Non pagare le rate del mutuo per 18 mesi, ecco il fondo di sospensione Gasparrini: novità e requisiti aggiornati 2024

Pubblicato il: 12/04/2024

Dopo la pandemia da Covid, sono cresciuti gli investimenti immobiliari e la rapida ripresa del mercato ha visto un parallelo rapido incremento del numero di nuclei familiari che hanno acceso un mutuo per l’acquisto della casa.
Il risultato è che, a fine 2023, erano circa 3,5 milioni di famiglie italiane ad avere un mutuo sulle spalle.

I mutui però non sono tutti uguali, la loro durata è molto varia e, in genere, molto lunga: si parte da un minimo di 4 anni, fino ad arrivare ad un massimo di 40 anni.
I mutui inoltre, come ben sappiamo, possono essere a tasso fisso oppure variabile e chi ha “scommesso” sul tasso variabile si è trovato, negli ultimi due anni, a subire un aumento della rata del mutuo anche del 100%.

E se a questo aggiungiamo l’inflazione e la crisi economica, abbiamo una bomba pronta a esplodere tra le mani di molti italiani, al verificarsi del primo momento di difficoltà economica.
Un problema sociale rilevante, con risvolti a volte drammatici.

Un piccolo spiraglio c’è, ed è il Fondo Gasparrini: si tratta di un fondo di solidarietà istituito nel 2007, sconosciuto ai più, ma tornato in voga per le difficoltà economiche causate dalla pandemia da Covid.
Il Fondo prevede la possibilità per i titolari di un mutuo, contratto per l'acquisto della prima casa, di beneficiare della sospensione del pagamento delle rate, al verificarsi di situazioni di temporanea difficoltà destinate ad incidere negativamente sul reddito complessivo del nucleo familiare.

Il Fondo Gasparrini consente la sospensione delle rate del mutuo fino a 18 mesi, possibilità estesa con Decreto Legge n. 9 del 2020 anche a coloro che hanno subito la sospensione dal lavoro o la riduzione dell’orario di lavoro per un periodo di almeno 30 giorni.

Quali sono oggi i requisiti per poter beneficiare della sospensione?
Dal 1° gennaio 2024 è consentito beneficiare del fondo in presenza dei seguenti requisiti:

  • mutuo relativo all'acquisto di una prima casa, non di lusso (non deve quindi essere accatastata nelle categorie A1, A8, A9);
  • ISEE non superiore a 30.000 euro;
  • mutuo di importo non superiore a 250 mila euro;
  • mutuo non già beneficiario della sospensione per un periodo superiore a 18 mesi complessivi; nel calcolo rientrano anche eventuali sospensioni concesse autonomamente dalla banca;
  • mutuo in ammortamento da almeno 1 anno.
Ma non basta: per accedere alla sospensione del pagamento delle rate, e ai benefici del Fondo Gasparrini, bisogna far parte della categoria dei dipendenti, anche con contratto parasubordinato, di rappresentanza o di agenzia.
Dunque, ricapitolando, se sei dipendente e hai un mutuo con le caratteristiche sopra elencate, e un ISEE non superiore ai 30.000 euro, puoi bloccare il pagamento delle rate se ti capitano tra capo e collo le seguenti difficoltà economiche:
  • sospensione o riduzione dello stipendio di almeno il 20%, per un periodo da 30 a 150 giorni consecutivi.
In questo caso la sospensione delle rate del mutuo sarà di massimo 6 mesi.
  • sospensione o riduzione dello stipendio del 20% per un periodo compreso tra i 151 e 302 giorni consecutivi.
In questo caso la sospensione delle rate del mutuo sarà di massimo di 12 mesi.
  • licenziamento;
  • morte del mutuatario (a beneficio dei suoi eredi);
  • insorgenza di handicap grave dell’intestatario o di uno dei cointestatari del contratto di mutuo;
  • sospensione dal lavoro o riduzione dello stipendio di almeno il 20% per un periodo superiore a 303 giorni consecutivi.
In questi casi la sospensione delle rate del mutuo sarà di massimo 18 mesi.

Non può aderire alla sospensione chi ha stipulato una polizza assicurativa a copertura del debito.

Da gennaio 2024, dunque, non sono state prorogate le misure che estendevano i benefici del fondo per bloccare il mutuo a:

  • lavoratori autonomi, liberi professionisti e imprenditori individuali che certificavano un calo del fatturato in conseguenza delle restrizioni per l’emergenza coronavirus;
  • cooperative edilizie a proprietà indivisa.
Sono stati, inoltre, ripristinati il tetto ISEE di 30.000 euro, e la soglia massima del mutuo a 250.000 euro (con la Pandemia da Covid 19 la soglia era stata portata a 400.000 e l’ISEE non richiesto).

Ma come si blocca concretamente il mutuo?
Per chiedere la sospensione delle rate del mutuo è necessario compilare il modulo che si trova sul sito della Consap e presentarlo alla banca che ha erogato il mutuo, insieme alla carta d’identità e alla documentazione che attesta la situazione di difficoltà, ovvero:

  • la cessazione del rapporto di lavoro subordinato con attualità dello stato di disoccupazione;
  • l’insorgenza di condizioni di non autosufficienza o handicap grave dell'intestatario o di uno dei cointestatari del contratto di mutuo;
  • la sospensione del lavoro per almeno 30 giorni lavorativi consecutivi;
  • la riduzione dell’orario di lavoro per un periodo di almeno 30 giorni lavorativi consecutivi.
La procedura per ottenere la sospensione del mutuo è molto veloce: entro 30 giorni dalla consegna della richiesta si riceverà una risposta direttamente dalla banca.

