Registrazioni in classe: possibili?

Pubblicato il: 24/05/2022

I professori sono autorizzati a registrare la lezione in classe? E, in caso di divieto, esso vale anche se la registrazione non è destinata alla diffusione ma è destinata all’uso personale del docente?

Recentemente è giunta all’attenzione della Corte di Cassazione una peculiare vicenda – svoltasi prima dell’avvento del GDPR – che vedeva come protagonista un professore di scuola secondaria superiore che aveva impugnato un ordine di servizio del dirigente dell’Istituto scolastico con il quale gli veniva vietato di registrare le lezioni svolte in classe, deducendone l’illegittimità. Gli studenti, infatti, si erano accorti di essere stati registrati nelle ore scolastiche e se ne erano lamentati con il Preside.
Il Tribunale, tuttavia, aveva respinto la domanda e la Corte d’appello aveva poi confermato la sentenza di prime cure, essendo stato accertato che il professore non solo non aveva informato gli alunni della registrazione ma perfino aveva celato il registratore dietro i libri.

Avverso la sentenza di secondo grado aveva dunque proposto ricorso, lamentando – per quanto qui di interesse – la mancata applicazione dell’art. 5 comma 3 Codice privacy nella formulazione allora vigente, secondo cui le prescrizioni del Codice della privacy non si applicano ai casi di trattamento di dati personali effettuato da persone fisiche per fini esclusivamente personali e non destinato in alcun modo alla diffusione. Il ricorrente, infatti, dichiarava di aver registrato solo per poi riascoltare a casa la propria lezione e migliorare la propria dialettica.

La Corte di Cassazione, con ordinanza n.14270 del 5 maggio 2022, ha ritenuto il ricorso in parte inammissibile e nel resto infondato, operando alcune precisazioni in tema di registrazioni in classe.
Ebbene, innanzitutto, la Suprema Corte nella motivazione dell’ordinanza ha

  • richiamato l'art. 4 Codice privacy, comma 1, lett. a) – come vigente ratione temporis– ai sensi del quale costituiva "trattamento" dei dati personali qualunque operazione, con o senza l'ausilio di strumenti elettronici, concernente (tra le altre attività) la registrazione di dati;
  • ricordato che ai sensi dello stesso comma 1, della successiva lett. b), è "dato personale" "qualunque informazione" relativa a persona fisica, identificata o identificabile, anche indirettamente: la voce di una persona registrata da un apparecchio elettronico, pertanto, costituisce un dato personale se e in quanto essa consente di identificare la persona interessata;
  • rilevato che nella registrazione della lezione che si svolge in una classe possono essere contenuti interventi degli studenti, la cui persona è facilmente identificabile, trattandosi di una comunità ristretta;
  • concluso che pertanto la registrazione della lezione si qualifica come trattamento di dati personali;
  • esclusa la sussistenza, nel caso di specie, dell’invocato fine personale di migliorare la propria dialettica, che comunque non giustificherebbe la registrazione anche degli interventi degli studenti.

Per tutti questi motivi, gli Ermellini hanno ritenuto pienamente legittimo l’espresso divieto di registrazione eventualmente imposto dal Dirigente Scolastico.


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Telecamera nei bagni dell’azienda: è reato anche se malfunzionante?

Pubblicato il: 23/05/2022

È noto che il reato di interferenze illecite nella vita privata è disciplinato dall’art. 615 bis c.p., che, al primo comma, punisce con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, mediante l'uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nei luoghi indicati nell'articolo 614 c.p.
La disposizione punisce essenzialmente gli atti di intromissione indebita nella sfera privata altrui, senza una introduzione fisica, ma solo mediante riprese visive o sonore.

È altrettanto noto che il citato art. 614 c.p. fornisce una definizione di domicilio che comprende l'abitazione o ogni altro luogo di privata dimora, o le appartenenze di esso. A tali riguardi, è già stata sdoganata la riconduzione alla nozione di domicilio anche dei luoghi destinati ad attività lavorativa o professionale, nei quali si svolgono non occasionalmente atti della vita privata.
L’installazione di telecamere o fotocamere nascoste nei bagni aziendali, pertanto, può integrare sicuramente il reato di interferenze illecite nella vita privata nei confronti dei dipendenti.

