svolgimento di lavori particolarmente faticosi e pesanti di cui al decreto legislativo 21 aprile 2011, n. 67, come modificato dalla legge 11 dicembre 2016, n. 232, per i lavoratori che maturano i requisiti agevolati per l’accesso al trattamento pensionistico dal 1° gennaio 2025 al 31 dicembre 2025.
Le domande andranno presentate entro il 1°maggio 2024.

L'Inps, nel predetto messaggio, specifica che la domanda può essere presentata anche dai lavoratori dipendenti del settore privato che hanno svolto lavori particolarmente faticosi e pesanti e che raggiungono il diritto alla pensione con il cumulo della contribuzione versata in una delle gestioni speciali dei lavoratori autonomi, secondo le regole previste per dette gestioni speciali.
L'ente individua i destinatari del beneficio.
In primo luogo, i lavoratori impegnati in mansioni particolarmente usuranti; lavoratori addetti alla cosiddetta “linea catena”; conducenti di veicoli adibiti a servizio pubblico di trasporto collettivo.
Tali categorie di lavoratori, che maturano i requisiti dal 1° gennaio 2025 al 31 dicembre 2025, possono conseguire il trattamento pensionistico ove in possesso di un’anzianità contributiva di almeno 35 anni, ossia quella utile per il diritto alla pensione di anzianità e, se si tratta di lavoratori dipendenti, di un’età minima di 61 anni e 7 mesi, fermo restando il raggiungimento di quota 97,6 o, se lavoratori autonomi, di un’età minima di 62 anni e 7 mesi, fermo restando il raggiungimento di quota 98,6. Sul sito dell'inps potete trovare anche delle tabelle riassuntive.
Destinatari sono altresì i lavoratori notturni a turni e, in particolare:
  • Lavoratori occupati per un numero di giorni lavorativi pari o superiori a 78 all’anno: i lavoratori appartenenti a tale categoria, che maturano i requisiti dal 1° gennaio 2025 al 31 dicembre 2025, possono conseguire il trattamento pensionistico ove in possesso dei requisiti generali previsti per i lavoratori impegnati in mansioni particolarmente faticose e pesanti, ossia quelli precedentemente detti per le altre categorie di lavoratori.
  • Lavoratori occupati per un numero di giorni lavorativi da 64 a 71 all’anno: i lavoratori appartenenti a tale categoria, che maturano i requisiti dal 1° gennaio 2025 al 31 dicembre 2025, possono conseguire il trattamento pensionistico ove in possesso di un’anzianità contributiva di almeno 35 anni, ossia quella utile per il diritto alla pensione di anzianità e, se si tratta di lavoratori dipendenti, di un’età minima di 63 anni e 7 mesi, fermo restando il raggiungimento di quota 99,6; infine, nel caso di lavoratori autonomi, di un’età minima di 64 anni e 7 mesi, fermo restando il raggiungimento di quota 100,6. Anche in questo caso, l'ente fornisce una tabella.
  • Lavoratori occupati per un numero di giorni lavorativi da 72 a 77 all’anno: i lavoratori appartenenti a tale categoria, che maturano i requisiti dal 1° gennaio 2025 al 31 dicembre 2025, possono conseguire il trattamento pensionistico ove in possesso di un’anzianità contributiva di almeno 35 anni, ossia quella utile per il diritto alla pensione di anzianità e, nel caso di lavoratori dipendenti, di un’età minima di 62 anni e 7 mesi, fermo restando il raggiungimento di quota 98,6 o, nel caso di lavoratori autonomi, di un’età minima di 63 anni e 7 mesi, fermo restando il raggiungimento di quota 99,6, sempre come riassunto in apposita tabella dall'Inps.
Infine, destinatari del beneficio sono anche i lavoratori notturni che prestano attività per periodi di durata pari all’intero anno lavorativo.
Anche i lavoratori appartenenti a tale categoria, che maturano i requisiti dal 1° gennaio 2025 al 31 dicembre 2025, possono conseguire il trattamento pensionistico ove in possesso dei requisiti generali previsti per i lavoratori impegnati in mansioni particolarmente faticose e pesanti, e quindi quelli indicati per i lavoratori impegnati in mansioni particolarmente usuranti, lavoratori addetti alla c.d. "linea di catena", conducenti di veicoli adibiti a servizio pubblico di trasporto collettivo.

La domanda va presentata entro il 1° maggio 2024, telematicamente, corredata dal modulo “AP45” e dalla documentazione minima ai fini della procedibilità della stessa.

In particolare, alla domanda di accesso al beneficio va allegata la documentazione indicata nella tabella A di cui al decreto del Ministro del Lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle finanze, del 20 settembre 2011, in relazione alle tipologie di attività lavorative di cui all’articolo 1, comma 1, lettere da a) a d), del decreto legislativo n. 67 del 2011, come sostituita dalla tabella A allegata al decreto del Ministro del Lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle finanze, del 20 settembre 2017.
In ordine ai lavoratori del settore privato, qualora dalla documentazione sopra indicata non risulti inequivocabilmente lo svolgimento dell’attività faticosa e pesante, ai fini del riconoscimento del beneficio, è possibile produrre ogni ulteriore documentazione equipollente, contenente elementi utili e probanti l’attività svolta. La documentazione da analizzare deve risalire all’epoca in cui sono state svolte le attività particolarmente faticose e pesanti e la stessa non può, pertanto, essere sostituita da dichiarazioni del datore di lavoro rilasciate “ora per allora”.
Per quanto riguarda le attività lavorative svolte a decorrere dall'anno 2011, sono utili le comunicazioni obbligatorie trasmesse dal datore di lavoro al Ministero del Lavoro e delle politiche sociali ai sensi dell’articolo 5 del decreto legislativo n. 67 del 2011 e dell’articolo 6 del decreto interministeriale 20 settembre 2011.
In merito, invece, all’applicazione della rivalutazione dei turni notturni di cui all’articolo 1, comma 170, della legge 27 dicembre 2017, n. 205, per i lavoratori impiegati in cicli produttivi organizzati su turni di 12 ore sulla base di accordi o contratti collettivi già sottoscritti alla data del 31 dicembre 2016, è altresì richiesta la presentazione di detti accordi o contratti. Ma per provare l’adibizione a una mansione per la quale sia prevista una organizzazione sistematica del lavoro su turni di 12 ore, con turni svolti per almeno 6 ore nel periodo notturno, è possibile produrre qualsiasi ulteriore documentazione utile.
E se la domanda viene presentata in ritardo? L'Inps specifica che, in caso di accertamento positivo dei requisiti, vi sarà il differimento della decorrenza del trattamento pensionistico anticipato pari a:
  • un mese, per un ritardo nella presentazione inferiore o pari a un mese;
  • due mesi, per un ritardo nella presentazione superiore a un mese e inferiore a tre mesi;
  • tre mesi, per un ritardo nella presentazione pari o superiore a tre mesi.
Per quanto riguarda il personale del comparto scuola e Alta Formazione Artistica e Musicale (AFAM), il differimento mensile di cui all’articolo 2, comma 4, del decreto legislativo n. 67 del 2011 non trova applicazione e il trattamento pensionistico anticipato non può avere decorrenza anteriore rispettivamente al 1° settembre e al 1° novembre dell’anno di maturazione dei requisiti, sempre che alle date in argomento gli interessati risultino in possesso dei prescritti requisiti. Per i predetti soggetti, la presentazione della domanda oltre il termine del 1° maggio 2024 comporta, in caso di accertamento positivo dei requisiti, il differimento della decorrenza della pensione al 1° settembre e al 1° novembre dell’anno successivo a quello di maturazione dei requisiti.

