Autovelox a noleggio? Il verbale è valido

Pubblicato il: 15/10/2022

Il contratto tra un comune e la società di noleggio non condiziona l'esistenza della violazione accertata mediante apparecchiature di rilevamento prese a noleggio.

Il caso in esame riguardava in particolare la contestazione della violazione del'art. 142 del Codice della Strada tramite apparecchio rilevatore, omologato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, a noleggio. La contestazione del verbale si basava sul fatto che non vi fosse coincidenza tra colui che aveva accertato l'infrazione (addetto della ditta proprietaria dell'apparecchio) e chi aveva redatto il verbale, oltre alla dichiarazione di nullità del contratto di noleggio tra il Comune e la società fornitrice degli apparecchi.

Tanto premesso, la Corte, con sentenza 4 ottobre 2022, n. 28719, si è domandata se la contestazione della violazione della norma di circolazione del veicolo fosse valida anche se emessa da un dispositivo a noleggio, il cui contratto è risultato nullo.

La Corte ha preliminarmente confermato la validità della contestazione successiva al rilevamento. Infatti, ai sensi dell'articolo 201, comma 1-bis, lettera f), e dell'articolo 142, comma 6-bis, lettera d), la violazione era stata debitamente accertata mediante apparecchiatura di rilevazione automatica della velocità senza la presenza di agenti accertatori sul posto, a cui era legittimamente conseguita la contestazione successiva della violazione.

I Supremi giudici hanno, poi, rigettato le motivazioni relative alla intercorsa nullità del contratto, in relazione ad un corrispettivo pari ad una percentuale dei proventi derivanti dalle sanzioni amministrative pecuniarie. In questo caso, per l'appunto, non era in discussione la validità di un accordo tra un ente locale e una parte privata, ma piuttosto la base fattuale dell'accertamento della sanzione effettuato mediante apparecchiature fornite dalla parte privata.
La Suprema Corte, dunque, ha affermato che nel caso di rilevazione della velocità mediante apparecchiature a noleggio, il contratto tra il Comune e la società di noleggio non fa parte della sequenza procedimentale che porta all'accertamento di un'infrazione, e non condiziona l'esistenza della violazione accertata da tali apparecchiature.

La Corte, in conclusione, ha rigettato in toto le motivazioni in quanto non incidenti sulla legittimità del verbale opposto.


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Il divieto di indossare segni religiosi, filosofici o spirituali costituisce una discriminazione diretta ai sensi dell’art. 1 della Direttiva 2000/78?

Pubblicato il: 13/10/2022

La Corte di Giustizia UE con la sentenza del 13 ottobre 2022, causa c-344/2020 ha evidenziato come l'art. 1 della Direttiva 2000/78 debba essere interpretato nel senso che l'espressione "la religione o le convinzioni personali" ivi contenuta costituisca un solo e unico motivo di discriminazione che comprende tanto le convinzioni religiose quanto quelle filosofiche o spirituali.

Invero, richiamando la propria precedente giurisprudenza ( G4S Secure Solutions 2 nonché Wabe e MH Muller Handel) la Corte osserva come una regola interna a un'impresa che vieti ai lavoratori di manifestare verbalmente, con l'abbigliamento o in qualsiasi altro modo, le loro convinzioni religiose o filosofiche non costituisca, ai sensi del diritto dell'Unione, una discriminazione diretta "basata sulla religione o sulle convinzioni personali" a condizione che essa sia applicata in modo generale e indiscriminato.

Purtuttavia, è possibile che si produca una differenza di trattamento indirettamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali quando si dimostri che la regola, apparentemente neutra, comporti un particolare svantaggio per le persone che aderiscano a una determinata religione o ideologia.