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Legge 104, rimborso delle spese sanitarie anche per familiari non a carico, dichiarazione dei redditi 2024: ecco come fare

Pubblicato il: 12/04/2024

Partiamo subito dal dato che tutte le spese mediche generiche e di assistenza specifica sostenute dai disabili, nei casi di grave e permanente invalidità o menomazione, sono interamente deducibili.

Detto questo, chiamiamo subito in causa la Legge 104: con la risoluzione n. 79/E del 2016, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che, nei casi di grave invalidità o menomazione, per beneficiare della deduzione delle spese mediche e di assistenza specifica è sufficiente la certificazione rilasciata ai sensi della legge n. 104/1992.

Fatte queste precisazioni, torniamo alla nostra risposta veloce e specifichiamo meglio.
Nella dichiarazione dei redditi 2024, le spese relative alle patologie che danno diritto all’esenzione possono essere portate in detrazione anche se sono state sostenute per conto di propri familiari non a carico, affetti dalle suddette patologie.

Se un familiare, affetto da patologie esenti certificate, non possiede redditi o possiede redditi incapienti (vale a dire redditi tanto bassi da non doverli dichiarare al fisco o che, in caso di dichiarazione, non può ottenere i benefici previsti per le detrazioni d’imposta), il contribuente che ha sostenuto la spesa potrà portarla in detrazione nel suo 730.

Se il familiare affetto dalla patologia ha presentato o è tenuto a presentare una propria dichiarazione dei redditi, l’ammontare delle spese che non ha trovato capienza nell’imposta deve essere desunto nelle annotazioni del Mod. 730-3 o nel quadro RN del Modello REDDITI di quest’ultimo.

Se il contribuente affetto dalla patologia esente non possiede redditi o possiede redditi tali da comportare un’imposta interamente assorbita dalle detrazioni soggettive (e quindi non è tenuto a presentare la dichiarazione), è possibile, invece, indicare l’intero importo delle spese.

Le condizioni richieste per detrarre le spese mediche sostenute per un familiare non a carico sono, dunque, fondamentalmente due:

  • la grave disabilità certificata del familiare;
  • la incapienza dei redditi del familiare affetto da disabilità.
Bisogna poi precisare che l’ammontare massimo delle spese sanitarie sostenute per il familiare non a carico non può superare i 6.197,48 euro.

Ma come fare per detrarre queste spese?
Partiamo dal documento che attesta la spesa; è necessario che tale documento:

  • sia intestato al contribuente che ha sostenuto la spesa;
  • contenga l’indicazione del familiare per la quale è sostenuta la prestazione medica.
Nel caso in cui il documento di spesa sia direttamente intestato al familiare affetto dalla patologia esente, quest’ultimo deve indicare sullo stesso documento (autocertificazione) quale parte della spesa è stata sostenuta dal congiunto.

Da ultimo, è importante ricordare che la detrazione per le spese sanitarie per familiari non a carico affetti da patologie esenti compete per l’intero importo, a prescindere dall’ammontare del reddito complessivo.

Dall’anno d’imposta 2020, inoltre, la detrazione per le spese sanitarie relative a patologie esenti spetta a condizione che la spesa sia sostenuta con versamento bancario o postale ovvero mediante altri sistemi di pagamento “tracciabili”, fatta eccezione per l’acquisto di medicinali e di dispositivi medici e delle prestazioni sanitarie rese dalle strutture pubbliche o da strutture private accreditate al SSN.

Quali sono i documenti da conservare?
L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che la documentazione da controllare e conservare per le spese mediche sostenute per familiari con patologie gravi non a carico è la seguente.

1) Se il soggetto affetto dalla patologia ha presentato un modello 730 o REDDITI:

  • Certificazione rilasciata dalla ASL che attesti la patologia con l’indicazione dell’eventuale codice numerico identificativo;
  • Certificato medico che attesti il collegamento tra le spese e la patologia esente, ovvero autocertificazione;
  • Modello 730-3 o REDDITI dal quale si evinca la parte di spesa che non ha trovato capienza nell’IRPEF del soggetto affetto dalla malattia;
  • Fatture, ricevute fiscali e eventuali scontrini dai quali risulti che le spese sono state sostenute dal familiare che intende beneficiare della detrazione, anche con apposita annotazione del soggetto affetto dalla patologia per i documenti a questo intestati; l’annotazione dovrà riportare anche la misura delle spese attribuibili al familiare;

2) Se il soggetto affetto dalla patologia non ha presentato alcuna dichiarazione non essendovi tenuto:
  • Certificazione rilasciata dalla ASL che attesti la patologia con l’indicazione dell’eventuale codice numerico identificativo;
  • Certificato medico che attesti il collegamento tra le spese e la patologia esente, ovvero autocertificazione;
  • Autocertificazione del soggetto affetto dalla patologia che attesti di non essere tenuto a presentare la dichiarazione;
  • Fatture, ricevute fiscali e eventuali scontrini dai quali risulti che le spese sono state sostenute dal familiare che intende beneficiare della detrazione, anche con apposita annotazione del soggetto affetto dalla patologia per i documenti a questo intestati; l’annotazione dovrà riportare anche la misura delle spese attribuibili al familiare.

