Conto corrente, possono pignorarlo anche a te se tuo padre o il tuo coniuge non pagano i debiti: ecco cosa dice la legge

Pubblicato il: 07/07/2024

Ognuno di noi ha “debiti” da pagare: possono essere rate del mutuo o per l’acquisto di una macchina, oppure i canoni di locazione dovuti per l’affitto della casa in cui risiede la famiglia. Finché si riesce a far fronte ai pagamenti – ovviamente – non sorgono problemi di sorta. Ma cosa accade quando ciò non è più possibile? I creditori potranno rivalersi anche sui beni dei familiari conviventi come, ad esempio, moglie e figli?

La risposta non è così scontata.

Infatti, non è sempre detto che il creditore possa rivalersi (anche) sui familiari conviventi, ma neppure è vero il contrario.

Per questo motivo, è bene analizzare separatamente le ipotesi in cui, per trovare soddisfazione, il creditore può “aggredire” anche i patrimoni dei familiari del debitore da quelle in cui, invece, i patrimoni rimangono separati.


L’ipotesi classica in cui i debiti di un soggetto possono ricadere sui figli (ovvero sul coniuge) è quella dell’accettazione dell’eredità in caso di morte del debitore: attraverso l’accettazione dell’eredità, il figlio o il coniuge diventa a tutti gli effetti erede e, come tale, sarà responsabile (anche con il proprio patrimonio personale, in caso di accettazione senza beneficio di inventario) dei debiti contratti dal de cuius, in proporzione alla propria quota ereditaria.

Bisogna tener presente, comunque, che – anche in caso di accettazione di eredità – non tutti i debiti del defunto si tramandano agli eredi. Così, ad esempio, non sono trasmissibili i debiti che originano da sanzioni amministrative, tributarie e penali, debiti di gioco e scommesse, debiti prescritti e assegni di mantenimento.

Una ulteriore ipotesi in cui il familiare risponde dei debiti contratti da altro membro della famiglia si realizza allorquando venga prestata fideiussione: in ipotesi di inadempimento del debitore principale, infatti, il creditore potrà rivalersi direttamente sul patrimonio del fideiussore-familiare, anche mediante procedure esecutive.
 
Tolte queste due ipotesi (che si ritrovano con maggiore frequenza), bisogna tener presente che, almeno in linea generale, la legge prevede che dei debiti risponde solo colui che li ha contratti e, se egli è sposato in regime di comunione dei beni, anche il coniuge nei limiti del 50%.
 
Così, possiamo affermare che i figli non sono automaticamente responsabili per i debiti contratti dai genitori. Difatti, anche qualora si tratti di figli minorenni – sui cui beni i genitori detengono l’usufrutto legale (es. somme di denaro depositate presso la Banca)-, detti beni fanno capo al figlio, ossia a un soggetto completamente estraneo al debito.
 
Un diverso discorso dev’essere fatto in caso di conti cointestati: in tale ipotesi è fatta salva, per il creditore, la possibilità di sottoporre a pignoramento il conto cointestato, ma nei limiti del 50% dello stesso.
 
Una ulteriore ipotesi in cui i familiari conviventi potrebbero dover subire le conseguenze dell’esecuzione, portata avanti dal creditore nei confronti del debitore, si realizza in caso di pignoramento mobiliare: i familiari conviventi potrebbero subire il pignoramento di alcuni loro oggetti perché, per la presunzione di proprietà, tutto ciò che si trova in casa all’atto del pignoramento viene ritenuto di proprietà del debitore.

Occorrerà dimostrare, quindi, che detti beni appartengono ad altri membri del nucleo familiare diversi dal debitore.


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Contratto a tempo determinato, è nullo se il datore non rispetta questi limiti (ma puoi fare ricorso): ecco come fare