La Corte di Giustizia osserva come una simile disparità di trattamento non integrerebbe una discriminazione indiretta qualora fosse giustificata da una finalità legittima e sempre che i mezzi impiegati nel perseguimento della stessa fossero appropriati e necessari. Nondimeno, la Corte rileva come la mera volontà del datore di lavoro di perseguire una politica di neutralità, sebbene sia una finalità legittima, non sia sufficiente a giustificare una differenza di trattamento indirettamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali. Infatti, il carattere oggettivo di tale giustificazione può ravvisarsi solo in un'esigenza dell'imprenditore, al quale spetterà il relativo onere della prova.

Infine, la Corte rileva che nella valutazione dell'esistenza di una siffatta giustificazione il diritto dell'Unione non osti a che il giudice nazionale riconosca, nel bilanciamento degli interessi contrapposti, una maggiore importanza a quelli della religione o delle convinzioni personali su quelli risultanti dalla libertà d'impresa, purché ciò sia previsto dal diritto interno. In particolare, il margine di discrezionalità di cui godono gli Stati membri non può spingersi fino a consentire a questi ultimi o ai rispettivi giudici di scindere, in più motivi, uno dei casi di discriminazione indicati dall'art. 1 della Direttiva in commento, salvo mettere in discussione il testo, il contesto e le finalità di tale motivo e pregiudicare l'effetto utile del quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro previsto dall'Unione.


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Infedeltà dopo la separazione? No all’addebito

Pubblicato il: 12/10/2022

L'art. 151 c.c. richiede che la separazione possa essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio all'educazione della prole.

Uno dei motivi che può essere causa del venir meno della comunione spirituale dei coniugi è l'infedeltà, che deve intervenire nel momento in cui sia ancora in essere il rapporto di coniugio. Le pretese d'infedeltà devono essere provate dalla parte che invoca l'inadempimento dell'obbligo di fedeltà, oltre ad evidenziare l'efficacia causale nel rendere intollerabile la convivenza. Se il coniuge si oppone a tale richiesta, è suo onere provare le circostanze su cui si basa l'eccezione. Tali circostanze includono la prova che la crisi coniugale ha preceduto la presunta infedeltà.

Tanto premesso, la Corte si è interrogata se potesse, quindi, essere dichiarato l'addebito della separazione per una relazione extraconiugale iniziata dopo la dichiarazione di separazione.
La Suprema Corte, con l'ordinanza 22 settembre 2022, n. 27771, ha confermato il consolidato orientamento per cui spetta alla parte richiedente – il coniuge che chiede il divorzio per adulterio – l'onere di provare sia la condotta rilevante sia la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, mentre spetta alla parte avversa dimostrare le circostanze alla base della richiesta.

Partendo da questa base, i Supremi giudici hanno rilevato una carenza probatorio sul fatto che che la relazione extraconiugale risalisse a un'epoca precedente, o almeno contemporanea, alla dichiarata intenzione della moglie di separarsi. Infatti al marito poteva essere ricondotto esclusivamente un incontro con una donna in data successiva a quella della dichiarazione di separazione. Ciò avrebbe dovuto far rilevare che la crisi era molto più risalente e non casualmente legata alla relazione extraconiugale. Oltre a ciò la moglie non aveva contestato l'assenza di rapporto sessuali già in corso da tempo, elemento che decretava l'assenza di una comunione spirituale da parte dei coniugi.


La Corte di Cassazione ha, dunque, cassato con rinvio la sentenza.

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La Consulta dichiara l’illegittimità costituzionale parziale dell’art. 224 comma 3 Codice della Strada

Pubblicato il: 11/10/2022

La Corte Costituzionale con una sentenza additiva n. 163/2022, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 224, comma 3, D.lgs. 30 aprile 1992, n. 285 nella parte in cui non prevede che, nel caso di estinzione del reato di guida sotto l’influenza dell’alcool di cui all’art. 186, comma 2, lettere b) e c), per esito positivo della messa alla prova, il prefetto, applicando la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, ne riduca la misura della metà.
In particolare, la questione di legittimità costituzionale veniva sollevata con ordinanza 13 maggio 2021, n. 146 del Giudice di Pace di Forlì in relazione all’art. 186, comma 9-bis, del medesimo decreto legislativo e in riferimento all’art. 3 della Costituzione.
Nello specifico, il rimettente denunciava la irragionevole disparità di trattamento riservata all’imputato per la contravvenzione di guida in stato di ebbrezza che abbia ottenuto la sospensione del procedimento con messa alla prova, conclusasi con esito positivo, e l’imputato per il medesimo reato la cui pena sia stata sostituita con quella del lavoro di pubblica utilità.

