Sanzioni fiscali ridotte, in arrivo il decreto che riduce o esclude totalmente alcune sanzioni: ecco quali

Pubblicato il: 03/07/2024

Nella Gazzetta Ufficiale del 28 giugno 2024, n. 150 è stato pubblicato il D.Lgs. 14-06-2024, n. 87 contenente la revisione del sistema sanzionatorio tributario, amministrativo e penale in materia di imposte sui redditi e di imposta sul valore aggiunto. Il decreto è stato emanato in attuazione di una serie di princìpi e criteri direttivi fissati dalla legge delega (precisamente, dall’art. 20 della L. 111/2023), fra i quali la maggiore integrazione tra sanzioni amministrative e penali e la previsione che le sanzioni siano ridotte di entità o del tutto escluse, nel quadro di un regime di adempimento collaborativo.

In particolare, il D. Lgs. 87/2024 modifica alcune disposizioni del D. Lgs. 74/2000, apportando le seguenti novità per i lavoratori autonomi:


A) Modifiche delle norme in materia di applicazione della sanzione nei casi di omesso versamento di ritenute dovute o certificate
Viene novellato l’articolo 10bis del D. Lgs. 74/2000: nello specifico, la norma appena citata stabilisce che è punito con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa, entro il 31 dicembre dell’anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione annuale di sostituto di imposta (anziché entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale di sostituto d’imposta), ritenute risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituiti, per un ammontare superiore a 150.000 euro o per ciascun periodo d'imposta, sempre che:
> il debito tributario non sia in corso di estinzione mediante pagamenti rateali;
> si verifichi la decadenza dal beneficio della rateazione e l’ammontare del debito residuo sia comunque superiore a 50.000.

B) Prolungamento dei termini per l’applicazione della scriminante del pagamento del debito fiscale nell’ipotesi di omesso versamento dell'imposta sul valore aggiunto

Con la sostituzione dell’articolo 10ter del D. Lgs. 74/2000, sono ora prolungati anche i termini previsti per l’applicazione della sanzione di omesso versamento dell'imposta sul valore aggiunto e introdotte alcune cause di esclusione, non previste nel testo – ancora per poco – vigente. Nello specifico, la norma stabilisce che è punito con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa, entro il 31 dicembre dell’anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione annuale (anziché entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale), l’imposta sul valore aggiunto dovuta in base alla medesima dichiarazione, per un ammontare superiore a euro 250.000 per ciascun periodo d'imposta, sempre che:
> il debito tributario non sia in corso di estinzione mediante pagamenti rateali;
> si verifichi la decadenza dal beneficio della rateazione e l’ammontare del debito residuo sia comunque superiore a 75.000.

È stabilito, inoltre, che i reati di cui ai citati articoli 10bis e 10ter non sono punibili se il fatto dipende da cause non imputabili all'autore sopravvenute, rispettivamente, all'effettuazione delle ritenute o all'incasso dell'imposta sul valore aggiunto. Ai predetti fini, il giudice deve tener conto della crisi non transitoria di liquidità dell'autore, dovuta alla inesigibilità dei crediti per accertata insolvenza o sovraindebitamento di terzi o al mancato pagamento di crediti certi ed esigibili da parte di amministrazioni pubbliche e della non esperibilità di azioni idonee al superamento della crisi.
In particolare il giudice deve valutare, in modo prevalente, uno o più dei seguenti indici:
a. l'entità dello scostamento dell'imposta evasa rispetto al valore soglia stabilito ai fini della punibilità;
b. l'avvenuto adempimento integrale dell'obbligo di pagamento secondo il piano di rateizzazione concordato con l'amministrazione finanziaria;
c. l'entità del debito tributario residuo, quando sia in fase di estinzione mediante rateizzazione;
d. la situazione della crisi d'impresa e dell'insolvenza.


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Legge 104, difficile sfrattare chi non paga l’affitto se ha la 104: ecco quali sono tutte le tutele previste per legge

Pubblicato il: 03/07/2024

Stai avendo problemi con l’inquilino che ormai non paga più il canone mensile da tempo, ma non sai come muoverti perché il conduttore (cioè, l'inquilino) moroso è disabile e gode della Legge 104?

È un dubbio di molti: l’inquilino che beneficia della Legge 104 può evitare lo sfratto?

Quando si parla di “sfratto”, si fa riferimento al procedimento per convalida di sfratto. È un procedimento speciale attivato per avere, in tempi brevi, un provvedimento definitivo (un’ordinanza) o, se c’è opposizione, un provvedimento provvisorio (un’ordinanza provvisoria) con cui il giudice autorizza il locatore (ossia il proprietario) a mandare via l’inquilino da casa.