In esito alla domanda di accesso al beneficio, l’Inps comunica al lavoratore:

  • l'accoglimento della domanda, con indicazione della prima decorrenza utile del trattamento pensionistico, qualora sia accertato il possesso dei requisiti relativi allo svolgimento delle lavorazioni particolarmente faticose e pesanti e sia verificata la sussistenza della relativa copertura finanziaria;
  • l'accertamento del possesso dei requisiti relativi allo svolgimento delle lavorazioni particolarmente faticose e pesanti, con differimento della decorrenza del trattamento pensionistico in ragione dell'insufficiente copertura finanziaria; in tale caso, la prima data utile per l'accesso al pensionamento viene indicata, con successiva comunicazione, in esito al monitoraggio di cui all'articolo 3 del decreto interministeriale 20 settembre 2011;
  • il rigetto della domanda, qualora sia accertato il mancato possesso dei requisiti relativi allo svolgimento delle lavorazioni particolarmente faticose e pesanti.
Ai soggetti che presentano domanda entro il 1° maggio 2024 e che perfezionano i requisiti dal 1° gennaio 2025 al 31 dicembre 2025, l’Inps comunicherà l’accoglimento della domanda con riserva, in quanto l’efficacia del provvedimento è subordinata all’accertamento dell’effettivo perfezionamento dei requisiti entro il 31 dicembre 2025.
L'ente specifica che l’accesso anticipato al trattamento pensionistico è riconosciuto a seguito di presentazione della domanda di pensionamento, il cui accoglimento è subordinato alla sussistenza di ogni altra condizione di legge.
In sede di lavorazione della domanda di pensione, e ai fini dell’accoglimento della stessa, verranno esaminate le domande di accesso al beneficio il cui accoglimento è avvenuto con riserva di accertamento del perfezionamento dei requisiti entro il 31 dicembre 2025.
A tale fine, il lavoratore può fornire ulteriore documentazione a integrazione di quella già allegata alla domanda di accesso al beneficio.
Nel caso in cui dalla documentazione prodotta o dai dati in possesso dell’Istituto, non risultino perfezionati i requisiti per l’accesso al beneficio, la domanda di pensione con riconoscimento del beneficio di accesso anticipato non può essere accolta.

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Permessi retribuiti (e congedi) lavoratori dipendenti 2024, ecco l’elenco completo di quelli che ti spettano di diritto

