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Sci: le nuove regole per il 2022

Pubblicato il: 04/01/2022

Nonostante le recenti restrizioni legate alla corrente emergenza sanitaria, dopo un anno di stop le attività degli impianti sciistici sono finalmente in ripresa. Il ritorno alle piste, tuttavia, vede gli sciatori destinatari di nuove rigide regole. In data 1 gennaio 2022, infatti, è entrato in vigore il D. Lgs. n. 40 del 2021 recante misure in materia di sicurezza nelle discipline sportive invernali, al fine di garantire livelli di sicurezza più elevati a tutela dei fruitori degli impianti.

Alla luce del recente intervento normativo, sembra utile fare chiarezza elencando in modo schematico le novità:

  • obbligo di indossare il casco: il nuovo Decreto – all’art. 17 – estende l’obbligo di indossare il casco protettivo per tutti i soggetti minori di diciotto anni che si apprestino a praticare attività sportive invernali quali sci alpino, snowboard, freestyle, telemark, slitta e slittino. È innalzato, pertanto, il limite previgente dei 14 anni di età. Il casco, in particolare, dovrà essere omologato. Il responsabile di un’eventuale violazione è soggetto ad una sanzione amministrativa da 100 a 150 euro;
  • obbligo di stipulare una polizza assicurativa: l’art. 30 del nuovo Decreto dispone che lo sciatore che utilizza le piste da sci alpino deve possedere una assicurazione in corso di validità che copra la propria responsabilità civile per danni o infortuni causati a terzi. È fatto obbligo in capo al gestore delle aree sciabili attrezzate, con esclusione di quelle riservate allo sci di fondo, di mettere a disposizione degli utenti, all'atto dell'acquisto del titolo di transito, una polizza assicurativa per la responsabilità civile per danni provocati alle persone o alle cose;
  • divieto di sciare in stato di ebbrezza: il nuovo Decreto – all’art. 31 – prevede che è vietato sciare in stato di ebbrezza in conseguenza di uso di bevande alcoliche e di sostanze tossicologiche. Gli organi accertatori, nel rispetto della riservatezza personale e senza pregiudizio per l’integrità fisica, possono sottoporre gli sciatori ad accertamenti qualitativi non invasivi o a prove, anche attraverso apparecchi portatili. Nel caso in cui tali accertamenti diano esito positivo ovvero quando si abbia altrimenti motivo di ritenere che lo sciatore si trovi in stato di alterazione psicofisica derivante dall'influenza dell'alcool o di droghe, gli organi accertatori, anche accompagnandolo presso il più vicino ufficio o comando, hanno la facoltà di effettuare l'accertamento con gli strumenti e le procedure previste dall'articolo 379 del decreto del Presidente della Repubblica 16 dicembre 1992, n. 495.

Conclusivamente è opportuno ricordare, con riferimento all’attuale stagione sciistica, che per l’accesso a tutti i comprensori sciistici nonché a seggiovie, funivie e impianti skilift, è fatto obbligo – al fine del contenimento dei contagi da Covid-19 – di indossare un dispositivo di protezione delle vie aeree. Nello specifico, non sarà sufficiente l’utilizzo di una mascherina c.d. chirurgica, ma sarà necessario indossare una mascherina FFP2.


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Rapina: l’ingiusto profitto può essere anche di carattere “sentimentale”?

Pubblicato il: 04/01/2022

L’art. 628 comma 1 c.p. prevede che il reato di rapina c.d. propria si realizza quando un soggetto, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, s’impossessa, mediante violenza alla persona o minaccia, della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene.
Il secondo comma, poi, precisa che alla stessa pena prevista per la rapina propria – che, nello specifico, consiste nella reclusione da cinque a dieci anni e nella multa – soggiace chi commette rapina c.d. impropria, cioè chi adopera violenza minaccia immediatamente dopo la sottrazione, per assicurare a sé o ad altri il possesso della cosa sottratta, o per procurare a sé o ad altri l'impunità.
Emerge quindi che, affinchè il risulti integrato il delitto di rapina, è necessario accertare il dolo specifico del reo, che deve aver agito per procacciarsi un ingiusto profitto.