Ma, qualora gli strumenti di ripresa installati non siano idonei allo scopo, è punibile e il tentativo?
La Corte di Cassazione, con sentenza n. 17065 del 2 maggio 2022, ha risposto a tale quesito in senso affermativo. Il Collegio, invero, ha chiarito – richiamando alcuni propri precedenti sul tema (cfr. Cass. c.d. Fontana n. 4669/2018) – che “la circostanza che il procacciamento indebito delle immagini e delle notizie delinei non l'evento naturalistico del reato, bensì l'intrinseco contenuto della condotta punita, non toglie che proprio l'imprescindibilità dell'utilizzo dei suddetti strumenti riveli come la condotta del delitto si frazioni in una pluralità di atti volti a garantire l'indiscrezione tecnologica, sicchè, quando in concreto ciò avvenga, si configura il tentativo, integrato dal compimento di atti idonei ed univocamente diretti a procurarsi le immagini e le notizie descritte dalla norma incriminatrice”.

La Corte, infatti, ha evidenziato che l'idoneità degli atti, valida per l'integrazione della figura del delitto tentato, deve essere considerata nella sua potenzialità, causalmente atta a conseguire il risultato progettato, dovendosi avere riguardo alla situazione che l'agente si era prospettato al momento dell'azione criminosa, a prescindere dal contemporaneo intervento esterno che abbia impedito la realizzazione dell'evento.

Il caso di specie, in particolare, vedeva come protagonista un soggetto condannato dal Tribunale in ordine al delitto di interferenze illecite nella vita privata per aver questo, in qualità di datore di lavoro, installato nel bagno riservato alle dipendenti due apparecchiature funzionali alla captazione delle immagini, collocate nel porta carta igienica e di fronte al wc.
Avverso tale sentenza aveva proposto appello la difesa dell’imputato, ma la Corte distrettuale, solo in parziale riforma della pronuncia di prime cure, aveva confermato la penale responsabilità dell'imputato e, previa riqualificazione del delitto nell'ipotesi tentata alla luce della mancata prova circa l’effettiva acquisizione di immagini, aveva ridotto la pena.
La difesa aveva dunque impugnato la sentenza di secondo grado, limitandosi a ripetere quanto dedotto nei gradi precedenti (e cioè che il sistema di video ripresa era incompleto, insufficiente e di scarsa potenzialità e perciò inidoneo alla acquisizione di immagini): ritenendo dunque tale ricorso inammissibile, la Cassazione ha ribadito con chiarezza i principi ora esposti.


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Recupero crediti: chi prova la qualità degli eredi se il debitore muore?

Pubblicato il: 22/05/2022

È noto che, quando un soggetto muore, i suoi eventuali debiti non si estinguono ma il creditore può cercare la propria soddisfazione agendo contro l’erede. La successione a titolo universale, infatti, costituisce il fenomeno giuridico in forza del quale un soggetto subentra nella totalità delle situazioni giuridiche che esistevano in capo al de cuius, compresi i rapporti passivi.
È altrettanto noto che l’erede risponde con tutti i suoi beni oppure solo nei limiti del patrimonio relitto a seconda che l’eredità sia accettata puramente e semplicemente o con beneficio di inventario.

Tutto ciò brevemente premesso, occorre però chiedersi su chi gravi l’onere di provare la qualità di erede del soggetto contro cui il creditore agisce giudizialmente per ottenere la soddisfazione dei propri crediti. Ebbene, la Corte di Cassazione, con ordinanza n. 13550 del 29 aprile 2022, ha fornito una chiara risposta proprio a tale quesito, ribadendo il consolidato orientamento giurisprudenziale sul punto: l’onere della prova spetta al creditore.

