Contratto preliminare: se non viene incassata la caparra, si è tenuti alla stipula del definitivo?

Pubblicato il: 04/05/2022

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 10366 del 31 marzo 2022, ha affrontato il tema del rapporto esistente tra la pattuizione di una caparra in una compravendita immobiliare e il contratto preliminare, chiarendo che il promittente venditore è tenuto alla stipula del definitivo anche nel caso in cui non abbia incassato la caparra.

Il caso concreto giunto al vaglio della Suprema Corte, in particolare, riguardava alcuni soggetti che avevano stipulato un contratto preliminare per la compravendita di una palazzina. Secondo gli accordi, al momento della stipula doveva essere immediatamente corrisposta una somma a titolo di caparra confirmatoria, mentre il pagamento della somma residua doveva avvenire al momento della stipula del definitivo. La promittente venditrice, tuttavia, avendo ricevuto a titolo di caparra un assegno privo di data, si era rifiutata di stipulare il contratto definitivo. I promissari acquirenti, pertanto, avevano agito giudizialmente ai sensi dell’art. 2932 c.c., chiedendo di trasferire in loro favore l’immobile promesso in vendita.
Il Tribunale aveva dunque accolto la domanda attorea e aveva così trasferito l’immobile ai promissari acquirenti, subordinando il trasferimento alla condizione sospensiva del pagamento della quota residua del prezzo.
La promittente venditrice aveva allora proposto prima appello e poi ricorso in Cassazione, dolendosi – per quanto qui di rilievo – della violazione degli artt. 1385 e 1351 c.c., per avere la Corte d’appello ritenuto che l’inadempimento del contratto preliminare fosse imputabile esclusivamente alla promittente venditrice senza considerare che in realtà, a fronte della mera dazione di un assegno incompleto e non incassato, erano stati i promissari acquirenti a non adempiere all’obbligo di versare la somma dovuta quale caparra confirmatoria.
Ritenendo tali censure infondate, la Suprema Corte ha dunque operato alcune importanti precisazioni sul tema.

Ebbene, gli Ermellini hanno affermato espressamente che deve escludersi che, a fronte della mancata riscossione della caparra confirmatoria, il promittente venditore possa legittimamente rifiutarsi di stipulare il contratto definitivo.
Nella motivazione della sentenza in commento, infatti, I Giudici di legittimità hanno

  • ricordato che la caparra confirmatoria è un contratto che si perfeziona con la consegna di una somma di denaro o di una determinata quantità di cose fungibili, consegna che di regola è riferita dall’art. 1385 c.c. al momento della conclusione del contratto;
  • evidenziato altresì – in conformità ad un consolidato orientamento giurisprudenziale (cfr., ex multis, Cass. n. 4661/2018) – che tuttavia le parti nell’ambito della loro autonomia contrattuale possono differirne la dazione, in tutto o in parte, ad un momento successivo, purchè anteriore alla scadenza delle obbligazioni pattuite;
  • che la caparra confirmatoria ben può essere costituita mediante la consegna di un assegno bancario, perfezionandosi l’effetto proprio di essa nel momento della riscossione della somma recata dall’assegno, essendo però onere del prenditore, dopo averne accettato la consegna, di porlo all’incasso.

Per tali ragioni, la Corte conclude che il comportamento del prenditore che ometta d’incassare l’assegno è contrario al dovere di correttezza e “non lo legittima, pertanto, in ragione del mancato incasso della somma pattuita quale caparra confirmatoria, a recedere dal contratto principale (in mancanza, appunto, del necessario inadempimento imputabile della parte che ha dato la caparra: art. 1385 co. 2 c.c).”.


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Tortura: ha natura abituale?

Pubblicato il: 04/05/2022

È noto che il delitto di tortura è previsto dall’art. 613 bis c.p., che punisce con la pena della reclusione chiunque, con violenze o minacce gravi ovvero agendo con crudeltà, cagioni acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa. Il legislatore, peraltro, subordina la punibilità del fatto a

  • la commissione di più condotte da parte dell’agente;
  • la realizzazione di un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona.

Tanto introduttivamente chiarito, occorre chiedersi se da tale disposto normativo discenda o meno la natura necessariamente abituale del delitto in questione. Sul tema è di recente intervenuta la Corte di Cassazione, optando per la tesi della non necessaria abitualità.