Dunque, lo sfratto può essere bloccato se l’inquilino si trova in questa situazione?

La risposta è sì. O meglio, l’inquilino può essere sfrattato; però ci sono particolari tutele da dover tenere a mente.

In cosa consistono queste tutele?

Oltre all’intimazione della licenza per finita locazione (cioè, l’intimazione della disdetta del contratto per impedire la sua rinnovazione tacita), la legge individua diverse ipotesi in cui lo sfratto può essere intimato:

  • l’intimazione dello sfratto per contratto scaduto (art. 657 del c.p.c.). Lo sfratto viene intimato dopo la scadenza del contratto, quando la sua rinnovazione tacita è esclusa dal contratto stesso o da atti o intimazioni precedenti;
  • l’intimazione dello sfratto per morosità (art. 658 del c.p.c.), nel caso di mancato pagamento dei canoni alle scadenze stabilite.

In queste ipotesi, il locatore intima all’inquilino di lasciare la casa e, contestualmente, lo cita davanti al giudice per la convalida dello sfratto. Se l’inquilino non si presenta – oppure si presenta e non si oppone – il giudice convalida lo sfratto. Al contrario, se l’inquilino intimato compare e fa opposizione, il giudizio si trasforma in un normale giudizio di cognizione.

Però, quali sono le tutele previste per i soggetti malati?

Innanzitutto, c’è il c.d. termine di grazia. In realtà, si tratta di una possibilità riconosciuta a tutti gli inquilini inadempienti.

La legge (art. 55 della l. equo canone) prevede che, dopo aver ricevuto l’intimazione di sfratto per morosità, l’inquilino possa bloccare lo sfratto versando alla prima udienza l’importo dovuto per tutti i canoni scaduti e non pagati. Però, se in udienza non c'è pagamento e l’inquilino ne fa richiesta, il giudice può concedere un termine perentorio, non superiore a 90 giorni, per il pagamento.


Il pagamento comprende i canoni scaduti alla data della ricezione dell’intimazione, gli oneri accessori scaduti (ad esempio, le spese condominiali), gli interessi legali e le spese di giudizio liquidate dal giudice (onorari, contributo unificato, spese di notifica, marche da bollo).

Inoltre, secondo la normativa (sempre l’art. 55 della legge sull'equo canone), si può ottenere un termine di grazia, più lungo, di 120 giorni. Tuttavia, occorre dimostrare che il mancato pagamento, per un massimo di due mesi, sia dovuto a condizioni economiche precarie che siano emerse dopo la stipulazione del contratto e che derivino da malattia, disoccupazione o gravi e comprovate condizioni di difficoltà.

In questa ultima ipotesi possono essere ricompresi anche i casi delle persone con disabilità ai sensi della Legge 104.


Peraltro, il comma 5 dell’art. 6 della legge locazioni abitative prevede che, nel caso di sfratto per finita locazione di immobile ad uso abitativo, sia possibile richiedere al giudice la sospensione della procedura di sfratto: ossia, si può chiedere un differimento del giorno dell’esecuzione materiale dello sfratto e tale differimento può arrivare fino a 18 mesi.

Il differimento dell'esecuzione può esserci nei casi in cui l’inquilino abbia compiuto i 65 anni o quando l’inquilino o uno dei componenti del nucleo familiare, convivente da almeno sei mesi, abbia una disabilità o sia malato terminale.

Ovviamente, bisognerà presentare idonea documentazione della situazione dell’inquilino.

Inoltre, se l’inquilino è un disabile grave comprovato da documentazione, il giudice può disporre la sospensione dello sfratto concedendo il tempo necessario per trovare altra sistemazione.

In conclusione, lo sfratto non si può evitare, ma si può rallentare la procedura.


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Tassa di successione, puoi ridurre le tasse da pagare applicando queste strategie: ecco come fare

Pubblicato il: 03/07/2024

Una delle principali preoccupazioni, quando si eredita un patrimonio, concerne le tasse da pagare per la successione ereditaria.
Ciò comporta l’esigenza, da parte degli eredi e del testatore, di pianificare al meglio la successione, proprio al fine di minimizzare l’ammontare delle tasse da versare.
Ebbene, il nostro ordinamento giuridico prevede diversi metodi legali attraverso i quali raggiungere tale obiettivo. Vediamo, quindi, nello specifico quali sono e cosa prevedono.

Preliminarmente, quando si apre una successione ereditaria, a seguito del decesso del de cuius, gli eredi hanno l’obbligo di presentare all'Agenzia delle Entrate la dichiarazione di successione. È compito, poi, dell’AdE calcolare l'imposta necessaria per il trasferimento agli eredi dei beni rientranti nell’asse ereditario del defunto.

