Mediazione delegata: che natura ha il termine?

Pubblicato il: 26/12/2021

La mediazione è quel particolare strumento di risoluzione della lite alternativo al contenzioso giudiziale che consiste nel raggiungimento di un accordo amichevole tra le parti grazie al supporto di un soggetto terzo e imparziale iscritto in un apposito registro.
Essa, per alcune controversie indicate dal D. Lgs. 28/2010 come quelle in materia condominiale o successoria, ha natura obbligatoria, nel senso che il tentativo di mediazione si configura quale condizione di procedibilità dell’azione.
Al di fuori dei casi specificamente indicati, invece, la mediazione non è obbligatoria ma può comunque essere intrapresa dalle parti oppure può essere sollecitata dal giudice.
L’art. 5 co. 2 del decreto citato, infatti, prevede che “il giudice, anche in sede di giudizio di appello, valutata la natura della causa, lo stato dell’istruzione e il comportamento delle parti, può disporre l’esperimento del procedimento di mediazione”. Anche in questi casi di mediazione c.d. delegata, quindi, il tentativo di raggiungere un accordo conciliativo costituisce condizione di procedibilità della domanda giudiziale, al pari di quanto disposto per la mediazione obbligatoria.

In questi casi, infatti, quando è proposta la domanda giudiziale il giudice, alla prima udienza, deve verificare che effettivamente si sia svolta la mediazione. Nell’ipotesi in cui tale verifica dia esito negativo, dunque, egli dovrà fissare una nuova udienza (non prima del termine di tre mesi), assegnando un termine di 15 giorni per il deposito dell’istanza di mediazione. Solo laddove tale istanza venga depositata e la mediazione venga svolta ma non porti al raggiungimento di un accordo, quindi, potrà svolgersi il giudizio.

Tanto sinteticamente ricordato circa la mediazione obbligatoria e delegata, occorre chiedersi se questo termine di quindici giorni abbia o meno natura perentoria.
E proprio a tale quesito ha di recente fornito risposta la Corte di Cassazione, con sentenza n. 40035 del 14 dicembre 2021, optando per la tesi della natura meramente ordinatoria.
Nell’affermare ciò, segnatamente, gli Ermellini

  • richiamano l’art. 152 co. 2 c.p.c., il quale prevede che i termini stabiliti dalla legge sono ordinatori, tranne che la legge stessa li dichiari espressamente perentori;
  • rilevano che l’art. 5 co. 2 del D. Lgs. 28/2010 non prevede espressamente l’adozione di una pronuncia di improcedibilità a seguito del mancato esperimento del procedimento di mediazione delegata entro il termine di 15 giorni;
  • valorizzano la ratio legis sottesa alla disciplina della mediazione delegata, cioè quella di ricercare la miglior soluzione possibile per le parti: se si optasse per la tesi della natura perentoria, infatti, si cadrebbe nel paradosso di non poter considerare utilmente esperite le mediazioni conclusesi senza pregiudizio per il prosieguo del processo solo perché tardivamente attivate;
  • richiamano i principi del raggiungimento dello scopo e della ragionevole durata del processo.

Per la Suprema Corte, dunque, ciò che rileva nei casi di mediazione delegata è semplicemente “l’utile esperimento, entro l’udienza di rinvio fissata dal giudice, della procedura di mediazione, da intendersi quale primo incontro delle parti innanzi al mediatore e conclusosi senza l’accordo, e non già l’avvio di essa nel termine di quindici giorni”.


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Sindaci di città metropolitane: la parola alla Consulta

Pubblicato il: 23/12/2021

La Corte Costituzionale, con sentenza n. 240 del 7 dicembre 2021, ha affrontato il tema della legittimità costituzionale del meccanismo di scelta dei sindaci delle Città metropolitane, affermando che l’attuale quadro normativo non è conforme ai canoni costituzionali, sicchè è necessario un intervento del legislatore che consenta ai cittadini di partecipare all’elezione.

Per comprendere tale approdo della Consulta va premesso che la Legge c.d. Delrio n. 56 del 2014, recante “disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni”, ha previsto un meccanismo di scelta del sindaco di tipo non elettivo per cui – ai sensi dell’art. 1 comma 19 – il “sindaco del comune capoluogo assume le funzioni di sindaco metropolitano”, in via automatica e senza partecipazione democratica.