Invero, in tale ultimo caso l’art. 186, comma 9-bis, del Codice della Strada prevede che lo svolgimento positivo di tale lavoro comporti non solo l’estinzione del reato ma anche la riduzione della metà della sanzione della sospensione della patente di guida applicata dal giudice. Al contrario, l’esito positivo della messa alla prova non produceva alcun effetto premiale con riguardo alla sanzione accessoria della sospensione della patente di guida. Tale diverso trattamento si rivelava, quindi, irragionevole, in considerazione delle riscontrate affinità tra i due istituti.

La Consulta con la pronuncia in commento ha reputato fondata la questione di legittimità costituzionale, alla luce delle argomentazioni svolte dalla medesima Corte con la sentenza n. 75/2020.
Nello specifico, con la citata decisione la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 224 ter, comma 6, Codice della strada nella parte in cui prevedeva che il prefetto dovesse verificare la sussistenza delle condizioni di legge per l’applicazione della sanzione amministrativa accessoria della confisca del veicolo, anziché disporne la restituzione all’avente diritto, in caso di estinzione del reato di guida sotto l’influenza dell’alcool per esito positivo della messa alla prova. Infatti, la Corte ha rilevato come gli istituti del lavoro di pubblica utilità di cui all’art. 186, comma 9-bis, del Codice della Strada e della sospensione del processo con messa alla prova di cui all’art. 168 bis c.p. si connotino per il fatto di prevedere, nella medesima ottica premiale, una prestazione di attività non retribuita in favore della collettività, la quale rappresenta l’essenza del primo e una componente imprescindibile del secondo. Quindi, la Corte ha reputato manifestamente irragionevole che al cospetto di una prestazione analoga, ossia il lavoro di pubblica utilità, nonché della medesima conseguenza della estinzione del reato, la sanzione amministrativa accessoria della confisca del veicolo venisse meno per revoca del giudice nel caso di svolgimento con esito positivo del lavoro sostitutivo, e potesse, invece, essere disposta per ordine del prefetto nel caso di esito positivo della messa alla prova.
Peraltro, quest’ultima costituisce una misura più articolata ed impegnativa dell’altra, figurandovi il lavoro di pubblica utilità come componente insieme al compimento di atti riparatori da parte dell’imputato e all’affidamento dello stesso al servizio sociale.
Orbene, la Consulta ha reputato di estendere alla soluzione della questione di legittimità costituzionale sollevata dal Giudice di Pace di Forlì con ordinanza 13 maggio 2021, n. 146 gli stessi argomenti espressi con la sentenza n. 75/2020.
Invero, la Corte ha rilevato la piena omogeneità delle situazioni messe a confronto, ove la messa alla prova sia stata concessa in un procedimento per il reato di guida sotto l’influenza dell’alcool, al di fuori dei casi previsti dal comma 2-bis dell’art. 186 Codice della Strada, in quanto sia il lavoro di pubblica utilità ex art. 186, comma 9-bis, Codice della Strada, sia la messa alla prova ex art. 168 bis cod. pen., consistono nella prestazione di attività non retribuita in favore della collettività.
La Consulta ne ricava la manifesta irragionevolezza della conseguenza applicativa per cui, al cospetto di una prestazione analoga, qual è il lavoro di pubblica utilità, e a fronte del medesimo effetto dell’estinzione del reato, la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente viene ridotta alla metà dal giudice in caso di svolgimento positivo del lavoro sostitutivo, mentre è escluso il beneficio dell’identica riduzione ove sia applicata dal prefetto nel caso di esito positivo della messa alla prova, pur costituendo quest’ultima, rispetto alla prima, misura più articolata ed impegnativa, giacché subordinata alla prestazione di lavoro di pubblica utilità e comportante, come visto, condotte riparatrici da parte dell’imputato, nonché l’affidamento dello stesso al servizio sociale.
In conclusione, la Consulta rileva come lo speciale microsistema degli istituti incentivanti di natura “premiale” operante nel trattamento sanzionatorio del reato di guida sotto l’influenza dell’alcool, ove non ricorrano le ipotesi di cui all’art. 186, comma 2-bis, Codice della Strada, debba, dunque, includere anche il regime, connotato da una medesima ratio, della messa alla prova per gli imputati adulti.