Prima di tutto, va detto che gli eredi in linea retta non devono pagare nessuna tassa di successione, qualora il patrimonio ereditato abbia un valore inferiore ai 100.000 euro e non includa diritti reali su immobili o beni immobili.
L’esenzione, però, non vale per i patrimoni aventi un valore maggiore, o che comprendano anche beni immobili. In questi casi, infatti, gli eredi saranno tenuti al pagamento della tassa di successione, ma ci sono alcune strategie legali utili a minimizzare l'importo dell'imposta.
Tuttavia, tali azioni devono essere intraprese dal soggetto che trasferirà, dopo la propria morte, il suo patrimonio agli eredi, ovvero il de cuius. Quest’ultimo, quindi, dovrà dare attuazione alle strategie – che a breve vedremo – mentre è ancora in vita.

La prima strategia finalizzata a ridurre l'imposta di successione sui beni immobili consiste nella donazione con riserva di usufrutto, ai sensi dell'art. 796 del c.c..
Attraverso tale istituto, il de cuius trasferisce la nuda proprietà di un proprio immobile agli eredi e mantiene per sé il diritto di usufrutto. Con questo escamotage, il testatore cede la proprietà dell’immobile, ma mantiene il diritto di usarlo e di godere dei relativi frutti (come, ad esempio, i proventi derivanti dall’affitto), fino alla sua morte.
In questo modo si riduce il valore dell'imposta di successione che gli eredi saranno tenuti a pagare, dal momento che la stessa sarà calcolata solo sul valore della nuda proprietà e non sull'intero valore dell'immobile.

Un altro metodo cui è possibile ricorrere è la cointestazione del conto corrente con gli eredi. Infatti il denaro depositato in un conto corrente intestato a più soggetti, come ad esempio coniuge, figli, fratelli, si considera appartenente in parti uguali a tutti gli intestatari.
Il vantaggio risiede nel fatto che, alla morte di uno dei cointestatari del conto, l'imposta di successione sarà calcolata esclusivamente sulla quota di denaro appartenente al defunto e non, invece, sull'intero importo presente sul conto. Tale meccanismo rappresenta un grosso vantaggio, ma è comunque necessario realizzarlo con attenzione. È necessario, infatti, accertarsi preliminarmente che i cointestatari del conto siano persone di cui fidarsi.

Ancora, un’altra opzione utile per la pianificazione delle successioni e per ridurre le imposte di successione può consistere nella sottoscrizione di una polizza vita, che rappresenta un altro metodo per facilitare gli eredi. Ebbene, per fare ciò, il de cuius dovrà stipulare una polizza con una compagnia assicurativa, alla quale dovrà versare periodicamente dei premi assicurativi.
In questo modo, al momento della morte del testatore (nonché titolare della polizza), la compagnia assicurativa dovrà corrispondere, ai soggetti designati, una certa somma di denaro. Attraverso questo sistema si ottiene un vantaggio importante, ovvero si esclude dal patrimonio ereditario, soggetto a tassazione, il totale versato a favore della compagnia per la sottoscrizione della polizza vita.

Infine, il de cuius ha a sua disposizione la possibilità di investire parte delle proprie risorse economiche nell’acquisto di strumenti finanziari. La ratio di tale scelta risiede nel fatto che molti di questi non sono soggetti a tassazione.
Ad esempio, il testatore potrebbe investire in:

  • titoli di Stato italiani, emessi dal Ministero dell’Economia e delle Finanze attraverso il Dipartimento del Tesoro, per i quali non vige l’obbligo di pagamento dell'imposta di successione;
  • titoli di Stato emessi dai Paesi dell'Unione Europea;
  • titoli di debito pubblico;
  • titoli emessi da organismi internazionali, come la Banca Centrale Europea (BCE), anch’essi potenzialmente non soggetti all’imposta di successione;
  • buoni del Tesoro;
  • titoli di risparmio postale, emessi da Poste Italiane, non soggetti a tassazione.

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Stipendio non pagato, ecco come tutelarti e riscuotere quello che ti spetta, anche se l’azienda è in crisi e ha debiti

Pubblicato il: 02/07/2024

Un rischio in cui può incorrere un dipendente di un’azienda riguarda il mancato pagamento del proprio stipendio a causa di gravi problemi economici del datore di lavoro. In questi casi, il nostro ordinamento prevede vari metodi attraverso i quali il lavoratore può ottenere tutela. Vediamo quindi, analiticamente, come agire qualora non si riceva lo stipendio.