Investita della questione di costituzionalità con riferimento a siffatta previsione, la Consulta ha

  • sottolineato come tale meccanismo sia estremamente diverso da quello operante per la scelta del Presidente delle Province, basato su un’elezione indiretta da parte dei cittadini residenti nel territorio di riferimento: questi, difatti, eleggono i sindaci e i consiglieri dei Comuni della Provincia, i quali a loro volta eleggono il Presidente provinciale;
  • rilevato come ciò determini una ingiustificata disparità di trattamento tra i cittadini residenti nelle Città Metropolitane e gli elettori provinciali, i quali non possono godere allo stesso modo del diritto di voto, con violazione degli articoli 3 e 48 Cost.

Nell’affermare ciò, la Consulta ricorda di essersi pronunciata su questo tema già nel 2015 (cfr. Corte Cost. n. 50/2015), rilevando la compatibilità costituzionale della Legge c.d Delrio alla luce della norma ivi contenuta che consente allo statuto delle Città metropolitane di prevedere l’elezione diretta del proprio sindaco. Con la recente ordinanza, tuttavia, la Corte precisa che il precedente citato deve essere superato: a pochissimo tempo dall’entrata in vigore della riforma, infatti, si poteva aver fiducia nelle previsioni dei singoli statuti e nell’adozione di una legge che ne disciplinasse il sistema elettorale ma, a distanza di sette anni, non esistendo nemmeno un disegno di legge a riguardo, non si può che rilevare il contrasto del sistema automatico di scelta del sindaco con gli articoli 3 e 48 Cost.

Alla luce dell’evidente difetto di rappresentatività del sindaco nonché della pluralità di soluzioni astrattamente disponibili per porvi rimedio, pertanto, la Consulta ha dunque sollecitato un intervento specifico del legislatore volto a “scongiurare che il funzionamento dell’ente metropolitano si svolga ancora a lungo in una condizione di non conformità ai richiamati canoni costituzionali di esercizio dell’attività politico-amministrativa”.

La vicenda che ha dato origine all’incidente di costituzionalità, in particolare, originava da un ricorso ex art. 702 bis c.p.c. proposto al Tribunale da un cittadino avverso la Città metropolitana di appartenenza e il suo sindaco, al fine di far accertare il proprio diritto a che l’Amministrazione fosse conformata anche a mezzo della sua scelta elettorale.
Il Tribunale aveva dichiarato questo ricorso inammissibile ma siffatta ordinanza era stata subito impugnata, sicchè la Corte distrettuale aveva sollevato la questione di costituzionalità.
Quest’ultima, tuttavia, come formulata nel caso di specie, mirava ad un intervento manipolativo delle Corte Costituzionale, cui si chiedeva di introdurre un nuovo meccanismo di elezione del sindaco metropolitane. Nel ritenere la questione inammissibile in quanto volta all’esercizio, in via sostitutiva, di un potere discrezionale del solo legislatore, la Consulta ha dunque operato le importanti precisazioni sopra riportate.


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Danno da insidia stradale: come può articolarsi la prova per testi?

Pubblicato il: 23/12/2021

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 35146 del 18 novembre 2021, ha affrontato il tema dei limiti della prova testimoniale nell’ambito di un giudizio risarcitorio del danno da insidia stradale, chiarendo che essa deve ritenersi ammissibile anche in relazione ai capitoli di prova formulati in negativo.

La recente pronuncia risulta di particolare interesse poiché chiarisce un tema finora abbastanza discusso.
È noto, infatti, che è possibile agire in giudizio contro la Pubblica Amministrazione per chiedere il risarcimento di un danno subito in conseguenza di un’insidia stradale, espressione cui si riconducono tutti quei dissesti del manto stradale che, non essendo visibili, possono risultare pericolosi per la circolazione dei veicoli ovvero dei pedoni. Classici esempi di tale insidia sono la buca stradale o il marciapiede sconnesso.
È altrettanto noto che, secondo i principi cardine della responsabilità aquiliana, sul soggetto che propone l’azione risarcitoria incombe l’onere di provare non solo il danno subito ma anche il nesso di causa tra l’esistenza del dissesto stradale e l’incidente occorso.
Ciò premesso, è possibile sottolineare come si siano registrate opinioni discordanti circa l’ammissibilità, a tali fini, della prova testimoniale e circa la possibilità di formulare i capitoli di prova in negativo relativamente alla non visibilità del dissesto stradale che ha causato il danno.