Con sentenza n. 8973 del 16 marzo 2022, difatti, il Supremo Collegio ha ribadito un orientamento già consolidato in giurisprudenza (cfr., ad esempio, Cass. n. 47079/2019) secondo il quale il delitto di tortura è un reato solo eventualmente abituale. Deve invero valorizzarsi la lettera della norma, per cui la condotta criminosa è punibile “se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona”.
Per tale ragione, la Cassazione afferma espressamente che il reato in oggetto può essere integrato “da più condotte violente, gravemente minatorie o crudeli, reiterate nel tempo, oppure da un unico atto lesivo dell'incolumità o dellalibertà individuale e morale della vittima, che però comporti un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona”.

A tal proposito, la Corte ricorda altresì come la giurisprudenza di legittimità abbia già chiarito come, ai fini dell'integrazione del delitto di tortura di cui all'art. 613 bis c.p., la locuzione "mediante più condotte" possa essere riferita non solo ad una pluralità di episodi reiterati nel tempo, ma anche ad una “pluralità di contegni violenti tenuti nel medesimo contesto cronologico

La vicenda concreta sulla quale si è pronunciata la Suprema Corte, in particolare, vedeva protagonista un comandante della Polizia Penitenziaria accusato di vari reati posti in essere per omissione, tra cui numerose lesioni aggravate e torture ai danni di alcuni detenuti nel corso di una perquisizione straordinaria eseguita in seguito ad una protesta carceraria. Per tali fatti, il GIP aveva applicato la misura cautelare degli arresti domiciliari e il Tribunale delle Libertà ne aveva confermato la decisione.
Avverso tale ordinanza, aveva proposto ricorso per cassazione l’accusato, dolendosi – con esclusivo riferimento agli aspetti in questa sede pertinenti – della carenza dell’abitualità delle condotte, che secondo la prospettazione difensiva è elemento necessario ai fini dell’integrazione del reato. Nel rigettare il ricorso, la Suprema Corte ha dunque espresso gli importanti principi sopra richiamati.


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Delibere incidenti su tutti i condomini: quale giudice competente per valore?

Pubblicato il: 03/05/2022

La Corte di Cassazione, con sentenza. n. 9068 del 21 marzo 2022 ha affrontato il tema della competenza per l’impugnativa delle delibere dell’assemblea condominiale, con specifico riferimento al caso in cui queste ultime siano incidenti sulla totalità dei condomini.

Al fine di analizzare il recente approdo giurisprudenziale, va ricordato che il criterio per determinare se la competenza spetta al Giudice di Pace o al Tribunale è innanzitutto quello del valore della causa.
In particolare, il Codice di procedura civile, con esclusivo riferimento a quanto qui di interesse, prevede

  • all’art. 7 co. 1, che il Giudice di pace è competente per le cause relative a beni mobili di valore non superiore a 5.000 euro, quando dalla legge non sono attribuite alla competenza di altro giudice, nonché per le cause relative alla misura ed alle modalità d'uso dei servizi di condominio di case (a prescindere dal loro valore);
  • all’art. 9 primo periodo, che il Tribunale è competente per tutte le cause che non sono di competenza di altro giudice.

Il Codice di Rito, inoltre, si occupa di precisare, all’art. 12, che il valore delle cause relative all'esistenza, alla validità o alla risoluzione di un rapporto giuridico obbligatorio si determina in base a quella parte del rapporto che è in contestazione.
Per tale ragione, è indubbio – come confermato più volte anche dalla giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass. n. 15434/2020 e Cass. n. 21227/2018) – che il valore della causa si determina con riferimento alle somme contestate, nel caso in cui questa riguardi delibere assembleari che prevedono oneri in capo solo ad alcuni dei condomini e che siano da questi impugnate.

Per quanto riguarda le delibere dell’assemblea che producono effetto nei confronti di tutti i condomini, tuttavia, ci si chiede se il valore della causa debba determinarsi sempre in relazione all’importo di spettanza del singolo condomino che agisce giudizialmente oppure se sia più corretto fare riferimento al valore complessivo della spesa che la delibera impugnata comporta.

E proprio quest’ultima soluzione ha trovato accoglimento nel recente provvedimento della Suprema Corte, la quale ha affermato che in siffatte ipotesi “il valore della causa deve essere determinato sulla base dell’atto impugnato, e non sulla base dell’importo del contributo alle spese dovuto dall’attore in base allo stato di ripartizione, non operando la pronuncia solo nei confronti dell’istante e nei limiti della sua ragione di debito” in quanto la domanda non può intendersi ristretta al solo importo contestato, ma “si estende necessariamente alla validità dell’intera deliberazione e dunque all‘intero ammontare della spesa”.