Con il citato provvedimento, infatti, la Suprema Corte ha

  • ricordato alcuni illustri precedenti (cfr. Cass., n. 13639/2018 e Cass., n. 8053/2017) secondo i quali la delazione che segue l’apertura della successione, pur rappresentandone un presupposto, non è di per sé sola sufficiente all’acquisto della qualità di erede, perché a tale effetto è necessaria anche, da parte del chiamato, l’accettazione mediante “aditio” oppure per effetto di “pro herede gestio” oppure per la presenza delle condizioni di cui all’art. 485 c.c.;
  • evidenziato che, in considerazione di ciò, “spetta a colui che agisca in giudizio nei confronti del preteso erede per debiti del de cuius l’onere di provare, in applicazione del principio generale contenuto nell’art. 2697 c.c., l’assunzione da parte del convenuto della qualità di erede”;
  • precisato che, infatti, vale anche in materia tributaria il principio per cui l’accettazione espressa o tacita dell’eredità da parte del chiamato rappresenta un elemento costitutivo del diritto azionato nei confronti del soggetto evocato in giudizio nella qualità di erede;
  • chiarito infine che, a tali riguardi, non operano presunzioni, non potendo desumersi l’assunzione della qualità di erede dalla denuncia di successione, che ha natura di atto meramente fiscale.

La vicenda giunta all’attenzione della Corte, in particolare, riguardava un credito dell’Agenzia delle Entrate nei confronti di un contribuente che non aveva pagato alcune somme a titolo di imposta IRAP e IVA. Essendo il debitore deceduto, l’Ufficio aveva notificato un avviso di accertamento agli eredi. I soggetti notificati, però, avevano proposto ricorso contestando la propria qualità di erede.
La Commissione Tributaria, Provinciale prima e Regionale poi, allora, aveva dato ragione ai ricorrenti ritenendo che l’onere di provare la qualità di erede, gravante in capo al creditore, non fosse stato soddisfatto dall’Agenzia delle Entrate.
Il provvedimento del Giudice tributario di secondo grado, allora, era stato impugnato dall’Ufficio: nel ritenere il ricorso infondato, la Corte di Cassazione ha dunque ribadito i principi sopra richiamati.


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Concorso Carabinieri: si possono avere tatuaggi?

Pubblicato il: 17/05/2022

Può il bando di concorso per entrare nell’Arma dei Carabinieri contenere una clausola che richiede che il candidato non presenti tatuaggi visibili con l’uniforme, a pena di esclusione? E, in caso di risposta positiva, che natura ha l’opinione espressa dalla commissione medica giudicatrice sulla visibilità del tattoo? È un legittimo giudizio tecnico o una non consentita valutazione?
A tali quesiti, ha di recente fornito risposta il Consiglio di Stato, con sentenza n. 2615/2022.

Nel corso della motivazione del citato provvedimento, nello specifico, i Giudici di Palazzo Spada hanno

  • chiarito che clausole di questo genere sono legittime e possono essere inserite nel bando;
  • ricordato il consolidato orientamento giurisprudenziale (cfr. ex multis Cons. St. n. 7920/2020) secondo cui, per escludere un candidato dalle procedure selettive del tipo in questione, ritiene sufficiente la visibilità di un tatuaggio;
  • precisato che è un fatto notorio, invero, che l'abbigliamento indossato segue i movimenti del corpo nello spazio e che con l’uniforme ‘corta' (come, ad esempio, è il completo con pantaloncino, destinato a scopi ginnici ovvero ad essere indossato a bordo di natanti) è più facile che parti scoperte del corpo possano scoprirsi ancora di più, rendendo visibili tratti di pelle non coperti.

Tutto ciò premesso, il Collegio ha chiarito che la commissione medica giudicatrice, nel corso della visita per l’idoneità psicofisica del candidato, deve verificare l’oggettiva visibilità di un tatuaggio, anche con riferimento all’ipotesi in cui si indossi l’abbigliamento d'ordinanza di misura ridotta e anche mediante il compimento di alcuni specifici movimenti da parte del candidato (come flessioni sulle gambe ovvero sedersi).
Nel trarre le conclusioni circa la visibilità del tatuaggio all’esito di questa prova, in particolare, la commissione – precisa il Consiglio di Stato – non compie alcuna ‘valutazione', limitandosi ad un “oggettivo giudizio d'ordine strettamente ‘tecnico'”, del tutto legittimo.