Circa la corretta interpretazione di questo profitto ingiusto, tuttavia, si registra un contrasto tra dottrina e giurisprudenza.
In particolare:

  • la giurisprudenza è costante nel ritenere che lo sperato profitto possa avere indifferentemente natura patrimoniale oppure non patrimoniale e che, dunque, la cosa oggetto di impossessamento possa avere un valore prevalentemente affettivo (cfr., ex multis, Cass., n. 23177 del 16 aprile 2019 oppure Cass., n. 18977 del 14 maggio 2021);
  • in dottrina, invece, prevale l’opposta opzione ermeneutica, ancorata allo scopo di lucro che deve necessariamente caratterizzare l’azione criminosa e perciò alla natura esclusivamente patrimoniale del profitto cui mira l’autore del reato di rapina.

Ebbene, di recente la Corte di Cassazione – con la sentenza n. 45557 del 10 dicembre 2021 – ha dato continuità al citato orientamento pretorio, affermando che il profitto ingiusto perseguito dall’agente ben può avere una connotazione non patrimoniale, potendo consistere “anche in un vantaggio di natura morale o sentimentale che l’agente si riproponga di conseguire, sia pure in via mediata, dalla condotta di sottrazione ed impossessamento, con violenza o minaccia, della cosa mobile altrui”. Secondo questa interpretazione “de-patrimonializzante”, pertanto, il profitto perseguito dall’agente può consistere in un qualsiasi vantaggio o piacere o, addirittura, in una soddisfazione di tipo sentimentale.
Per la Suprema Corte, segnatamente, deve ritenersi integrato il delitto di rapina di cui all’art. 628 co. 1 c.p. nel caso in cui un soggetto sottragga con violenza il telefono al partner al fine di procurarsi un ingiusto profitto consistente nella lettura dei messaggi.

Il caso di specie, in particolare, riguardava un uomo condannato, sia in primo che in secondo grado, per i reati di rapina impropria, lesioni e violenza privata per essersi impossessato violentemente del telefono della compagna. Avverso la sentenza emessa dalla Corte d’appello l’imputato aveva dunque proposto ricorso e la vicenda era così giunta al vaglio della Suprema Corte, la quale, nel ritenere il ricorso manifestamente infondato, ha ribadito ancora una volta il costante orientamento giurisprudenziale sul punto.


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Comunione legale: il bene comprato con il prezzo dei beni personali

Pubblicato il: 01/01/2022

Nel caso in cui il regime patrimoniale della famiglia sia quello della comunione legale dei beni, occorre determinare con sicurezza quali beni ne costituiscono oggetto ai sensi degli articoli 177 e 178 c.c. e quali, invece, ne restano esclusi.
Proprio con riferimento a quest’ultima categoria, il legislatore definisce i beni personali all’art. 179 c.c.: non entrano dunque in comunione i beni di cui, prima del matrimonio, il coniuge era proprietario o rispetto ai quali era titolare di un diritto reale di godimento; i beni acquisiti successivamente al matrimonio per effetto di donazione o successione quando nell'atto di liberalità o nel testamento non è specificato che essi sono attribuiti alla comunione; i beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge ed i loro accessori; i beni che servono all'esercizio della professione; i beni ottenuti a titolo di risarcimento del danno nonché la pensione di invalidità e, infine, i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento dei beni personali sopraelencati o col loro scambio.

Ma a quali presupposti, nello specifico, gli immobili acquistati con il prezzo della vendita di un bene personale non rientrano in comunione? Proprio a tale quesito ha di recente fornito risposta la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 40423 del 16 dicembre 2021, ribadendo che i presupposti sono due:

  1. che nel contratto di compravendita venga espressamente ed analiticamente specificata la provenienza del denaro impiegato per l’acquisto;
  2. che l’altro coniuge partecipi all’atto di acquisto riconoscendo la provenienza del denaro.