Proprio su queste importanti questioni si è recentemente pronunciata la suprema Corte con la citata ordinanza. Gli Ermellini, nello specifico, hanno precisato che:

  • la prova testimoniale è senz’altro ammissibile anche in relazione alla dinamica del sinistro e deve essere valorizzata in assenza di altre prove;
  • la prova testimoniale è ammissibile anche in relazione a capitoli formulati in negativo (ad esempio sulla non visibilità dell’insidia), posto che la legge non contempla alcuna norma che lo impedisca espressamente né un simile principio è desumibile in via interpretativa.

Ciò che la legge preclude, invero, è la formulazione dei capitoli di prova in modo tale da richiedere un giudizio interpretativo o valutativo al teste. Secondo la Corte, invece, chiedere al teste se la buca non fosse visibile non comporta necessariamente una valutazione da parte di quest’ultimo poiché la risposta può basarsi su semplici percezioni sensoriali, che pacificamente possono essere oggetto di prova testimoniale. La Cassazione, pertanto, afferma espressamente che “chiedere ad un testimone se una cosa reale fosse visibile o non visibile è una domanda che non ha ad oggetto una valutazione ed è dunque ammissibile, fermo restando il potere-dovere del Giudice di valutare, ex post, se la risposta fornita si basi su percezioni sensoriali oggettive o su mere supposizioni”

La vicenda giunta al vaglio della Cassazione, in particolare, riguardava l’incidente stradale occorso ad una signora alla guida del suo motociclo a casa di alcune buche presenti sul manto stradale.
Avendo riportato lesioni personali, la Signora aveva proposto avverso il Comune domanda risarcitoria ai sensi dell’art. 2051 c.c., ma sia il Tribunale che la Corte d’appello avevano rigettato la domanda attorea per difetto di prova del nesso di causa.
La danneggiata, pertanto, aveva proposto ricorso in Cassazione, dolendosi sostanzialmente della mancata ammissione nel grado precedente dell’importante prova testimoniale: la Suprema Corte – ritenendo, per le ragioni sopra esposte, che nei gradi di merito sia stata ritenuta vietata una prova invece ammissibile e che la sentenza impugnata fosse illogica nel rigettare la domanda per difetto di prova – ha dunque cassato la sentenza con rinvio.


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Verifica dell’anomalia dell’offerta: limiti del sindacato del G.A.

Pubblicato il: 23/12/2021

Il Consiglio di Stato, con sentenza n, 7951 del 29 novembre 2021, ha affrontato il tema dei limiti del sindacato giurisdizionale sulla valutazione dell’offerta sospettata di essere anomala condotta dalla stazione appaltante, affermando che il Giudice Amministrativo deve limitarsi al vaglio della logicità, ragionevolezza e razionalità di tale verifica. Il GA non può, pertanto, spingersi oltre in quanto questa valutazione costituisce esercizio della discrezionalità tecnica di cui l'Amministrazione è titolare per il conseguimento e la cura dell'interesse pubblico ad essa affidato dalla legge.

Al riguardo va ricordato che la verifica dell’anomalia dell’offerta è un istituto previsto dall’art. 97 D. Lgs. n. 50/2016. Tale norma, in particolare, prevede che le stazioni appaltanti possano richiedere agli operatori economici spiegazioni sul prezzo o sui costi proposti nelle offerte nel caso in cui queste appaiono anormalmente bassesulla base di un giudizio tecnico sulla congruità, serietà, sostenibilità e realizzabilità dell'offerta”.
Dal dato normativo emerge – come pure ricordano i Giudici di Palazzo Spada – che siffatta verifica è volta ad accertare la complessiva attendibilità dell’offerta e pertanto presuppone non un vaglio sulla correttezza delle singole voci di prezzo ma una valutazione di congruità “globale e sintetica” dell’intera offerta, valutazione che è riconducibile al potere tecnico-discrezionale della stazione appaltante.