Una prima soluzione riguarda le dimissioni per giusta causa. Tale metodo è utilizzabile qualora il dipendente non riceva almeno due mensilità: in questo caso, gli è permesso licenziarsi per giusta causa. Il vantaggio di questa procedura deriva, innanzitutto, dalla possibilità di recuperare il TFR prima che lo stesso possa perdersi per eventuale fallimento dell’azienda, nonchè di richiedere la NASPI all'INPS, ossia l'assegno di disoccupazione.
Nel silenzio della legge, che non fornisce alcuna indicazione circa la gravità dell'inadempimento del datore di lavoro, necessaria per giustificare questo diritto, è intervenuta la giurisprudenza, la quale ha stabilito che il mancato pagamento di una singola busta paga oppure un semplice ritardo di alcune settimane non sono sufficienti. In questi casi, infatti, non sussisterebbero i presupposti per le dimissioni “per giusta causa” e quindi il lavoratore non potrebbe beneficiare della Naspi.

Nei casi più gravi di crisi aziendale, con elevato rischio di fallimento, per evitare che ciò si verifichi, il datore di lavoro potrebbe decidere di procedere ad una ristrutturazione aziendale. Un primo passo potrebbe essere la riduzione del numero di posti di lavoro, oppure il ricollocamento di alcuni dipendenti in altre mansioni, magari applicando anche un taglio degli stipendi.
In questo caso, i lavoratori si potrebbero trovare dinanzi a un bivio: accettare le scelte aziendali, continuando a svolgere la prestazione lavorativa, nonostante il cambio di mansione e/o la riduzione dello stipendio, oppure rifiutarle.
In situazioni di crisi aziendale, il licenziamento è considerato legittimo e viene definito licenziamento per giustificato motivo oggettivo, che può essere:

  • licenziamento individuale: se riguarda uno o pochi dipendenti;
  • licenziamento collettivo: se riguarda più dipendenti.
Il licenziamento collettivo si applica quando, in un arco temporale di 120 giorni, si verificano:
  • almeno 5 licenziamenti in un'unità produttiva composta da più di 15 dipendenti;
  • almeno 10 licenziamenti in più unità produttive nella stessa provincia, ciascuna composta da più di 15 dipendenti;
  • almeno 20 licenziamenti in più unità produttive collocate in diverse province, con più di 15 dipendenti ciascuna.
Quando il datore di lavoro decide di procedere con il licenziamento collettivo, è necessario il raggiungimento di un’intesa con i sindacati. In questo modo, datore di lavoro e sindacati, di concerto, stabiliscono i criteri in base ai quali individuare i lavoratori da licenziare.
Normalmente, si seguono i seguenti criteri:
  • anzianità di servizio (i lavoratori con minore anzianità vengono licenziati per primi);
  • carichi di famiglia (i dipendenti con più carichi di famiglia sono maggiormente tutelati, per non pregiudicare le esigenze del nucleo familiare);
  • esigenze produttive e organizzative (il datore può riservare un trattamento più favorevole ai lavoratori dotati di elevate competenze o professionalità specifiche).
Con riferimento ai casi di licenziamento individuale, invece, se nell’azienda ci sono più dipendenti inquadrati con le stesse mansioni, allora il datore non potrà licenziare discrezionalmente, ma dovrà seguire i criteri previsti per i licenziamenti collettivi. Prima di procedere all’interruzione del rapporto di lavoro, inoltre, il datore è tenuto a verificare se sia possibile collocare il dipendente in mansioni alternative, anche di livello inferiore, con eventuale riduzione dello stipendio (c.d. repêchage).

Qualora si verifichi una violazione di queste regole, il dipendente potrà contestare il licenziamento. La prima cosa da fare è inviare una raccomandata o una PEC di contestazione entro 60 giorni dal licenziamento. Dopodiché, entro i 180 giorni successivi, il dipendente che ritenga di essere stato ingiustamente licenziato potrà agire con un ricorso innanzi al Tribunale, oppure potrà avanzare richiesta di conciliazione presso l’Ispettorato del Lavoro.

Quando le difficoltà economiche dell’azienda sono particolarmente gravi, potrebbe essere necessario aprire una procedura di "liquidazione giudiziale" (che, a seguito dell’introduzione del nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, ha di fatto sostituito il fallimento).
Qualora il Tribunale attesti e dichiari l'insolvenza dell’azienda, il curatore fallimentare sostituirà il titolare dell’impresa durante tutta la procedura di liquidazione. Ciò significa che, qualora il curatore sia autorizzato dal giudice a continuare, temporaneamente, l’attività aziendale (ad esempio per vendere le merci ancora presenti in magazzino oppure per cedere l’azienda a terzi), il rapporto di lavoro continuerà e si trasferirà in capo al curatore fallimentare, fino all’eventuale licenziamento del dipendente.
Presupposti per l’avvio di una procedura di liquidazione giudiziale sono:

  • attivo patrimoniale di almeno 300.000 euro nei tre anni precedenti;
  • ricavi annui di almeno 200.000 euro nei tre anni precedenti;
  • debiti di almeno 50.000 euro.
Tra i presupposti, invece, non rientra il mancato pagamento degli stipendi.