La partecipazione all’atto di acquisto del coniuge non acquirente va qualificata pertanto, come “condizione necessaria ma non sufficiente per l’esclusione del bene dalla comunione”.

Il caso giunto all’attenzione della Corte, in particolare, riguardava la domanda giudiziale, proposta da una moglie nei confronti del marito che aveva effettuato un acquisto immobiliare, volta a

  • far dichiarare che tale acquisto costituiva oggetto di comunione legale in quanto il marito non aveva espressamente specificato nell’atto di acquisto che il denaro da lui versato derivava dalla vendita di beni personali;
  • far ordinare al conservatore dei registri immobiliari la trascrizione dell’acquisto anche a suo favore.

La domanda dell’attrice era dunque stata accolta sia dal Tribunale sia dalla Corte d’appello atteso che, ai fini dell’esclusione dell’acquisto dalla comunione, è necessaria anche la suddetta specificazione nell’atto di compravendita.
Avverso la sentenza di secondo grado era stato proposto ricorso e la Suprema Corte, nel dichiarare estinto il giudizio in conseguenza della rinuncia agli atti del ricorrente, ha confermato le conclusioni della Corte distrettuale.


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Menzogne del debitore pignorato: quale reato?

Pubblicato il: 30/12/2021

Accade frequentemente che, nel corso delle procedure volte al recupero dei crediti, i debitori sottoposti a pignoramento rendano false dichiarazioni sulla propria qualifica nonché sulla titolarità dei beni, al fine di “salvare” quanto più possibile dall’espropriazione. Alla luce di questo non raro fenomeno, occorre dunque chiedersi quale rilievo penale abbia una condotta di questo tipo.

Al riguardo, infatti, potrebbero avanzarsi diverse ipotesi:

  1. reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale (art. 495 c.p.), che ricorre quando un soggetto dichiara o attesta falsamente al pubblico ufficiale l’identità, lo stato o altre qualità della propria o dell’altrui persona;
  2. reato di mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice (art. 388 c.p.), che ricorre quando un soggetto, per sottrarsi all'adempimento degli obblighi nascenti da provvedimento dell'autorità giudiziaria, compie, sui propri o sugli altrui beni, atti simulati o fraudolenti, o commette allo stesso scopo altri fatti fraudolenti (co. 1) oppure – limitatamente a quanto qui rileva – quando il debitore, invitato dall'ufficiale giudiziario a indicare le cose o i crediti pignorabili, omette di rispondere nel termine di quindici giorni o effettua una falsa dichiarazione (co. 8).

Ebbene, la Corte di Cassazione, con sentenza n. 45914 del 14 dicembre 2021, ha affrontato proprio il tema dei profili di responsabilità penale connessi alla falsità delle dichiarazioni del debitore esecutato rese nel corso del pignoramento. Nella citata pronuncia, segnatamente, la Corte – premesso che sussiste concorso apparente di norme tra il reato di falsità ideologica in atto pubblico e quello di cui all’art. 388 co. 8 c.p. – ha ricondotto la fattispecie in esame all’art. 388 c.p.

Alle indicazioni che fornisce il debitore, infatti, non è riconosciuta alcuna efficacia probatoria, sicchè eventuali dichiarazioni mendaci non possono integrare il delitto di falsa attestazione al p.u.
Deve infatti considerarsi che il verbale che il pubblico ufficiale redige durante l’accesso ai luoghi non attesta la veridicità delle dichiarazioni del debitore: nel provvedimento in esame si legge che “l’attività svolta dall’ufficiale giudiziario in sede di pignoramento mobiliare è meramente esecutiva e che “è del tutto evidente, allora, che il verbale redatto dall’ufficiale giudiziario non è destinato a provare la verità sulla appartenenza dei beni da pignorare né tantomeno sulle dichiarazione del debitore sul proprio ruolo nella società”.