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Ecco insulti e parolacce “legali” che puoi dire a chiunque nel 2024 senza commettere un reato: lo dice la Cassazione

Pubblicato il: 11/04/2024

A chi non è capitato, in un momento di rabbia, di inviare all’indirizzo del malcapitato di turno una bella parolaccia! A volte, diciamocelo pure, dire qualche parola un po' più colorita è quasi liberatorio. Uno sfogo insomma.

Certo bisogna stare attenti, perché non sempre il destinatario della nostra “parolaccia” è disponibile a lasciar correre, catalogando come semplice intemperanza il nostro parlato colorito.

E nelle nostre vite stressate, e sempre di corsa, dove l’esplosione di nervi è dietro l’angolo, può essere utile sapere quando tenere a freno la lingua e quando poter invece lasciarci andare a qualche epiteto “liberatorio”.

Dunque vediamo quando le nostre parolacce dirette all’indirizzo di qualcuno possono far scattare la richiesta di risarcimento del danno per ingiuria o diffamazione, quando potrebbero configurare il turpiloquio e quando, invece, sono ritenute insulti che si possono dire.

Prima di liberare le parolacce, soffermiamoci sulla differenza tra ingiuria e diffamazione, per poi vedere cosa significa invece "turpiloquio".

La diffamazione è l’offesa pronunciata in assenza della vittima davanti a più persone (almeno due).
L’ingiuria è invece rivolta direttamente alla vittima, in un colloquio a due, a prescindere dal fatto che ad assistere possano essere anche altre persone.
Entrambe le condotte possono verificarsi mediante l’espressione di offese verbali o scritte, anche con l’utilizzo di mezzi telematici.

C’è però un’altra importante e sostanziale differenza: la diffamazione è reato, l’ingiuria invece è stata depenalizzata nel 2016.

La parte offesa, in caso di diffamazione, può depositare una querela ai carabinieri o direttamente alla Procura della Repubblica; sarà poi la Procura a decidere se chiedere l’archiviazione (e dunque la querela non avrà seguito) o esercitare l’azione penale (e in questo caso si dà il via al processo).
Nel secondo caso, la persona offesa può anche ottenere il risarcimento del danno subito costituendosi parte civile nel giudizio a mezzo di un avvocato.

Nel caso dell’ingiuria, invece, l’offeso può far valere il proprio diritto solo in sede civile. La prova è molto più difficile: se non ci sono supporti informatici che contengono le offese scritte o registrate e nessuno ha assistito al fatto sarà difficile, ad esempio, dimostrare l’illecito consistito in una condotta verbale.
In ogni caso, se il giudice dovesse ritenere raggiunta la prova, condannerà il colpevole al risarcimento degli eventuali danni all’onore dell’attore e a una sanzione da 200,00 a 12.000,00 euro.

Se, in sintesi, offendo il mio capo in una mail, senza altre persone in copia, commetto una ingiuria, che non è più reato; se in copia ci sono altri indirizzi, commetto invece il reato di diffamazione.

E il turpiloquio?
Anche il turpiloquio, ossia utilizzare un linguaggio contrario alla pubblica decenza in un luogo pubblico o aperto al pubblico, è stato depenalizzato. Ciò non toglie che gridare una serie di parolacce forti in mezzo ad una piazza, ad esempio, può far configurare un illecito amministrativo, punito con una sanzione da 5mila a 10mila euro.

Fatto questo ripasso, vediamo, oggi, secondo le pronunce giurisprudenziali degli ultimi anni, quali sono le parolacce che hanno, per così dire, il via libera.

Coglione!
Cavoli, starai pensando, domani vado in ufficio e mi sfogo con il capo. Aspetta, la Cassazione ha stabilito che si può dire solo nel senso di scemo, sprovveduto, ingenuo, deficiente (Cass. sent. n. 34442/17).

Vaffanculo!
Questo epiteto è proprio entrato nel lessico di chiunque, infatti la Cassazione, in una sentenza del 2007, ha ribadito che sia ormai di uso comune, quindi non è neanche un’ingiuria.

Rompipalle!
Non ti offendere, se con questo epiteto vogliono intendere che sei un seccatore (Cass. sent. 22887/13).

Cazzate!
Le diciamo tutti, prima o poi..
Anche qui la Cassazione sottolinea che, pur trattandosi di una parola irrispettosa, è entrata a far parte del lessico corrente (Cass. sent. 49423/09).

Mi hai rotto i coglioni!
Anche in questo caso non ti offendere! Pensa piuttosto se con il tuo comportamento stai arrecando fastidio. Per la Cassazione (sent.19223/13), infatti, questa espressione non è offensiva, se utilizzata per dire a qualcuno di non infastidire.


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Tassa di successione 2024, cambia tutto: niente tasse per passaggio azienda ai figli e nuova dichiarazione precompilata

Pubblicato il: 11/04/2024

Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze, si è riunito il 9 aprile 2024 per formulare nuove disposizioni in attuazione della legge delega sulla riforma fiscale (legge 9 agosto 2023, n. 111).

Nell’ultima seduta è stato approvato, in esame preliminare, il decreto legislativo che introduce nuove disposizioni in materia, tra le altre cose, di imposta sulle successioni e donazioni, imposta di bollo e degli altri tributi indiretti diversi dall’IVA.
La nuova disciplina mira a semplificare gli adempimenti e le modalità di pagamento dei tributi, rivedere le modalità di applicazione dell’imposta di registro sugli atti giudiziari, oltre a semplificare la disciplina dell’imposta di bollo e dei tributi speciali e introdurre il sistema di autoliquidazione per l’imposta sulle successioni e per l’imposta di registro.