Pubblicato il: 15/04/2024

Il lavoro occupa una parte importante delle nostre vite, anche in termini di tempo: anzi, spesso le numerose ore che trascorriamo lavorando rischiano di non lasciarci spazio sufficiente per dedicarci ad altre attività ugualmente importanti, come il prendersi cura della salute propria o dei propri familiari, studiare, partecipare alla vita della collettività in cui viviamo.
Proprio per questo la legge prevede diversi tipi di situazioni in cui il lavoratore ha il diritto di assentarsi dal lavoro.
Cominciamo col dire che i cc.dd. permessi si dividono in due grandi aree:
  1. permessi retribuiti (cioè anche se il lavoratore è assente gli verrà corrisposta comunque la retribuzione come se avesse effettivamente lavorato, e gli spetteranno di regola anche i contributi figurativi a fini pensionistici, oltre al calcolo dei giorni di permesso ai fini dell’anzianità di servizio);
  2. permessi non retribuiti.
È fondamentale, quindi, informarsi sui casi nei quali spettano i permessi e quando questi sono retribuiti; in questa sede cercheremo appunto di dare una panoramica delle principali categorie di permessi, retribuiti e non.
Innanzitutto, quali sono le fonti normative?
La disciplina dei permessi si ritrova, essenzialmente, in due tipi di fonti:
  1. la legge
  2. i contratti collettivi nazionali di lavoro: questi ultimi possono infatti stabilire per la categoria di riferimento, in aggiunta ai permessi previsti dalla legge, ulteriori permessi oppure condizioni di maggior favore per i permessi. Infatti, come sappiamo, il contratto collettivo può stabilire un trattamento più favorevole del lavoratore rispetto alla legge, ma non più sfavorevole.
Alcune previsioni si ritrovano pressoché in tutti i contratti collettivi: ciò avviene ad esempio rispetto ai permessi per le ex festività, per un totale di 32 ore.
Negli altri casi, è necessario esaminare il contratto collettivo applicabile al proprio contratto di lavoro, per capire quando e come spettano permessi, eventualmente retribuiti.
In genere spettano permessi retribuiti per i seguenti eventi o situazioni:
  • Rol (Riduzione orario di lavoro): si tratta di permessi che vengono maturati ogni mese, nella misura stabilita dal contratto collettivo applicabile. I permessi Rol sono stati introdotti con il c.d. protocollo Scotti del 1983 tra Governo e parti sociali. È il contratto collettivo a stabilire la misura dei permessi Rol, che in genere varia a seconda dell’inquadramento e delle mansioni del lavoratore. I Rol spettano sia ai dipendenti a tempo indeterminato che a quelli a termine, purché in entrambi casi l’orario di lavoro sia full time, a tempo pieno. Se siamo lavoratori dipendenti, per farci un’idea di quanti Rol ci spettano si può semplicemente controllare la busta paga: infatti in busta paga vanno indicati i permessi Rol maturati, quelli goduti e quelli residui. Attenzione, perché i permessi Rol hanno una scadenza, quindi devono essere obbligatoriamente fruiti entro un termine che è stabilito anch’esso dal CCNL di riferimento; se non utilizzati devono essere pagati dal datore di lavoro.
  • Ex festività: questi permessi retribuiti spettano con riferimento alle festività oggi soppresse, quando queste cadano in un giorno lavorativo. Come avviene per i Rol, anche i permessi per ex festività, se non vengono fruiti dal lavoratore, vanno pagati. Ma quali sono le ex festività? Eccone l’elenco:
  1. San Giuseppe (19 marzo);
  2. Ascensione (39° giorno dopo la Pasqua);
  3. Corpus Domini (60° giorno dopo la Pasqua);
  4. Festa dell’Unità Nazionale (4 novembre);
  5. S.S. Pietro e Paolo del 29 giugno (ad eccezione di chi lavora a Roma: qui si tratta ancora di una festività).
  • Lutto o grave infermità: questa tipologia di permessi retribuiti spetta a dipendenti sia pubblici che privati. I giorni di permesso sono tre e spettano in caso di decesso o documentata grave infermità di un parente entro il secondo grado, oppure del coniuge (anche se separato) o della persona unita civilmente. La fruizione del permesso deve essere comunicata preventivamente e deve avvenire entro 7 giorni dal decesso o dall’insorgenza della malattia. I tre giorni per lutto si intendono annuali.
  • Concorsi ed esami: si tratta di permessi previsti in genere dai CCNL del comparto pubblico, che contemplano 8 giorni l’anno di permesso per sostenere concorsi ed esami. Il permesso vale il giorno stesso dell’esame; il lavoratore dovrà consegnare al datore di lavoro una regolare certificazione della Commissione esaminatrice.
  • Permessi studio: di questa categoria di permessi abbiamo parlato diffusamente qui. Si tratta di permessi stabiliti dall’art. 10 dello st. lav. – che stabilisce il diritto dei lavoratori studenti a permessi giornalieri retribuiti quando debbano sostenere un esame – e dai contratti collettivi. Questi ultimi stabiliscono in genere un limite temporale di 150 ore.
  • Donazione di sangue e midollo osseo: in questi casi spettano 24 ore di riposo retribuito; anche qui modalità e limiti sono stabiliti dai rispettivi contratti collettivi. Per la donazione di sangue occorre aver subito un prelievo di almeno 250 grammi, e il lavoratore dovrà produrre la certificazione firmata dal medico che ha effettuato il prelievo. Per la donazione di midollo osseo sono previsti tempi più lunghi in ragione della maggiore laboriosità e delicatezza del prelievo e dei tempi di recupero stabiliti dal medico.
  • Motivi personali: i permessi per motivi personali sono previsti in alcuni contratti collettivi, che attribuiscono al lavoratore tre giorni all’anno di assenza dal lavoro. Il datore di lavoro non può sindacare i “motivi personali”, ma può compiere valutazioni di tipo organizzativo per capire se il lavoratore possa assentarsi o meno.
  • Cariche pubbliche elettive: tali permessi spettano ai dipendenti sia pubblici che privati per partecipare alle sedute dei consigli in cui sono stati eletti, come consigli comunali o provinciali. Quanto alla durata del permesso, comprende la durata della seduta e il tempo impiegato per raggiungere il luogo in cui si svolge. Se il consiglio si riunisce di sera, il lavoratore non può rientrare al lavoro prima delle ore 8:00 del giorno dopo la seduta, mentre se questa dura oltre la mezzanotte il lavoratore non deve tornare per l’intero giorno lavorativo successivo. Naturalmente, anche qui il lavoratore dovrà documentare i presupposti per fruire del permesso presentando al datore di lavoro apposita certificazione.
  • Impiegati nei seggi elettorali: chi viene convocato per svolgere funzioni in occasioni di elezioni politiche, amministrative o referendum ha diritto a corrispondenti permessi retribuiti, che spettano non solo agli scrutatori, ai segretari e ai presidenti di seggio, ma anche ai rappresentanti di lista. Il permesso copre sia il giorno precedente le votazioni – di regola il sabato -, sia il giorno dello svolgimento delle votazioni (domenica), fino al lunedì in cui di regola avviene lo spoglio. Se lo scrutinio non viene portato a termine entro la mezzanotte del lunedì, il permesso si estende anche al martedì.
  • Matrimonio: in occasione delle nozze spettano al lavoratore 15 giorni continuativi di congedo matrimoniale. Non si tratta però di giorni lavorativi, quindi i giorni di congedo matrimoniale comprendono sabati, domeniche ed eventuali festività o giorni di riposo. Il lavoratore dovrà comunicare la fruizione con adeguato preavviso e utilizzare il permesso di regola entro 30 giorni dal matrimonio.
  • Lavoratori genitori: in conseguenza della nascita di un figlio sono previste, in favore dei genitori, diverse tipologie di permesso o comunque di assenza dal lavoro. Ad esempio, il congedo di maternità per le donne per 5 mesi all’80% della retribuzione, mentre per i papà c’è il congedo di paternità, 10 giorni di permesso retribuiti al 100%. Inoltre, per i primi 12 anni di vita del bambino è possibile richiedere il congedo parentale, retribuito al 30% (ma per effetto della legge di bilancio 2023 è stata prevista la possibilità di fruire di un mese all’80%). Vi sono poi i permessi per allattamento, nel primo anno di vita del figlio, retribuiti al 100%, e i congedi per malattia del figlio, in genere però non retribuiti (salvo che per i pubblici dipendenti).
  • Assistenza familiari con handicap: di questa tipologia di permessi abbiamo parlato spesso su queste pagine. La Legge 104 attribuisce ai lavoratori che assistano familiari, riconosciuti disabili gravi, 3 giorni (o 18 ore) mensili di permesso, retribuiti e coperti da contribuzione figurativa. Se, invece, ad essere portatore di handicap grave è il lavoratore, potrà chiedere 3 giorni di permesso retribuito al mese o 2 ore di permesso (1 ora se l’orario di lavoro è inferiore alle 6 ore) al giorno.

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Parcheggio troppo vicino a un’altra auto, si rischia grosso e nessuno lo sa: dalla multa alla reclusione fino a 4 anni

Pubblicato il: 14/04/2024

Hai trovato un’auto parcheggiata talmente vicino alla tua che hai fatto fatica ad aprire la portiera o, addirittura, sei stato costretto ad entrare dal lato passeggero. Magari non hai potuto spostare il tuo veicolo perché altrimenti avresti danneggiato l’auto vicina.

Parcheggiare troppo vicino ad un’altra auto è legale? Si commette un reato?