Ciò posto, la Corte ha precisato altresì che ai fini dell’integrazione del reato di sottrazione all’ordine del giudice è necessario che la falsità riguardi l’esistenza dei beni pignorabili. Qualora, invece, sia accertata una falsità che riguarda dati diversi (come, ad esempio, il ruolo del debitore nell’azienda), non sussiste nemmeno tale profilo di responsabilità penale.


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Quarantena: le nuove regole

Pubblicato il: 30/12/2021

Il Governo, in data 29 dicembre 2021, ha diffuso il comunicato stampa nr. 54 del Consiglio dei Ministri, avente ad oggetto “misure urgenti per il contenimento della diffusione dell’epidemia da COVID-19 e disposizioni in materia di sorveglianza sanitaria”. Il testo, annuncia il comunicato, prevede nuove misure in merito all’estensione del Green Pass rafforzato (che si può ottenere con il completamento del ciclo vaccinale e la guarigione) e le quarantene per i vaccinati.

Nell’attesa che il nuovo Decreto-legge venga pubblicato in Gazzetta Ufficiale e che pertanto entri in vigore, pare opportuno prepararsi alle nuove regole elencandole schematicamente.

1) Quarantena per i contatti stretti dei positivi: le regole per la quarantena si diversificheranno per i soggetti in base al livello di immunizzazione raggiunto. Più precisamente

  • per i non vaccinati: sarà sempre necessaria la quarantena precauzionale;
  • per i guariti: non sarà necessaria la quarantena precauzionale se il contatto avviene entro 120 giorni della guarigione;
  • per i vaccinati con due dosi: non sarà necessaria la quarantena precauzionale se il contatto avviene entro 120 giorni dal completamento del ciclo vaccinale primario (cioè dalla somministrazione della seconda dose o del vaccino monodose);
  • per i vaccinati con tre dosi: non sarà necessaria la quarantena precauzionale.

Il comunicato precisa, tuttavia, che per i soggetti per i quali non è necessaria la quarantena precauzionale nonostante il contatto stretto con un positivo è comunque obbligatorio sottoporsi a c.d. auto sorveglianza. Tale regime impone di:

  1. indossare le mascherine FFP2 per dieci giorni dall'ultima esposizione;
  2. effettuare – solo qualora sintomatici –un test antigenico rapido o molecolare al quinto giorno successivo all’ultima esposizione;
  3. effettuare – anche se asintomatici – un test antigenico rapido o molecolare al decimo giorno e trasmettere il referto ad esito negativo all’Asl per cessare il periodo di auto sorveglianza.

2) Green Pass rafforzato: dal 10 gennaio 2022 si amplia l’uso del Green Pass rafforzato per l’accesso e l’utilizzo dei mezzi di trasporto compreso il trasporto pubblico locale o regionale nonché per l’accesso ad alberghi e strutture ricettive, feste conseguenti alle cerimonie civili o religiose (ad esempio matrimoni), sagre e fiere, centri congressi, servizi di ristorazione all’aperto, impianti di risalita turistici o sciistici, piscine, centri natatori, sport di squadra e centri benessere anche all’aperto, centri culturali, centro sociali e ricreativi per le attività all’aperto.

3) Capienze: il decreto prevede che le capienze saranno consentite al massimo al 50% per gli impianti all’aperto e al 35% per gli impianti al chiuso.


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Telefonate notturne: è risarcibile il danno morale?

Pubblicato il: 29/12/2021

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 39442 del 13 dicembre 2021, ha affrontato il tema dei profili di responsabilità civile connessi al reato di molestia o disturbo alle persone perpetrato mediante l’effettuazione di una serie di telefonate “mute” notturne. Sul punto, la Suprema Corte ha affermato che è risarcibile il danno morale, il cui ammontare deve determinato equitativamente ai sensi dell’art. 1226 c.c., sulla scorta di una valutazione autonoma della gravità del fatto di reato e del tempo per il quale esso si è protratto.

