Separazione: un solo episodio di violenza ne legittima l’addebito

Pubblicato il: 25/10/2022

La Cassazione con sentenza numero 27324/2022 ribadisce che la violenza fisica, concentratasi persino in un solo episodio di percosse, è indice di una grave violazione dei doveri nascenti dal matrimonio tanto da legittimarne l’addebito in caso di separazione.
La Corte d’Appello di Bologna aveva rigettato il ricorso proposto dalla moglie, nel giudizio di separazione dei coniugi, compensando integralmente le spese di lite tra le parti.

La donna, ricorrendo in Cassazione, aveva proposto quale motivo di doglianza l’aver trascurato di considerare la sentenza del tribunale penale di Bologna che aveva condannato il marito per un episodio di violenza, qualificata come percosse ex art. 581 del Codice Penale, che l’aveva vista come vittima. Tale sentenza di condanna avrebbe dovuto determinare la Corte d’Appello ad addebitare la separazione al marito.

In tema di addebitabilità della separazione personale, se i fatti accertati provano che il coniuge abbia violato norme e doveri inderogabili imposti dall’ordinamento o ledano i diritti fondamentali della persona, quali l’incolumità fisica, oltrepassando la soglia minima di rispetto e solidarietà necessaria nei rapporti con il partner, si ravvisano elementi che impongono al giudice di imputare l’addebito, non potendosi giustificare neppure un singolo episodio di violenza.
Si tratta infatti di un comportamento idoneo oltre che lesivo della pari dignità di ogni individuo all’interno di una coppia, tale da sconvolgerne l’equilibrio e giustificarne la domanda di separazione.

Tale grave violazione esonera, inoltre, il giudice, dal dovere di comparare, al fine di pronunciarsi sulla questione, il comportamento del coniuge vittima di violenza, restando irrilevante il tempo in cui la violenza si sia manifestata, ancorchè sia posteriore alla crisi coniugale. Peraltro, persino al reazione aggressiva della vittima non ne riduce l’efficienza causale e la conseguente portata.
Con tali motivazioni la Corte di Cassazione accoglie il ricorso della moglie ritenendo al censura fondata, “Comportamenti reattivi del coniuge che sfociavano in azioni violente e lesive dell’incolumità fisica dell’altro coniuge, rappresentano, in un giudizio di comparazione al fine di determinare l’addebito della separazione, causa determinante dell’intollerabilità della convivenza, nonostante la conflittualità fosse risalente nel tempo ed il fatto che l’altro coniuge contribuisse ad esasperare la relazione”.


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La convivenza prematrimoniale pesa sull’assegno di divorzio?

Pubblicato il: 25/10/2022

Ai fini della determinazione dell’assegno di i giudici devono tener conto del periodo anteriore alla formalizzazione del legame con il matrimonio? La vicenda di particolare importanza, a seguito dell’ordinanza interlocutoria n. 30671/2022 della Corte di Cassazione viene demandata alle Sezioni Unite.

La vicenda trae origine da una sentenza della Corte d’Appello di Vicenza che nel rideterminare l’assegno di divorzio tiene conto delle disponibilità economiche dell’obbligato e dei sette anni di matrimonio intercorsi tra la coppia. La parte soccombente nel ricorrere in Cassazione, lamenta la violazione del’art . 5, comma 6 della Legge sul divorzio n.898/1970. Nello specifico, viene violata la norma in questione sia in relazione alla mancata adeguata valutazione delle differenze economiche tra i coniugi ma anche per quanto riguarda la prevalenza attribuita al criterio compensativo, nella valutazione del quantum dell’assegno piuttosto che al criterio assistenziale.

La Suprema Corte nell’assegnare la causa alle Sezioni Unite, constata che nel decidere il quantum dell’assegno divorzile, la Corte d’Appello, non avrebbe tenuto conto delle convivenza more uxorio instaurata dai coniugi prima dell’unione matrimoniale.
La Corte ritiene che “la convivenza prematrimoniale è un fenomeno di costume che è sempre più radicato nei comportamenti della nostra società cui si affianca un accresciuto riconoscimento – nei dati statistici e nella percezione delle persone – dei legami di fatto intesi come formazioni familiari e sociali di tendenziale pari dignità rispetto a quelle matrimoniali”. La convivenza more uxorio si caratterizza per la stabilità degli affetti e l’assunzione spontanea di obblighi assistenziali da ambo le parti dell’unione.