Il caso concretamente deciso dalla Cassazione, in particolare, riguardava l’impugnazione innanzi al Tribunale di un consuntivo di spesa approvato dall’assemblea di condominio dopo il compimento di alcuni lavori straordinari in un palazzo. Il Condominio, pertanto, aveva proposto eccezione di incompetenza, segnalando che gli importi richiesti a ciascun condomino erano inferiori ai 5.000 euro, sicchè la competenza spettava al Giudice di Pace.
La Corte di Cassazione, in sede di regolamento di competenza, hanno dunque ritenuto sussistente la competenza del Tribunale, sulla scorta del principio sopra riportato.


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Acquisto di auto usata “vista e piaciuta”: opera la garanzia per vizi?

Pubblicato il: 02/05/2022

Ai sensi dell’art. 1490 c.c., il venditore è tenuto a garantire che la cosa venduta sia immune da vizi che la rendano inidonea all'uso a cui è destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore. Tale norma, inoltre, prevede che il patto con cui si esclude o si limita la garanzia – integrato ad esempio dall’apposizione di una clausola “visto e piaciuto” al contratto di compravendita – non ha effetto, se il venditore ha in mala fede taciuto al compratore i vizi della cosa.

Ma la garanzia così prevista è esclusa nel caso di acquisto, con apposizione della clausola “visto e piaciuto”, di un bene usato, peraltro sottoposto ad esame approfondito da parte del compratore? Su tale tema è di recente intervenuta la Corte di Cassazione, con sentenza n. 9588 del 24 marzo 2022, fornendo risposta negativa a tale quesito.

La Suprema Corte, infatti, si è espressa a favore dell’operatività della garanzia anche nella descritta fattispecie, chiarendo espressamente che “la mera circostanza… che la vendita abbia riguardato un'autovettura usata non costituisce ragione per esonerare il venditore dalla responsabilità.
La particolare vetustà dell’automobile o la sottoposizione della stessa ad un esame approfondito prima dell’acquisto, invero, sono circostanze di fatto che non escludono in sé la garanzia per i vizi della cosa venduta e – precisa il Collegio – non esonerano il giudice dall'accertare se la cosa venduta sia "immune da vizi che la rendano inidonea all'uso a cui è destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore".

Conclusivamente, gli Ermellini – richiamando un orientamento già consolidato (Cass. n. 21204/2016) – hanno chiarito che la clausola contrattuale "vista e piaciuta", la quale ha la funzione di accertare consensualmente la presa visione ad opera del compratore della cosa venduta, esonera il venditore dalla garanzia per i vizi di quest'ultima “limitatamente a quelli riconoscibili con la normale diligenza e non taciuti in mala fede, sicchè, anche in considerazione dei principi fondamentali della buona fede e dell'equità del sinallagma contrattuale, essa non può riferirsi ai vizi occulti emersi dopo i normali controlli eseguiti anteriormente l'acquisto”.

La vicenda concreta sottoposta all’esame della Corte di Cassazione, nello specifico, riguardava la compravendita “vista e piaciuta” di una Porche usata immatricolata diciassette anni prima, il cui motore si era rotto sette mesi dopo l’acquisto. Per tale ragione, l’acquirente aveva adito il Tribunale lamentando l’esistenza di tali vizi chiedendo il risarcimento del danno.
Poiché la domanda attorea era stata rigettata in primo grado, il compratore aveva proposto appello, ma anche l’impugnazione non aveva avuto buon esito in quanto la Corte distrettuale aveva valorizzato la vetustà del veicolo, tale da escludere a priori ogni forma di garanzia per eventuali vizi dell’auto, la quale peraltro era stata fatta esaminare da un meccanico di fiducia del compratore e provata su strada.
Per la cassazione di questa sentenza aveva allora proposto ricorso il compratore, dolendosi – per quanto qui di interesse – della violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1490 e 1494 c.c.: in accoglimento di tale censura, dunque, la Suprema Corte ha dunque cassato la sentenza con rinvio.


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Fondo patrimoniale: quando può essere oggetto di revocatoria?