Pubblicato il: 07/07/2024

In Italia, normalmente, l’assunzione di un lavoratore avviene mediante la sottoscrizione di un contratto di lavoro a tempo indeterminato, che costituisce la forma più comune e diffusa. Tuttavia, il nostro ordinamento giuridico, per venire incontro alle esigenze del mercato del lavoro, ha previsto diverse tipologie di contratti di lavoro atipici, ovvero non rientranti nella categoria del contratto di lavoro a tempo indeterminato.
Tra questi contratti atipici, il contratto a tempo determinato è senza dubbio il più frequente. Questo tipo di contratto consente ai datori di lavoro di assumere dipendenti per un periodo di tempo specifico e predefinito. Alla scadenza di questo periodo, il rapporto di lavoro termina automaticamente, senza alcuna necessità di preavviso.
Proprio queste sue caratteristiche rendono il contratto a tempo determinato uno strumento sicuramente vantaggioso per i datori di lavoro che, in particolari momenti, necessitano di forza lavoro. Tuttavia, l’impiego di questa forma contrattuale è soggetto a specifici limiti che il datore di lavoro deve rigorosamente osservare.
Il mancato rispetto di tali limiti può rendere il contratto nullo.
Vediamo, quindi, quali sono i limiti di utilizzo di tale forma contrattuale e le conseguenze in caso di mancata osservanza degli stessi.
Secondo il Decreto Dignità, n. 87/2018, la durata massima dei contratti a termine è pari a 24 mesi. Più analiticamente, la legge prevede che le parti possano decidere liberamente di stipulare un contratto a termine, di durata comunque non superiore a 12 mesi.
Tuttavia, l’eventuale rinnovo del contratto o la stipula dello stesso per un periodo non superiore a 24 mesi sarà possibile solo in caso di esigenze temporanee e limitate. In presenza, poi, di specifiche esigenze tecniche, produttive oppure organizzative, il termine può essere prorogato fino a 36 mesi. In ogni caso, le proroghe sono soggette a controlli da parte delle autorità, che dovranno confermarne la validità.
Altro limite in cui incorre il datore di lavoro concerne il tetto massimo di lavoratori a tempo determinato che possono essere assunti.
In questo caso, la legge italiana prevede un limite del 20%, calcolato sul numero complessivo dei lavoratori a tempo indeterminato che già operano nell’azienda.
Con la previsione di questo limite, lo Stato tenta di ridurre un impiego eccessivo di tali forme contrattuali, garantendo al contempo una maggiore stabilità nel mercato del lavoro.
Cosa succede in caso di mancato rispetto dei detti requisiti?
Ebbene, in questi casi, qualora il datore di lavoro si renda inadempiente rispetto agli obblighi di legge, il dipendente avrà il diritto di chiedere la stabilizzazione del contratto oppure potrà chiedere l’attivazione di altre forme di tutela.

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Legge 104, niente fermo amministrativo per l’auto: ecco quale documento compilare per annullare il provvedimento

Pubblicato il: 06/07/2024

Il fermo è un provvedimento amministrativo di natura cautelare che impedisce, durante il periodo in cui opera, l’utilizzo del bene. Più nel dettaglio, il fermo amministrativo di un veicolo si attiva quando il contribuente non paga una cartella esattoriale entro 60 giorni. In altre parole, il veicolo sottoposto a fermo non può legalmente circolare fino a quando il debito non venga pagato o rateizzato.

L’Agente della Riscossione invia una comunicazione preventiva, dando al contribuente 30 giorni per regolarizzare la situazione.
Il referente normativo va individuato nel D.P.R. 602/1973 e, precisamente, nell’art. 86.

La procedura per l’iscrizione del fermo – imposto solo per debiti che superano un importo di euro 800 – è stabilita con decreto ministeriale (attualmente si applica il decreto 7 settembre 1998, n. 503).

La procedura si snoda attraverso le seguenti fasi:
1. l’Agente della Riscossione, di propria iniziativa o su segnalazione dell’ente impositore, acquisisce la notizia della proprietà del bene in capo al contribuente moroso;
2. successivamente, lo stesso Agente della Riscossione richiede al pubblico registro – nel quale il bene si presume iscritto – una certificazione che ne attesti la persistente proprietà in capo al soggetto debitore;
3. in caso di accertamento della proprietà in capo al debitore, l’Agente della Riscossione, con proprio provvedimento, ha il potere di disporre direttamente il fermo amministrativo del veicolo;
4. l’Agente della Riscossione invia al contribuente una comunicazione preventiva (cosiddetto “preavviso di fermo”), mediante la quale concede un termine di trenta giorni per l’effettuazione del saldo delle pendenze tributarie interessate dal provvedimento stesso;
5. in carenza di pagamento delle somme richieste, si provvede all’iscrizione nel pubblico registro pertinente, trasmettendo a questo l’originale del provvedimento stesso, unitamente a una nota di trascrizione;
6. l’avvenuta iscrizione è comunicata anche alla Direzione regionale delle entrate e alla Regione;
7. in caso di pagamento del debito, l’Agente trasmette al contribuente, proprietario del veicolo fermato, l’assenso alla cancellazione del provvedimento per sopravvenuta estinzione del debito garantito;
8. il contribuente, munito del provvedimento di revoca, dovrà, infine, recarsi presso il pubblico registro competente per chiedere la cancellazione della trascrizione, corrispondendo i relativi diritti.

Come si anticipava, l’Agente della Riscossione, prima di iscrivere il fermo del veicolo, deve inviare al contribuente un “preavviso”, con il quale gli concede un termine di trenta giorni per pagare, avvertendolo che, in mancanza di pagamento, si procederà all’effettiva iscrizione del fermo. La mancata comunicazione del preavviso è motivo di nullità del fermo.

Sono previste eccezioni all’applicazione del fermo amministrativo?

Ebbene sì. Il fermo amministrativo non può essere applicato ai veicoli strumentali all’attività di impresa o professionale. Ai fini dell’esonero, il contribuente deve presentare la documentazione necessaria tramite il Modello F2, indicando la tipologia dell’attività e i documenti richiesti a sostegno delle dichiarazioni effettuate.
Ancora, il fermo amministrativo non può essere disposto – oppure può essere sospeso – nel caso delle auto destinate ai disabili. Ai fini dell’esonero dal fermo, il contribuente con invalidità può utilizzare il Modello F3, “Istanza di annullamento del preavviso/cancellazione iscrizione di fermo su veicolo ad uso di persone diversamente abili”, che rappresenta il documento chiave per richiedere la cancellazione di un fermo amministrativo.