Il caso di specie, in particolare, vedeva protagonista un soggetto che aveva provato ad entrane nell’Arma dei Carabinieri ma era stato ritenuto non idoneo dal punto di vista psico-fisico in quanto presentava un grosso tatuaggio sulla coscia che fuoriusciva dai pantaloncini della tuta durante i movimenti.
L’interessato, dunque, si era rivolto al TAR chiedendo l’annullamento del provvedimento con il quale la commissione per lo svolgimento degli accertamenti psicofisici lo aveva ritenuto non idoneo nonché dei provvedimenti connessi, compreso il bando di concorso nella parte in cui prevedeva la non idoneità per il candidato che presenta tatuaggi visibili con ogni tipo di uniforme. Il ricorso, tuttavia, era stato rigettato.
Il candidato aveva dunque proposto appello innanzi al Consiglio di Stato, dolendosi – per quanto in questa sede di rilievo – dell’erroneità della sentenza di prime cure, che sarebbe violativa dell'art. 66 c.p.a nella parte in cui non considera che la commissione medica aveva fornito un parere non meramente ‘tecnico' ma ‘valutativo' e, come tale, non di sua competenza.
Ritenendo tale impugnazione infondata, il Consiglio di Stato ha dunque chiarito i principi sopra riportati.


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Locatore vende senza avvisare il conduttore: è ammesso risarcimento?

Pubblicato il: 16/05/2022

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 10136 del 29 marzo 2022, ha affrontato il tema della violazione dell’obbligo di denuntiatio esistente in capo al locatore in caso di vendita dell’immobile locato, con particolare riferimento alla configurabilità di un eventuale risarcimento a favore del conduttore.

Deve però preliminarmente chiarirsi, a questi riguardi, in che cosa consista l’obbligo di denuntiatio. Ebbene, l’art. 38 L. 292/1978 dispone che “nel caso in cui il locatore intenda trasferire a titolo oneroso l'immobile locato, deve darne comunicazione al conduttore con atto notificato a mezzo di ufficiale giudiziario”. Il legislatore specifica, inoltre, che nella comunicazione devono essere indicati il corrispettivo, da quantificare in ogni caso in denaro, le altre condizioni alle quali la compravendita dovrebbe essere conclusa e l'invito ad esercitare o meno il diritto di prelazione.
È proprio per consentire al conduttore di manifestare le proprie intenzioni di acquistare egli stesso l’immobile, infatti, che il locatore gli deve comunicare il desiderio concreto di vendere.

Tanto premesso, ci si può quindi chiedere che accade nel caso in cui tale obbligo non risulti adempiuto. Può essere configurabile un risarcimento? Con la recente pronuncia, la Suprema Corte ha fornito una elaborata risposta a tale interrogativo.
I giudici di legittimità, difatti, hanno:

  • ricordato che l’obbligo di denuntiatio – come già affermato dalle richiamate Sez. Un. n. 5359/1989 – consiste in un obbligo legale di interpello, vincolato nella forma e nel contenuto, diretto a mettere il conduttore nella condizione di esercitare il diritto di prelazione, che si colloca “anteriormente alla vendita, la quale, se effettuata in favore di terzi senza essere preceduta dal detto interpello, segna, di quell'obbligo, il definitivo inadempimento”;
  • evidenziato che la sanzione di tale inadempimento è, nel sistema della legge, solo il diritto di riscatto, da esercitare, ad iniziativa del conduttore, nelle forme e nei termini previsti dall' art. 39 L. 292/1978: in caso di vendita a terzi, quindi, al conduttore pretermesso non compete altresì un "rimedio attuativo" dell'obbligo di preferire che, in difetto della denuntiatio, gli consenta un trasferimento diretto;
  • precisato altresì che, l'inadempimento del locatore all'obbligo legale della denuntiatio e poi il silenzio “non possano, di regola, considerarsi fonte di alcun obbligo risarcitorio nei confronti del conduttore il cui (eventuale) interesse all'acquisto, con diritto di prelazione, dell'immobile locato rimanga inattuato”: tanto la Corte afferma in ragione del fatto che il meccanismo di attuazione di tale interesse, rimesso esclusivamente all'iniziativa ed alla diligenza dello stesso conduttore, è ritenuto di per sé pienamente idoneo e sufficiente a tal fine, sicchè l'inattuazione di quell'interesse deve di regola ritenersi causalmente imputabile allo stesso conduttore, inerte o negligente nell'attivare le iniziative a sua tutela.