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Le criptovalute possono costituire autoriciclaggio?

Pubblicato il: 06/10/2022

La Suprema Corte nella sua sentenza ha affrontato un tema che è stato al centro di un ampio dibattito negli ultimi anni: l'uso del denaro virtuale a fini di riciclaggio.

In particolare, l'art. art. 648 ter 1 del c.p. c.p. sanziona l'impiego, nella sostituzione, nel trasferimento in attività economiche di denaro, beni o altra utilità di provenienza illecita, in modo da ostacolarne l'identificazione, da parte di chi abbia commesso lo stesso delitto presupposto o da parte del concorrente nello stesso. Il quarto comma stabilisce poi la non punibilità quando la condotta consista nella mera utilizzazione o nel godimento personale.

Partendo da questa definizione, la Corte si è interrogata se l'acquisto di moneta virtuale derivante da un fatto illecito possa considerarsi autoriciclaggio.

Si accertava, in particolare, che il ricorrente aveva gestito una attività di pubblicazione di annunci di soggetti dediti alla prostituzione su alcuni siti di meeting e che successivamente, attraverso alcune società estere che fungevano da intermediari, aveva ripulito i proventi illeciti acquistando moneta virtuale.

La sentenza della Cassazione Penale, sez. III, 25 gennaio 2022, n. 2868 offre l’occasione per riflettere su due aspetti connessi all’acquisto di moneta virtuale con denaro di provenienza illecita:

  • l’idoneità della condotta ad ostacolare la provenienza delittuosa dei beni riciclati e
  • la compatibilità dell’acquisto di moneta virtuale con l’impiego, la sostituzione e il trasferimento in attività economiche finanziarie, imprenditoriali o speculative.

La Suprema Corte, ai fini dell’integrazione del reato di autoriciclaggio, ha stabilito come non occorra che l’agente abbia posto in essere una condotta di impiego, sostituzione o trasferimento del denaro, beni o altre utilità che comporti un assoluto impedimento alla identificazione della provenienza delittuosa dei beni ottenuti illecitamente, bensì è sufficiente una qualunque attività, concretamente idonea anche solo ad ostacolare gli accertamenti sulla provenienza dei proventi illeciti.

A questo punto interviene l'elemento legato alla tracciabilità delle operazioni in moneta virtuale. Tali operazioni sono pubbliche e conservate in database specifici e aperti alla consultazione di chiunque, grazie alla tecnologia del blockchain. La Corte di Cassazione ha comunque dichiarato che tale tracciabilità delle operazioni non esclude l’idoneità ex ante della condotta ad ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa, essendo la ricostruzione del paper trail un effetto delle attività di indagine poste in essere dopo la consumazione del reato.

La Corte di cassazione ritiene, dunque, che il trasferimento del denaro nelle società estere operative in criptovalute integri un trasferimento in attività finanziaria. Inoltre, le operazioni di acquisto di moneta virtuale avrebbero ostacolato la identificazione della provenienza delittuosa dei proventi illeciti e reso quindi configurabile il reato di autoriciclaggio.


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“Fuck the police”: è vilipendio?