Ciò posto, poiché convivenza e matrimonio assumono pari dignità sociale, non ha più senso conservare la distinzione per la determinazione dell’assegno. A norma dell’art. 374, comma 2, del Codice di procedura civile, ai fini della determinazione dell’assegno divorzile, il tema della convivenza anteriore alla legalizzazione del matrimonio è una questione di particolare importanza di cui il giudice avrebbe dovuto tener conto.


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Autovelox: la multa è annullata se la postazione non era visibile

Pubblicato il: 23/10/2022

Il Giudice di Pace di Guardia Sanframondi, un piccolo paesino in provincia di Benevento, in Campania, ha confermato che è annullabile la multa per eccesso di velocità che scaturisce dall’autovelox posizionato in maniera poco visibile dalla carreggiata.
La sentenza è la n. 210/2022.
La vicenda origina da un verbale notificato ai danni del conducente di un veicolo che aveva superato il limite di velocità consentita sul tratto di strada ove era posizionata la postazione di rilevamento. Lo stesso ricorreva al Giudice di Pace evidenziando tra i motivi di doglianza la scarsa visibilità dell’apparecchio di rilevamento. Difatti, il rilevatore fisso, era stato installato su di un palo posizionato al di fuori della carreggiata ad una distanza di oltre due metri. Il giudice adito accoglieva le doglianze del conducente.
Orbene è utile ricordare che la normativa che regola la materia è dettata dall’articolo 142, comma 6-bis, del Codice della strada. Suddetta norma impone che: “le postazioni di controllo sulla rete stradale per il rilevamento della velocità devono essere preventivamente segnalate e ben visibili, ricorrendo all'impiego di cartelli o di dispositivi di segnalazione luminosi, conformemente alle norme stabilite nel regolamento di esecuzione del presente codice".
Il giudice, nelle motivazioni collegate alla sentenza, ha ricordato che la norma in questione sia valida per tutte le rilevazioni effettuate, sia da dispositivi fissi che mobili, che siano installati lungo la strada. Ricorre pertanto l’obbligo del pubblico ufficiale tenuto all’accertamento di segnalare e rendere ben visibile l’apparecchiatura a ciò deputata: pena la nullità dell’accertamento.
L’obbligo di controllo demandato alla polizia stradale impone all’ente di rispettare la normativa che regola l’accertamento e la legittimità del controllo. A tale scopo la preventiva segnalazione e la buona visibilità degli apparecchi utilizzati per rilevare la velocità sono condizioni imprescindibili per la validità del loro operato. L’eventuale violazione di tali obblighi, imposti dal codice della strada, rendono l’accertamento illegittimo e la conseguentemente nullo il provvedimento sanzionatorio ad esso collegato.
A tal proposito il giudice di pace richiamando la giurisprudenza prevalente, ricorda che: "La ratio di tale disposizione risiede nell’obbligo di civile trasparenza gravante sulla P.A., il cui potere sanzionatorio, in materia di circolazione stradale, non è ispirato dall’intento di sorprendere l’autista indisciplinato, bensì da quello di tutelare la sicurezza stradale" (Cass. 2014, n. 5997). Pertanto, si conferma ancora una volta che per valutare la legittimità dell’accertamento effettuato dagli organi di polizia è imprescindibile la preventiva verifica del rispetto degli adempimenti regolamentari ad essi imposti dalla normativa vigente. Per tale motivo la sanzione è stata annullata dal giudice adito.