Le esigenze che hanno portato alla creazione di una nuova disciplina nelle materie in questione sono quelle della semplificazione, certezza del diritto e razionalizzazione, anche in virtù del passaggio dal cartaceo al telematico che, grazie a questo intervento legislativo, sarà facilitato nell'ambito di successioni e donazioni.

Tra le principali novità introdotte con lo schema di decreto appena approvato in Consiglio dei Ministri, vi è la possibilità di presentare la dichiarazione di successione in modalità precompilata, che però dovrà essere presentata obbligatoriamente in via telematica per tutti coloro che, al momento dell’apertura della successione, siano residenti in Italia. La dichiarazione di successione potrà essere presentata a mezzo raccomandata solo dai residenti all’estero.

Inoltre, il decreto in questione estende l’obbligo di pagamento dell’imposta sulle successioni e donazioni anche ai trasferimenti derivanti da trust. Restano escluse dall’applicazione dell’imposta solo le cosiddette “liberalità d’uso”, che sono ad esempio le mance lasciate presso un ristorante, o dei regali fatti a qualcuno in occasione di una festività.

In merito alle dichiarazioni di successione, vengono semplificate le informazioni e la documentazione da allegare alla dichiarazione, ma viene istituito l’obbligo di inviarla telematicamente entro 12 mesi dalla data di apertura della successione (quindi dalla data di morte del de cuius), con eccezione per i residenti all’estero. Quanto alla liquidazione dell’imposta, viene introdotto il principio di autoliquidazione analogamente a quanto già previsto per altre imposte (ipotecarie, catastali, imposta di bollo e tasse ipotecarie).

Inoltre, per il calcolo della base imponibile su cui calcolare l’importo dell’imposta di successione, in considerazione della più recente giurisprudenza, il decreto legislativo andrà ad escludere il “donatum” dal “relictum”. Ciò significa che, mentre in passato, al momento dell’apertura della successione, i beni donati dal defunto venivano virtualmente riuniti a tutti gli altri perché considerati ancora parte del patrimonio ereditario, oggi questo “accorpamento virtuale” non verrà più operato ai fini del calcolo della base imponibile. Dunque, le imposte di successione verranno calcolate considerando solo i beni di proprietà del de cuius al momento dell’apertura della successione, non anche quelli da lui trasferiti mediante donazione prima della morte.

Il decreto interviene anche in relazione ai trasferimenti d’azienda in ambito familiare, disciplinando il trasferimento di quote sociali e azioni di società di capitali e di società cooperative in favore dei discendenti e del coniuge. In tali casi, l'operazione sarà esente da tassazione solo quando il coniuge o i discendenti assumono direttamente il controllo della società per effetto del trasferimento d’azienda.


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“Se non mi dai i soldi ti lascio”, il ricatto affettivo è reato, rischi il carcere: nuova sentenza di Cassazione

Pubblicato il: 10/04/2024

Minacciare il partner di lasciarlo se non acconsente alle richieste di versamenti in denaro non è un semplice ricatto affettivo, ma può costituire una vera e propria estorsione, prevista dall’art. 629 del c.p. e punita con la pena base della reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da euro 1.000 a euro 4.000.

L’estorsione consiste, secondo la norma appena citata, nel procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa.

Esaminiamo insieme i fatti che hanno dato origine alla pronuncia della Suprema Corte, la n. 12633/2024.

A ricorrere in Cassazione è un uomo, condannato sia in primo che in secondo grado per i delitti di estorsione (art. 629 c.p., appunto) e atti persecutori (art. 612 bis c.p.), commessi in danno della compagna.

Tra i fatti oggetto dei capi di imputazione vi era anche, per il profilo che qui specificamente affrontiamo, la minaccia di mettere fine alla relazione se la donna non gli avesse versato determinate somme di denaro.

Su cosa era basata la linea difensiva dell’imputato?

Nel ricorso per cassazione, la difesa dell’uomo sosteneva, in primo luogo, l’inutilizzabilità dei messaggi WhatsApp in quanto acquisiti in assenza di un provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria.

Questo motivo di impugnazione è stato sconfessato dalla Corte, la quale ha evidenziato che i messaggi WhatsApp non erano stati acquisiti dalla polizia giudiziaria, bensì prodotti direttamente dalla persona offesa, che li aveva allegati alla propria denuncia.
Pertanto, ha ribadito la Cassazione, i messaggi WhatsApp vanno considerati alla stregua di prove documentali ex art. 234 c.p.p.: per questo motivo non si applica né la disciplina sulle intercettazioni né quella sull’acquisizione di corrispondenza (art. 254 c.p.p.).

Ma veniamo all’oggetto specifico della nostra trattazione.

Sempre secondo la linea difensiva dell’imputato, infatti, la coppia era solita utilizzare nei rapporti reciproci un linguaggio “forte”: tale tipo di comunicazione tra i due partner doveva considerarsi – sempre secondo la tesi degli avvocati dell’uomo – del tutto consensuale, accettato quindi di buon grado dalla donna.

Anche in questo le argomentazioni della difesa sono state rigettate dalla Suprema Corte.