Quali documenti sono necessari per supportare la richiesta?

È fondamentale allegare il libretto di circolazione che mostra i dispositivi speciali per la guida da parte di persone disabili, la fattura di acquisto del veicolo con le agevolazioni della legge 104, e il contrassegno “Parcheggio per disabili”.

Si ricorda che il provvedimento di fermo amministrativo è impugnabile dinanzi:

  • al giudice tributario, se il credito in forza del quale è stato iscritto riguarda tasse o sanzioni per l’omesso versamento delle imposte;
  • al giudice di pace, se il credito è fondato invece sul mancato pagamento di multe per violazione del codice della strada;
  • – al Tribunale ordinario, sezione lavoro, se il fermo dipende dall’omesso versamento di contributi previdenziali.

Ciò in quanto la giurisdizione sulle controversie relative al fermo di beni mobili registrati appartiene al giudice tributario, solo quando il provvedimento impugnato concerne la riscossione di tributi.

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Rimborso bollette gonfiate, in arrivo per 4 milioni di italiani: ecco come chiederlo ed ecco cosa devi controllare

Pubblicato il: 06/07/2024

Buone notizie per le bollette pagate nel 2022. Alcuni contribuenti, infatti, potrebbero chiedere un rimborso.
Antitrust, infatti, ha dichiarato negli ultimi giorni che i procedimenti – avviati nel 2023 – contro 5 imprese fornitrici di energia elettrica e gas sono ormai conclusi e hanno determinato l’erogazione di rimborsi per circa 600 mila consumatori, nonché per le piccole imprese.
L’importo complessivo rimborsato si aggira attorno ai 128 milioni di euro. Le sanzioni sono state irrogate a seguito delle modifiche unilaterali dei prezzi per la fornitura di gas ed energia, adottate da alcune aziende nel 2022, in contrasto con quanto previsto all’epoca da parte del legislatore.
Analizziamo più nel dettaglio la vicenda e, soprattutto, vediamo come i consumatori potranno ottenere i rimborsi a causa degli aumenti di prezzo.

La vicenda, oggetto dell’indagine dell’AGCM, nasce nel 2022, in piena crisi energetica, allorquando alcune aziende – impegnate nella fornitura di gas ed energia elettrica – aumentarono il costo dell’energia, provocando aumenti eccessivi nelle bollette per tutti i consumatori.
Il governo, al fine di calmierare i prezzi, con l’art. 3 del “Decreto Aiuti bis” (d.l. 115/2022), introdusse il divieto di effettuare aumenti unilaterali dei prezzi per la fornitura di energia elettrica e gas, a partire dal 10 agosto 2022 fino al 30 giugno 2023.
Più nel dettaglio, il suddetto decreto prevedeva la sospensione dell’efficacia di eventuali clausole contrattuali, che permettessero alle imprese impegnate nell’erogazione di energia elettrica e gas di procedere a modifiche unilaterali delle condizioni generali di contratto, con riferimento alla definizione del prezzo, sebbene fosse contrattualmente riconosciuto il diritto di recesso della controparte.  Inoltre, il d.l. considera come inefficaci i preavvisi comunicati per le dette modifiche unilaterali prima della data di entrata in vigore del medesimo decreto, salvo che le modifiche si siano già perfezionate.
Nonostante l’intervento del Governo, alcune compagnie – tra le quali Enel Energia, Eni Plenitude, Acea Energia, Iberdrola Clienti Italia, Dolomiti Energia e Edison Energia  inviarono comunque ai propri clienti alcune comunicazioni, con le quali proponevano delle modifiche tariffarie ai servizi offerti, con conseguente aumento del costo delle bollette.
 
Ebbene, nel 2023 l’Antitrust ha sanzionato tali aziende per la condotta citata, con una sanzione complessiva di oltre 15 milioni di euro. Secondo l’AGCM, infatti, le compagnie di gas ed energia elettrica avevano adottato pratiche commerciali particolarmente aggressive, attraverso le quali erano riuscite a spingere i consumatori ad accettare modifiche unilaterali dei contratti, che però determinavano un notevole incremento dei costi per l’erogazione dei servizi.
Tale condotta, ovviamente, contrastava in pieno con le previsioni di cui all’art. 3 del d.l. 115/2022, c.d. “Decreto Aiuti bis”.
 
È opportuno, però, evidenziare che ciascun consumatore, prima di richiedere l’eventuale rimborso per i detti motivi, deve verificare se, all’interno delle proprie bollette, sia effettivamente indicato il sovrapprezzo. Questo perché, a seguito dell’intervento dell’AGCM, alcune imprese fornitrici hanno provveduto al riconoscimento automatico dei rimborsi.
Secondo alcune stime, diffuse dalle associazioni dei consumatori, il numero dei soggetti interessati è piuttosto elevato, aggirandosi attorno alle 4 milioni di famiglie.
In ogni caso, ad oggi, secondo quanto dichiarato dall’Antitrust, già 600mila persone hanno beneficiato dei rimborsi automatici in bolletta ad opera delle compagnie energetiche.