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Guida in stato di ebbrezza: il reato si può contestare anche al conducente di un veicolo in sosta

Pubblicato il: 21/10/2022

Il Tribunale di Trieste condanna il conducente di un motoveicolo Ape per il reato di guida in stato di ebrezza, lo stesso infatti si era rifiutato di sottoporsi all’alcool test richiesto dagli agenti di polizia locale dopo essere stato visto uscire da un locale in evidente stato confusionale. Il PM ricorre alla Corte d’Appello della medesima città che riforma parzialmente la sentenza di primo grado aumentando la pena irrogata all’imputato.
Avverso tale sentenza il conducente condannato ricorre in Cassazione. Lo stesso adducendo quale motivo di doglianza la violazione dell’articolo 186 , comma 7 del Codice della strada, ritiene non corretta la qualifica di conducente che gli è stata attribuita nei precedenti gradi di giudizio. La Corte nella sua ricostruzione avrebbe dovuto tener conto del fatto che l’uomo aveva perso la qualifica di conducente subito dopo essere scese dal motoveicolo per entrare nel locale diventando un mero pedone a cui non è riferibile il reato addotto.
La Suprema Corte ritiene la doglianza infondata chiarendo alcuni punti fondamentali della materia.
La Corta in primis stabilisce l’area di applicazione della normativa in questione confermando che l’articolo 186 , comma 7 del Codice della strada, sanziona la condotta del conducente di un veicolo che, alla richiesta degli agenti di sottoporsi all’esame dell’alcol test, si rifiuti. Lo stesso si applica in caso di incidente stradale o quando si abbia altrimenti "motivo di ritenere che il conducente del veicolo si trovi in stato di alterazione psicofisica derivante dall'influenza dell'alcool".
La qualifica di conducente riferita alla norma identifica colui che guida o ha guidato, poco prima della richiesta degli agenti di polizia un veicolo. Rientra in questa nozione, al fine dell’addebitabilità del reato di guida in stato d'ebbrezza, colui che ha spostato un veicolo in una zona pubblica o destinata al pubblico.
Sempre ai fini dell’addebitabilità del suddetto reato, la fermata, in materia di circolazione stradale, rientra nella circolazione e dunque nella movimentazione del mezzo, pertanto ai fini della verifica è irrilevante che il conducente sia fermo o in moto al momento della richiesta degli agenti.
Nel caso di specie il conducente era stato visto alla guida dell’ape nella piazza pubblica alle 22:55 alle 22:57 aveva parcheggiato il veicolo con le quattro frecce accese. Ai fini dell’imputazione del reato di guida in stato di ebbrezza è irrilevante che il veicolo fosse fermo al momento della richiesta degli agenti che avevano notato lo stato di ebrezza del conducente ed è incontestabile che pochi attimi prima fosse stato visto alla guida, come dimostrano le videoriprese.

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Quando non versare l’assegno di mantenimento al figlio è reato?

Pubblicato il: 20/10/2022

La Corte di Cassazione, alla sesta sezione, con sentenza n. 13410/2017 ha delineato l’area del penalmente rilevante in tema di mancato versamento dell’assegno di mantenimento al figlio.
Nello specifico, il genitore non viene meno all’obbligo di assistenza familiare qualora non versi, per una volta, l’assegno di mantenimento alla prole o al coniuge. Il reato di cui all’art. 570 del c.p., secondo la Suprema Corte viene integrato nel momento in cui vengono a mancare al figlio i mezzi di sussistenza necessari per la sua sopravvivenza.
Il ricorrente era stato condannato dai giudici di merito per aver violato l’obbligo di assistenza famigliare, lo stesso si era giustificato asserendo di aver incontrato delle difficoltà economiche collegate alla separazione dalla moglie. Tali difficoltà gli avevano impedito di far fronte al mantenimento del figlio. Gli Ermellini hanno dato ragione al genitore ricorrente, contestando anche nel merito l’assenza di una motivazione valida nella sentenza cassata. Il precedente giudice aveva dato rilievo solo alla testimonianza del figlio allora minorenne, senza entrare nel merito della vicenda alla base della presunta violazione dell’obbligo di cui all’art. art. 570 del c.p..
Nello specifico è bene fare una distinzione tra la nozione civilistica di mantenimento e quella di mezzi di sussistenza. All’interno della prima, dal contenuto più ampio rispetto alla seconda, oltre ai mezzi indispensabili per la sopravvivenza (vitto, alloggio, abbigliamento, alimenti…), vi rientrano anche quegli strumenti che, in relazione alle possibilità del genitore, soddisfano esigenze di vita complementari ma non necessarie. Ciò posto, l’obbligo di mantenimento che grava in capo all’obbligato, viene soddisfatto con la dazione dei mezzi necessari per la sopravvivenza.
Al fine di escludere la responsabilità penale del genitore, sarà sufficiente provare l’assoluta impossibilità di adempiere a tale obbligo, allegando elementi univoci che dimostrano l’assenza di introiti o di un reddito che non consenta di soddisfare le esigenze primarie della vita degli aventi diritto.
I giudici di Cassazione precisano inoltre che non integra il reato il mancato versamento focalizzatosi solo in un singolo episodio; nel caso di specie il genitore aveva omesso il versamento dell’assegno di mantenimento per il solo periodo natalizio. Per aversi responsabilità penale e dunque affinché venga violato l’obbligo di assistenza familiare è necessario che sia minato l’equilibrato sviluppo della personalità del minore. Sempre che, non venga provata dal genitore l’impossibilità incolpevole e a lui non imputabile di adempiere all’obbligazione.
Tale condotta non rientra nemmeno nell’obbligo previsto dal secondo comma dell’art. art. 570 del c.p., lo stesso implica l’esistenza di uno stato di bisogno della famiglia, ovvero, l’omessa assistenza deve avere come effetto quello di far mancare alla famiglia i mezzi necessari per la sussistenza. Reato che non può essere integrato da un’unica condotta incolpevole.