Partiamo con il vedere cosa stabilisce il Codice della strada.

Il Codice della strada (all’art. 157) disciplina l’arresto, la fermata e la sosta dei veicoli.

In particolare, l’art. 157 prevede che bisogna rispettare una certa distanza dai margini della careggiata per permettere il passaggio dei pedoni e degli altri veicoli:

  • il veicolo deve essere collocato il più vicino possibile al margine destro della carreggiata e, quando non c’è marciapiede rialzato, è necessario lasciare uno spazio non inferiore ad un metro per consentire il transito dei pedoni;
  • nelle strade urbane a senso unico di marcia, la sosta è possibile anche lungo il margine sinistro della carreggiata, ma occorre lasciare uno spazio non minore di tre metri di larghezza per permettere il passaggio di almeno una fila di veicoli.

Però l’automobilista, che non lascia spazio sufficiente all’altro conducente per entrare nel proprio veicolo o spostarsi, rischia qualcosa?

La risposta è sì.

In realtà, il Codice della strada non impone distanze minime tra veicoli parcheggiati.

Tuttavia, ciò non significa che ognuno sia libero di fare ciò che vuole. Infatti, è vero che la normativa non stabilisce distanze minime tra auto parcheggiate, ma ci sono comunque altre regole che, sia pure indirettamente, disciplinano la questione.

Fai attenzione perché questo comportamento può determinare l’applicazione di una multa. Addirittura, in alcuni casi, parcheggiare troppo vicino ad un’altra auto potrebbe essere reato.

Infatti, il Codice della Strada (sempre all’art. 157) stabilisce che, nelle zone di sosta predisposte, i veicoli devono essere parcheggiati nel modo prescritto dalla segnaletica: cioè, se ci sono le strisce (bianche, blu o gialle), si deve parcheggiare il veicolo nello spazio delineato dalle linee tracciate.

Inoltre, sempre secondo l’art. 157, è stabilito il divieto di creare un pericolo o un intralcio per gli altri utenti della strada. In particolare, non è possibile aprire le portiere del veicolo, lasciare le portiere aperte o scendere dal veicolo, quando tale condotta è pericolosa oppure ostacola il passaggio dei pedoni e degli altri veicoli.

Cosa succede se parcheggi oltre la linea di confine con il posto del vicino o se blocchi gli altri utenti della strada?

Il Codice della strada (l’art. 157) è chiaro: chiunque viola queste disposizioni è soggetto ad una sanzione amministrativa pari ad una somma da 42 a 173 euro.

A ben vedere, si tratta di alcune accortezze che dovrebbero portare il guidatore a non parcheggiare troppo vicino ad altri veicoli. D’altronde, per questioni di centimetri, si può rischiare di prendere una multa.

E non è il pericolo maggiore. Infatti, in casi limite, devi sapere che la Cassazione ha affermato che il soggetto, che parcheggia troppo vicino ad un altro veicolo, può commettere il reato di violenza privata. Però il reato si configura solo a determinate condizioni. Quali?

Occorre evidenziare che il codice penale (all’art. 610) prevede e punisce la condotta di chi, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa. In tal caso, si rischia la reclusione fino a quattro anni.

Tuttavia, la Suprema Corte ha sottolineato che il reato può essere commesso da colui che parcheggia troppo vicino ad un’altra auto solo quando egli fa un uso improprio della propria autovettura, parcheggiando nei pressi dell’altra auto ad una distanza tale (pochi centimetri) da non permettere al conducente vicino di scendere dal suo lato e costringendolo a scendere da lato passeggero.


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Legge 104, l’uso illegittimo dei giorni di permesso porta al licenziamento: il datore può usare un investigatore privato

Pubblicato il: 14/04/2024

La Legge n. 104/1992 riconosce varie agevolazioni per i disabili e i familiari che li assistono. Sul piano lavorativo, la Legge 104 stabilisce benefici come i permessi 104: cioè, periodi retribuiti di assenza dal lavoro.

Il datore può controllare i lavoratori che usufruiscono dei permessi 104?

Il lavoratore può godere di tre giorni al mese per assistere il parente disabile. Peraltro, il lavoratore può sfruttare questi permessi anche in modo frazionato, con riposi di due ore o di un’ora al giorno (a seconda se l’orario di lavoro sia o meno di almeno di sei ore giornaliere).

Allora, anche se la normativa (l'art. 4 dello st. lav.) prevede la regola generale per cui, nel luogo di lavoro, il dipendente non può essere sottoposto a controlli a distanza, la Cassazione ha spesso affermato che il datore può verificare il corretto utilizzo dei permessi 104 quando ha il sospetto che il dipendente stia abusando di questa misura.

Però, quando si può parlare di “abuso del permesso 104”?

Lo scopo della misura concessa dalla Legge 104 è quello di consentire l’assistenza alla persona con disabilità. Pertanto, si può parlare di abuso dei permessi 104 quando il lavoratore sfrutta questa misura impropriamente (cioè, per una finalità diversa).

Cosa può fare il datore per controllare il lavoratore?

Occorre sapere che, secondo la Cassazione, l’assistenza al disabile non deve essere necessariamente continuativa: cioè, durante il permesso 104, il lavoratore non è obbligato a rimanere accanto alla persona con handicap per tutta la giornata.

Inoltre, le ore di permesso non devono obbligatoriamente coincidere con quelle di cura del disabile. Dunque, non può essere sanzionato quel lavoratore che, mentre gode del permesso 104, svolge delle incombenze personali o di assistenza al disabile (come, ad esempio, fare la spesa o andare in farmacia).

In pratica, l’importante è che una gran parte del tempo venga effettivamente destinata all’assistenza del parente disabile. Se così non è, c’è l’abuso.

Quindi, prendere un veloce caffè con un amico non è un comportamento sanzionabile. Al contrario, può essere sanzionato il dipendente che utilizza i permessi 104 per svolgere un altro lavoro o per compiere attività che non riguardano l’aiuto al parente con handicap (come, per esempio, andare in palestra).

Quali attività di controllo può fare il datore?

La Cassazione ha sostenuto che, se il datore sospetta che un lavoratore abusi dei permessi attribuiti dalla Legge 104, è legittimo raccogliere elementi per verificare questo dubbio, anche avvalendosi di investigatori privati. Ciò poiché questo abuso può danneggiare il datore: egli non solo deve coprire in anticipo il trattamento economico per conto dell’INPS, ma deve anche fronteggiare le difficoltà organizzative dovute all’assenza del lavoratore.