Gli Ermellini, infatti, hanno affermato che anche la presenza di un linguaggio dai toni spinti all’interno del ménage della coppia non legittima certo “le pesanti offese, gli insulti, le minacce di morte e il reiterato disprezzo” costantemente rivolti dall’uomo nei confronti della moglie; moglie che si trovava, al contrario, in una situazione di “prevaricazione e sudditanza psicologica”.

Sulla base di queste premesse, la Cassazione ha condiviso le motivazioni della sentenza della Corte d’Appello, la quale aveva escluso che i versamenti di denaro richiesti alla donna dal partner fossero il frutto di una libera scelta della vittima.

Invece, tali versamenti dovevano considerarsi effetto di una vera e propria estorsione.

Al riguardo, la Suprema Corte sottolinea che la minaccia può essere esercitata sia con toni apertamente aggressivi, sia in modo più subdolo, in maniera comunque tale da incutere timore e “coartare”, cioè costringere, forzare la volontà della vittima.

Il che può avvenire, precisa la sentenza in esame, anche per mezzo della minaccia di rompere una relazione sentimentale, che assume i contorni di un vero e proprio ricatto: o meglio, in termini giuridici, di una estorsione.


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Visita fiscale INPS, i lavoratori dipendenti possono essere esonerati: ecco chi non è obbligato e come avere l’esonero

Pubblicato il: 10/04/2024

La visita fiscale è quel controllo che, in caso di malattia del dipendente (pubblico o privato), un medico incaricato dall’INPS fa presso l’indirizzo abituale o il domicilio indicato nel certificato medico trasmesso all’INPS, d’ufficio o su richiesta del datore.

Quando il lavoratore ha diritto all’esonero dalla visita fiscale?

La visita fiscale serve per controllare se il dipendente sia davvero malato e il suo stato di salute. Ciò interessa all’INPS per l’indennità di malattia, ma anche al datore di lavoro per la regolare esecuzione della prestazione lavorativa.

Ecco perché il lavoratore assente per malattia è obbligato a restare in casa in determinati momenti della giornata. Infatti, per consentire la visita fiscale, il lavoratore ha l’obbligo di rendersi reperibile in specifiche fasce orarie: le cc.dd. fasce di reperibilità. In particolare, dopo le recenti novità, i lavoratori privati e pubblici devono essere reperibili dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 17.00 alle 19.00.

Dunque, è possibile ottenere l’esonero dalla visita del medico della mutua?

Ci sono casi in cui il lavoratore, che è assente per malattia, non è soggetto alla visita fiscale. Ciò significa che, in alcune ipotesi ben determinate, il lavoratore non ha l’obbligo di rispettare le fasce di reperibilità e, quindi, può anche evitare di rimanere in casa.

Bisogna fare attenzione perché, per i lavoratori che non si trovano nelle situazioni che vedremo, sono previste sanzioni per l’assenza ingiustificata alle visite fiscali. L’INPS potrà sospendere l’indennità sostitutiva. Addirittura, nei casi più gravi, potrebbe esserci il licenziamento (se, ad esempio, il datore scopra che il lavoratore, approfittando della malattia, sta svolgendo un’altra attività).

Quali sono le ipotesi di esonero dalla visita fiscale?

Innanzitutto, c’è l’esonero dalla visita fiscale quando l’assenza per malattia dal lavoro è collegata a patologie gravi che richiedono terapie salvavita.

In linea generale, si può dire che la “patologia grave” è quella malattia che determina un importante disordine funzionale, capace di diminuire fortemente la funzionalità dell’organo, dell’apparato o del sistema. Invece, la “terapia salvavita” è quella cura che permette di salvare la vita al paziente (per esempio, la chemioterapia o l’emodialisi).

L’INPS ha elaborato una lista delle patologie che non prevedono l’obbligo di visita fiscale (circolare INPS n. 95 del 2016). Tra queste, ad esempio, ci sono i trapianti di organi vitali, cirrosi epatica nelle fasi di scompenso acuto e insufficienza renale acuta.

Ancora, non c’è l’obbligo di visita fiscale nel caso di malattie per cui è riconosciuta la causa di servizio. Con “causa di servizio” s’intende il riconoscimento di infermità o lesioni ricollegabili allo svolgimento della propria attività lavorativa.

Infine, c’è l’esonero dalla visita medica INPS in presenza di malattie connesse a situazioni di invalidità civile riconosciuta al dipendente, in misura pari o superiore al 67%.

Occorre sapere che l’invalidità civile viene riconosciuta a chi ha una menomazione fisica, intellettiva e/o psichica che determina una riduzione permanente della capacità lavorativa di almeno un terzo. In base alla gravità della patologia accertata, viene attribuita una certa percentuale di invalidità. Solo con una percentuale d’invalidità dal 67% in su, il lavoratore può avere diritto a non rispettare le fasce di reperibilità per la visita medica fiscale.

Come si può avere l’esonero? La decisione spetta soltanto al medico dell’INPS, il quale valuterà di volta in volta la situazione clinica del soggetto richiedente e la documentazione medica allegata.

Peraltro, è anche possibile l’esonero dalla visita fiscale su richiesta del medico curante: cioè, potrebbe accadere che il medico curante, con il proprio certificato, indichi delle particolari condizioni di salute che richiedono l’esonero dalla visita fiscale. In questo caso, il medico curante può utilizzare il codice di esclusione “E”. Tuttavia, l’indicazione del medico curante è solo un suggerimento. Infatti, la decisione comunque spetta solo al medico dell’INPS.