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Divorzio, ora la Guardia di Finanza potrà indagare alla ricerca di beni non dichiarati e nascosti al coniuge: ecco come

Pubblicato il: 06/07/2024

Una grande novità sta per abbattersi sui procedimenti di divorzio. I giudici avranno un’arma in più per effettuare controlli sul patrimonio: la collaborazione della Guardia di Finanza.

Quale sarà il compito affidato alla Guardia di Finanza?

Per la prima volta, nelle cause di divorzio, la Guardia di Finanza – attraverso controlli patrimoniali sulle banche dati riservate – potrà aiutare il Tribunale a risolvere i contrasti che riguardano non solo la divisione dei beni, ma anche gli assegni di mantenimento.

Quali sono le conseguenze di questa nuova collaborazione?

Occorre precisare che, nei procedimenti di separazione e divorzio, il giudice può già disporre indagini di polizia tributaria, delegando alla Guarda di Finanza la verifica e l’accertamento della complessiva situazione reddituale, patrimoniale e finanziaria del coniuge.

Basta pensare che, in passato, la legge (il comma 9 dell’art. 5 della legge divorzio) stabiliva che “i coniugi devono presentare all’udienza di comparizione avanti al presidente del tribunale la dichiarazione personale dei redditi e ogni documentazione relativa ai loro redditi e al loro patrimonio personale e comune. In caso di contestazioni il tribunale dispone indagini sui redditi, sui patrimoni e sull’effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso anche della polizia tributaria”.
 
In realtà, la recente riforma Cartabia (d.lgs. n. 149 del 2022) ha modificato la materia. In particolare, oggi il codice di procedura civile (il comma 2 dell’art. 473 bis 2 del c.p.c.) prevede che, in relazione alle domande di contributo economico, il giudice può ordinare l’integrazione della documentazione depositata dalle parti e disporre ordini di esibizione e indagini sui redditi, sui patrimoni e sull’effettivo tenore di vita, anche nei confronti di terzi, valendosi se del caso della polizia tributaria.
 
Peraltro, il codice stabilisce che il giudice può disporre queste attività d’ufficio: ossia, in modo autonomo e senza richiesta dalle parti.
 
Questa tipologia di attività investigativa permette di capire la posizione fiscale del coniuge sottoposto all’indagine. Ovviamente, si tratta di attività che possono portare a risultati che sono rilevanti sia sul piano civilistico, sia dal punto di vista tributario.
 
Oltre alle novità introdotte dalla riforma Cartabia, di cosa si potrà occupare la Guardia di Finanza?
 
In concreto, ove il tribunale ritenga che occorra, il finanziere delegato – anche grazie a banche dati riservate – si occuperà di svolgere accertamenti relativi alle richieste di natura patrimoniale, nonché a quelle di affidamento di minori che i coniugi hanno presentato in sede di giudizio di separazione o di divorzio. Il militare della Guardia di Finanza procederà all’acquisizione di atti di polizia giudiziaria e all’elaborazione delle risultanze emerse dalle banche dati utilizzate dal Corpo.
 
In questo caso, lo scopo di questi controlli è quello di scoprire se un coniuge stia mentendo all’altro sul proprio patrimonio, al fine di avere sconti sul mantenimento.
 
In quest’ottica, la collaborazione tra l’Autorità Giudiziaria e la Guardia di Finanza rappresenta un passo avanti rispetto al passato, perché si avrà una risposta giudiziaria molto più efficace e una maggiore valorizzazione dei risultati investigativi.
 
Detto in parole povere, diventerà molto più complicato presentare false dichiarazioni sulla consistenza del proprio patrimonio oppure nascondere beni, denaro, capitali o altro (il classico esempio è quello delle opere d’arte) al coniuge. Ciò vuol dire che le indagini finanziarie potranno estendersi fino a verificare i beni e le risorse detenute illecitamente.
 
Si deve sottolineare che, al momento, questo tipo di collaborazione verrà messa in atto solo presso il Tribunale di Milano. Tuttavia, niente esclude che, in un prossimo futuro, anche altri Tribunali italiani seguano la strada indicata dai giudici milanesi.


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Nuova sanatoria fiscale 2024, in arrivo un nuovo taglio dei debiti: ecco come funziona la rottamazione quinquies

Pubblicato il: 05/07/2024

All’orizzonte si profila una nuova possibilità per i contribuenti che vogliono “mettersi in regola” con il pagamento dei debiti erariali: la c.d. rottamazione quinques.

Molteplici sono le ragioni che spingono il Governo in questa direzione tra le quali, principalmente, il – niente affatto sorprendente – flop della precedente rottamazione c.d. quater (allo stato ancora in corso), che ha creato un “buco di bilancio” di non poco conto: all’appello sembrerebbero mancare ben 100 milioni di euro.

Difatti, se già pochi erano stati i contribuenti ad aderire alla rottamazione quater, molti di essi sono anche decaduti a causa del mancato rispetto delle scadenze per il pagamento.