L’investigatore potrà compiere varie attività come, ad esempio, fotografare e registrare video del lavoratore in luoghi pubblici (quelli cui si può accedere liberamente) o aperti al pubblico (quelli in cui si può accedere dopo aver compiuto una formalità come, ad esempio, pagare il biglietto per entrare nel cinema).

Quali sono i rischi per chi abusa dei permessi 104?

Il lavoratore rischia di subire una sanzione disciplinare, in proporzione alla gravità del fatto. Addirittura, nei casi più gravi, il datore potrebbe arrivare ad un licenziamento per giusta causa (ossia, senza preavviso) poiché la fiducia nel rapporto tra datore e dipendente verrebbe irrimediabilmente compromessa.

Quindi, si mette a rischio il posto di lavoro. Però, non finisce qui.

Per un verso, il lavoratore si espone ad azioni da parte dell’INPS come, tra le altre, il recupero di quanto già erogato. Per un altro verso, il dipendente rischia anche conseguenze penali poiché, a determinate condizioni, tale comportamento potrebbe integrare il reato di truffa ai danni dell’INPS.


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Nuovo Codice della strada, brutte notizie, in arrivo la sospensione breve della patente: ecco per quali infrazioni

Pubblicato il: 14/04/2024

L'ennesima riforma del Codice della strada, di recente discussione in Parlamento, introduce una ulteriore stretta per arginare le infrazioni stradali e i pericoli da esse derivanti.

In particolare, si vuole inserire – tramite il nuovo art. 218-ter – una specifica ipotesi di sospensione della patente.

Ma quali saranno i presupposti di questa nuova misura?

Innanzitutto, la nuova sospensione non scatterà per qualsiasi violazione del codice della strada. Sarà infatti prevista per una serie di infrazioni accomunate dal fatto di essere particolarmente gravi e pericolose. Si tratta precisamente di 23 violazioni:

  1. senso vietato;
  2. divieto di sorpasso;
  3. mancata precedenza;
  4. semaforo che vieti la marcia (rosso);
  5. mancato rispetto dell’alt di un agente del traffico;
  6. mancato rispetto delle regole sui passaggi a livello;
  7. sorpasso a destra;
  8. sorpasso vietato o effettuato senza rispettare le norme;
  9. mancato rispetto distanza di sicurezza tra veicoli che abbia provocato un sinistro con grave danno ai veicoli tale da determinare la revisione;
  10. divieto di inversione di marcia in alcune specifici casi;
  11. mancato o irregolare uso del casco a bordo di ciclomotori e motoveicoli;
  12. mancato o irregolare uso dei sistemi di ritenuta (per cui si intendono i supporti per tenere fermi e in sicurezza i seggiolini dei bambini) e dei dispositivi anti abbandono;
  13. uso del cellulare o di altri apparecchi durante la guida;
  14. retromarcia sulle autostrade o strade extraurbane principali, anche sulla corsia di emergenza;
  15. mancato rispetto della corsia di accelerazione e mancata precedenza sulle autostrade o strade extraurbane principali;
  16. mancato rispetto del divieto di sosta o fermata, sulle autostrade o strade extraurbane principali;
  17. mancato uso luci prescritte durante la sosta, su autostrade o strade extraurbane principali;
  18. mancata collocazione del triangolo per veicolo fermo, su autostrade o extraurbane principali;
  19. guida dopo aver assunto bevande alcoliche, con tasso inferiore a 0,5 g/l per conducenti cui è imposto in “tasso zero”;
  20. mancata precedenza ai pedoni;
  21. superamento di oltre il 20% del periodo di guida giornaliero massimo, o del tempo minimo di riposo, su autoveicoli adibiti al trasporto di persone o cose;
  22. superamento di oltre il 20% del periodo di guida settimanale massimo, o del tempo minimo di riposo, su autoveicoli adibiti al trasporto di persone o cose;
  23. circolare quando è stato intimato di non proseguire il viaggio per violazione dei periodi di guida o mancato rispetto dei periodi di riposo, giornalieri e settimanali.

In secondo luogo, la nuova sospensione non potrà essere inflitta a tutti gli automobilisti, ma solo a quelli cui sono rimasti meno di 20 punti sulla patente.

Quindi siamo in presenza di una sanzione evidentemente rivolta ai recidivi: è chiaro, infatti, che chi ha meno di 20 punti sulla patente ha già commesso infrazioni che comportano la perdita di punteggio e non è ancora riuscito a reintegrarli.

Ma perché parliamo di sospensione breve?

Perché, appunto, la possibilità di guidare viene sospesa, nei confronti dell'automobilista indisciplinato, per un tempo che va da un minimo di 7 a un massimo di 30 giorni.

Quali sono i criteri per stabilire quanto durerà, in concreto, la sospensione?

In sostanza dipende dal numero di punti rimasti sulla patente. Nel dettaglio, la sospensione sarà di:

  • 7 giorni se sulla patente restano dai 10 ai 19 punti;
  • 15 giorni se i punti sono meno di 10;
  • 30 giorni se a causa della violazione commessa si verifica un incidente.
Naturalmente, anche in questo tipo di sospensione è necessario che il conducente responsabile sia stato identificato nell'immediatezza del fatto.

Ma cosa succede se l’automobilista, a cui è stata applicata la sospensione “breve” della patente, viene sorpreso a guidare ugualmente?

In tal caso, verranno inflitte sanzioni piuttosto severe: sanzione in denaro da 2.046 a 8.186 euro, revoca della patente e fermo amministrativo del veicolo.

Infine, sono possibili limitate deroghe al divieto di guidare durante il periodo di sospensione breve della patente, qualora sussistano motivi di lavoro o di assistenza a persone disabili, a condizione però che la violazione che ha dato luogo alla sospensione non abbia provocato un incidente stradale: in presenza di tali presupposti, l’automobilista potrà richiedere un permesso provvisorio di guida per un massimo di 3 ore giornaliere.


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Tasse universitarie, devono essere restituite agli studenti: nuova sentenza storica del Consiglio di Stato

Pubblicato il: 13/04/2024

Un’ associazione studentesca d’ispirazione sindacale, l’UDU (Unione degli universitari) di Torino l’Udu aveva proposto ricorso al Tar per l'annullamento del provvedimento con il quale l'ateneo piemontese, nell'approvare il bilancio consuntivo e di previsione dell’anno 2018, aveva fissato la misura dei contributi a carico degli studenti. E’ vero che la Costituzione garantisce l'autonomia finanziaria e contabile degli atenei, ma ciò non consente di pretermettere la normativa statale al diritto allo studio, la quale ultima include l'onere economico che viene a gravare sullo studente. È perciò di competenza dello Stato la fissazione di un tetto massimo alla contribuzione, nel rispetto del quale continua ad esercitarsi l'autonomia universitaria, tenuta a collocare il livello contributivo all'interno della forcella così indicata.