Qualora poi l’azienda dovesse effettivamente fallire, allora i lavoratori saranno considerati creditori privilegiati e i loro stipendi verranno pagati non appena il Curatore incasserà (tramite vendite di stock ecc.) i primi utili.
Quanto invece al TFR e alle ultime tre mensilità, queste sono sempre garantite dall'INPS, tramite il Fondo di Garanzia.
Il lavoratore potrà, personalmente, richiedere il fallimento dell’impresa, ricorrendo dinanzi all’autorità giudiziaria e in particolare potrà:

  • ottenere un decreto ingiuntivo contro il datore di lavoro per i crediti maturati e non ancora versati;
  • avviare un pignoramento e, in caso di esito negativo per mancanza di attivo nel patrimonio del debitore, presentare il ricorso per la liquidazione giudiziale.
Inoltre, il dipendente potrà chiedere al Curatore il pagamento dei crediti.

Prima della liquidazione giudiziale, il lavoratore avrà a sua disposizione le seguenti opzioni:

  • promuovere una mediazione presso l’Ispettorato Territoriale del Lavoro;
  • denunciare il mancato pagamento degli stipendi all’Ispettore del Lavoro;
  • rivolgersi a un avvocato per ottenere un decreto ingiuntivo.
Come detto, l’omesso pagamento di una singola mensilità non consente al lavoratore di rassegnare le dimissioni per giusta causa. Infatti, affinché il dipendente possa, a seguito di dimissioni, ottenere l’assegno di disoccupazione, sono necessari almeno due mesi di ritardo.
È altresì consentito al lavoratore rivolgersi a un sindacato per promuovere un incontro con il datore di lavoro.
Se il datore non paga entro 40 giorni dall’ingiunzione, si può avviare il pignoramento dei beni. In questo caso, è necessario effettuare una distinzione a seconda della natura giuridica della società pignorata, ovvero:
  • con riferimento alle S.r.l., S.p.a. e S.a.p.a., si possono pignorare solo i beni dell’azienda;
  • quanto alle società semplici, S.n.c., S.a.s., si possono pignorare anche i beni personali dell’imprenditore, facenti parte del suo patrimonio, qualora quelli dell’azienda non siano sufficienti a soddisfare la pretesa creditoria.
In ultima istanza, si può presentare istanza di fallimento contro l’azienda, che può estendersi anche alla persona fisica dell’imprenditore.


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Partita Iva, se le ferie superano i 12 giorni devi comunicarlo all’Agenzia delle Entrate: ecco perché

Pubblicato il: 02/07/2024

Si avvicina il mese di agosto e molti titolari di partita IVA scelgono di prendersi qualche settimana di ferie e abbassare la saracinesca del loro esercizio commerciale. Prima di partire c’è un adempimento da compiere: impostare il registratore telematico come “fuori servizio”. Non si tratta di un obbligo ma, per tale via, si rende consapevole l'Agenzia delle Entrate della ragione alla base del mancato flusso di dati e, allo stesso tempo, si è tutelati da eventuali segnalazioni di anomalie.

Occorre compiere questa operazione solo quando il periodo di chiusura supera i 12 giorni.
Nel dettaglio, regole e procedure da seguire per disattivare – nel periodo di chiusura stabilito – il Registratore Telematico sono illustrate dall’Agenzia delle Entrate con il provvedimento del 18 gennaio 2023, n. 15943.
Nel testo si legge che "Nel caso in cui l’interruzione dell’attività sia superiore ai 12 giorni (ad esempio ferie lunghe, chiusura stagionale, inutilizzo temporaneo, etc.) o se l’esercente non fosse in grado di conoscere la durata del periodo di inattività e di comunicarla a priori, il Registratore Telematico deve prevedere la possibilità di predisporre l’invio di un evento di tipo “fuori servizio”, codice 608 (magazzino/periodo di inattività), per comunicare al sistema l’inizio del periodo di inattività. In questo caso il RT tornerà “In servizio” alla prima trasmissione utile".

Come chiarito anche nella risposta all’interpello n.247/2022, lo stato "fuori servizio" del Registratore Telematico "consente all’Amministrazione di avere contezza di un problema in essere e di motivare eventuali mancate o tardive memorizzazioni e trasmissioni, totali o parziali, dei dati".
Nulla cambia per chi parte per le vacanze per una sola settimana: in questo caso non è necessario seguire nessuna procedura per comunicare le proprie ferie al Fisco.