Pubblicato il: 05/10/2022

Il vilipendio è disciplinato all'art. 290 c.p. e si concretizza nella manifestazione di disprezzo o dileggio verso la Repubblica, le Assemblee legislative o una di queste, ovvero il Governo o la Corte costituzionale o l'ordine giudiziario, oltre che le Forze Armate dello Stato.

Il vilipendere non si identifica con la mera critica, anche aspra, nei confronti delle istituzioni, ma solamente con la critica che ecceda i limiti di decoro e correttezza e del prestigio delle stesse.
Infatti esso si concretizza nel ricusare qualsiasi valore etico, sociale o politico all'entità contro cui è diretta la manifestazione, così da negarle ogni prestigio, rispetto e fiducia, in modo da indurre i destinatari della manifestazione al disprezzo delle istituzioni o addirittura ad ingiustificate disobbedienze.

Nel caso di specie la Corte si è interrogata se la pubblicazione sul proprio profilo Instagram di una foto di una vettura della polizia locale con una dicitura offensiva possa costituire vilipendio.

La pronuncia n. 35328 del 21 aprile 2022 ha escluso la sussistenza del reato di vilipendio delle Forze Armate nella pubblicazione, su un profilo Instagram, di una foto che ritraeva l’imputato accanto ad un’autovettura in uso alla Polizia locale, accompagnata dalla dicitura “fuck the police”.

La stessa Corte ha precisato come il vilipendio sia configurabile allorché “l'agente adotti, con coscienza e volontà, espressioni di ingiuria o di disprezzo atte a ledere il prestigio e l'onore della collettività nazionale, a prescindere da quelli che possano essere i veri sentimenti da lui nutriti al riguardo”.
La Corte, a riguardo, ha convalidato la posizione della difesa, dichiarando legittima la richiesta di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto. Si evidenziava infatti come il minore aveva riconosciuto il proprio comportamento come antigiuridico, aveva effettuato un risarcimento simbolico in favore delle Forze dell’ordine ed, infine, aveva contestualizzato la scritta sopra citata in un contesto goliardico e inconsapevole, del tutto privo di scopi denigratori.
Oltre a questo, è stato rilevato dalla Corte la mancanza di qualifica del soggetto passivo destinatario dell'offesa. La giurisprudenza è chiara, infatti, nel stabilire che “la Polizia locale di un Comune non possiede la qualifica di Forza armata”.

La Corte di Cassazione ha, così, annullato la sentenza sia per la tenuità del fatto, ma soprattutto perché essenzialmente il fatto non sussiste.


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Offese sui social alla ex moglie? È diffamazione

Pubblicato il: 02/10/2022

La diffamazione è disciplinata dall'art. 595 c.p. che si concretizza nell'offesa alla reputazione di un'altra persona.
Il bene giuridico tutelato è quindi la reputazione, vista come la stima che gli altri hanno della sfera morale di una persona, nell'ambiente in cui essa vive, la quale riceve tutela dalla legge come interesse del soggetto alla sua conservazione e al suo rispetto da parte dei consociati.

I presupposti per la configurazione del reato di diffamazione sono l'offesa dell'altrui reputazione, l'impossibilità, per il soggetto passivo, di percepire fisicamente l'offesa arrecatagli ed, infine, la presenza di almeno due persone.


Partendo da questi presupposti, la Cassazione si è interrogata se delle frasi offensive pubblicate dall'ex marito sulla pagina Facebook della ex moglie possano essere considerate diffamazione o se sia un comportamento giustificabile dallo stato d'ira.