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Condominio e lavori mal eseguiti: chi paga?

Pubblicato il: 19/10/2022

Le infiltrazioni dal terrazzo costituiscono uno dei problemi più comuni del lastrico in manutenzione. Il condominio deve porre rimedio al più presto per evitare un aggravamento dei danni e provvedere al risarcimento dei danni provocati agli appartamenti sottostanti.

Anche quando si tratta di beni appartenenti al privato, la responsabilità dei danni provenienti dal lastrico grava sul condominio, custode di questa porzione di immobile. Quando però il terrazzo è sottoposto a lavori di manutenzione, l’impresa che se ne occupa è responsabile qualora non li esegua a regola d’arte.

Questa è la tesi portata avanti dal condominio che si è rivolto al Tribunale di Bergamo per dirimere la questione. Nel caso di specie il privato proprietario del terrazzo e il condominio erano stati chiamati in causa dal condomino residente nell’appartamento al piano inferiore per i danni causati dalle infiltrazioni di acqua piovana. Le parti resistenti avevano rimbalzato l’un l’altra le rispettive responsabilità chiamando infine in giudizio l’impresa che alcuni anni prima aveva eseguito lavori di manutenzione straordinaria alla copertura. Nel corso dell’istruttoria a seguito della perizia eseguita dal CTU, il Tribunale anzidetto aveva condannato i soccombenti a risarcire in solido il proprietario e imposto alla ditta di rimborsare la metà del totale per i lavori mal eseguiti.

Il Tribunale nel dirimere la questione ha seguito il solco giurisprudenziale prevalente, la più recente sentenza n. 12909/2022 della Corte di Cassazione sul tema prevede infatti che “nei confronti dei terzi danneggiati dall'esecuzione di opere effettuate in forza di in contratto di appalto, il committente è sempre gravato della responsabilità oggettiva di cui all'art. 2051 del Codice Civile, la quale non può venir meno per la consegna dell'immobile all'appaltatore ai fini dell'esecuzione delle opere stesse, bensì trova un limite esclusivamente nel ricorso del caso fortuito”.

Le ragioni della motivazione che hanno portato alla condanna del condominio oltre che dell’impresa appaltante risiedono nel fatto che l’affidamento dei lavori non comporta la perdita di ogni potere di fatto sul lastricato da parte del condominio che ne rimane responsabile. Per tale ragione, lo stesso, mantiene la sua funzione di copertura e garanzia per i danni causati agli appartamenti sottostanti.

Il lastrico o terrazzo a prescindere dall’opera di manutenzione ordinaria o straordinaria, a meno che non comporti il totale trasferimento del potere di fatto all’imprenditore, rimane sempre nella piena disponibilità del condominio committente per la funzione primaria di copertura alle abitazioni al piano inferiore.
L’affidamento dei lavori non consente pertanto al condominio di sottrarsi alla sua responsabilità di cui all’art. 2051 del Codice Civile e pertanto dovrà provvedere al risarcimento dei danni.