Nel testo aggiornato delle specifiche tecniche, versione 11.1, allegato al provvedimento del 18-01-2023, si conferma quanto già previsto in precedenza: "Nel caso di interruzione dell’attività per chiusura settimanale, chiusura domenicale, ferie, chiusura per eventi eccezionali, attività stagionale o qualsiasi altra ipotesi di interruzione della trasmissione (non causata da malfunzionamenti tecnici dell’apparecchio), il Registratore Telematico, alla prima trasmissione successiva ovvero all’ultima trasmissione utile, provvede all’elaborazione e all’invio di un unico file contenente la totalità dei dati (ad importo zero) relativi al periodo di interruzione, per i quali l’esercente non ha effettuato l’operazione di chiusura giornaliera".

Quindi, riepilogando:

  • se il periodo di chiusura/interruzione è inferiore a 12 giorni, l’Agenzia delle Entrate non rileva nessuna anomalia;
  • se il periodo di chiusura/interruzione è superiore a 12 giorni, l’Agenzia invierà una richiesta di chiarimenti via PEC all’esercente. Quest’ultimo comunicherà all’Agenzia il motivo della mancata trasmissione per chiusura/interruzione (ferie, malattia, ecc.), periodo che coinciderà con il flusso di dati “zero” che il RT, alla riapertura, avrà automaticamente trasmesso alla stessa Agenzia.

Come può avvenire la comunicazione preventiva di inattività/interruzione da parte dell’esercente?
L’esercente può effettuare la comunicazione preventiva di inattività/interruzione secondo due modalità:
attraverso il sito web dell’Agenzia delle entrate
  • nella sezione “Area Gestore ed Esercente”;
  • tramite la voce di menu “Procedure di Emergenza” e poi “Dispositivo Fuori Servizio”;

– utilizzando una specifica funzionalità del RT per porre il medesimo “Fuori Servizio – codice 608”: tale funzionalità è obbligatoriamente prevista per i RT approvati dal 30 giugno 2023.
Per i modelli che sono stati approvati prima di tale data, esiste (da verificare in relazione ai singoli apparati) la possibilità di richiedere un aggiornamento del software (adeguando, pertanto, il RT alle nuove specifiche tecniche versione 11) e far sì, quindi, che il RT automaticamente comunichi lo stato “Fuori servizio”.


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Spese condominiali, in alcuni casi non sei più obbligato a pagarle: ecco come funziona la prescrizione

Pubblicato il: 01/07/2024

Non sei in regola con i pagamenti delle spese condominiali relative ai lavori di manutenzione straordinaria della facciata? Hai acquistato o ereditato un immobile su cui gravano le spese insolute del precedente proprietario?

Anche per le spese condominiali è previsto un limite di tempo entro il quale può essere richiesto il pagamento.
La norma di riferimento va rinvenuta nell'articolo 2948 del codice civile, che stabilisce i seguenti termini di prescrizione:

  • in caso di spese ordinarie, il condominio ha 5 anni di tempo per recuperare le somme dovute;
  • per le spese straordinarie, il condominio ha 10 anni di tempo per recuperare le quote non pagate.

Sono spese ordinarie, ad esempio, quelle relative alla pulizia delle scale, all'illuminazione, alle riparazioni generiche come quelle riguardanti serrature e sostituzione di lampadine. Le spese condominiali straordinarie, invece, riguardano la manutenzione straordinaria, appunto, di beni comuni e la loro ristrutturazione. Le tabelle millesimali sono lo strumento di ripartizione delle spese condominiali: con esse si stabiliscono le quote di partecipazione alle spese e i diritti di ogni condomino sulle parti comuni di un condominio.

La prescrizione può essere interrotta da alcuni atti, dai quali si evince manifestamente la volontà del condominio di richiedere il pagamento delle somme dovute. Tra questi atti rientrano:

  • l'invio di una lettera raccomandata con avviso di ricevimento, con cui si richiede il pagamento delle spese;
  • la notifica di un decreto ingiuntivo;
  • qualsiasi atto giudiziale avviato per il recupero del credito.

Quindi, con queste richieste di pagamento formali si azzera la prescrizione, e il termine di cinque anni ricomincia a decorrere dalla data dell'atto interruttivo.

Cosa accade se i termini decorrono e il debito resta insoluto?