Nel caso di specie, la Suprema Corte ha confermato la configurazione del reato di diffamazione. Rileva, infatti, la mancanza del nesso di causalità tra la reazione dell'imputato e il fatto asseritamente ingiusto. La Corte non ha, quindi, ritenuto condivisibile la richiesta di applicazione dell'esimente dell'art. 599, comma 2, c.p., che prevede una vera e propria causa di esclusione della punibilità, qualora le parole diffamatorie siano pronunciato immediatamente dopo aver subito un fatto ingiusto ed in conseguenza di esso.
Secondo l'orientamento maggioritario, "nel reato di diffamazione, ai fini della configurabilità dell'esimente di cui all'art. 599 c.p., pur non rilevando la proporzione tra la reazione e il fatto ingiusto altrui, è tuttavia necessario che sussista un decisivo nesso di causalità tra il fatto provocatorio e il fatto provocato, non essendo sufficiente il legame di mera occasionalità (Cass. civ., n. 39508 del 11/05/2012)".

La Corte ha, in conclusione, dichiarato inammissibile il ricorso, rigettando l'ipotesi che lo stato d’ira per una separazione complicata possa costituire un’esimente per l’ex marito che insulta l’ex moglie sui social media.


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Operaio muore durante la ristrutturazione: è reato del committente?

Pubblicato il: 28/09/2022

L’art. 90 Tusl, ai commi 3 e 4, prevede che: "nei cantieri in cui è prevista la presenza di più imprese, anche non contemporanea, il committente, anche nei casi di coincidenza con l'impresa esecutrice, o il responsabile dei lavori, contestualmente all'affidamento dell'incarico di progettazione, designa il coordinatore per la progettazione” e che “il committente o il responsabile dei lavori, prima dell'affidamento dei lavori, designa il coordinatore per l'esecuzione dei lavori".
Anche il committente dei lavori, quindi, ha dei compiti importanti per lo svolgimento dei lavori di ristrutturazione, potendo egli scegliere le persone che ne coordineranno l’esecuzione e vigileranno, tra le altre cose, sull’osservanza del piano di sicurezza durante i lavori.

Tanto premesso, occorre chiedersi quali profili di responsabilità possano ravvisarsi in capo al committente nel caso in cui questo non abbia provveduto a designare le figure richieste e si sia poi verificato, nel corso dei lavori, un infortunio mortale a danno di un operaio: la Corte di Cassazione, con sentenza n. 21072 del 31 maggio 2022, ha affrontato proprio questo tema, optando per la configurabilità del reato di omicidio colposo.

La vicenda all’esito della quale si è pronunciata la Corte, in particolare, riguardava la morte sul lavoro di un carpentiere dipendente di una ditta di costruzioni. Egli, nello specifico, trasportando all’interno del cantiere del materiale con una carriola, era scivolato nella profonda buca che era stata realizzata per le fondamenta dell’immobile da costruire (ma non era stata protetta da recinzioni) e, cadendo sopra un palo sporgente (anch’esso privo delle opportune protezioni), era deceduto.
In relazione a questo fatto, il Tribunale aveva condannato, per il reato di omicidio colposo con violazione della disciplina antinfortunistica, tre soggetti:

  1. il titolare della ditta esecutrice dei lavori;
  2. il direttore dei lavori;
  3. la proprietaria del terreno e committente dei lavori, non avendo questa nominato un responsabile per la sicurezza, predisposto il piano operativo per la sicurezza (c.d. pos) nominato il coordinatore per la progettazione e per l'esecuzione delle opere.

La Corte di appello, successivamente, aveva integralmente confermato la sentenza, sicchè la proprietaria aveva proposto ricorso, dolendosi del vizio di motivazione e contestando la rilevanza causale nel caso di specie della mancata indicazione del coordinatore per la sicurezza.
Ritenendo il ricorso manifestamente infondato, la Cassazione ha operato alcune precisazioni.