Nell’affermare tale principio, peraltro, gli Ermellini si sono interrogati circa

  1. la possibilità, in via generale, per il giudice di avvalersi delle massime d’esperienza nella valutazione del materiale probatorio prodotto dalle parti nell’ambito del giudizio risarcitorio;
  2. la possibilità, in particolare, per il giudice di avvalersi della massima di esperienza per cui il telefono intestato ad una persona sia nella disponibilità esclusiva di questa, al fine di ritenere l’intestatario dell’utenza tenuto al risarcimento del danno da molestia.

Ebbene, a tali riguardi, la Corte ha

  • ricordato che le massime di esperienza sono “proposizioni di ordine generale tratte dalla reiterata osservazione dei fenomeni naturali o socioeconomici”;
  • ritenuto che senz’altro tali massime d’esperienza possono, in generale, guidare il giudice nella valutazione delle prove;
  • affermato – con particolare riferimento al danno morale da molestia mediante telefonate notturne – che l’intestatario dell’utenza deve ritenersi responsabile delle molestie perpetrate dalla linea telefonica dalla quale sono partite le telefonate inesistenti, salva prova contraria o in ogni caso salva l’allegazione di specifiche circostanze che possano fondare un dubbio ragionevole sull’autore.

La vicenda concreta giunta all’attenzione della Corte, in particolare, riguardava varie telefonate “mute” compiute, per alcuni mesi e in orario notturno al fine di arrecare disturbo, nei confronti di una signora, vittima altresì di vari atti intimidatori (come, ad esempio, spari contro l’automobile o danneggiamenti alle proprietà) e di violenza da parte dello stesso autore. Nonostante il reato di cui agli artt. 81 e 660 c.p. fosse stato dichiarato estinto per intervenuta oblazione, la signora aveva proposto, in sede civile, domanda risarcitoria avverso l’autore delle condotte.
Tale domanda aveva dunque trovato accoglimento sia in primo che in secondo grado: all’attrice, pertanto, era stato riconosciuto il risarcimento del danno morale.
La sentenza della Corte d’Appello, tuttavia, era stata impugnata dal disturbatore, che – limitatamente a ciò che ora rileva – si doleva dell’incongruo, incomprensibile e illogico ragionamento dei giudici di merito, i quali hanno configurato una “responsabilità oggettiva da posizione” basandosi unicamente sulla titolarità dell’utenza telefonica intestata.
La Cassazione, dunque, nel ritenere il ricorso inammissibile sotto vari profili, ha precisato quanto sopra esposto.


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Avviso di accertamento in parte annullato: che ne è della cartella?

Pubblicato il: 27/12/2021

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 39660 del 13 dicembre 2021, ha affrontato il tema delle conseguenze del parziale annullamento dell’avviso di accertamento notificato dall’Amministrazione Finanziaria al contribuente sulla cartella esattoriale impugnata, precisando che quest’ultima non può essere annullata nella sua interezza. A fronte dell’inesistenza solo parziale dei presupposti che la legittimavano, infatti, la cartella esattoriale potrà essere annullata “solo nella parte non avente più titolo nell’accertamento originario”.

Nell’affermare tale principio, la Cassazione ha evidenziato che il giudice, nel caso di sopravvenuta riforma nel merito del contenuto della pretesa impositiva di cui all’avviso di accertamento sottostante alla cartella, deve assolutamente tenerne conto se tale riforma è stata ritualmente introdotta nel processo e sottoposta al contraddittorio delle parti. Tale conclusione, invero, appare imposta dal principio della ragionevole durata del processo, di cui agli articoli 111Costituzione 47 della c.d. Carta di Nizza e 6 della CEDU.