Ma qual è la norma di riferimento che prevede il suddetto vincolo di utilizzo?
Ad essere stata violato. si lamenta dall’UDU è l'art. 5 D.P.R.25 luglio 1997 n. 306, per il quale la contribuzione studentesca non può eccedere il 20% dell'importo del finanziamento ordinario dello Stato, a valere sul Fondo di finanziamento ordinario di cui all'art. 5 l. 24 dicembre 1993, n. 537. Tale limite è stato invece superato. L’UDU ha infatti contestato la richiesta di 94 milioni di euro da parte dell’Università di Torino nel 2018, in quanto in quell’anno, il fondo ammontava a 277 milioni, quindi l’Ateneo avrebbe potuto chiedere al massimo 55 milioni.

Il Consiglio di Stato ha accolto i motivi presentati dall’associazione studentesca condannando l’Università di Torino a restituire 39 milioni di euro agli studenti iscritti nel 2018.
La decisione – afferma Scordo, coordinatore regionale UDU – rappresenta un’importantissima vittoria per l’Unione degli Universitari in quanto dimostra come, per anni, moltissime delle università italiane abbiano richiesto una tassazione studentesca fuorilegge, nell’assurda pretesa di scaricare sugli studenti il sottofinanziamento statale dell’Università pubblica italiana. La stessa Università di Torino continua ad avere una contribuzione studentesca fuorilegge e profondamente ingiusta. Quest’azione legale ha come intento quello di di garantire la tutela del diritto, allo studio.

“L’Università di Torino non rappresenta un’eccezione. L’anno scorso – aggiunge Camilla Piredda, Coordinatrice Nazionale dell’Unione degli Universitari – abbiamo stimato in 18 gli atenei che presentavano nel bilancio preventivo una contribuzione studentesca fuorilegge. Molti atenei continuano a scorporare dal gettito totale i contributi versati da studenti fuoricorso e internazionali, ma la sentenza di oggi ribadisce come lo scorporo sia illegittimo. Tali pratiche sono inaccettabili dal momento che, come affermato dal Consiglio di Stato, violano la differenza essenziale con gli atenei privati. Infatti, gli atenei statali dovrebbero basare il proprio finanziamento principalmente sulla fiscalità generale, potendo richiedere agli studenti soltanto un contributo a titolo di compartecipazione”.

Dal canto suo, l’Università di Torino ha risposto con una nota, precisando come negli anni sia aumentato il numero di studenti ma non i finanziamenti, aumentando così il peso della tassazione. "Sulla specifica sentenza sono in corso gli approfondimenti necessari – si legge nel comunicato – Va precisato che il peso della contribuzione studentesca negli ultimi 10 anni è notevolmente cresciuto in conseguenza alla forte crescita del numero di studenti (da 66.400 nel 2013/2014 a 82.000 nel 2022/2023), mentre il finanziamento ministeriale è aumentato con un ritmo non proporzionale alla veloce crescita delle nuove matricole. L'Ateneo ribadisce che continuerà ad adoperarsi per favorire il diritto allo studio di tutti gli studenti, confermando le iniziative a favore dell'ampliamento della no tax area sotto i 23 mila euro e per mettere in campo sempre più azioni affinché la contribuzione studentesca possa ancora diminuire"


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Partite IVA, arriva la dichiarazione dei redditi 2024 semplificata: ecco la nuova circolare dell’Agenzia delle Entrate

Pubblicato il: 13/04/2024

Con la riforma fiscale introdotta dal D. Lgs. 8/2024 (decreto adempimenti) è stata riconosciuta una modalità di presentazione semplificata della dichiarazione dei redditi precompilata per dipendenti e pensionati. In particolare, come spiegato dall’Agenzia delle entrate nella circ. 8/E dell’11 aprile 2024, si dispone che in via sperimentale, a decorrere dal 2024, ai fini della predisposizione della dichiarazione di redditi, l’Agenzia delle entrate renda disponibili al contribuente, in modo analitico, le informazioni in proprio possesso, che possono essere confermate o modificate.

Le predette informazioni sono accessibili direttamente dai contribuenti titolari dei redditi di lavoro dipendente e assimilati in un’apposita area riservata del sito internet della predetta Agenzia, mediante un percorso semplificato e guidato. I dati confermati o modificati vengono poi riportati in via automatica nella dichiarazione dei redditi, che il contribuente può presentare direttamente in via telematica. Si tratta dunque di un nuovo meccanismo di interazione con il contribuente, non più basato sui campi del modello dichiarativo, ma direttamente sulle informazioni a disposizione dell’Agenzia delle entrate. I dati una volta confermati o modificati sono riportati in maniera automatica nei campi corrispondenti della dichiarazione senza la necessità per il contribuente di consultare le istruzioni per la compilazione della dichiarazione dei redditi. Quanto alla platea dei soggetti destinatari della disposizione, l’Agenzia segnala che si tratta dell’estesa platea costituita dai contribuenti lavoratori dipendenti e pensionati.
La maggioranza è rappresentata dai lavoratori dipendenti, che costituiscono il 61% del totale, mentre il restante 39% della platea è costituito dalle persone fisiche titolari di redditi da pensione, per un totale complessivo di oltre 37 milioni di contribuenti. Le modalità tecniche attraverso le quali il contribuente potrà avvalersi di tale servizio sono da stabilirsi con decreto del Ministero dell’economia e finanze (MEF).

Nello specifico, si prevede che con decreto del MEF, sentito il Garante per la protezione dei dati personali, sono individuate le modalità tecniche per consentire al contribuente, a decorrere dal 2024, e ai soggetti delegati, negli anni successivi, di accedere ai dati da confermare o modificare. Si chiarisce, inoltre, che, in materia di limiti ai poteri di controllo, che le esclusioni dai controlli previsti nel caso di presentazione della dichiarazione precompilata valgano anche in caso di presentazione della dichiarazione in modalità semplificata.