Per tale ragione, il Consiglio di Stato afferma espressamente che il sindacato del Giudice Amministrativo sulle valutazioni operate dalla stazione appaltante in ordine al giudizio di anomalia dell'offerta non può estendersi oltre l'apprezzamento della loro intrinseca logicità e ragionevolezza, nonché della congruità della relativa istruttoria, essendo “preclusa all'organo giurisdizionale la possibilità di svolgere (autonomamente o a mezzo di consulenti tecnici) un'autonoma verifica circa la sussistenza, o meno, dell'anomalia, trattandosi di questione riservata all'esclusiva discrezionalità tecnica dell'amministrazione”.
Il giudice può dunque esprimersi sulla correttezza della regola tecnica adottata per la valutazione ma – si legge nella motivazione della pronuncia in esame – tale controllo, pur essendo pieno a garanzia della tutela alle situazioni giuridiche private coinvolte, non può avere natura sostitutiva. Il Giudice Amministrativo, cioè, deve limitarsi a censurare la scelta chiaramente inattendibile, frutto di un procedimento di applicazione della norma tecnica viziato, e annullare il provvedimento basato su di essa.


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Smart Working nel settore privato: cosa cambia?

Pubblicato il: 20/12/2021

In data 7 dicembre 2021 è stato firmato il Protocollo recante le linee guida per il lavoro agile (c.d. smart working) nel settore privato, da molto atteso alla luce dell’enorme diffusione di questa modalità lavorativa da molti sperimentata durante il lockdown nella fase più acuta dell’emergenza epidemiologica da Covid-19 e mantenuta anche successivamente.
L’accordo con le parti sociali, infatti, mira a definire alcuni importanti principi che in futuro indirizzeranno la contrattazione collettiva, nella prospettiva – dettata dagli innegabili vantaggi sotto il profilo ambientale e del risparmio di spese aziendali – dello stabile mantenimento dello smart working come possibile modalità organizzativa del lavoro.

Ma cosa prevede esattamente il recente Protocollo? Al fine di far chiarezza, pare opportuno riportarne in via schematica i punti principali:

  • natura bilaterale: in ossequio a quanto già previsto dalla L. 81/2017, il datore di lavoro e il dipendente dovranno addivenire ad un accordo scritto circa la modalità di lavoro agile, la sua durata, le modalità dei controlli e i luoghi da cui è possibile per il dipendente lavorare a distanza. Solo durante l’attuale fase emergenziale tale adempimento formale può essere omesso. L’eventuale rifiuto del lavoratore di stipulare un simile accordo non può costituire giusta causa di licenziamento;
  • diritto alla disconnessione e al riposo del lavoratore: il lavoro da remoto si caratterizza per l’assenza di un orario di lavoro predeterminato, essendo rimessa al lavoratore la scelta della fascia oraria in cui svolgere le prestazioni dovute. A questo riguardo, tuttavia, il Protocollo specifica che l’accordo scritto tra datore di lavoro e dipendente deve specificare i tempi inderogabili di riposo nonché le modalità di disconnessione dal lavoro, al fine di assicurare il rispetto del tempo libero. Il diritto alla disconnessione deve essere assicurato al lavoratore altresì in caso di malattia, infortunio, permesso retribuito o ferie: le linee guida prevedono, infatti, che in questi casi di assenza c.d. legittima il lavoratore non è obbligato ad occuparsi di eventuali comunicazioni aziendali che giungano prima della ripresa dell’attività lavorativa;
  • strumenti di lavoro: gli strumenti tecnologici e informatici che servono per lo svolgimento dell’attività lavorativa da remoto devono essere forniti dal datore di lavoro, salvo diversi accordi intervenuti tra le parti. Una simile previsione mira anche a garantire la sicurezza dei dati trattati, tutelata dall’utilizzo da parte dei dipendenti di strumenti idonei all’accesso ai sistemi aziendali. A tal fine, qualora invece il lavoratore utilizzi, sulla scorta di specifica pattuizione, la propria strumentazione, devono essere stabiliti dei requisiti minimi di sicurezza.