Nel caso in cui l’ingiunzione di pagamento e/o il pignoramento dei beni siano stati inefficaci, ricade sugli altri condomini l'onere di coprire la quota del moroso. Il creditore può rivalersi nei confronti dei condomini in proporzione alle quote millesimali. È prevista la possibilità d'istituire un fondo tramite il consenso unanime dei condomini.
Inoltre, sia il compratore che il venditore sono corresponsabili per i pagamenti non effettuati: di conseguenza se, nell’anno del rogito o in quello precedente, le spese non sono state saldate, l’amministratore può richiederle sia al vecchio che al nuovo proprietario (cfr. art. 63 delle disp. att. c.c.).

Quanto alle spese condominiali che deve sostenere l’inquilino, si chiarisce che quest’ultimo è tenuto a corrispondere quelle di manutenzione ordinaria con gli oneri accessori. Sono oneri accessori quelli elencati dall'art. 9 della l. equo canone, tra i quali, ad esempio, i costi relativi al servizio di pulizia, al funzionamento e all'ordinaria manutenzione dell'ascensore, alla fornitura dell'acqua, dell'energia elettrica, del riscaldamento e del condizionamento dell'aria e in genere alla fornitura di servizi comuni.
Tuttavia, per l'inquilino, il termine di prescrizione degli oneri accessori dovuti è di soli 2 anni, decorrenti dalla relativa richiesta del proprietario di casa. Quest’ultimo può, comunque, interrompere la prescrizione attraverso una richiesta di adempimento e la costituzione in mora. Si tenga, infine, presente che il mancato pagamento degli oneri accessori legittima il procedimento di sfratto, se il debito totale è pari o superiore a 2 quote del canone di affitto (e il ritardo supera i 60 giorni).


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Condono edilizio 2024, non puoi nemmeno tinteggiare le pareti fino all’accettazione della domanda: ecco cosa dice il TAR

Pubblicato il: 01/07/2024

Il TAR Campania, con la recentissima sentenza n. 3541 del 04.06.2024, è tornato sul tema dei lavori eseguiti sull’opera abusiva in pendenza della domanda di condono edilizio, ribadendo, in tal modo, le conseguenze che potrebbero derivare dal compimento di una tale attività.

Il giudizio sottoposto all’esame del TAR trae le mosse dal ricorso, promosso da un cittadino, avverso tre sanzioni demolitorie irrogate dal Comune per svariate opere edilizie di diversa consistenza e qualità (come tettoie e gazebi), realizzate su area di proprietà comunale e in assenza dei prescritti titoli abilitativi, nonché per gli ulteriori interventi (come pavimentazione, opere di ordinaria e straordinaria manutenzione) realizzati su un fabbricato di proprietà del ricorrente già oggetto di istanza di condono.

Nel caso di specie, due dei citati provvedimenti demolitori erano stati emanati – rispettivamente – ai sensi dell’art. 27 e dell’art. 31 del DPR 380/2001 (c.d. Testo Unico Edilizia), con l’obiettivo di reprimere gli illeciti consistenti nelle modifiche apportate al fabbricato oggetto di istanza di condono.

Il TAR Campania, nell’esaminare la questione sottoposta al proprio esame, ha ribadito – tra le altre cose – un importante principio dettato in tema di lavori e/o, comunque, di modifiche apportate ad immobili già oggetto di istanza di condono.

Difatti, nella citata sentenza 3541 del 04.06.2024, il TAR Campania ha sottolineato che “successivamente alla presentazione della domanda di condono edilizio e prima che quest'ultima sia decisa, il proprietario non può effettuare alcun lavoro di completamento o ampliamento dell'immobile abusivo, valendo il principio in forza del quale è la prosecuzione in sé dei lavori ad essere preclusa, a prescindere dal regime edilizio a tali opere applicabile, anche in termini di trattamento sanzionatorio”.

Ad essere vietati, però, non sono solo i “lavori di ampliamento o completamento”, ma qualsiasi lavoro e/o attività – anche solo di ordinaria manutenzione – eseguiti sull’immobile oggetto di istanza di condono edilizio: come sottolineato nella citata sentenza, le eventuali ulteriori opere, eseguite dopo la presentazione dell'istanza di condono, “ancorché interne, pertinenziali o di ridotto impatto urbanistico, oppure astrattamente riconducibili alle categorie della manutenzione ordinaria/straordinaria, del restauro e/o del risanamento conservativo, o della ristrutturazione edilizia”, sono da considerarsi abusive e in prosecuzione dell'indebita attività edilizia pregressa.

In tal modo, si sottolinea che anche tali “minori interventi” – ripetendo le caratteristiche di illiceità dell'opera principale, cui ineriscono strutturalmente – sono assoggettabili all’ordine di demolizione da parte dell'amministrazione comunale ai sensi degli artt. 27 e 31 del D.P.R. n. 380 del 2001.