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La Cassazione si pronuncia sugli effetti sistematici del limite all’aumento di pena di cui all’art. 99 c.6 c.p. per la recidiva qualificata

Pubblicato il: 18/10/2022

La Corte di Cassazione è stata chiamata a pronunciarsi sulla questione relativa alla possibilità che il limite dell'aumento della pena correlato al riconoscimento della recidiva qualificata, previsto dall'art. art. 99 del c.p. sesto comma, incida sulla qualificazione della recidiva prevista dal secondo e dal quarto comma dell'art. 99 cod. pen. come circostanza ad effetto speciale e/o influisca sulla determinazione del termine di prescrizione.

Con la sentenza n. 30046 del 2022 la Cassazione ha evidenziato come la questione si articoli su due profili distinti, tra loro complementari.
Il primo, sulla definizione della recidiva laddove, contestata e riconosciuta come qualificata ai sensi del secondo o del quarto comma dell'art. 99 cod. pen., venga poi fatta applicazione della specifica disposizione dettata dall'art. 99, sesto comma, cod. pen., e l'aumento della pena dovesse essere in concreto operato in misura pari o inferiore ad un terzo sulla pena base.
Il secondo, sui riflessi della scelta definitoria, in relazione alla esatta delimitazione dell'ambito di operatività della disciplina del calcolo del termine di prescrizione del reato, qualora in concreto l'imputato dovesse beneficiare del meccanismo di temperamento previsto dal sesto comma dell'art. 99 cod. pen. È opportuno chiarire in che modo tale "meccanismo" incida sul computo sia del termine di prescrizione così detto "minimo", a mente dell'art. 157 cod. pen., sia di quello così detto “massimo”, dovuto all'ulteriore aumento stabilito dall'art. 161, secondo comma, cod. pen., per effetto dell'accertata presenza nel processo di atti interruttivi.

In particolare, con riferimento al primo profilo il Collegio rileva come la recidiva sia definibile per consolidata giurisprudenza come aggravante a effetto speciale quando comporta un aumento della pena superiore a un terzo.
Nondimeno, la questione riguarda l'eventualità in cui per effetto della applicazione della disposizione di cui al c.6 dell'art. 99 c.p. l'aumento della pena dovesse risultare, in ragione di quel temperamento, pari o inferiore a un terzo nonostante il carattere qualificato della recidiva.

La Corte al fine di risolvere la questione interpretativa sottopostale richiama taluni precedenti della giurisprudenza di legittimità dai quali è possibile desumere il principio secondo il quale la definizione di una circostanza come a effetto speciale riguardi il piano astratto della comminatoria edittale, a prescindere dalla operatività di eventuali meccanismi di temperamento previsti dalla legge.
In particolare, viene citato l'orientamento della giurisprudenza di legittimità che in sede di esegesi dell'art. 278 cod. proc. pen. ha affermato che laddove concorrano più circostanze aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato o circostanze ad effetto speciale, si debba tener conto, ai sensi dell'art. 63, quarto comma, cod. pen., della pena stabilita per la circostanza più grave, aumentata di un terzo, e come tale aumento costituisca cumulo giuridico delle ulteriori pene e limite legale dei relativi aumenti per le circostanze meno gravi, che tuttavia mantengono la loro natura.
Il Collegio ritiene che il citato principio sia indicativo della chiara tendenza legislativa a differenziare il momento della qualificazione di una circostanza nel contesto della sua incidenza astratta sulla determinazione della pena edittale di un determinato reato, rispetto al momento della produzione degli effetti del relativo riconoscimento, nella commisurazione della pena per il caso concreto.
Di conseguenza, le Sezioni unite giungono ad affermare che l'art. 63 c.3 c.p. nel definire come circostanze a effetto speciale quelle che comportino un aumento della pena superiore a un terzo faccia riferimento alla idoneità della circostanza a produrre in astratto un incremento della sanzione in misura superiore a quella indicata, indipendentemente dalla operatività in concreto di criteri di temperamento fissati dalla stessa legge.
Quindi, la Corte sostiene che l'aumento della pena che per l'applicabilità del limite fissato dall'art. 99 c.6 c.p. sia in concreto pari o inferiore a un terzo non escluda la definizione della recidiva qualificata come aggravante a effetto speciale. Altrimenti si finirebbe per accogliere una nozione a "geometrie variabili" di circostanza a effetto speciale, facendola dipendere dal momento, astratto o concreto, in cui se ne dovessero considerare gli effetti.