Dichiarazioni precompilate anche per i titolari di partiva IVA?
Per effetto dell’introduzione del comma 1-bis all’art.1 D. Lgs. 175/ 2014, si stabilisce che l’Agenzia delle entrate, a partire dal 2024, renda disponibile, in via sperimentale, con le modalità e i termini sopraindicati, «la dichiarazione precompilata relativa ai redditi prodotti nell’anno precedente anche alle persone fisiche titolari di redditi differenti» da quelli di lavoro dipendente e assimilati. I nuovi fruitori – tra i quali rientrano anche i titolari di reddito di lavoro autonomo e d’impresa, nonché gli intermediari da loro delegati – potranno, pertanto, avvalersi delle informazioni utili per predisporre la dichiarazione dei redditi quali, ad esempio, i dati relativi ai familiari, agli oneri detraibili e deducibili (compresi quelli sostenuti per i familiari a carico) e le certificazioni rilasciate dai sostituti d’imposta (cosiddette “CU”).
In linea con la risoluzione n. 13/E del 4 marzo 2024 – data la “sperimentalità” della dichiarazione dei redditi precompilata relativa al periodo d’imposta 2023 per le persone fisiche titolari di partita IVA, incluse quelle esercenti arti e professioni – i sostituti d’imposta possono presentare le CU relative ai compensi e proventi ad esse corrisposti nel 2023 entro il termine del 31 ottobre. Atteso che l’elaborazione di tale dichiarazione precompilata tiene conto delle sole informazioni desunte dalle CU trasmesse all’Agenzia delle entrate entro il 18 marzo 2024, i percipienti, se in possesso di CU pervenute dopo tale data, sono tenuti, pertanto, a modificare la dichiarazione dei redditi precompilata, integrandola delle informazioni mancanti.


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Bonus 1000 euro per chi ha perso il lavoro, ecco il nuovo Sostegno al reddito 2024: a chi spetta e come richiederlo

Pubblicato il: 13/04/2024

Forse non tutti sanno che in caso di disoccupazione non esiste solo la misura della Naspi.

Infatti il legislatore ha previsto anche un’altra forma di supporto economico per chi ha perso il lavoro: si tratta del c.d. Sar, sigla che indica il “Sostegno al reddito”. In questo articolo cercheremo, appunto, di riassumerne gli aspetti fondamentali.

Quali sono i beneficiari del Sostegno al reddito (Sar)?
Cominciamo col dire a chi spetta il Sostegno al Reddito (Sar).

Vi hanno diritto tutti i lavoratori che siano stati in precedenza assunti con uno o più contratti in somministrazione. Non si fa distinzione tra contratti a tempo determinato o indeterminato, e valgono anche i contratti di apprendistato.

Qui, però, dobbiamo aprire una breve quanto necessaria parentesi.

Cosa si intende per contratto di somministrazione di lavoro?

La somministrazione di lavoro è una modalità di “fornitura” di lavoro dipendente che vede l’intervento non di due soggetti (quindi lavoratore e datore di lavoro, che stipulano tra loro un contratto di lavoro subordinato), bensì di tre figure: l’agenzia di lavoro interinale (che deve essere un operatore specificamente autorizzato dal Ministero del Lavoro e iscritto in un apposito Albo), il lavoratore e l’imprenditore o professionista “utilizzatore”, cioè il soggetto che riceverà la prestazione lavorativa. Sarà l’agenzia di lavoro ad assumere il dipendente, mentre il lavoratore svolgerà la proprie mansioni a favore dell’utilizzatore.

Fatta questa veloce premessa, e tornando all’oggetto della nostra trattazione, quando termina un rapporto di lavoro nato con le modalità appena viste – dunque, a seguito di somministrazione – il lavoratore ha gli stessi diritti dei dipendenti assunti direttamente. Tra questi vi è la possibilità di richiedere la Naspi (Nuova Assicurazione Sociale per l’impiego), naturalmente quando si verifichino i relativi presupposti di legge.

Oltre alla Naspi, e sempre in presenza di determinati requisiti che ora andremo a vedere, il lavoratore disoccupato, già assunto in somministrazione, potrà chiedere il Sostegno al reddito (Sar).

In cosa consiste il Sostegno al reddito (Sar), e a quanto ammonta?

Si tratta di un bonus che viene concesso una sola volta, una tantum come si suol dire.

Quanto all’importo, non è poca cosa: infatti si può arrivare fino a 1000 euro. Ma sugli importi torneremo tra poco, dopo aver parlato dei requisiti per accedere al bonus.

Chi paga il Sostegno al reddito (Sar)?

Innanzitutto dobbiamo chiarire che questa indennità non è pagata dall’Inps ma da Forma.Temp, vale a dire “Fondo per la formazione e il sostegno al reddito dei lavoratori in somministrazione".

Come si legge sul relativo sito internet, il fondo Forma.temp è costituito sotto forma di libera associazione e senza fini di lucro. I soci del Fondo sono le due Associazioni di rappresentanza delle Agenzie per il Lavoro – ApL (Assolavoro e Assosomm), le Organizzazioni Sindacali dei lavoratori somministrati (FelSA-CISL, NIDIL-CGIL, UILTemp) e le tre Confederazioni Sindacali (CGIL, CISL e UIL).

Chi ha diritto al Sostegno al reddito (Sar)?

Come abbiamo anticipato, hanno diritto a questa indennità tutti i lavoratori precedentemente assunti con uno o più contratti in somministrazione a tempo determinato o indeterminato, anche in apprendistato, e che però si trovino in una delle seguenti condizioni alternative:

  1. siano disoccupati da almeno 45 giorni e abbiano maturato almeno 110 giorni di lavoro (o 440 ore lavorate, in caso di part-time verticale, part-time misto e contratti con Monte Ore Garantito – MOG) nell’arco degli ultimi 12 mesi a far data dall’ultimo giorno effettivo di lavoro in somministrazione, oppure
  2. siano disoccupati da almeno 45 giorni e abbiano concluso la procedura in Mancanza di Occasioni di Lavoro – MOL ai sensi dell’art. 25 CCNL Agenzie per il lavoro, oppure
  3. siano disoccupati da almeno 45 giorni e abbiano maturato almeno 90 giorni di lavoro (o 360 ore lavorate, in caso di part-time verticale, part-time misto e contratti con Monte Ore Garantito – MOG) nell’arco degli ultimi 12 mesi a far data dall’ultimo giorno effettivo di lavoro in somministrazione.

Il Sostegno al reddito (Sar) si può richiedere ogniqualvolta si maturano ex novo i requisiti.

A quanto ammonta precisamente il Sostegno al reddito (Sar)?

Torniamo per un attimo all’elenco dei requisiti, in cui abbiamo individuato tre categorie di beneficiari.
Ora, chi appartiene alle tipologie 1 e 2 ha diritto a un “bonus” di € 1.000,00, da intendersi comunque al lordo delle imposte.