Per tali ragioni, il Collegio – in ossequio al pacifico orientamento giurisprudenziale sul punto – ritiene che la responsabilità risarcitoria del locatore/venditore possa configurarsi, a titolo extracontrattuale, solo a condizione che il conduttore, decaduto dal diritto di esercitare il riscatto, ne dimostri la malafede. Deve essere perciò dimostrato che il locatore abbia mantenuto un comportamento “diverso e più articolato del semplice silenzio… in grado di infondere oggettivamente e univocamente nel conduttore il convincimento che quella vendita non sia stata operata e comunque a indurlo a non attivarsi per effettuare le opportune visure”.
In mancanza della dimostrazione di questo intento fraudolento, infatti, non sarebbe possibile riconoscere un nesso di causalità tra l'inadempimento dell'obbligo di denuntiatio ed il pregiudizio dell'interesse del conduttore all'acquisto dell'immobile.

Il caso di specie, in particolare, riguardava il riscatto di un immobile oggetto di locazione commerciale, a seguito della vendita dello stesso a terzi non preceduta da denuntiatio, esercitato dal conduttore che con una lettera aveva manifestato l’intenzione di acquistarlo. L’attore, in via subordinata, aveva pure chiesto la condanna del locatore al risarcimento dei danni.
Il Tribunale, tuttavia, aveva rigettato le istanze attoree e, successivamente, la Corte di appello aveva confermato tale decisione.
Il conduttore, pertanto, aveva proposto ricorso per Cassazione dolendosi – con esclusivo riferimento al tema della eventuale risarcibilità del danno, che qui interessa – della violazione degli articoli della 38 e 39 L. 292/1978 e [[n1175]], 2043 e 2697 c.c. in relazione al confermato rigetto della subordinata domanda risarcitoria. La Corte, tuttavia, sulla scorta dei principi sopra esaminati, ha ritenuto la doglianza infondata e ha rigettato il ricorso.


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Appello: cosa accade se il fascicolo di parte non è depositato in tempo?

Pubblicato il: 15/05/2022

Cosa accade se il difensore, nel giudizio d’appello, deposita tardivamente il fascicolo di parte? Questo ritardo rende forse inammissibile l’impugnazione?
La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 14096 del 4 maggio 2022, ha fornito risposta a questo quesito. Al fine di comprendere il contenuto di tale approdo giurisprudenziale, pare utile richiamare brevemente alla memoria le norme di riferimento.

Ebbene, l’art. 169 c.p.c. prevede che ciascuna parte possa ottenere dal giudice istruttore l'autorizzazione di ritirare il proprio fascicolo dalla cancelleria, ma il fascicolo deve essere di nuovo depositato ogni volta che il giudice lo disponga. Il legislatore dispone inoltre che ciascuna parte abbia la facoltà di ritirare il fascicolo all'atto della rimessione della causa al collegio a norma dell'art. 189, ma deve restituirlo al più tardi al momento del deposito della comparsa conclusionale.

L’art. 190 c.p.c., poi, prevede che le comparse conclusionali debbano essere depositate entro il termine perentorio di sessanta giorni dalla rimessione della causa al collegio.

Riguardo l’operatività di tali norme con riferimento al giudizio d’appello, tuttavia, i giudici di legittimità hanno optato per la soluzione negativa. Con il provvedimento citato, infatti, la Suprema Corte ha ribadito un proprio orientamento già consolidato (cfr. Cass. n. 28462/2013; Cass., n. 29309/2017 e Cass. 21571/2020) per cui, nonostante il termine per il deposito del fascicolo di parte sia perentorio, la sua inosservanza “produce effetti limitati alla decisione del giudice di prime cure, sicchè il deposito del fascicolo nel giudizio di appello non costituisce introduzione di nuove prove documentali”.

Pertanto, in caso di deposito tardivo del fascicolo di parte nel giudizio d’appello, il giudice non potrà dichiarare il gravame inammissibile, sempre che – come ritiene opportuno specificare a Corte – i documenti contenuti nel fascicolo siano stati prodotti nel giudizio di primo grado, nell’osservanza delle preclusioni probatorie ex artt. 165 e 166 c.p.c.