Inoltre, con riferimento alla possibilità che il temperamento previsto dal c.6 dell'art. 99 c.p. incida sul termine di prescrizione minimo e massimo le Sezioni unite rilevano come la riforma veicolata dalla legge n. 251/2005 abbia oggettivizzato i criteri di calcolo del termine di prescrizione, superando il previgente sistema che prevedeva sei fasce di reati, ciascuna delle quali era qualificata da una relazione tra limiti edittali massimi di pena e diversi termini minimi di prescrizione. Invero, ora è legge a prestabilire la durata cronologica necessaria per la maturazione di tale causa estintiva per ciascun reato, così che il ruolo del giudice ne risulta affievolito.
Peraltro, le Sezioni unite evidenziano come la stessa giurisprudenza della Corte costituzionale abbia avallato l'opzione legislativa secondo la quale la rinuncia a perseguire i fatti criminosi debba essere rapportata alla gravità del reato nella sua massima ipotizzabile esplicazione sanzionatoria prevista per la fattispecie base e sul massimo aumento di pena previsto per quelle circostanze aggravanti a effetto speciale e che comportano un mutamento qualitativo della pena.

In conclusione, le Sezioni unite hanno escluso che il limite all'aumento di pena di cui all'art. 99 c.6 c.p. rilevi in ordine alla definizione della recidiva qualificata come circostanza a effetto speciale e che influisca sui termini di prescrizione determinati ai sensi degli artt. art. 157 del c.p. e art. 161 del c.p., come modificati dalla legge n. 251/2005.


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Alla Consulta la questione sulla legittimità costituzionale dell’aggravante della fuga del conducente di cui all’art. 590ter c.p.

Pubblicato il: 17/10/2022

Con ordinanza del 22 settembre 2022 Il tribunale di Milano ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. art. 590 ter del c.p., introdotto dall’art. 1, legge 23 marzo 2016, n. 41, in relazione agli artt. 3 e 27, co. I e III, Cost., nella parte in cui prevede la pena minima e fissa di tre anni di reclusione per il reato colposo di lesioni personali stradali gravi, nella manifestazione aggravata dalla fuga del conducente.
L’incidente di legittimità costituzionale si inserisce in un processo per il delitto di cui agli artt. art. 590 bis del c.p., co. I e VI, 590 ter c.p. in concorso con quello di cui agli artt. 99, co. III, c.p., 189, co. 6 e 7, d. lgs. 30.4.1992, n. 285 Codice della strada.
Nel caso in esame, secondo la prospettazione dell'accusa, l'imputato, che era conducente di un veicolo a motore, in conseguenza della violazione di molteplici disposizioni cautelari non è riuscito a evitare l'investimento di un pedone in transito sull'attraversamento pedonale. In particolare, gli causava lesioni personali gravi, riferibili al disposto dell'art. art. 590 bis, co. I, c.p.. Inoltre, sono state contestate le aggravanti di aver commesso il fatto con patente sospesa (art. 590 bis, co. VI, c.p.) e di essersi dato alla fuga (art. 590 ter c.p.), vieppiù non ottemperando all’obbligo di fermarsi e di prestare assistenza alla persona ferita (art. 189, co. 6 e 7, C.d.S.).

Orbene, all'esito del giudizio di bilanciamento di cui all'art. art. 69 del c.p. il Tribunale ha reputato più grave la violazione prevista dal codice penale, constatando che la determinazione della pena base sia vincolata nella misura fissa di tre anni.
Invero, all'art. 590 ter c.p., il legislatore ha previsto una circostanza aggravante speciale a effetto speciale che produce un aggravamento della pena da un terzo a due terzi e fissa, in ogni caso, il minimo edittale in tre anni di reclusione.