Il Supremo Collegio, segnatamente, ha ritenuto corretto e logico il ragionamento che era già stato svolto dalla Corte distrettuale, riportandolo e condividendolo.
In particolare, i giudici d’appello avevano affermato:

  • che l'obbligo di nominare il coordinatore per la progettazione e l'esecuzione dei lavori imposto al committente riveste una fondamentale importanza in quanto il coordinatore per l'esecuzione dei lavori ex art. 92 Tusl ha il compito di vigilare sulla corretta osservanza delle prescrizioni del piano di sicurezza e sulla scrupolosa applicazione delle procedure a garanzia dell'incolumità dei lavoratori nonchè di adeguare il piano di sicurezza in relazione alla evoluzione dei lavori, con conseguente obbligo di sospendere, in caso pericolo grave ed imminente, le singole lavorazioni;
  • che il comportamento del proprietario-committente che non provveda a tale designazione integra una condotta omissiva che contribuisce colposamente all’eventuale morte dell’operaio, sicchè può ben essere accertato il necessario nesso eziologico;
  • che a nulla rileva il fatto che il proprietario-committente, non essendo dotato della preparazione tecnica necessaria, abbia delegato i suoi compiti al direttore lavori in quanto quest’ultimo svolge un'attività limitata alla sorveglianza tecnica attinente all'esecuzione del progetto nell'interesse del committente ed è figura ben diversa da quella del coordinatore per la progettazione e l'esecuzione delle opere.

In conclusione, la Suprema Corte ha richiamato la recente Cass. c.d. Cribari n. 5802/2021 secondo cui "in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, il rischio derivante dalla conformazione dell'ambiente di lavoro grava sul committente, perchè, inerendo all'ambiente di lavoro, non è riconducibile alla natura specialistica dei lavori commissionati all'impresa appaltatrice”.


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Ricovero in ospedale? È concussione se il medico chiede il compenso

Pubblicato il: 28/09/2022

Il reato di concussione si configura quando un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio abusa della propria posizione per ottenere un vantaggio personale.

L’art. 317 c.p. può manifestarsi sia nell'esercizio di attività vincolata, manifestandosi nel mancato compimento dell'atto, sia nell'esercizio di attività discrezionale, anche se in questo caso sarà più arduo dimostrare la devianza dall'interesse pubblico dell'attività.

L'effetto concussivo può essere ottenuto sia tramite violenza, sia tramite minaccia, ovvero la prospettazione di un male ingiusto e notevole.

Sul tema la Corte di Cassazione si è interrogata se un dirigente medico di un ospedale e il responsabile del servizio di interruzione di gravidanza debbano essere considerati colpevoli per aver richiesto somme di denaro non dovute a persone che si erano rivolte volontariamente all'ospedale per interrompere la gravidanza entro i primi novanta giorni dal suo inizio e di aver subordinato la tempestiva esecuzione di una procedura al pagamento di tali somme, nonostante si trattasse di una prestazione interamente a carico del Servizio sanitario nazionale.

La Suprema Corte, con la sentenza 27 luglio 2022, n. 29944, ha qualificato la condotta come concussione.

Da un punto di vista di configurazione del reato, i Supremi Giudici hanno confermato che la forza coercitiva della condotta del medico, seppur attenuata dal fatto che i pazienti non rischiasse di non poter interrompere la gravidanza entro i novanta giorni previsti dalla legge, è pienamente presente, poiché si presentava comunque una situazione suscettibile di mettere le pazienti in una condizione di grave difficoltà, anche solo psicologica, materialmente accresciuta dalla circostanza che i due medici erano gli unici operatori sanitari non obiettori di coscienza dell'ospedale.

Oltre a questo, la semplice richiesta di una remunerazione indebita da parte del medico responsabile del servizio sanitario pubblico ha un effetto concussivo.
Infatti i pazienti e le loro famiglie sono particolarmente vulnerabili nei confronti dei medici responsabili del sistema sanitario pubblico, dai cui servizi dipende la conservazione di beni fondamentali, come la salute e in alcuni casi la vita. Questi beni possono essere compromessi non solo da un comportamento ostile o di ritorsione, ma anche dalla riluttanza o dal ritardo del terapeuta nel rispondere.

La Corte di Cassazione ha ribadito, altresì, il principio oramai granitico che l'abuso non deve necessariamente assumere la forma di espressioni esplicite; può essere attuato anche attraverso una minaccia implicita o allusiva, purché idonea a condizionare le scelte della persona offesa.