Pubblicato il: 01/05/2022

L’azione revocatoria o c.d. pauliana è un mezzo di conservazione della garanzia patrimoniale previsto per consentire ai creditori di tutelare le proprie ragioni ottenendo la declaratoria di inefficacia relativa degli atti con cui il debitore ha fraudolentemente disposto del suo patrimonio.
I presupposti dell'azione revocatoria, come si trae dall’art. 2901 c.c. che la disciplina, sono:

  • la scientia damni, cioè la frode da parte del debitore, che compie l'alienazione sapendo di pregiudicare le ragioni del creditore o in modo a ciò dolosamente preordinato;
  • il consilium fraudis, cioè la consapevolezza da parte del terzo del pregiudizio derivante al creditore o della dolosa preordinazione;
  • l'eventus damni, cioè il danno che può essere arrecato alle pretese del creditore.

Con riferimento nello specifico a quest’ultimo elemento, occorre porsi un quesito: al fine di dichiarare l’inefficacia dell’atto dispositivo, l’eventus damni può essere anche solo potenziale, essendo sufficiente accertare il rischio della riduzione della garanzia patrimoniale? Oppure è necessario un pregiudizio concreto e attuale?

Proprio su tale tema è di recente intervenuta la Corte di Cassazione, optando per la prima delle ipotesi ora formulate. Con ordinanza n. 9455 del 23 marzo 2022, infatti, il Collegio ha ritenuto sufficiente una valutazione prognostica circa la potenzialità lesiva della costituzione di fondo patrimoniale su bene gravato da ipoteca.

Una siffatta valutazione – ha evidenziato la Suprema Corte – è invero conforme alla giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass. n. 30736/2019) secondo la quale “nell'ipotesi in cui l'azione esecutiva non sia stata già introdotta, al fine di verificare la concreta possibilità di soddisfazione del creditore chirografario nel conflitto con quello ipotecario, è sufficiente una prognosi futura sul rischio di riduzione della garanzia patrimoniale”.

Lo specifico caso giunto all’attenzione della Corte, in particolare, riguardava un soggetto che aveva esperito l’azione di cui all’art. 2901 c.c. avverso due coniugi suoi debitori, i quali avevano costituito un fondo patrimoniale avente ad oggetto beni di loro proprietà, fondo che arrecava pregiudizio alle ragioni creditorie.
Il Tribunale, tuttavia, aveva rigettato la domanda e l’attore aveva dunque proposto appello.
La Corte distrettuale, dunque, aveva accolto l’impugnazione e dichiarato l'inefficacia dell'atto di costituzione del fondo patrimoniale, ritenendo che sufficiente che l'atto avesse reso più difficile il soddisfacimento delle ragioni creditorie.
Avverso la sentenza, i coniugi avevano dunque proposto ricorso, dolendosi – limitatamente a quanto ora di interesse – della violazione e falsa applicazione dell'art. 2901 c.c.: sulla scorta delle considerazioni ripercorse, la Cassazione ha dunque ritenuto inammissibile il ricorso.


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Campo da calcio dissestato e infortunio del calciatore: deve essere provata la causalità?

Pubblicato il: 28/04/2022

Nel caso in cui, durante una partita di calcio o un allenamento, un calciatore cada in una buca presente sul campo a causa della non adeguata manutenzione dello stesso, dei danni risponde il custode.
La fattispecie descritta, infatti, rappresenta uno dei tanti casi di applicazione dell’art. 2051 c.c., che disciplina la responsabilità da cose in custodia. Tale norma, nello specifico, pone la regola generale per cui ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia: tanto prevede il legislatore alla luce della speciale connessione esistente tra una determinata res e il custode, cioè il soggetto che ha il potere di vigilanza e di controllo, anche di fatto, su di essa.

Ma, in una simile evenienza, quali principi vigono in tema di onere della prova? A questi riguardi, in particolare, occorre chiedersi se per il soggetto danneggiato sia sufficiente allegare il dato di fatto della custodia oppure sia necessario provare altresì il nesso di causa.

Ebbene, proprio a tale quesito ha fornito di recente risposta la Corte di Cassazione, ribadendo ancora una volta il saldo orientamento giurisprudenziale formatosi sul tema (cfr. Cass. n. 2477/2018; Cass. n. 12027/2017; Cass. n. 8229/2010) e applicandolo alla specifica fattispecie degli infortuni calcistici.
Con ordinanza n. 7172 del 4 marzo 2022, infatti, la Suprema Corte ha affermato che “l’art. 2051 cod. civ., nell’affermare la responsabilità del custode della res per i danni da questa cagionati, individua semplicemente un criterio di imputazione che prescinde da qualunque connotato di colpa operando sul piano oggettivo dell’accertamento del rapporto causale tra la cosa e l’evento dannoso, ma cionondimeno non esonera il danneggiato dalla prova del predetto nesso di causalità”.