Il caso di specie, in particolare, riguardava un’azione risarcitoria proposta avverso il Fondo di garanzia per le vittime della strada da un soggetto che era stato investito per la strada da ignoti.
Il Giudice di Pace aveva rigettato la domanda, ritenendo non attendibile il testimone sentito.
Il danneggiato aveva dunque impugnato la pronuncia ma il Tribunale aveva ritenuto inammissibile l’appello in quanto l’appellante aveva ritirato il suo fascicolo all’udienza di precisazione delle conclusioni e l’aveva depositato oltre il termine perentorio fissato per il deposito delle comparse conclusionali.
L’appellante soccombente allora aveva proposto ricorso in Cassazione, dolendosi della violazione e falsa applicazione degli articoli 169, 190 e 345 c.p.c.: in accoglimento del gravame, la Corte ha allora precisato il principio sopra esposto.


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Consulta: sì al doppio cognome per i figli

Pubblicato il: 12/05/2022

La Corte costituzionale, con decisione comunicata in data 27 aprile 2022, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di tutte le norme che prevedono l’automatica attribuzione del cognome del padre, con riferimento ai figli nati nel matrimonio, fuori dal matrimonio e ai figli adottivi. Nell'attesa del deposito della sentenza, appare allora utile esaminare brevemente il quadro normativo di riferimento e comprendere quali sono i principi posti a fondamento di questa recente pronuncia della Consulta.

Ebbene, la norma colpita dalla declaratoria di illegittimità della Corte è l'art. 262 c.c., il quale al primo comma dispone che “il figlio [naturale] assume il cognome del genitore che per primo lo ha riconosciuto. Se il riconoscimento è stato effettuato contemporaneamente da entrambi i genitori il figlio [naturale] assume il cognome del padre".
Quindi in base a tale norma, retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, fino ad oggi i neonati – in mancanza di diverso accordo tra i genitori segnalato al momento della nascita – hanno assunto in automatico il cognome del papà anziché quello di entrambi i genitori.

La Corte Costituzionale, tuttavia, cambia oggi le carte in tavola, affermando che “la regola diventa che il figlio assume il cognome di entrambi i genitori nell’ordine dai medesimi concordato, salvo che essi decidano, di comune accordo, di attribuire soltanto il cognome di uno dei due”.
Inizia dunque l’era del doppio cognome per i figli, come già avviene ad esempio in Spagna.

Ma su quali principi si fonda questa dirompente pronuncia della Consulta?
Alla base del nuovo principio di diritto troviamo il principio di eguaglianza e l’interesse del figlio, per cui – riportando pedissequamente l’espressione dei Giudici delle Leggi – entrambi i genitori devono poter condividere la scelta sul suo cognome, che costituisce elemento fondamentale dell’identità personale.
E dunque, i dati normativi di riferimento per questo nuovo approdo sono:

  • gli articoli 2 e 3 Cost;
  • l’art. 117 Cost. n relazione agli articoli 8 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Proprio per contrasto con le norme ora citate, infatti, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di tutte le norme che prevedono l’automatica attribuzione del cognome del padre, con riferimento ai figli nati nel matrimonio, fuori dal matrimonio e ai figli adottivi.

Va infine evidenziato che la Consulta, in conclusione del comunicato stampa, ha altresì chiarito che in mancanza di accordo sull’ordine di attribuzione del cognome di entrambi i genitori, resta salvo l’intervento del giudice in conformità con quanto dispone l’ordinamento giuridico.


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Privazione della funzione genitoriale: può integrare reato?

Pubblicato il: 11/05/2022

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 1452213 del 13 aprile 2022, è tornata a pronunciarsi in merito alla condotta penalmente rilevante del reato di maltrattamenti in famiglia, affermando che esso è integrato anche nel caso in cui un genitore impedisca al figlio di avere un rapporto con l’altro genitore, deprivando quest’utlimo delle proprie funzioni e causando sofferenze al minore.

È utile ricordare che il reato de quo è collocato tra i delitti contro la famiglia ed è disciplinato dall’art. 572 c.p., il quale – all’esito delle recenti modifiche apportate dal c.d. Codice Rosso L. n. 69/2019 – prevede la pena della reclusione da tre a sette anni per chiunque maltratta una persona della famiglia o comunque convivente o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia o per l’esercizio di una professione o di un’arte.