Pertanto, il Governo – allo scopo di coprire questo buco di bilancio e recuperare gettito fiscale – è intenzionato a prevedere un nuovo procedimento di sanatoria (denominato appunto rottamazione quinquies) che, attraverso il pagamento delle cartelle esattoriali da parte del contribuente, permetterà a quest’ultimo di raggiungere la c.d. pace fiscale.

Al momento, sono essenzialmente due le ipotesi al vaglio del Governo per tale ulteriore sanatoria:

  • riaprire i termini della rottamazione quater anche per gli altri contribuenti che non siano riusciti a presentare la relativa domanda, oppure
  • attivare una nuova procedura di rottamazione, evidentemente aperta a tutti i contribuenti (anche a coloro che abbiano presentato domanda per la rottamazione quater ma che siano decaduti dal beneficio), includendo tutti i debiti affidati per il recupero all’Agenzia delle Entrate – Riscossione fino al 31 dicembre 2023.

Cosa aspettarsi dalla c.d. rottamazione quinquies?
 
Come detto, al momento la misura è al vaglio del Governo, ma è ragionevole pensare che essa sarà parametrata alla rottamazione quater, cui – comunque – è strettamente collegata.
 
In particolare, la rottamazione quater ha permesso ai contribuenti di raggiungere la c.d. pace fiscale mediante il pagamento di tutte le cartelle esattoriali relative al periodo 1° gennaio 2000 – 30 giugno 2022 attraverso un unico versamento ovvero una rateizzazione del debito (fino a un massimo di 18 rate).

A prescindere dal metodo di pagamento prescelto, il vantaggio per il contribuente è evidente: il versamento sarebbe stato effettuato e avrebbe riguardato la sola sorte capitale delle cartelle esattoriali, con esclusione di sanzioni ed interessi.

Le cartelle esattoriali escluse dalla rottamazione, tra l’altro, erano quelle che riguardavano esclusivamente:

  • somme dovute a titolo di recupero degli aiuti di stato;
  • crediti derivanti da pronunce di condanna della Corte dei Conti;
  • multe, ammende e sanzioni pecuniarie dovute a seguito di provvedimenti e sentenze passate in giudicato.
 
È quindi ragionevole ritenere che la rottamazione quinquies si svolgerà sulla falsariga di quanto già dettato per la rottamazione quater, salvo che per le cartelle esattoriali “rottamabili”, in cui rientreranno anche quelle relative all’anno 2023. 

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Tasse, ecco le più strane e assurde che non conosci, ma che devi pagare in Italia: scopri l’elenco completo

Pubblicato il: 04/07/2024

È noto che l’Italia è uno dei Paesi in cui la pressione fiscale è più alta. I contribuenti italiani, infatti, sono obbligati a pagare una lunga lista di tributi, alcuni dei quali alquanto bizzarri.
Del resto, l’obbligo, a carico dei cittadini, di contribuire al sostentamento delle spese dello Stato è previsto espressamente all’interno della Costituzione.
L’art. 53 Cost., infatti, recita testualmente: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.
Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.
La norma si rivolge, quindi, non solo ai cittadini, bensì a “tutti”. L’obbligo di contribuire alle spese statali deriva dalla necessità di finanziare le spese che gravano sullo Stato per l’erogazione dei vari servizi offerti.
Ognuno, inoltre, è tenuto a contribuire in forza di criteri di progressività, per cui ciascuno è chiamato a concorrere alla spesa pubblica in base alle proprie risorse, tenendo conto di determinate soglie economiche.
 
Il tributo forse meno apprezzato dagli italiani è il bollo auto, anche definito tassa regionale automobilistica. Trattasi di un tributo regionale il cui versamento grava su tutti i proprietari di un’automobile, che sia iscritta nel Pubblico Registro Automobilistico (PRA).
Il pagamento del bollo è annuale e l’obbligo sussiste a prescindere dalla circolazione del veicolo.
 
Un altro tributo particolarmente inviso agli italiani è il canone Rai. Esso costituisce un canone di abbonamento alla TV ed è dovuto da chiunque disponga di un apparecchio televisivo; è soggetto a tassazione annuale e una sola volta per nucleo familiare.
 
Tuttavia, al di là di questi due tributi che, per quanto malvisti dagli italiani, possono definirsi come “necessari”, ve ne sono altri di gran lunga più assurdi e insensati.
Sono tutti tributi che, ad oggi, sono inutili e – a dire il vero – anche anacronistici. Infatti, c’è la possibilità che una futura riforma fiscale provveda a cancellarli.
 
Una prima “tassa” è quella sui morti. Sebbene in Italia non sia prevista effettivamente una tassa sui morti, è pur sempre vero che morire, paradossalmente, ha un costo.
Infatti, in caso di decesso, non è necessario versare alcuna tassa; tuttavia, i familiari del soggetto deceduto sono comunque tenuti ad affrontare una serie di spese, tra le quali ad esempio il costo per l’emissione del certificato di constatazione del decesso, che è di competenza dell’Asl.
Tra le spese da affrontare rilevano anche i diritti che spettano al Comune per lo svolgimento dei funerali, le spese per la cremazione o la sepoltura.
 