In ragione di ciò il Tribunale rileva come sommandosi gli aumenti frazionari alla cornice prevista per le lesioni stradali gravi (da 3 mesi a 1 anno), si ottiene un arco compreso tra 4 mesi e 1 anno e 8 mesi, complessivamente inferiore al limite minimo di 3 anni imposto dalla seconda parte della norma citata; di talché il giudice si trova costretto ad irrogare proprio la pena di 3 anni, non essendovi un termine inferiore, né superiore da poter considerare.

Tuttavia, il rimettente osserva come la previsione di un trattamento sanzionatorio fisso si ponga in contrasto con i principi di uguaglianza, personalità e di proporzionalità della pena, nonché con la finalità rieducativa della stessa siccome impedisce al giudice di adeguare la sanzione alla concreta gravità del fatto.
L’assunto trova conforto nella giurisprudenza costituzionale, in particolare con riferimento alle pronunce relative al divieto di prevalenza delle circostanze attenuanti di cui agli artt. 73, co. 5, d.p.r. 9.10.1990, n. 309 (lieve entità della detenzione di stupefacenti), 648, co. II, oggi co. IV, c.p. (ricettazione attenuata) e 219, co. III, r.d. 16.3.1942, n. 267 (danno patrimoniale di speciale tenuità nelle ipotesi di bancarotta fraudolenta, semplice e preferenziale) rispetto alla recidiva qualificata ex art. 99, co. IV, come previsto dall’art. 69, co. IV, c.p.1 .
Inoltre, argomentando a fortiori, il Tribunale ha rimarcato come la Consulta, con sentenza additiva 5.12.2018, n. 222, abbia dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 216, u.c., r.d. 16.3.1942, n. 267 (bancarotta fraudolenta) nella parte in cui prevede le pene accessorie dell’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e dell’incapacità ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa per la durata di 10 anni “anziché fino a 10 anni”, proprio sul rilievo che la rigida applicazione di quella pena accessoria, determini «risposte sanzionatorie sproporzionate per eccesso … e appaia comunque distonica rispetto al principio dell’individualizzazione del trattamento sanzionatorio» . Ebbene, una simile ratio decidendi dovrebbe valere, a maggior ragione, con riferimento ad una pena principale.
Ne deriva la necessità di sospendere il procedimento e di rimettere la questione alla Corte costituzionale.


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E’ ammesso il sindacato sostitutivo del Giudice amministrativo sull’atto di esercizio di discrezionalità tecnica?

Pubblicato il: 17/10/2022

Il supremo consesso amministrativo è tornato a pronunciarsi sull'ampiezza del sindacato giurisdizionale degli atti amministrativi di esercizio di discrezionalità tecnica.

In particolare, il Consiglio di Stato ha evidenziato come nel caso del potere discrezionale c.d. "puro" ("discrezionalità amministrativa") la Pubblica Amministrazione sia chiamata al compimento di scelte politiche, al fine di bilanciare gli interessi in gioco nel caso concreto. In tale ipotesi il sindacato giurisdizionale è incentrato sulla ragionevole ponderazione degli interessi, pubblici e privati, non previamente selezionati e graduati dalle norme.

Invece, nel caso in cui l'Autorità sia titolare di discrezionalità tecnica essa è chiamata alla integrazione della norma attributiva del potere, per definizione incompleta, attraverso la valutazione di fatti complessi richiedenti particolari competenze tecniche e specialistiche. Nondimeno, quando tale valutazione viene presa in considerazione dalla norma attributiva del potere, non nella dimensione oggettiva di fatto storico, ma di fatto mediato dalla valutazione casistica e concreta della Amministrazione, il giudice non è chiamato sempre e comunque a definire la fattispecie sostanziale.
Infatti, salvo il caso delle sanzioni antitrust sul quale la giurisprudenza amministrativa si è spinta sino alla configurazione di un sindacato sostitutivo di maggiore attendibilità, il costante orientamento del Consiglio di Stato afferma che il sindacato sugli atti di esercizio della discrezionalità tecnica debba assumere carattere intrinseco, ma non sostitutivo.