Ciò posto, la Corte ha valorizzato la peculiare natura del processo tributario, che è di "impugnazione-merito" in quanto il giudizio è diretto ad una decisione sostitutiva sia della dichiarazione resa dal contribuente sia dell'accertamento dell'Ufficio. Per tale ragione, dunque, il giudice che dichiari invalido l'avviso di accertamento per motivi di carattere sostanziale non può limitarsi al suo annullamento, ma deve esaminare nel merito la pretesa e ricondurla alla corretta misura, entro i limiti posti dalle domande di parte.

A sostegno della posizione così assunta, gli Ermellini richiamano altresì un proprio precedente del 2020 secondo cui in ragione della natura di impugnazione-merito del processo tributario, il giudice – adito in una causa di impugnazione di ipoteca iscritta ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 77, che ne abbia accertato l'invalidità derivata per il motivo dell'intervenuto annullamento, in via giudiziale o di autotutela, di una delle cartelle di pagamento iscritte a ruolo e della conseguente insussistenza parziale, rispetto alle originarie somme, del suo presupposto legittimante – non può invalidare "in toto" l'iscrizione, ma è tenuto a ricondurre la stessa alla misura corretta, annullandola soltanto nella parte avente titolo nelle somme originariamente iscritte, e a ordinare la riduzione dell'ipoteca ex art. 2872 c.c.


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Nuovo Decreto Covid: cosa prevede?

Pubblicato il: 27/12/2021

In considerazione del rischio sanitario connesso al protrarsi della diffusione degli agenti virali da COVID-19, lo stato di emergenza dichiarato con deliberazione del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020 è ulteriormente prorogato fino al 31 marzo 2022. È quanto si legge nel D. L. n. 221 del 24 dicembre 20201, in vigore dal giorno di Natale, recante ulteriori misure per il contenimento dell’attuale epidemia emesse anche alla luce del rapido diffondersi della c.d. varante Omicron.

Ma cosa prevede nello specifico il recente Decreto? Al fine di far chiarezza sulle novità normative in questione, pare opportuna un’elencazione schematica delle stesse:

  • validità del c.d. green pass: il periodo di validità del green pass non sarà più della durata di nove mesi ma sarà ridotto. A partire dal 1 febbraio 2022, infatti, la certificazione verde avrà una validità di sei mesi a far data dal completamento del ciclo vaccinale o dell’avvenuta guarigione (art. 3);
  • obbligo di mascherina: vige, fino al 31 gennaio 2022, l'obbligo di utilizzo dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie, anche nei luoghi all'aperto e anche in zona bianca. A tal fine è sufficiente indossare una mascherina c.d. chirurgica (art. 4);
  • spettacoli ed eventi: fino alla fine dello stato di emergenza, per gli spettacoli che si svolgono al chiuso o all'aperto nelle sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche, locali di intrattenimento e musica dal vivo o in altri locali assimilati, nonché per gli eventi e le competizioni sportivi che si svolgono al chiuso o all'aperto è obbligatorio indossare le mascherine di tipo FFP2. Nei suddetti luoghi, diversi dai servizi di ristorazione svolti da qualsiasi esercizio, è vietato il consumo di cibi e bevande al chiuso;
  • mezzi di trasporto: anche per l’accesso e l’utilizzo dei mezzi di trasporto pubblici è obbligatorio indossare una mascherina di tipo FFP2 (art. 4);
  • consumazioni al banco: fino alla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica, il consumo di cibi e bevande al banco, al chiuso, nei servizi di ristorazione, è consentito esclusivamente ai soggetti in possesso del c.d. super green pass (art. 5);
  • feste e discoteche: fino al 31 gennaio 2022, sono vietate le feste comunque denominate, gli eventi a queste assimilati, i concerti che implicano assembramenti in spazi aperti e le attività che si svolgono in sale da ballo, discoteche o locali assimilati (art. 6);
  • accesso a RSA e case di riposo: dal 30 dicembre 2021, per l'accesso di visitatori alle strutture residenziali, socioassistenziali, socio-sanitarie e hospice sarà necessario essere in possesso del c.d. mega green pass, ottenibile a seguito dell’inoculazione della c.d. dose booster oppure, per i soggetti che hanno effettuato solo due somministrazioni ed esibiscano l’esito un tampone negativo (rapido o molecolare) eseguito nelle 48h precedenti (art. 7);
  • estensione obbligo di green pass e super green pass: la certificazione verde “base” a partire dal 10 gennaio 2022 sarà obbligatoria anche per la frequenza di corsi di formazione privati se svolti in presenza (art. 8); la certificazione “rafforzata”, invece, sarà obbligatoria anche per accedere a piscine al chiuso, palestre e sport di squadra che si svolgono al chiuso; mostre e musei; centri benessere; centri termali (con eccezioni connesse allo svolgimento di attività riabilitative o terapeutiche); parchi tematici e di divertimento; centri centri sociali , culturali e ricreativi (esclusi i centri educativi per l'infanzia); sale gioco, sale scommesse e casinò (art. 9).