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Buona condotta: è esclusa dall’incontro sporadico di soggetti con precedenti?

Pubblicato il: 20/12/2021

La riabilitazione è una causa di estinzione delle pene accessorie e di ogni altro effetto penale della condanna prevista dall’art. 179 c.p.
Tale istituto ha natura premiale ed è finalizzata al reinserimento del reo nella società. Essa, infatti, ai sensi dell’art. 179 c.p., è concessa quando siano decorsi almeno tre anni dal giorno in cui la pena principale sia stata eseguita o si sia in altro modo estinta, e il condannato abbia dato prove effettive e costanti di buona condotta.

Sulle condizioni necessarie per ritenere buona la condotta del condannato è recentemente tornata la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 42697 del 22 novembre 2021. Nello specifico la Corte ha affrontato il tema dell’idoneità o meno di contatti sporadici intrattenuti dal reo con soggetti gravati da precedenti di polizia a inficiare il giudizio sulla bontà della condotta e, dunque, ad ostacolare la concessione della riabilitazione, concludendo per la soluzione negativa. La riabilitazione potrà quindi essere concessa nel caso in cui risultino delle frequentazioni non serie e dei rapporti di natura occasionale con soggetti gravati da tali precedenti in quanto da tali contatti non si può desumere il mancato ravvedimento del condannato né il mantenimento di uno stile di vita irregolare o comunque incline all’illegalità.

La Corte, a questi propositi, ha affermato nel corso del proprio iter motivazionale:

  1. che in tema di riabilitazione si richiede la dimostrazione della buona condotta e, cioè, del ravvedimento del richiedente, desumibile dai comportamenti regolari tenuti nel periodo minimo previsto dalla legge e sino alla data della decisione sull'istanza;
  2. che per l’accertamento di questo ravvedimento non è sufficiente che sia fornita la prova dell’astensione del reo da altri illeciti ma occorre presentare prove effettive e costanti del recupero di un "corretto modello di vita", improntato al rispetto delle norme di legge nonchè a quelle di comportamento generalmente rispettate dai consociati;
  3. che il fatto che il condannato abbia intrattenuto rapporti con pregiudicati, persone inserite negli ambienti di criminalità organizzata o tossicodipendenti può essere potenzialmente valorizzato – come già espresso in alcuni precedenti che la Corte richiama – per escludere la buona condotta: il condannato che richiede la riabilitazione, infatti, deve provare di “rifuggire da concezioni di vita irregolari di cui le suddette persone sono portatrici”;
  4. per escludere la buona condotta devono emergere frequentazioni significative, di natura non sporadica, che dunque siano evocative di una seria dedizione al crimine e dell’intenzione di non rifuggire da concezioni di vita irregolari: qualora, invece, risultino solo incontri sporadici o occasionali non potrà ritenersi insussistente, per ciò solo, la buona condotta.

Il caso di specie, in particolare, riguardava un soggetto che, deducendo di aver mantenuto una vita del tutto regolare e di essersi dedicato al lavoro e alla famiglia negli anni successivi alla sentenza di condanna, aveva presentato al Tribunale di Sorveglianza istanza di riabilitazione.
Il Tribunale, tuttavia, aveva respinto tale domanda per difetto di buona condotta, valorizzando il fatto che l’istante aveva intrattenuto rapporti occasionali con soggetti gravati da precedenti di polizia.
Il condannato aveva quindi proposto opposizione ma anche questa era stata respinta.
Egli, dunque, aveva proposto ricorso in Cassazione, deducendo la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 179 c.p.: nel ritenere tale impugnazione fondata, la Corte ha quindi ribadito gli importanti principi sopra riportati.


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Pignoramento presso terzi: chi citare nel giudizio di opposizione?

Pubblicato il: 20/12/2021

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 37929 del 2 dicembre 2021, si è occupata di chiarire quali sono i soggetti che devono necessariamente presenziare al giudizio di opposizione agli atti esecutivi iniziato nell’ambito di un procedimento esecutivo per espropriazione di crediti verso terzi. Sul punto, segnatamente, la Suprema Corte ha affermato – ribadendo un proprio precedente orientamento – che il terzo pignorato è litisconsorte necessario, di talchè in sua assenza il giudice non potrà che rilevare, anche d’ufficio, il difetto di integrità del contraddittorio.