Quanto alla condotta descritta dall’art. 572 c.p., va evidenziato che essa deve essere necessariamente abituale: pur mancando una precisa definizione normativa di maltrattamenti, secondo il granitico orientamento giurisprudenziale il reato deve considerarsi integrato, infatti, quando si accerta il reiterarsi di una pluralità di atti lesivi dell’integrità fisica, della libertà o della dignità della vittima (i quali, di volta in volta, possono configurarsi come lesioni, umiliazioni, offese, percosse, minacce, ingiurie o privazioni), realizzati in tempi successivi.

La Suprema Corte, infatti, con il recente provvedimento ha:

  • ricordato che il reato di maltrattamenti può ritenersi integrato nel caso di una relazione caratterizzata da costanti e abituali vessazioni fisiche e psichiche da parte di un soggetto nei confronti del coniuge e della prole;
  • chiarito che tra queste vessazioni psichiche può ricondursi anche il comportamento di un genitore che cerca di impedire il rapporto tra il figlio e l’altro genitore;
  • ribadito il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass. n. 21133/2019), secondo il quale “integra il delitto maltrattamenti in famiglia anche la sostanziale privazione della funzione genitoriale del componente della famiglia, realizzata mediante l'avocazione delle scelte economiche, organizzative ed educative relative ai figli minori e lo svilimento, ai loro occhi, della sua figura morale";
  • evidenziato che ciò vale soprattutto nel caso in cui le condotte persecutorie di un genitore nei confronti dell'altro siano poste in essere alla presenza del figlio, costretto ad assistervi sistematicamente, trattandosi di “condotta espressiva di una consapevole indifferenza verso gli elementari bisogni affettivi ed esistenziali del minore e idonea a provocare sentimenti di sofferenza e frustrazione in quest'ultimo”.

Il caso giunto all’attenzione della Suprema Corte, in particolare, riguardava la condanna in primo e secondo grado di una madre per il reato di cui all’art. 572 e art. 61 n. 11-quinquies c.p. per avere maltrattato il coniuge separato e il figlio minore con costanti e abituali vessazioni fisiche e psichiche poste in essere sia durante il periodo della convivenza sia successivamente. Ad esempio, la madre era arrivata a non portare più il figlio a scuola per impedire che incontrasse il padre, cagionando al minore gravi ed accertate conseguenze psicologiche.
Avverso la sentenza di seconde cure aveva presentato ricorso l'imputata, deducendo – con esclusivo riferimento a quanto ora di interesse – la violazione di legge in relazione all'art. 572 c.p. per avere la Corte d’appello confermato la pronuncia di primo grado nonostante fossero stati accertati solo episodi isolati, verificatisi nell'ambito di rapporto di conflittualità tra i coniugi separati e degenerati poi mancata osservanza del provvedimento giudiziale inerente alla gestione del figlio minore, vicenda definita con il proscioglimento dell'imputata per difetto di querela.
La Cassazione, tuttavia, ha ritenuto i motivi formulati inammissibili perchè in gran parte formulati per fare valere ragioni diverse da quelle previste dalla legge e perchè manifestamente infondati sulla scorta dei principi sopra riportati.


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Stalking occupazionale: quando ricorre?

Pubblicato il: 10/05/2022

È noto che il reato di atti persecutori (c.d. stalking) è previsto dall’art. 612 bis c.p., che punisce con la reclusione chiunque, con condotte reiterate, minacci o molesti taluno in modo da realizzare alternativamente uno dei seguenti eventi:

  • cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura;
  • ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva;
  • costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.

Tanto premesso, ci si chiede se tale reato possa essere integrato anche dalla condotta persecutoria del datore di lavoro nei confronti del dipendente. La risposta a tale quesito è senz’altro positiva e a tal riguardo si parla appunto del c.d. stalking occupazionale. Circa i contorni di tale fattispecie criminosa è di recente intervenuta, ancora una volta, la Corte di Cassazione, ribadendo un orientamento già affermato.

Il Collegio, con sentenza n. 12827 del 5 aprile 2022, ha invero ricordato come la giurisprudenza abbia già ampiamente chiarito che il delitto di stalking può essere integrato anche dalla “condotta di mobbing del datore di lavoro che ponga in essere una mirata reiterazione di plurimi atteggiamenti convergenti nell’esprimere ostilità verso il dipendente e preordinati alla sua mortificazione ed isolamento nell’ambiente di lavoro – che ben possono essere rappresentati dall’abuso del potere disciplinare culminante in licenziamenti ritorsivi – tali da determinare un vulnus alla libera autodeterminazione della vittima, così realizzando uno degli eventi alternativi previsti dall’art. 612 bis c.p.”.