Per queste ragioni, non può ritenersi condivisibile l’assunto per cui deve considerarsi “in re ipsa” il nesso tra lo stato dissestato del campo da calcio e l’infortunio, spettando invece al danneggiato l’onere della prova sul punto.

Il caso concreto sul quale si è pronunciata la Cassazione, segnatamente, riguardava l’infortunio subito da un calciatore a seguito di una caduta avvenuta in un campo da calcio malmesso. Lo sportivo così danneggiato aveva agito giudizialmente contro il custode del campo al fine di ottenere il risarcimento e il Tribunale aveva accolto la domanda attorea e condannato il convenuto ai sensi dell’art. 2051 c.c.
Avverso tale sentenza aveva dunque proposto appello il custode, dolendosi del mancato adempimento da parte del calciatore dell’onere probatorio, con specifico riferimento al nesso di causalità: la Corte d’appello, sulla scorta dell’orientamento giurisprudenziale appena esaminato, aveva dato ragione all’appellante e riformato la sentenza.
Per la cassazione della sentenza di secondo grado aveva allora proposto ricorso il danneggiato ma, sulla scorta dei principi sopra esposti, la Cassazione ha ritenuto inammissibile la doglianza.


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Adozione in casi particolari: si alla parentela con la famiglia

Pubblicato il: 27/04/2022

La Corte Costituzionale, con sentenza n. 79 del 28 marzo 2022, si è pronunciata sulla questione di legittimità costituzionale dell’art. 55 L. n. 184 del 1983, nella parte in cui, mediante rinvio all’art. 300 co. 2 c.c., stabilisce che l’adozione in casi particolari non induce alcun rapporto civile tra l’adottato e i parenti dell’adottante.

Per comprendere la recente pronuncia della Consulta, va tuttavia ricordato preliminarmente che

  • l’adozione in casi particolari, di cui all’art. 44, comma 1, lettera d), è ormai pacificamente estesa dalla giurisprudenza (cfr., ex multis, Cass. Sez. Un. n. 12193/2019) anche alle ipotesi di impossibilità giuridica di affidamento preadottivo, sicchè si consente al componente di una coppia dello stesso sesso, privo di un legame biologico con il figlio del partner, di adottare quest’ultimo: tale istituto, come già chiarito dalla Consulta stessa, lungi dall’assecondare attraverso automatismi il mero desiderio di genitorialità, dimostra una precipua vocazione a tutelare l’interesse del minore a mantenere relazioni affettive già di fatto instaurate e consolidate;
  • l’art. 55 della L. n. 184 del 1983 opera, per l’adozione in casi particolari, un rinvio alla disciplina codicistica sull’adozione delle persone maggiori di età e, specificamente, all’art. 300, secondo comma, cod. civ., che testualmente dispone «l’adozione non induce alcun rapporto civile […] tra l’adottato e i parenti dell’adottante, salve le eccezioni stabilite dalla legge».

Tanto premesso, è possibile sottolineare come la Consulta abbia rilevato un contrasto della legislazione vigente con gli articoli:

  1. 3 e 31 Cost., in quanto, secondo le norme attualmente vigenti, a dispetto della unificazione dello status di figlio, vengono negati al solo minore adottato in casi particolari i legami parentali con la famiglia del genitore adottivo. La Corte segnala, infatti, che è irragionevole che un profilo così rilevante per la crescita e per la stabilità di un bambino sia regolato con la disciplina di un istituto, qual è l’adozione del maggiore d’età, plasmato su esigenze prettamente patrimoniali e successorie. Per la Consulta, dunque, “la norma censurata priva, in tal modo, il minore della rete di tutele personali e patrimoniali scaturenti dal riconoscimento giuridico dei legami parentali, che il legislatore della riforma della filiazione, in attuazione degli artt. 3, 30 e 31 Cost., ha voluto garantire a tutti i figli a parità di condizioni, perchè tutti i minori possano crescere in un ambiente solido e protetto da vincoli familiari”.Inoltre, i Giudici delle Leggi hanno rilevato come la disciplina censurata leda il minore nell’identità che gli deriva dall’inserimento nell’ambiente familiare del genitore adottivo e, dunque, dall’appartenenza a quella nuova rete di relazioni, che di fatto vanno a costruire stabilmente la sua identità;
  2. 117 Cost. in relazione all’art. 8 CEDU, come interpretato dalla giurisprudenza. La Corte EDU, infatti, intende in senso ampio il concetto di vita familiare di cui all’art. 8 CEDU e vi include le relazioni adottive che devono creare vincoli non diversi da quelli biologici. Per i Giudici di Strasburgo, infatti, un’adozione inidonea a far sorgere legami parentali determina una violazione dell’obbligo positivo a garantire la vita familiare.