La motivazione fornita dalla Cassazione muove dal richiamo del principio – già espresso da Cass., n. 1533 del 18 maggio 2021 – per cui nei giudizi di opposizione esecutiva relativi ad una espropriazione presso terzi ai sensi degli artt. 543 e ss. c.p.c., il terzo pignorato è sempre litisconsorte necessario. Tale principio, peraltro, è valido non solo con riferimento all’opposizione agli atti esecutivi di cui all’art. art. 617 c.p.c. ma per tutte le opposizioni esecutive (comprese quelle ex artt. 615 e 619 c.p.c.): per la Corte è chiaro come “il terzo pignorato sia un litisconsorte necessario nel giudizio di opposizione all’esecuzione o agli atti esecutivi e debba esserlo sempre, senza distinzioni di sorta. Ciò per motivi di sistema, di semplicità e di coerenza”.

Tanto chiarito, il Collegio precisa comunque che tali affermazioni si giustificano in ragione del palese interesse del a partecipare al contraddittorio, interesse che deve ritenersi sussistente in relazione a tutti i giudizi i cui effetti sono destinati ad avere efficacia diretta e immediata nella sua sfera patrimoniale.
Un esempio – ricorrente, come si vedrà, nel caso di specie – è quello del giudizio relativo all’esatta individuazione della persona del creditore assegnatario delle somme pignorate: in tali casi è innegabile, infatti, l’interesse del terzo a partecipare al giudizio, posto che dal suo esito dipenderà la determinazione del soggetto cui egli dovrà versare il denaro.

Nel caso concretamente sottoposto all’attenzione della Corte, in particolare, si trattava il procedimento esecutivo per espropriazione di crediti verso terzi iniziato da una società nei confronti di un suo debitore mediante il pignoramento del credito pensionistico di costui presso l’Inps.
Il debitore aveva dunque proposto opposizione all’esecuzione, ma il giudice dell’esecuzione l’aveva ritenuta inammissibile, assegnando con ordinanza i crediti pignorati al creditore.
Tale ordinanza era poi risultata viziata da alcuni errori materiali relativi al soggetto assegnatario dei crediti pignorati, sicchè il giudice ne aveva disposto la correzione con un ulteriore provvedimento.
Avverso quest’ultimo il debitore aveva quindi proposto opposizione agli atti esecutivi ai sensi dell’art. 617c.p.c. ma essa era stata rigettata dal Tribunale con sentenza.
Contro siffatta pronuncia, il debitore aveva allora proposto ricorso in Cassazione: così investita della questione, dunque, la Corte ha rilevato la nullità della sentenza per difetto di integrità del contraddittorio nel giudizio di primo e unico grado atteso che l’Inps, terzo pignorato, non era stata chiamato in giudizio. La sentenza è perciò stata cassata con rinvio al giudice dell’esecuzione.


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Decreto Fiscale: cos’è il c.d. bonus genitori separati?

Pubblicato il: 19/12/2021

Il D. L. 21 ottobre 2021, n. 146 ha disposto Misure urgenti in materia economica e fiscale, a tutela del lavoro e per esigenze indifferibili. Tra le tante novità previste dal Governo per il 2022, di particolare interesse pare la previsione del c.d. bonus per genitori separati e divorziati di cui all’art. 9 bis. Questo contributo, in realtà, era già stato previsto dal c.d. Decreto Sostegni, ma, mancando disposizioni di dettaglio, la disposizione non aveva trovato attuazione.
Oggi, il finanziamento previsto dal Governo per l’attuazione di tale misura è di 10 milioni di euro.

Il bonus così istituito, in particolare, consiste in un beneficio economico che potrà essere richiesto da tutti i genitori, separati o divorziati, i quali, vivendo da soli, riscontrino serie difficoltà economiche nel versare l’assegno per il mantenimento della prole.
Tale difficoltà, in particolare, deve esser stata determinata da motivi connessi all’attuale emergenza epidemiologica da Covid-19: il richiedente, infatti, dovrà comprovare di aver cessato, ridotto oppure sospeso l’attività lavorativa per via della pandemia.
La ratio sottesa all’introduzione di questo beneficio, invero, è proprio quella di garantire la continuità nel versamento del mantenimento, per la tutela degli interessi dei figli.