Con queste ragioni, la Corte ha confermato l'interpretazione della Corte d'Appello e configurato il fatto come concussione.


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Pignoramento presso terzi: le nuove regole

Pubblicato il: 27/09/2022

A novembre 2021 è stata approvata la L. 206/2021, recante “delega al Governo per l'efficienza del processo civile e per la revisione della disciplina degli strumenti di risoluzione alternativa delle controversie e misure urgenti di razionalizzazione dei procedimenti in materia di diritti delle persone e delle famiglie nonchè in materia di esecuzione forzata”.
Tale intervento normativo, meglio conosciuto come c.d. Riforma Cartabia, quindi, insegue l’importante obiettivo di incrementare l’efficienza del processo e razionalizzarne la disciplina.

Anche la disciplina del processo esecutivo è stata rimaneggiata dal legislatore nell’ottica della semplificazione. Tra le varie novità introdotte, in particolare, spicca la modifica dell’espropriazione presso terzi.

Nello specifico resta fermo che questa tipologia di pignoramento – cui, giova ricordarlo, si ricorre nel caso in cui il terzo sia in possesso di un bene del debitore oppure si qualifichi come debitor debitoris – si esegue, ai sensi dell’art. 533 c.c., mediante atto notificato al terzo e al debitore che contenga:

  • l'ingiunzione al debitore;
  • l'indicazione del credito per il quale si procede, del titolo esecutivo e del precetto;
  • l'indicazione, almeno generica, delle cose o delle somme dovute e l’intimazione al terzo di non disporne senza ordine del giudice;
  • la dichiarazione di residenza o l'elezione di domicilio nel comune in cui ha sede il tribunale competente nonché l’indicazione dell’indirizzo pec del creditore procedente;
  • la citazione del debitore a comparire davanti al giudice competente, con l'invito al terzo a comunicare la dichiarazione di cui all'articolo 547 al creditore procedente entro dieci giorni; con l'avvertimento al terzo che in caso di mancata comunicazione della dichiarazione, la stessa dovrà essere resa dal terzo comparendo in un'apposita udienza e che quando il terzo non compare o, sebbene comparso, non rende la dichiarazione, il credito pignorato o il possesso di cose di appartenenza del debitore, nell'ammontare o nei termini indicati dal creditore, si considereranno non contestati ai fini del procedimento in corso e dell'esecuzione fondata sul provvedimento di assegnazione.

Resta ferma altresì la previsione del comma terzo per cui, eseguita l'ultima notificazione, l'ufficiale giudiziario consegna senza ritardo l'originale dell'atto di citazione al creditore, il quale deve depositare nella cancelleria del tribunale competente la nota di iscrizione a ruolo, con copie conformi dell'atto di citazione, del titolo esecutivo e del precetto, entro trenta giorni dalla consegna a pena di inefficacia del pignoramento.

Ebbene, in aggiunta a questo onere del creditore procedente, la c.d. Riforma Cartabia ne prevede uno ulteriore. Segnatamente, il nuovo quarto comma prevede che “il creditore, entro la data dell'udienza di comparizione indicata nell'atto di pignoramento, notifica al debitore e al terzo l'avviso di avvenuta iscrizione a ruolo con indicazione del numero di ruolo della procedura e deposita l'avviso notificato nel fascicolo dell'esecuzione. La mancata notifica dell'avviso o il suo mancato deposito nel fascicolo dell'esecuzione determina l'inefficacia del pignoramento”.

Inoltre, il legislatore specifica che qualora il pignoramento sia eseguito nei confronti di più terzi, l'inefficacia si produce solo nei confronti dei terzi rispetto ai quali non è notificato o depositato l'avviso. In ogni caso, ove la notifica dell'avviso non sia effettuata, gli obblighi del debitore e del terzo cessano alla data dell'udienza indicata nell'atto di pignoramento.


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