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Genitori divorziati, la casa va ai figli, devono alternarsi papà e mamma: ecco la nuova sentenza che rivoluziona tutto

Pubblicato il: 09/04/2024

Quando per i coniugi non è più possibile ristabilire la comunione spirituale e materiale, l’unica strada è quella di sciogliere gli effetti civili del matrimonio con una sentenza di divorzio. In questo caso, la prassi giurisprudenziale ha sempre visto assegnare la casa adibita ad abitazione familiare al genitore presso cui sono collocati i figli minori.

L’orientamento di cui si è appena parlato, ormai consolidato negli anni come unica alternativa disponibile, oggi si affianca ad una nuova possibilità, del tutto inedita: la casa può essere assegnata ai figli minori, con conseguente obbligo dei genitori di alternare la loro presenza nella casa familiare nei giorni in cui è previsto stiano con i figli.

A rendere possibile tale rivoluzionaria ipotesi è stata una sentenza del Tribunale di Cuneo, confermata in appello dalla Corte d’Appello di Torino, che istituisce un importante spartiacque tra quanto si è fatto in passato e quello che, invece, sarà possibile mettere in pratica d’ora in poi.
La recente decisione dei giudici si sviluppa sulla scia di quanto già precedentemente affermato dalla Corte di cassazione nel 2023, la quale aveva previsto la possibilità di affidare la casa familiare ai figli minori, in un giudizio intrapreso dai genitori al termine della loro convivenza more uxorio.

Nel caso che qui ci interessa, invece, poiché entrambi i genitori possedevano altri immobili ad uso abitativo, il Tribunale prima e la Corte d’Appello dopo hanno stabilito che la casa resterà assegnata ai figli, i quali non saranno più costretti a cambiare posto ogni settimana per poter vedere entrambi i genitori, mentre gli ex coniugi dovranno alternare la propria presenza nell’abitazione familiare, al fine di tutelare l’interesse dei minori. Gli stessi, infatti, potranno passare gli altri giorni nelle rispettive altre abitazioni di proprietà.
Secondo i giudici, inoltre, qualora i genitori non dovessero apprezzare la permanenza nelle altre case, potranno comunque metterle a frutto ed utilizzarne i proventi (come eventuali canoni di locazione) per scegliere altri appartamenti.

Ricordiamo, a tal proposito, che l’ordinamento italiano – oltre a quello internazionale – tutela fortemente l’interesse del minore, posto che nei giudizi che coinvolgono dei minorenni, il loro interesse è sempre quello preminente rispetto a tutti gli altri interessi coinvolti e, di conseguenza, tutte le decisioni devono essere compatibili con questo fondamentale principio. Pertanto, la decisione si pone in un’ottica del tutto allineata con tale principio, evitando che i figli piccoli possano essere turbati, oltre che dalla fine del matrimonio dei propri genitori, anche da un ambiente circostante in costante cambiamento.

Va precisato, tuttavia, che una simile decisione da parte dei giudici è possibile solo quando vi sia una seria e concordata organizzazione tra i genitori, che sia proprio orientata ad alternarsi nell’abitazione familiare per tutelare il benessere dei propri figli. Questo particolare è evidenziato proprio dalla Corte di cassazione, nell’ordinanza n. 6810/2023, la decisione apripista per questo tipo di situazioni.

Quando vi è una forte conflittualità tra i genitori, infatti, l’organizzazione pratica potrebbe diventare impossibile, posto che essi dovranno incontrarsi almeno due volte a settimana, per il “passaggio del testimone”, ossia il momento dell’effettivo cambio di turno, ammesso che sia giusto definire “turno” il momento di stare con i propri figli.

Nel caso che qui ci occupa i genitori, seppur molto conflittuali (la donna aveva denunciato l’uomo per maltrattamenti in famiglia), si sono dimostrati disponibili ad accordarsi nelle decisioni riguardanti il benessere delle figlie minori. Inoltre, sia il Tribunale che la Corte d’Appello hanno entrambi ravvisato un forte attaccamento delle figlie sia al padre che alla madre, constatando che entrambe le figure erano ugualmente partecipi nella vita delle minori: sono stati questi gli elementi che hanno condotto ad una decisione che oggi appare come rivoluzionaria, in quanto fortemente discostata da una prassi finora molto diversa.


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Eredità senza testamento, come si divide tra gli eredi: ecco quanto spetta ad per legge e tutto ciò che devi sapere

Pubblicato il: 09/04/2024

Se il tuo coniuge è morto e non ha lasciato un testamento, ora hai il problema di capire come spartire l’eredità tra te e i parenti, senza il rischio di ledere qualcuno. In sostanza, spetta tutto a te e ai tuoi figli? Bisogna riconoscere una quota agli altri familiari stretti?

Come si divide l’eredità quando il defunto non ha redatto un testamento?

Devi sapere che il nostro ordinamento distingue due tipi di successione in caso di morte.

Si parla di successione testamentaria quando il defunto (che, nel linguaggio giuridico, si chiama de cuius) ha redatto il testamento (art. 587 del c.c.): ossia, un atto con cui il soggetto dispone di tutto o parte del suo patrimonio per il tempo successivo alla sua morte.