Tanto introduttivamente chiarito, è possibile chiarire nello specifico chi sono gli aventi diritto e quanto spetta.
Sul primo punto, il Decreto precisa che l’assegno è riconosciuto a tutti i genitori separati o divorziati con figli a carico, siano essi

  • minorenni;
  • maggiorenni portatori di gravi handicap.

Quanto alle somme spettanti, poi, il Decreto Fiscale prevede che l’emolumento ottenibile sia variabile e che il quantumin concreto spettante a ciascun avente diritto troverà la soglia massima di 800 euro al mese.

Per maggiori dettagli, anche relativi al numero di mensilità che ciascun genitore potrà incassare, occorre tuttavia attendere un Decreto del Presidente del Consiglio, che deve essere adottato entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore della Legge di Conversione su proposta del Ministro dell’Economia e delle Finanze, del Ministro della Giustizia e del Ministro per le pari opportunità e la famiglia. Anche quanto alle modalità operative per ottenere il contributo, infine, occorre attendere le norme di attuazione.


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Lavoro: si può essere licenziati per offese e insulti?

Pubblicato il: 19/12/2021

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 38877 del 7 dicembre 2021, ha affrontato il tema della legittimità del licenziamento del dipendente per comportamento ingiurioso. Sul punto, la Corte ha ritenuto che il fatto che la condotta tenuta del dipendente non sia sussumibile in alcuna fattispecie di rilievo penale non preclude al datore di lavoro di licenziarlo per giusta causa, qualora il comportamento sia comunque di rilievo disciplinare e consista nel pronunciamento di epiteti offensivi, in contrasto con i generali canoni di civile convivenza nonché con i basilari obblighi nascenti da un rapporto di lavoro.

La Suprema Corte, infatti, ha rilevato che l’avvenuta depenalizzazione dell’ingiuria non ha rilevanza alcuna sui contratti collettivi che qualificano l’ingiuria come giusta causa di licenziamento: se, infatti, il contratto si riferisce non tanto al “reato di ingiuria” quanto piuttosto all’ingiuria quale contenuto di offese, deve ritenersi operante il principio di autonomia tra giudizio penale e disciplinare. Per tale ragione si legge nella motivazione della recente ordinanza, la quale si pone in linea di continuità con l’orientamento già ampiamente diffuso in giurisprudenza, che “la gravità della condotta ascritta al dipendente può avere un sufficiente rilievo disciplinare ed essere idonea a giustificare il licenziamento anche ove la stessa non costituisca reato”.

Tanto chiarito, la Cassazione si è preoccupata altresì di specificare quali sono gli elementi che in concreto devono essere tenuti in considerazione al fine di qualificare l’ingiuria non penalmente rilevante come giusta causa di licenziamento.
Essi, nello specifico, sono:

  • l’idoneità della condotta a ledere la fiducia del datore di lavoro;
  • la prognosi circa il pregiudizio agli scopi aziendali che deriverebbe dalla continuazione del rapporto di lavoro.