Un’altra imposta “particolare” è la Tosap, ovvero la tassa per l’occupazione del suolo pubblico, disciplinata dal d.lgs. 507/1993. Si tratta di un tributo corrisposto a favore di Comuni e Province. La tassa incide sulle occupazioni di beni demaniali e rientranti nel patrimonio indisponibile di Comuni e Province. Vi possono altresì rientrare i beni appartenenti a privati, che siano gravati da una servitù legale di pubblico passaggio.
 
Un’altra tassa assurda è quella sull’ombra. Essa grava su tutti coloro che installino una tenda all’esterno che faccia ombra sul marciapiede. Secondo la legge italiana, infatti, si tratterebbe comunque di occupazione di suolo pubblico. L’applicazione di tale tassa, tuttavia, rientra nella discrezionalità dei Comuni, quindi non è applicata a livello nazionale.
Sono tassati altresì i balconi e i ballatoi, che facciano ombra sulla pubblica via. La tassa vale anche in presenza di tende o insegne pubblicitarie.
L’art. 38, comma 1 del d.lgs. 507/1993 dispone testualmente che: “Sono soggette alla tassa le occupazioni di qualsiasi natura, effettuate, anche senza titolo, nelle strade, nei corsi, nelle piazze e, comunque, sui beni appartenenti al demanio o al patrimonio indisponibile dei comuni e delle province”.
Ai sensi del comma 2, invece, vige l’obbligo di pagare la Tosap anche per l’occupazione di suolo pubblico, escludendo “balconi, verande, bow-windows e simili infissi di carattere stabile, nonché le occupazioni sottostanti il suolo medesimo, comprese quelle poste in essere con condutture ed impianti di servizi pubblici gestiti in regime di concessione amministrativa”.
 
Una sorta di tassa viene pagata anche per chi abbia intenzione di raccogliere i funghi. Non si tratta di una vera e propria tassa, bensì di un’imposta di bollo che dev’essere corrisposta per l’ottenimento del permesso necessario alla raccolta dei funghi. Ciò significa che chi abbia intenzione di raccogliere funghi debba, prima di tutto, seguire un corso, utile a scoprire quali siano i funghi commestibili e quali no, dopodiché gli verrà rilasciato un permesso, la cui emissione è subordinata al pagamento dell’imposta di bollo.
 
Una tassa ormai indubbiamente anacronistica è quella sulle paludi, prevista da un R.D. del 1904. La norma prevede l’obbligo di corrispondere una tassa per la bonifica delle paludi tramutate in terre coltivabili.
Ad esempio, gli abitanti della città di Napoli, residenti in Poggioreale, Ponticelli, centro e stazione versano un contributo di 17 euro all’anno.
Ci sono, poi, Comuni più piccoli, come San Giovanni Valdarno (in provincia di Arezzo), in cui il comitato di bonifica contatta tutti gli anni i proprietari di immobili con una missiva contenente bollettini postali che, se non pagati, generano cartelle esattoriali.

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TFR, il datore di lavoro non vuole pagartelo per mancanza di liquidità: ecco come agire e a chi rivolgersi

Pubblicato il: 04/07/2024

Il TFR – o trattamento di fine rapporto – è una somma di denaro che viene versata al lavoratore una volta cessato il rapporto di lavoro. Più nel dettaglio, è l’art. 2120 del c.c. a disciplinare la materia.
In primo luogo è previsto che la somma da corrispondere al dipendente si calcoli prendendo, per ogni anno di servizio, una quota pari alla retribuzione dovuta per l’intero anno divisa per 13,5. Si continua affermando che il TFR comprende tutte le somme corrisposte al dipendente – anche in natura – in modo non occasionale e non come rimborso spese.
Quando si fa riferimento alla cessazione del rapporto di lavoro come condizione per poter ottenere il proprio TFR si fa riferimento al licenziamento, alle dimissioni volontarie o per giusta causa, alla risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, al fallimento e al pensionamento.
È anche previsto che, in caso di morte del lavoratore, il TFR sia versato ai suoi eredi, anche se non hanno accettato l’eredità.

Il tempo di erogazione del TFR è solitamente disciplinato dai CCNL, che concedono al datore di lavoro un lasso di tempo molto ampio per reperire la liquidità necessaria, poiché spesso queste somme vengono utilizzate dall’azienda per autofinanziarsi, anche se di diritto spettano ai dipendenti.
Nel caso in cui nel CCNL non sia previsto nulla, il TFR dovrà essere erogato insieme all’ultima busta paga al momento della cessazione del rapporto di lavoro.

In merito alle modalità di erogazione vediamo che, in teoria, la somma andrebbe versata integralmente ed in un’unica soluzione, ma spesso capita che datore di lavoro e lavoratore si accordino per un pagamento rateizzato. Questa pratica non è, di per sé, illegittima, in quanto non è vietata dalla legge e, comunque, assicura al lavoratore la possibilità di agire in giudizio per ottenere il pagamento integrale della somma. Pratica quest’ultima, invece, sconsigliata in quanto i tempi processuali sono più lunghi rispetto a quelli solitamente previsti dagli accordi tra datore di lavoro e lavoratore.