Ne deriva che il Giudice sia chiamato a valutare se la decisione pubblica rientri o meno nella ristretta gamma delle soluzioni plausibili e convincenti alla luce delle scienze rilevanti e degli elementi del caso concreto. Nello specifico, egli dovrà verificare la correttezza delle operazioni svolte, con particolare riferimento al criterio tecnico e al procedimento applicativo seguito.
Nondimeno, laddove l'attendibilità tecnico-scientifica del provvedimento non sia messa in discussione ed emerga la mera diversità di opinioni del giudice e della Pubblica Amministrazione l'atto non sarà censurabile, non potendo l'organo giurisdizionale sostituire la propria valutazione a quella dell'Autorità, pena la violazione del principio della separazione dei poteri.

Peraltro, nella sentenza in commento il Consiglio di Stato ha ribadito come non esistano diritti tiranni nel sistema costituzionale: la tutela degli interessi, anche quelli primari, ha carattere sistemico e ne impone, quindi, il bilanciamento con gli eventuali interessi concorrenti.
In particolare, a tal fine svolge un ruolo decisivo l'Amministrazione, che è chiamata alla ponderazione degli interessi concorrenti alla luce dei parametri di ragionevolezza e proporzionalità. Nello specifico, affinché sussista la proporzionalità di una misura occorre svolgere un'articolata verifica: il provvedimento deve essere idoneo al conseguimento dell'interesse perseguito e deve essere necessario, cioè tra quelli idonei deve essere quello minormente sacrificativo per il destinatario. Infine, è necessario accertare la proporzionalità in senso stretto, ossia che la misura adottata non sia tale da gravare in maniera eccessiva sul titolare dell'interesse contrapposto, così da risultargli un peso intollerabile.

Orbene, con la pronuncia in commento il Consiglio di Stato ha evidenziato come il rilievo primario degli interessi volti alla tutela del patrimonio culturale o dell'ambiente impedisca che gli stessi siano interamente sacrificati al cospetto di altri interessi, ancorché costituzionalmente tutelati, e impone che di essi si tenga necessariamente conto nei processi decisionali pubblici, nell'ottica della tutela sistemica dei diritti e dei valori.


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I DPCM di gestione dell’emergenza Covid sono lesivi dei diritti inviolabili della persona

Pubblicato il: 16/10/2022

Con la sentenza n. 842/2022 del 6 ottobre del corrente anno il Tribunale di Frosinone ha affermato l'illegittimità dei DPCM adottati dal Presidente del Consiglio durante la gestione dell'emergenza sanitaria.

In particolare, durante il primo lockdown, un giovane venne fermato dalla Polizia mentre era alla guida e, poiché non addusse adeguate giustificazioni, venne multato per aver violato le prescrizioni del Decreto. Egli allora presentò ricorso al competente Giudice di Pace, che accolse le istanze avanzate dal cittadino.
L'appello proposto dalla Prefettura invocava l'ineluttabile rispetto delle disposizioni del DPCM emesse il 9 marzo 2020. Nondimeno, con la pronuncia in esame il Tribunale di Frosinone ha rigettato l'impugnazione in ragione della rilevata illegittimità dei suddetti Decreti.

Invero, il Tribunale osserva come i provvedimenti limitativi della inviolabile libertà di circolazione siano incostituzionali anche se emanati a difesa di un altrettanto diritto inviolabile come quello alla tutela della salute.
Peraltro, la pronuncia rileva come la Costituzione preveda l'attribuzione al Governo di poteri speciali solo in caso di guerra e previa deliberazione delle Camere, ai sensi dell'art. art. 78 Cost.
Non è invece rinvenibile alcuna fonte avente forza di legge che attribuisca al Governo il potere di dichiarare lo stato di emergenza per rischio sanitari.

Ne deriva la mancanza del presupposto legislativo che costituisca il fondamento della delibera del Consiglio dei Ministri.

A questo punto è ben possibile, ed auspicbile, che la sentenza in esame faccia da apripista per una nuova lettura del ruolo dei noti DPCM rispetto alla gerarchia delle fonti e al sistema costituzionale, la quale conduca a evidenziarne l'intrinseca, insanabile ed irrimediabile illegittimità, dischiudendo nuovi scenari per i molti, troppi, cittadini che sono stati dagli stessi vessati, danneggiati, ostinatamente e reiteratamente limitati nell'esercizio delle loro libertà fondamentali.


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