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Danno da deprivazione genitoriale: quando si prescrive?

Pubblicato il: 27/12/2021

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 40335 del 16 dicembre 2021, è tornata sull’ampio tema dell’illecito endofamiliare e, nello specifico, ha affrontato la questione della risarcibilità del pregiudizio non solo patrimoniale ma anche esistenziale subito dal figlio “rifiutato” dal genitore.

Il caso concreto giunto all’attenzione della Suprema Corte, in particolare, traeva origine dalla domanda giudiziale proposta da una figlia nei confronti del suo padre naturale per ottenere il risarcimento del danno patrimoniale ed esistenziale da deprivazione genitoriale. Il Tribunale aveva accolto parzialmente la domanda attorea e aveva condannato il padre al pagamento di oltre 40.000,00 euro.
Avverso tale provvedimento giurisdizionale avevano proposto appello sia la figlia, che si doleva del quantum debeatur, sia il padre, che lamentava il mancato rilievo della prescrizione del diritto azionato: l’attrice, infatti, aveva già venticinque anni ma tutte le sofferenze psicologiche dedotte derivanti dal rifiuto paterno erano riferite al periodo dell’adolescenza.
La Corte distrettuale, dunque, aveva accolto l’appello principale, aumentando il risarcimento a oltre 60.000,00 euro in considerazione del lungo lasso di tempo in cui il comportamento omissivo si era verificato (appunto durato per venticinque anni) e aveva rigettato l’appello incidentale, ritenendo che il diritto della figlia al risarcimento non fosse prescritto.
La sentenza d’appello era dunque stata impugnata dal padre, che censurava – per quanto qui di interesse – la violazione dell’art. 2947 c.c. per aver la sentenza di secondo grado omesso di dichiarare prescritto il diritto azionato.

Sulla questione della prescrizione del diritto al risarcimento del danno da deprivazione genitoriale, infatti, due sono astrattamente le vie percorribili:

  1. una prima opzione è quella di considerare l’illecito cessato nel momento del raggiungimento della maggiore età del figlio, momento che costituisce il dies a quo per la decorrenza del termine di cinque anni per avanzare la domanda risarcitoria;
  2. una seconda impostazione – seguita dalla Corte d’appello – è invece quella di considerare il rifiuto della genitorialità come illecito permanente, che si verifica momento per momento fino al raggiungimento non della maggiore età ma dell’indipendenza psicologica, che per convenzione viene fatta coincidere con il conseguimento dell’indipendenza economica.