Veniamo ora al caso in cui il datore di lavoro non versi le somme dovute per mancata liquidità.
Ribadiamo che le somme andrebbero accantonate in fondi indisponibili di modo da poter essere erogate subito al lavoratore. Questo comporta che, se il dipendente non si vede erogata la somma entro i termini previsti dal CCNL o al momento della cessazione del rapporto, può subito rivolgersi ad un avvocato per avviare una procedura giudiziale.
In particolare si chiederà al giudice di emettere un decreto ingiuntivo nei confronti dell’azienda. Una volta ottenuto, il decreto andrà notificato all’azienda e la somma dovrà essere erogata nell’arco di 40 giorni, salvo che il datore di lavoro non si opponga al decreto ingiuntivo.

Il giudice potrebbe anche decidere di concedere la provvisoria esecuzione, con la conseguenza che il pagamento dovrà essere immediato a seguito della notifica dell’atto di precetto (un’intimazione di pagare entro 10 giorni).
Nel caso in cui il datore non dovesse pagare, il lavoratore potrà richiedere il pignoramento dei beni aziendali e/o dei crediti dell’azienda.

Diverso dalla mancanza di liquidità è il caso in cui il datore di lavoro dovesse risultare come nullatenente o in grave crisi. In questo caso il debitore (il datore di lavoro) presenterà istanza di fallimento e, se il giudice dichiarerà il fallimento, il TFR verrà erogato attraverso i Fondi di Garanzia dell’Inps.
Se il fallimento non viene dichiarato, il lavoratore può tentare sempre la strada del pignoramento, ottenendo un verbale negativo dell’ufficiale giudiziario e richiedendo, anche in questo caso, il versamento attraverso i Fondi di Garanzia dell’Inps.

Si può concludere affermando che il lavoratore è tutelato in qualsiasi circostanza di mancato versamento del TFR.


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Legge 104, previste agevolazioni e benefici per i concorsi pubblici: ecco l’elenco completo

Pubblicato il: 04/07/2024

Attraverso la Legge 104/1992 e la Legge 68/1999, sulle cc.dd. categorie protette, le persone affette da disabilità che partecipano ai concorsi pubblici ottengono delle agevolazioni durante l’espletamento delle varie fasi del concorso; dallo svolgimento della prova preselettiva alla scelta della destinazione.

La prima tipologia di agevolazione riguarda proprio la fase delle prove preselettiva e vediamo che qui esistono varie possibilità.
Anzitutto ci sarà la possibilità di ottenere un ausilio o un sussidio se è necessario che il soggetto sia assistito durante la prova, oppure è possibile ottenere del tempo aggiuntivo per il completamento dei quesiti.
Inoltre, se si tratta di un soggetto con un’invalidità di percentuale pari o superiore all’80%, sarà possibile il totale esonero dall’espletamento della prova preselettiva.

La seconda agevolazione riguarda la fase della correzione delle prove e la stesura della graduatoria. Infatti i soggetti riconosciuti disabili attraverso la Legge 104 ottengono un titolo preferenziale che permette loro di salire più facilmente in graduatoria, in quanto saranno preferiti ad altri candidati senza titolo, a parità di punteggio.

La terza agevolazione è prevista dall’art. 33 della Legge 104. Questo articolo stabilisce che, per chi sia affetto da disabilità grave e per chi sia caregiver di un soggetto con disabilità grave, la sede di destinazione deve essere quella più vicina al domicilio. La norma continua affermando che, in caso di trasferimento, lo stesso non può avvenire senza il consenso della persona.

Esiste, però, anche un’altra legge (Legge 68/1999) che permette a determinate categorie, denominate “protette“, di ottenere agevolazioni non solo nei concorsi pubblici, ma anche nei posti di lavoro privati.
Partiamo elencando le categorie principali previste dalla legge:

  • invalidi civili almeno al 46%;
  • invalidi dal lavoro al 34%;
  • non vedenti e sordi;
  • invalidi di guerra e di servizio.
A queste categorie si aggiungono gli orfani o i coniugi superstiti delle vittime che avrebbero goduto dell’invalidità, insieme agli orfani e ai coniugi delle vittime della criminalità organizzata e del terrorismo.

Per tutte le persone che dimostrino di appartenere a una di queste categorie è prevista, nei concorsi pubblici, una riserva di posti. Il totale dei posti riservati per ogni singola categoria è elencato all’interno del bando di concorso, in proporzione ai posti da coprire.
Nei posti di lavoro privati, i datori hanno l’obbligo di assunzione di persone appartenenti alle categorie protette nella seguente misura:

  • 7% dei dipendenti nelle aziende con un organico superiore a 50 unità;
  • 2 unità per le aziende con un numero di dipendenti compreso tra 36 e 50;
  • 1 unità per le aziende che abbiano tra i 15 e i 35 dipendenti.
Vediamo quindi che non è previsto nessun obbligo di assunzione per le imprese che abbiano un numero di dipendenti inferiore a 15.