Per tutti questi motivi, ora sinteticamente riportati, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 55 della L. n. 184/1983, nella parte in cui, mediante rinvio all’art. 300 co. 2 c.c., prevede che l’adozione in casi particolari non induce alcun rapporto civile tra l’adottato e i parenti dell’adottante. Tale esito consente, pertanto, l’espansione dei legami parentali tra il figlio adottivo e i familiari del genitore adottante che condividono il medesimo stipite.

La vicenda concreta che ha occasionato l’intervento della Consulta, in particolare, vedeva protagonisti due soggetti dello stesso sesso che si erano uniti in matrimonio all’estero, conseguendo poi la trascrizione in Italia del relativo atto come unione civile. La coppia, in seguito, aveva condiviso, sempre all’estero, un percorso di fecondazione assistita che aveva portato alla nascita di una bambina, legata biologicamente solo a una delle due parti dell’unione civile.
L’altra parte, dunque, aveva chiesto con ricorso l’adozione della minore, ai sensi dell’art. 44, co.1, lettera d), della legge n. 184 del 1983, nonchè il riconoscimento, quale effetto della sentenza di adozione, dei rapporti civili della minore con i propri parenti.
Il Giudice, dunque, aveva affermato di poter accogliere la domanda di adozione ma di non poter riconoscere, sulla base della legislazione vigente, i rapporti civili della minore con i parenti della parte ricorrente, quale effetto del vincolo adottivo in esame. Per tale ragione, egli aveva sollevato la questione di costituzionalità di recente ritenuta fondata dalla Consulta.


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Trasferimento d’azienda: quando è illegittimo licenziare?

Pubblicato il: 25/04/2022

La Corte di Cassazione con ordinanza n. 7391 del 7 marzo 2022 ha affrontato la questione della legittimità o meno del licenziamento del lavoratore avvenuto a causa del trasferimento d’azienda, fornendo una soluzione articolata che si pone in linea di continuità con la giurisprudenza precedente.

Al fine di comprendere quanto recentemente deciso dalla Suprema Corte, va però preliminarmente ricordato che l’art. 2112 c.c., rubricato “mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento d'azienda” dispone a tali riguardi

  • che per trasferimento d’azienda si intende qualsiasi operazione che, in seguito a cessione contrattuale o fusione, comporti il mutamento nella titolarità di un'attività economica organizzata preesistente al trasferimento e che conserva nel trasferimento la propria identità;
  • che, in caso di trasferimento d'azienda, il rapporto di lavoro continua con il cessionario ed il lavoratore conserva tutti i diritti che ne derivano;
  • che, ferma restando la facoltà di esercitare il recesso ai sensi della normativa in materia di licenziamenti, il trasferimento d'azienda non costituisce di per sé motivo di licenziamento;
  • che il lavoratore, le cui condizioni di lavoro subiscono una sostanziale modifica nei tre mesi successivi al trasferimento d'azienda, può rassegnare le proprie dimissioni.

Tanto premesso, può evidenziarsi come la Corte – in ossequio al costante orientamento della giurisprudenza di legittimità (cfr., ex multis, Cass. n. 4622/2019) – abbia concluso che, alla luce del dato normativo richiamato, è illegittimo il licenziamento successivo al trasferimento e da questo motivato. Più precisamente, gli Ermellini hanno affermato che “se effettivamente la vigenza di un rapporto di lavoro è necessaria ai fini dell'applicabilità dell'art. 2112 c.c. … tuttavia non si può trascurare di considerare che alla luce dell'art. 2112 c.c., comma 4 il trasferimento di azienda non può costituire l'unica ragione giustificativa del licenziamento. In sostanza è nullo il recesso che si fondi in via esclusiva sulla connessione con il passaggio da un soggetto ad un altro di un servizio”:
Diversamente opinando, precisa la Suprema Corte, si finirebbe infatti per avallare il fenomeno elusivo del divieto contenuto nella disposizione richiamata.