Nello specifico, il codice civile prevede tre modi per fare testamento:

  • il testamento olografo. Il testatore scrive di proprio pugno il testamento e lo conserva;
  • il testamento pubblico. In tale ipotesi, il testatore (colui che fa testamento) detta le proprie volontà ad un notaio, il quale provvede a redigere il documento e a farlo firmare all’interessato. In questo caso, è il notaio a conservare il testamento;
  • il testamento segreto. Il testatore scrive il testamento e poi lo consegna al notaio, il quale lo custodisce.

Invece, quando il defunto non ha lasciato un testamento, si parla di successione legittima. “Legittima” poiché è la legge (il codice civile) a disciplinare questo particolare tipo di successione, stabilendo i criteri e i soggetti ai quali i beni del defunto devono essere assegnati.

Il codice (l’art. 565 del c.c.) stabilisce che, nella successione legittima, l’eredità si devolve seguendo un determinato ordine gerarchico e rispettando varie regole.
In linea generale, in mancanza di un testamento, l’eredità si devolve al coniuge superstite, alla persona unita civilmente, ai discendenti (come i figli), agli ascendenti (come i genitori), ai collaterali (fratelli, sorelle e cugini), agli altri parenti dal terzo al sesto grado e, infine, allo Stato.

Come si può notare, nella logica della legge, i congiunti più prossimi al defunto escludono i più lontani. Questo perché i criteri stabiliti dal codice civile guardano all’intensità del vincolo di parentela che unisce i congiunti al defunto. Ecco perché si dice che il fondamento della successione legittima è la solidarietà del vincolo familiare (parentale o coniugale).

Dunque, l’eredità come viene suddivisa con il coniuge superstite in caso di successione legittima?

Il codice (art. 581 del c.c. e art. 583 del c.c.) prevede che l’eredità spetti al coniuge del defunto:

  • in mancanza di figli e di altri parenti (ascendenti, fratelli e sorelle) del defunto, al coniuge spetta l’intera eredità;
  • con un solo figlio, l’eredità si divide: metà al coniuge e metà al figlio;
  • l’eredità si suddivide anche se ci sono più figli, ma con quote diverse: un terzo andrà al coniuge e i restanti due terzi ai figli.

Peraltro, occorre sottolineare che i figli succedono tutti in parti uguali (art. 566 del c.c.).

In pratica, anche se ci sono ascendenti e collaterali del defunto, questi sono esclusi dalla successione se ci sono i figli del morto.

Quindi, il coniuge superstite concorre con i genitori o con fratelli e sorelle soltanto se non ci sono figli. In questo caso, la legge (l’art. 582 del c.c.) precisa che i due terzi dell’eredità vanno al coniuge, mentre il restante terzo va agli ascendenti, fratelli e sorelle.

Però, quanto detto vale anche per il coniuge separato?

La risposta è sì. Il coniuge, anche se separato, conserva tutti i diritti ereditari. Tuttavia, c’è un’eccezione a questa regola: il coniuge separato non ha diritto di succedere quando sia stata addebitata a lui la separazione ai sensi della normativa vigente (comma 2 dell’art. 151 del c.c.).

Al contrario, in caso di divorzio, l’ex coniuge perde il diritto a partecipare alla successione.


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Tasse sulla casa 2024, nuova stangata in arrivo: ecco di quanto aumenterà l’IMU con la riforma del catasto e l’ISEE

Pubblicato il: 09/04/2024

Negli ultimi tempi si sente sempre più spesso parlare di riforma del catasto e il 2024 sembrerebbe proprio l’anno prescelto per la definitiva adozione di tale provvedimento.
Difatti, nonostante si tratti di una riforma costantemente annunciata nel corso degli scorsi anni e sebbene l’ultima modifica risalga alla fine degli anni ’80, ad oggi non è possibile dire con certezza se e quando la riforma sarà resa effettiva.

Tuttavia, con il PIAO (Piano Integrato di Attività e Organizzazione), elaborato per il triennio 2024-2026 dall’Agenzia delle Entrate, la riforma del catasto sembra essere decisamente più vicina.

L’Agenzia, infatti, mira a perfezionare la c.d. “anagrafe tributaria integrata” che, come si legge nel PIAO 2024-2026, è “come un sistema nazionale, integrato nelle sue due componenti strutturali (basi dati catastali e ipotecarie), aperto, multicanale e dotato di forti capacità di interscambio informativo bidirezionale con le banche dati degli enti locali e delle altre pubbliche amministrazioni”.

L’obiettivo perseguito nel lungo periodo sarebbe quello di raggiungere un adeguamento delle rendite catastali, periodico e calibrato rispetto ai valori di mercato, nonché una maggiore (e più esatta) tassazione delle unità immobiliari.

La valutazione di ciascun immobile varierà, poi, anche a seconda di valori come la posizione geografica, la manutenzione nonché le caratteristiche specifiche dell’immobile che, insieme, concorreranno alla determinazione dei “nuovi” valori immobiliari.

Tali misure, però, sono idonee ad incidere non solo sui dati catastali (formali) dell’immobile, ma anche sulla tassazione che in concreto verrà operata.

Sicuramente, infatti, un nuovo classamento dell’immobile e/o una nuova (ed aumentata) rendita catastale andranno ad aumentare il costo dell’IMU, delle imposte di registro e catastali, nonché ad incidere anche sull’ISEE.