La vicenda concreta giunta al vaglio della Suprema Corte, in particolare, originava dal licenziamento di un soggetto dall’Università dipeso dalle offese e minacce da questo rivolte ad un coordinatore nonché dalla sua insubordinazione.
Tale licenziamento era stato ritenuto in via sommaria illegittimo per sproporzione, atteso che era stata accertata solo la condotta ingiuriosa e non anche quella di minacce e di insubordinazione. Avverso questa ordinanza, il soggetto licenziato aveva proposto opposizione, la quale però era stata respinta dal Tribunale di Milano.
Il licenziato, allora, aveva proposto reclamo in sede di procedimento ex art. 1co. 58 L. 92 del 2012 al fine di far dichiarare il licenziamento in radice illegittimo per assenza di giusta causa. Secondo la prospettazione del reclamante, infatti, pur essendo vero che il Contratto collettivo dell’Università annoverava l’ingiuria tra le cause di giusta causa di licenziamento, tale dato contrattuale doveva leggersi alla luce della depenalizzazione del reato di ingiuria.
La Corte d’appello, tuttavia, aveva rigettato il reclamo poiché le ingiurie sono comunque in contrasto con i canoni di civile convivenza e con gli obblighi nascenti dal rapporto di lavoro, ritenendo però sproporzionata la sanzione irrogata rispetto al comportamento accertato e ritenendo preferibile la tutela indennitaria.
Avverso tale sentenza il licenziato aveva dunque proposto ricorso in Cassazione, al quale aveva resistito l’Università con ricorso incidentale. Tra le varie doglianze proposte, è qui rilevante richiamare solo quella proposta dal ricorrente principale relativa alla violazione dell’art. [[n360cpc] c.p.c. per non avere, la Corte d’appello, dichiarato la nullità del Contratto Collettivo per contrasto con l’art. 2119 c.c. a seguito della depenalizzazione del reato di ingiuria.
Ebbene, nel dichiarare tale doglianza infondata, la Suprema Corte ha ribadito gli importanti principi innanzi esposti.


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Appalto: che accade se vengono usati materiali non concordati?

Pubblicato il: 19/12/2021

Il Tribunale di Milano, VII Sez. civile, con sentenza n 9127 del 10 novembre 2021, ha risolto un’interessante questione relativa alle conseguenze contrattuali della non coincidenza tra il materiale concordato tra committente e appaltatore in sede di stipula dell’appalto e quello poi utilizzato per l’esecuzione dell’opera.
Segnatamente, il Tribunale ha ritenuto che, qualora sia convenuto l’utilizzo di un determinato materiale e poi, per la prova campione – essenziale per la scelta del materiale e per la prestazione del consenso all’esecuzione dell’opera – l’appaltatore abbia utilizzato un materiale diverso, devono ritenersi integrati gli estremi del dolo contrattuale quale vizio del consenso ai sensi dell’art. 1439 c.c.

Ricorda, dunque, il Tribunale come, per costante orientamento giurisprudenziale, il dolo sia causa di annullamento del contratto qualora si sia concretato in artifici o raggiri o anche menzogne che, ingenerando nella controparte una rappresentazione alterata della realtà, siano stati determinanti del consenso che altrimenti non sarebbe prestato.
Ebbene, l’utilizzo per la campionatura di un materiale diverso da quello poi utilizzato per l’esecuzione è senz’altro da qualificarsi come artificio incidente su una qualità essenziale del prodotto oggetto dell’opera con efficienza causale sulla determinazione volitiva della controparte, sicchè il contratto di appalto in simili casi deve essere annullato.

Il caso giunto all’attenzione del Tribunale di Milano, in particolare, riguardava un contratto di appalto di lavori per la realizzazione di un’opera di pavimentazione stipulato tra due società. Nel corso dei lavori, tuttavia, la committente aveva riscontrato alcune difformità nella colorazione del materiale con cui si stava procedendo, sicchè aveva interrotto i lavori e aveva impedito all’appaltatore di concludere l’opera. Quest’ultimo, quindi, aveva diffidato la committente a consentire la ripresa dei lavori entro il termine di quindici giorni e, trascorso inutilmente tale termine, aveva proposto domanda giudiziale al fine di far pronunciare la risoluzione del contratto d’appalto e di farsi risarcire il danno subito attesa la violazione da parte della convenuta committente dell’obbligo di collaborazione, danno comprensivo del valore dei lavori eseguiti, del costo dei materiali acquistati, delle spese generale e della perdita dell’utile.
La società committente, allora, si era costituita in giudizio, chiedendo a sua volta al Giudice in via riconvenzionale di accertare la risoluzione del contratto di appalto per inadempimento dell’appaltatore o comunque di annullare il negozio per dolo o, in subordine, per errore essenziale. La committente, infatti, deduceva di esser stata raggirata dall’appaltatrice in quanto nel campione presentato per la selezione essa aveva utilizzato un materiale diverso da quello effettivamente ordinato per l’esecuzione dell’opera di pavimentazione.
Nel ritenere fondata la domanda riconvenzionale proposta dalla società committente, il Tribunale ha dunque operato le precisazioni sopra riportate.


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