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Lavoratori, se vi rifiutate di svolgere alcune mansioni parte il licenziamento: ecco in quali casi secondo la Cassazione

Pubblicato il: 03/07/2024

Secondo una recente pronuncia della Corte Suprema di Cassazione, Sezione Lavoro (sent. n. 17270 del 24.06.2024), il licenziamento per giustificato motivo soggettivo è valido quando un lavoratore rifiuta, ripetutamente e senza giustificazioni, di eseguire mansioni diverse, ma comunque rientranti nella propria qualifica lavorativa.

Il caso di specie riguarda un dipendente licenziato in data 25 settembre 2018. Nello specifico, il lavoratore si era rifiutato di svolgere attività lavorativa, per un periodo di quattro giorni consecutivi, adducendo che non rientrasse tra le sue mansioni l’attività di autista, dal momento che egli era inquadrato come operatore ecologico. Solo in seguito presentava un certificato medico, dal quale risultava un problema fisico che non gli permetteva di svolgere la detta prestazione lavorativa.

La Corte d’Appello di Catanzaro aveva rigettato l’impugnazione del licenziamento: secondo il giudice territoriale, infatti, era irrilevante il dolore lamentato dal lavoratore e addotto come giustificazione al rifiuto di svolgere le mansioni in contestazione. Infatti, la sintomatologia lamentata risultava in contrasto con le dichiarazioni fatte dal lavoratore all’interno dei fogli di servizio. Inoltre, secondo quanto stabilito dal contratto collettivo, la guida di veicoli rientrava nelle mansioni previste per la sua posizione.
Il lavoratore, quindi, presentava ricorso in Cassazione, sostenendo la violazione degli artt. 2104 c.c. e 73, comma 2, del C.C.N.L., oltre alla nullità della sentenza per ultrapetizione. Secondo il ricorrente, infatti, il giudice non poteva estendere i motivi di licenziamento oltre quanto previsto dal contratto collettivo.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la decisione della Corte territoriale. Secondo i giudici di legittimità, infatti, le ipotesi di giusta causa e giustificato motivo nei contratti collettivi sono meramente esemplificative. È compito del giudice effettuare una valutazione in concreto, per determinare la gravità del comportamento e la proporzionalità della sanzione applicata nei confronti del lavoratore.
Ebbene, nel caso di specie, secondo la Cassazione il rifiuto reiterato e ingiustificato di prestare l’attività lavorativa richiesta costituisce motivo sufficiente per giustificare il licenziamento, a prescindere da quanto previsto all’interno del contratto collettivo.

La sentenza della Suprema Corte ha una grande importanza nel panorama giuridico lavoristico. Essa, infatti, evidenzia la necessità di effettuare una corretta interpretazione delle clausole contrattuali e delle norme legali previste in materia di licenziamenti individuali. Questo comporta che sia i giudici sia i contraenti (datori di lavoro, lavoratori, sindacati ecc.) sono tenuti ad effettuare una attenta valutazione di ogni caso specifico, al fine di evitare di applicare erroneamente, e per ragioni di natura prettamente formale, alcune fattispecie contrattuali.

La sentenza, inoltre, si pronuncia su un tema particolarmente rilevante in materia giuslavoristica, ovvero il rapporto tra le mansioni assegnate e la qualifica contrattuale del lavoratore. La decisione ribadisce l’obbligo per il lavoratore di svolgere i compiti affidatigli dal datore di lavoro, salvo che gli stessi non rientrino nelle competenze richieste dalla sua qualifica e dal suo inquadramento. Infatti, solo qualora il datore di lavoro richieda al proprio dipendente lo svolgimento di prestazioni esorbitanti rispetto alla propria mansione, il lavoratore potrà legittimamente rifiutarsi di assolvere alle richieste del proprio datore di lavoro. Diversamente, ogni rifiuto ingiustificato e reiterato darà adito a licenziamento per giustificato motivo.

In tale quadro normativo, la Cassazione evidenzia l’importanza e la centralità del ruolo attribuito al giudice. È compito infatti dell’interprete intervenire oltre le specifiche previsioni contrattuali, con lo scopo di garantire un equilibrio tra i diritti e i doveri delle parti nell’ambito del rapporto lavorativo.

La decisione in commento, inoltre, si pone in un’ottica di rafforzamento della posizione contrattuale dei datori di lavoro, i quali risultano maggiormente tutelati nelle attività di contrasto verso comportamenti inadempienti da parte dei lavoratori. La sentenza però, al contempo, non può essere interpretata come un avallo a licenziamenti arbitrari o ingiustificati.
È bene, infatti, tenere a mente che i lavoratori potranno sempre rifiutarsi di svolgere mansioni che non rientrano nella propria qualifica o che non siano previste dal contratto. In questi casi, l’eventuale licenziamento ad opera del datore di lavoro sarebbe illegittimo.

La sentenza cerca un equilibrio tra le esigenze imprenditoriali e la tutela dei diritti dei lavoratori. Essa quindi riconosce, al contempo, sia la necessità di garantire, da parte dei lavoratori, una certa flessibilità nello svolgimento dell’attività lavorativa, nonché una maggiore collaborazione quando necessario, sia l’obbligo, da parte del datore di lavoro, di rispettare le competenze professionali di ciascun dipendente, evitandone lo sfruttamento o l’impiego per prestazioni non rientranti nella sua qualifica professionale.


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