La Suprema Corte, inoltre, ha chiarito che anche nel caso dello stalking occupazionale l’elemento soggettivo richiesto è il dolo generico: è richiesta, infatti, la semplice volontà di attuare reiterate condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza della loro idoneità a produrre uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice.

La vicenda sottoposta all’attenzione della Corte, in particolare, riguardava un soggetto condannato in primo e secondo grado per il reato di atti persecutori aggravati per avere ingenerato, mediante reiterate minacce anche di licenziamento e ripetute contestazioni disciplinari, in alcuni suoi dipendenti iscritti ad una associazione sindacale, un duraturo stato d’ansia e paura e per averli costretti ad alterare le loro abitudini di vita.
Avverso la sentenza d’appello l’imputato aveva dunque proposto ricorso, sostenendo – con esclusivo riferimento a quanto qui di interesse – che il mobbing sia un concetto non del tutto sovrapponibile al delitto di atti persecutori. Ritenendo, per le ragioni esaminate, tale censura infondata, la Cassazione ha dunque confermato la sentenza di seconde cure.


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Bonus affitto ai giovani: cosa cambia?

Pubblicato il: 09/05/2022

Il c.d. bonus affitto è un beneficio fiscale previsto a favore dei giovani al fine di favorire la loro fuoriuscita dall’ambiente domestico di origine. La disciplina di questo istituto è stata di recente modificata con Legge di Bilancio 2022: ma cosa è cambiato?
L’Agenzia delle Entrate lo ha chiarito con la circolare n. 9 del 1 aprile 2022.

Al fine di comprendere i chiarimenti dell’Agenzia, va premesso che il comma 1-ter dell’art. 16 TUIR, nella precedente formulazione, prevedeva che “ai giovani di età compresa fra i venti e i trenta anni, che stipulano un contratto di locazione ai sensi della legge 9 dicembre 1998, n. 431, per l'unità immobiliare da destinare a propria abitazione principale, sempre che la stessa sia diversa dall'abitazione principale dei genitori o di coloro cui sono affidati dagli organi competenti ai sensi di legge, spetta per i primi tre anni la detrazione di cui al comma 1-bis, lettera a), alle condizioni ivi previste”.

Ebbene, a tali riguardi, l’Agenzia delle Entrate ha evidenziato che, rispetto alla disciplina precedente, la modifica normativa:

  • eleva il requisito anagrafico per usufruire della detrazione dai 30 ai 31 anni;
  • estende la detrazione al caso in cui il contratto abbia ad oggetto una porzione dell’unità immobiliare (ad esempio una stanza);
  • innalza il periodo di spettanza del beneficio dai primi tre ai primi quattro anni del contratto, purchè il conduttore si trovi nelle condizioni anagrafiche e reddituali richieste dalla norma;
  • stabilisce che l’immobile per cui spetta l’agevolazione deve essere adibito a residenza del locatario;
  • prevede una detrazione più elevata.

Il nuovo comma 1 ter della norma citata riconosce infatti ai giovani – cioè ai soggetti di età compresa tra i venti e i trentuno anni non compiuti, – con un reddito complessivo non superiore a 15.493,71 euro che stipulano un contratto di locazione avente ad oggetto una unità immobiliare o sua porzione da destinare a propria residenza, una detrazione d’imposta.
Essa, nello specifico, è pari a 991,60 euro per i primi quattro anni di durata contrattuale. Se superiore, la detrazione è pari al 20 per cento dell’ammontare del canone di locazione entro il limite massimo di 2.000 euro.

L’Ufficio ha altresì chiarito che il rispetto dei requisiti reddituali deve essere verificato in ogni singolo periodo d’imposta per il quale si chiede di fruire dell’agevolazione. Pertanto, se il contribuente soddisfa i suddetti requisiti nel primo periodo d’imposta, occorre verificare che gli stessi siano presenti anche in ognuno dei tre periodi d’imposta successivi, per fruire della detrazione in ciascuno di essi.
Il requisito dell’età, invece, è soddisfatto se ricorre anche per una parte del periodo d’imposta.


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