La vicenda concretamente sottoposta all’attenzione del Supremo Collegio, in particolare, vedeva come protagonista un dipendente che era stato licenziato dalla società in cui lavorava all'esito di una procedura di licenziamento collettivo, per essere successivamente assunto, il giorno seguente, da un’altra società, la quale lo aveva poi a propria volta licenziato. Il lavoratore, quindi, aveva convenuto in giudizio le due società per sentire accertare e dichiarare che tra le stesse si era verificato un trasferimento di azienda, con conseguente diritto del lavoratore a transitare dalla cedente alla cessionaria.
Il Tribunale, tuttavia, aveva rigettato le domande attoree e la Corte di appello aveva poi confermato la sentenza di primo grado, osservando che presupposto necessario ai fini dell'applicazione dell'art. 2112 c.c. era la sussistenza del rapporto di lavoro al momento del trasferimento di azienda ed escludendo che tale circostanza fosse in concreto ravvisabile nel caso di specie.
Per la cassazione della sentenza aveva allora proposto ricorso il lavoratore, denunciando – per quanto qui di interesse – la violazione e falsa applicazione dell’art. 2112 c.c.: in accoglimento di tale censura sulla scorta del principio sopra richiamato, la Suprema Corte ha dunque cassato la sentenza.


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Errore materiale nella data del testamento: è ammissibile la rettifica?

Pubblicato il: 25/04/2022

Il testamento olografo è la forma più semplice, in quanto richiede – ai sensi dell’art. 602 c.c. – una sola essenziale formalità: la redazione per iscritto del suo contenuto, della data e della firma per opera personale, completa ed esclusiva del testatore. Non richiede alcuna altra forma: non la presenza di testimoni, non l’intervento di un pubblico ufficiale. Con specifico riferimento alla data, l’ultimo comma della norma citata precisa che essa “deve contenere l'indicazione del giorno, mese e anno”.
Tale elemento, peraltro, è di grande importanza: la data, infatti, può rilevare per determinare l’eventuale incapacità del de cuius, che renderebbe il testamento olografo suscettibile di annullamento.

Ma, laddove sia evidente che l’inesattezza nell’indicazione della data sia frutto di un mero errore materiale, è ammissibile la rettifica da parte del giudice? Proprio su tale questione si è recentemente espressa la Corte di Cassazione, con ordinanza n. 37228 del 29 novembre 2021.

Nella motivazione del provvedimento citato, in particolare, i Giudici di Piazza Cavour hanno affermato che “l'indicazione erronea della data nel testamento olografo, dovuta, cioè ad errore materiale del testatore per distrazione, ignoranza od altra causa, anche se concretantesi in una data impossibile, non voluta, però, come tale, dal testatore, può essere rettificata dal giudice, avvalendosi di altri elementi intrinseci della scheda testamentaria, così da rispettare il requisito essenziale della autografia dell'atto”. L'apprezzamento del giudice del merito circa la sussistenza di un mero errore materiale del testatore e circa l'esclusione dell'intenzione del testatore d'indicare volutamente una data impossibile (evenienza che invece renderebbe annullabile il testamento, perchè equivalente a data inesistente) è peraltro incensurabile in cassazione, qualora sia sorretto da motivazione adeguata ed immune da vizi di logica o di diritto.

Per tali ragioni, se il testatore omette ad esempio di separare con il punto, per pura dimenticanza, il mese dall'anno, la rettifica è sicuramente ammissibile.

Il caso concreto sul quale si è dovuta pronunciare la Cassazione, in particolare, riguardava la successione testamentaria di un soggetto che aveva redatto un testamento olografo e lo aveva datato in modo impreciso, non separando con alcun segno grafico il mese e l’anno.
Il Tribunale, adito da alcuni degli eredi, aveva dunque dichiarato la validità del testamento del defunto, rigettando le domande volte a fare accertare l'invalidità della scheda, per difetto di forma in relazione alla data del testamento e per incapacità naturale del testatore.
Avverso tale sentenza era poi stato proposto appello, ma la Corte d'appello lo aveva rigettato, sicchè la causa era giunta in Cassazione, alla quale era stata prospettata – con esclusivo riferimento agl aspetti ora rilevanti – l’invalidità del testamento per omessa indicazione della data ai sensi dell'art. 602 c.c. Ritenendo tale censura inammissibile, la Suprema Corte ha dunque operato le importanti precisazioni di cui si è dato notizia.