Gli esperti stimano che l’IMU avrà un incremento di +1150 euro medi, passando dagli attuali 896 a 2.046 euro.
Ma anche le ricadute sull’ISEE non sono di lieve entità. Secondo le proiezioni offerte da Fiscomania, infatti, il valore della prima casa sarà destinato ad aumentare di 75mila euro. Si stima, infatti, che un immobile che oggi ha un valore catastale di circa 25.000 euro potrebbe passare a un valore catastale di 100.000 euro, con un aumento del 319% circa.

Ovviamente, fare una stima esatta del possibile aumento al momento è impossibile: ciascuna variazione, infatti, sarà determinata non solo da caratteristiche intrinseche dell’immobile (come la manutenzione, il classamento, la superficie) ma anche da elementi esterni (come la zona in cui è ubicato e l’andamento del mercato immobiliare).


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Nuovo condono edilizio 2024, ecco l’ultima occasione per sanare gli abusi: scopri tutte le opere sanabili del salva-case

Pubblicato il: 08/04/2024

Salva-case 2024, forse è la volta buona: allo studio del Governo – più precisamente del Mit, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, “capitanato” da Matteo Salvini – c’è un provvedimento il cui scopo dichiarato è quello di rendere finalmente legali interventi edilizi realizzati ormai da anni, ma che – proprio per il fatto di non essere in regola – “immobilizzano” – se ci è consentito un gioco di parole – il mercato immobiliare, perché impediscono non solo la vendita degli immobili ma anche la loro ristrutturazione, oltre ad alimentare le scartoffie dei relativi procedimenti per abuso edilizio aperti dai Comuni.

Dobbiamo subito sgombrare il campo da un possibile equivoco: il salva-casa 2024 non riguarderà edifici completamente abusivi!

Piuttosto, ad essere oggetto di sanatoria saranno alcuni interventi relativamente “piccoli”, che siano tali da presentare delle difformità rispetto ai titoli abilitativi edilizi in base a cui sono stati eseguiti.

Quindi, un titolo – che sia, a seconda dei casi, un permesso di costruire, una CILA, una SCIA – ci deve essere.

Scendendo nel dettaglio, sembra che il nuovo salva-case sarà basato sulla distinzione delle irregolarità sanabili in tre livelli.

Più precisamente, le difformità che potremo regolarizzare, almeno nelle intenzioni del Mit, saranno così suddivise:

  • difformità formali, dovute essenzialmente a difficoltà di interpretazione delle norme vigenti;
  • difformità interne, come quelle riguardanti tramezzi, porte, soppalchi, ecc.;
  • difformità più gravi e non sanabili a causa del principio c.d. della doppia conformità: si tratta del principio, stabilito dall’art. 36 del T.U. edilizia, secondo cui l’abuso edilizio può essere sanato in via ordinaria solo “se l'intervento risulti conforme alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente sia al momento della realizzazione dello stesso, sia al momento della presentazione della domanda”.

Analizziamo ora i tre livelli di sanatoria "Salva-casa" ipotizzati dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Il primo livello (difformità formali) è, tutto sommato, quello che presenta minori problemi. Si tratta infatti, per lo più, di errori nel progetto che sono stati, poi, eliminati in fase di esecuzione dei lavori: ciò ha determinato però una discrepanza tra il progetto presentato e approvato, lo stato effettivo degli immobili e le mappe catastali.
Perché è successo questo? Per spiegare il fenomeno basti pensare che, prima della Legge n. 10/1977, c.d. "Legge Bucalossi", non era prevista la procedura per effettuare le cc.dd. varianti in corso d’opera, per cui le modifiche venivano comunque realizzate dando luogo, però, a difformità rispetto al progetto già presentato.

Il secondo livello individuato nella proposta allo studio del Mit è relativo, invece, come abbiamo detto, alle difformità realizzate all’interno degli immobili, che non siano puramente formali. La casistica è piuttosto ampia e diversificata, e può andare dall’aggiungere, spostare o eliminare tramezzi, all'aprire porte, ecc.
Si tratta di modifiche spesso risalenti nel tempo e accumulatesi nel corso degli anni, su cui si prevede di intervenire con un provvedimento di sanatoria.

Veniamo, infine, al terzo livello di difformità su cui si vuole intervenire con il condono.

Si tratta di abusi la cui sanatoria in via ordinaria – ai sensi del citato art. 36 T.U. Edilizia – è attualmente impedita dalla regola della doppia conformità.

Il provvedimento allo studio si proporrebbe, dunque, di bypassare l’ostacolo della doppia conformità.

Un altro possibile campo di intervento è quello dell’incremento delle cc.dd. tolleranze costruttive.

Cosa si intende per tolleranze costruttive?

Le tolleranze costruttive sono previste dall’art. 34 bis del T.U. edilizia, e consistono nello scostamento dei parametri della singola unità immobiliare (come altezza, distacchi, cubatura, superficie coperta) rispetto alle misure previste nel titolo abilitativo edilizio.
Ebbene, ad oggi tali scostamenti sono legittimi, e dunque non costituiscono “violazione edilizia”, se sono contenuti entro il limite del 2 per cento: limite che, appunto, potrebbe essere ampliato con le nuove norme.

Per ora, naturalmente, si tratta solo di proposte, che devono ancora giungere sul tavolo del Governo e prendere forma di un vero e proprio disegno di legge.

Vedremo nelle prossime settimane quali saranno gli sviluppi del c.d. Salva-casa e se le attuali proposte troveranno accoglimento in un nuovo decreto – legge, in modo da sveltire anche i tempi di approvazione ed entrata in vigore.


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