Ebbene, quest’ultima opzione è stata ritenuta condivisibile dalla Corte di Cassazione con la citata pronuncia.
Gli Ermellini, infatti, hanno richiamato alcuni propri precedenti in cui si evidenziava come l’illecito endofamiliare di protratto abbandono della prole produca un danno del tutto peculiare in quanto contemporaneamente

  • patrimoniale, dato il mancato mantenimento economico;
  • psicologico-esistenziale, data l’incidenza del rifiuto del genitore nella formazione della personalità del figlio, il quale peraltro istintivamente proverà il desiderio di avere un rapporto con il genitore.

Proprio in considerazione di questo istintivo desiderio filiale e del coinvolgimento emotivo che una situazione di deprivazione genitoriale comporta, la Corte sottolinea che il semplice raggiungimento della maggiore età non può costituire il dies a quo per il termine di prescrizione: affinchè esso decorra, infatti, occorre il raggiungimento dell’indipendenza psicologica, cioè serve che il figlio “superi” questo desiderio di ricongiunzione con il genitore e raggiunga una maturità personale tale da poter “accettare psicologicamente la illiceità della condotta del genitore e chiedere il risarcimento dei danni subiti quale figlio rifiutato”.
Sulla scorta di tale motivazione, la Suprema Corte ha dunque ritenuto immune da vizi la sentenza impugnata e ha rigettato il ricorso.


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Pagamenti a mezzo POS: scattano le sanzioni per chi rifiuta

Pubblicato il: 27/12/2021

Dal 1 gennaio 2022 gli esercenti che non accetteranno pagamenti a mezzo POS saranno passibili di sanzione. È quanto prevede un recente emendamento, approvato in data 13 dicembre 2021, al Decreto n. 152 del 2021 recante Disposizioni Urgenti per l’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (c.d. PNRR).

Va precisato che la recente disposizione non si occupa di introdurre l’obbligo di ricevere pagamenti con bancomat o carta di credito, ma si limita a prevedere la sanzione per la mancata accettazione dei suddetti pagamenti.
È bene ricordare, infatti, che tale obbligo, infatti, è già vigente nel nostro ordinamento dal lontano giugno 2013 per i soggetti che vendono prodotti e prestazioni di servizi anche professionali, come disposto dall’art. 15 del D.L. n. 179 del 2012.
Molti esercenti, tuttavia, hanno per lungo tempo ignorato tale disposizione restando impuniti in quanto il citato decreto non contemplava una disciplina di completamento che prevedesse delle adeguate sanzioni per i casi di violazione.

Oggi, finalmente, questa lacuna è stata colmata. Nello specifico, l’emendamento al PNRR prevede che in caso di mancata accettazione di un pagamento POS di qualsiasi importo potrà essere irrogata una sanzione amministrativa di euro 30.
A tale somma fissa, peraltro, dovrà essere aggiunto un ulteriore importo, pari al 4% del valore della transazione in relazione alla quale è stato negato il pagamento con carta di debito o credito.

Pare opportuno, in conclusione, riportare testualmente l’emendamento approvato:
a decorrere dal 1 gennaio 2022, nei casi di mancata accettazione di un pagamento, di qualsiasi importo, effettuato con una carta di pagamento di cui al comma 4, da parte di un soggetto obbligato ai sensi del citato comma 4, si applica nei confronti del medesimo soggetto la sanzione amministrativa pecuniaria del pagamento di una somma pari a 30 euro, aumentata del 4 per cento del valore della transazione per la quale sia stata rifiutata l’accettazione del pagamento.
Per le sanzioni relative alle violazioni di cui al presente comma si applicano le procedure e i termini previsti dalla legge 24 novembre 1981, n. 689, a eccezione dell’articolo 16 in materia di pagamento in misura ridotta. L’autorità competente a ricevere il rapporto di cui all’articolo 17 della medesima legge n. 689 del 1981 è il prefetto della provincia nella quale è stata commessa la violazione. All’accertamento si provvede ai sensi dell’articolo 13, commi primo e quarto, della citata legge n. 689 del 1981”.


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