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Domicilio fiscale di un residente all’estero: come si determina?

Pubblicato il: 20/04/2022

È noto che il Tuir all’art. 2 prevede che i soggetti passivi dell'imposta sono le persone fisiche, residenti e non residenti nel territorio dello Stato e, al comma 2, che ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti le persone che per la maggior parte del periodo di imposta, alternativamente:

  • sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente;
  • hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del Codice Civile.

È altrettanto noto che, ai sensi dell'art. 43 c.c., per domicilio di una persona si intende il luogo in cui essa ha stabilito la “sede principale dei suoi affari e interessi”, mentre con residenza si indica il luogo in cui la persona ha la “dimora abituale”.

Ma come si stabilisce, a fini fiscali, se un soggetto residente all’estero ha in Italia la sede principale dei suoi affari e interessi? Sulla base di indici presuntivi. In tal senso si è infatti recentemente espressa la Corte di Cassazione, con ordinanza n. 8286 del 15 marzo 2022, ribadendo un orientamento già consolidato.

La Suprema Corte, invero, ha ricordato come la giurisprudenza di legittimità abbia già evidenziato – cfr. Cass. n. 678/2015 e Cass. n. 21694/2020 – che, ai sensi del combinato disposto del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 2 e dell'art. 43 c.c., deve considerarsi soggetto passivo il cittadino italiano che, pur risiedendo all'estero “stabilisca in Italia, per la maggior parte del periodo d'imposta, il suo domicilio, inteso come la sede principale degli affari ed interessi economici nonchè delle relazioni personali, come emergenti da elementi presuntivi.
A tali fini, elementi valorizzabili possono pertanto essere l'acquisto di beni immobili, la gestione di affari in contesti societari oppure la disponibilità di almeno un'abitazione nella quale trascorrere diversi periodi dell'anno.

Nel corso della motivazione della sentenza in esame, la Cassazione ha ricordato altresì come pure la Corte di Giustizia abbia più volte ribadito l'importanza della verifica dell'ubicazione del centro di interessi principali, quale luogo abituale della gestione degli interessi medesimi, che sia riconoscibile a terzi. Anche secondo la giurisprudenza eurocomunitaria, pertanto, per determinare il domicilio fiscale, devono valorizzarsi i legami personali e professionali evincibili dalla presenza fisica del contribuente e dei suoi familiari in uno Stato, dalla disponibilità di una abitazione, dal luogo di esercizio delle attività professionali e comunque dagli interessi patrimoniali.

Tanto premesso, la Suprema Corte ha concluso che ragionamenti condotti sulla base di riscontri comparativi non fanno applicazione dei principi di diritto elaborati dalla giurisprudenza di legittimità in tema di soggettività fiscale passiva del cittadino italiano, pur residente all'estero, così come dalla giurisprudenza unionale. Un corretto ragionamento volto ad identificare la sede principale degli affari ed interessi economici, nonchè anche dei rapporti affettivi del contribuente, pertanto, dovrà fondarsi su presunzioni.

La vicenda concreta sottoposta al vaglio della Cassazione, in particolare, riguardava l’impugnazione di un avviso di accertamento con il quale l’Agenzia delle Entrate aveva richiesto ad un contribuente il pagamento di maggiori imposte e di sanzioni in riferimento ad un passato periodo imposta. L’atto impositivo poggiava sul presupposto che il contribuente, pur iscritto all'AIRE, dovesse considerarsi fiscalmente residente in Italia sulla base di alcuni riscontri.
La Commissione Tributaria Provinciale aveva respinto la domanda del contribuente, annullando l’atto impositivo ma, successivamente, la Commissione Tributaria Regionale aveva accolto il suo appello e annullato l’avviso di accertamento, ritenendo che la complessiva documentazione allegata dal contribuente avesse inequivocabilmente dimostrato la sua residenza estera.
Avverso tale sentenza aveva dunque proposto ricorso l’Agenzia delle Entrate, dolendosi – per quanto qui di interesse – della violazione e falsa applicazione del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 2 nonchè dell'art. 43 c.c., perchè erroneamente il giudice regionale ha ritenuto che la documentazione e gli elementi prodotti dal contribuente dimostrassero la residenza estera del contribuente. Ritenendo tale censura fondata, la Suprema Corte ha dunque cassatola sentenza.


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