Mentre ai lavoratori che rientrano nella tipologia 3 spetta un’indennità di € 780,00, da intendersi anche qui al lordo delle imposte.

Quali sono i tempi per la presentazione della domanda?

Qui occorre fare particolare attenzione, perché le norme prevedono dei termini ben precisi.

Dunque, prendete nota: dopo aver maturato i 45 giorni di disoccupazione, il lavoratore deve aspettare 60 giorni (durante i quali non può presentare la domanda).

Trascorsi questi 60 giorni dopo la maturazione dei 45 giorni di disoccupazione, il lavoratore dovrà presentare la domanda di Sostegno al reddito (Sar) entro i successivi 68 giorni.

Sembra complicato, ma in realtà forse è più semplice tenere a mente che la domanda di Sostegno al reddito (Sar) deve essere inviata tra il 106° e il 173° giorno successivo all’ultimo rapporto di lavoro in somministrazione.

Attenzione: si tratta di termini previsti a pena di decadenza. Se la domanda di Sar è presentata oltre i termini previsti, il Fondo non può procedere all’istruttoria.

Facciamo ora alcune precisazioni aggiuntive e importanti riguardo sempre alle tempistiche.

Se il lavoratore ha maturato il requisito dei 45 giorni di disoccupazione, può sottoscrivere un nuovo contratto di lavoro senza però perdere il diritto alla prestazione.

Se, durante il periodo di disoccupazione, il lavoratore trova un nuovo lavoro – non necessariamente in somministrazione, stavolta – di durata pari o inferiore ad una settimana contributiva, il computo dei giorni utili al raggiungimento del requisito dei 45 giorni di disoccupazione viene sospeso.

Cosa accade in questo caso? Ecco la risposta: nel conteggio per il requisito dei 45 giorni di disoccupazione si calcolano sia i giorni che precedono il nuovo contratto di lavoro, sia quelli successivi. Inoltre il periodo utile per presentare la domanda può essere prolungato di ulteriori sette giorni (fino al 180° giorno successivo all’ultimo rapporto di lavoro in somministrazione).

Infine, se si verifica una causa di sospensione del rapporto di lavoro – come malattia, maternità, infortunio – e tale causa si conclude dopo la cessazione dell'ultimo contratto in somministrazione, il termine per la presentazione della domanda di Sar decorre dal giorno in cui termina, appunto, l'evento sospensivo.

Come presentare domanda di Sostegno al reddito (Sar)?

Per concludere, passiamo alle modalità di presentazione della domanda, che va fatta esclusivamente in via telematica.

Più precisamente, la presentazione della domanda deve necessariamente avvenire tramite il sistema FTWeb.

Sono previste però due modalità alternative:

  1. Modalità 1: Il lavoratore può rivolgersi a uno degli Sportelli Sindacali di settore, Felsa Cisl, Nidil Cgil, UilTemp, operativi nel proprio territorio di riferimento. L’operatore dello Sportello Sindacale inserisce sulla piattaforma FTWeb i dati del richiedente e la documentazione prevista. Una volta compilati tutti i campi, scarica e stampa il modulo di domanda che deve essere sottoscritto con firma autografa dal potenziale beneficiario la prestazione, lo scansiona e allega a sistema nella sezione “firma della domanda”. Cliccando poi su “salva”, la domanda viene trasmessa al Fondo, in nome e per conto del richiedente la prestazione.
  2. Modalità 2: in questo caso il richiedente può procedere in autonomia all’invio della domanda di Sostegno al reddito, previa registrazione alla piattaforma FTWeb. Dopo aver compilato i campi previsti e inserito i relativi allegati, il lavoratore deve scaricare e stampare il modulo di domanda, sottoscriverlo con firma autografa, scansionarlo e allegarlo a sistema nella sezione “firma della domanda”. Cliccando su “salva” la domanda viene trasmessa al Fondo.

Attenzione: non sono ammesse altre modalità di presentazione oltre a quelle appena descritte; non valgono neppure l’invio con raccomandata A/R o la PEC. Le domande eventualmente trasmesse con modalità diverse dall’inserimento nel sistema FTWeb non verranno prese in considerazione, come se non fossero state inviate.

Quali documenti vanno presentati con la domanda di Sar?

Da ultimo, può essere sicuramente utile sapere quali documenti sono necessari per presentare correttamente la domanda.

Ecco l’elenco della documentazione occorrente, che va caricata come foto o in formato PDF:

  • Documento di identità in corso di validità
  • Codice Fiscale/Tessera Sanitaria
  • Copia delle buste paga, rilasciate dall'Agenzia per il Lavoro, attestanti l’anzianità lavorativa (110/90 giornate o 440/660 ore maturate negli ultimi dodici mesi). È obbligatoria tra le buste paga quella di cessazione.
  • Estratto Conto Previdenziale emesso dall’INPS dopo almeno 105 gg dalla cessazione dell’ultimo giorno di lavoro (emesso dal 106° giorno), attestante i 45 giorni di disoccupazione.
  • Eventuali certificati di malattia, infortunio o maternità, attestanti l'inizio e la fine dell'evento sospensivo, qualora termini dopo la data di cessazione dell’ultimo contratto in somministrazione.
  • Documento riportante le coordinate bancarie “IBAN” e la titolarità del conto corrente bancario o postale del richiedente la prestazione. Nel documento, scaricato dal servizio inbank, oppure, rilasciato dalla banca o dall’ufficio postale, devono essere riportati per esteso i seguenti dati: nome/cognome/stringa IBAN/denominazione ente di emissione. Nel caso in cui si fosse titolari di una carta prepagata dotata di IBAN, si potrà allegare la fotocopia (solo fronte) della carta riportante i dati richiesti.
  • In caso di dimissioni volontarie per giusta causa: documentazione rilasciata dall’INPS attestante il riconoscimento della NASPI.

È possibile che, una volta presentata la domanda con allegata relativa documentazione, il Fondo richieda al lavoratore delle integrazioni. In questo caso l’istruttoria viene sospesa (ciò può avvenire una sola volta) e l’integrazione richiesta va inviata entro 60 giorni, sempre tramite FTWeb. Se il richiedente non presenta l’integrazione entro i 60 giorni, la domanda di Sar verrà rigettata.

In ogni caso, qualora sorgano problemi o dubbi nella presentazione della domanda, è possibile chiedere aiuto a Forma.temp, utilizzando la sezione dedicata all’Assistenza presente sul sito.


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