Tra l’altro, il TAR osserva anche come ciò “non significa negare in assoluto la possibilità di intervenire su immobili rispetto ai quali pende l'istanza di condono, ma solo affermare che, a pena dell'assoggettamento alla medesima sanzione demolitoria prevista per il manufatto abusivo di riferimento, tale possibilità di intervento deve esplicarsi nel rispetto delle procedure di legge”, ossia nel rispetto del dettato dell'art. 35 della L. 47/1985 (ancora applicabile per effetto dei rinvii ad essa operata dalla successiva legislazione condonistica).


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Partita Iva, da oggi arriva il divieto di compensazione dei crediti fiscali in caso di debiti: ecco chi è escluso

Pubblicato il: 01/07/2024

L'art. 1, comma 94 della L. 213/2023 (Legge di bilancio 2024) ha disposto una nuova limitazione alla compensazione dei crediti d'imposta nel Mod. F24, che opera in presenza di debiti con importi complessivamente superiori a euro 100.000, per i quali i termini di pagamento siano scaduti e siano ancora dovuti pagamenti o non siano in essere provvedimenti di sospensione.

La norma si chiude con la previsione che, con la finalità di verificare le condizioni appena descritte, sui modelli F24 contenenti compensazioni vi saranno dei controlli preventivi che, in caso di presenza dei precedenti presupposti, potranno bloccare la delega di pagamento (si tratta del c.d. “F24 sospeso”, di cui all’articolo 37, commi 49ter e 49quater, del D.L. 223/2006).

Tale previsione non va confusa con il divieto di compensazione di cui all’articolo 31 del D.L. 78/2010, riguardante i contribuenti che hanno iscrizioni a ruolo superiori a 1.500 euro, in quanto il piano di azione delle due norme è diverso. In questo caso, il divieto alla compensazione non è assoluto, poiché non riguarda la parte eccedente.
Per essere più chiari, si supponga che un contribuente abbia un importo iscritto a ruolo scaduto pari a 1.000 euro, e un credito Irpef potenzialmente compensabile di 9.000 euro. La parte eccedente del credito rispetto al ruolo, ovvero 8.000 euro (9.000 euro – 1.000 euro), sarà liberamente utilizzabile in compensazione orizzontale.

Il limite che avrà decorrenza dal prossimo 1° luglio, invece, è assoluto: ciò significa che il divieto di compensazione orizzontale dei crediti fiscali nel modello F24 si applica anche per la parte dei crediti eccedente gli importi iscritti a ruolo.

Inoltre, il divieto di compensazione:

  • sotto il profilo oggettivo riguarda ogni tipologia di credito, quindi anche quelli istituiti dalla legislazione speciale e quelli non erariali. Il divieto di compensazione non riguarda, quindi, i crediti relativi a contributi previdenziali e assistenziali e quelli relativi ai premi per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali;
  • sotto il profilo soggettivo opera solo in presenza di ruoli scaduti o accertamenti affidati in riscossione. Quindi non riguarderebbe gli avvisi bonari, gli avvisi di recupero dei crediti d’imposta, gli avvisi di liquidazione e di accertamento non esecutivi, per i quali non sia ancora stata notificata la cartella di pagamento.

Si segnala anche un’ulteriore previsione introdotta della Legge di bilancio 2024, anche questa destinata a trovare applicazione del prossimo 1° luglio.
Si richiama l’articolo 1, comma 97, laddove ha introdotto un termine iniziale per poter procedere con la compensazione in F24 dei crediti Inps e Inail. In base a tale disposizione, i lavoratori autonomi iscritti alle gestioni speciali degli artigiani ed esercenti attività commerciali e i liberi professionisti iscritti alla Gestione separata potranno effettuare le compensazioni di crediti previdenziali a decorrere dal decimo giorno successivo a quello di presentazione della dichiarazione dei redditi da cui il credito emerge.


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Limitatore di velocità obbligatorio su tutte le auto nuove da luglio: ecco come funzionerà

Pubblicato il: 30/06/2024

A breve in arrivo, in tutta Europa, l’obbligo di installare sulle automobili di nuova immatricolazione dei limitatori di velocità.

Il 7 luglio 2024, infatti, entrerà in vigore un regolamento europeo del 2019 che impone tale obbligo nei confronti di tutte le case automobilistiche. L’obiettivo è ridurre significativamente la percentuale di incidenti automobilistici, dovuti al mancato rispetto dei limiti di velocità su strade e autostrade. Questo sistema avanzato sarà in grado di determinare i limiti di velocità stradali, combinando i dati forniti dal GPS con le informazioni raccolte da telecamere integrate nella vettura che leggeranno i segnali stradali, monitorando quindi la velocità del veicolo.

Il dispositivo non interverrà direttamente sulla velocità del veicolo, ma avviserà il conducente tramite segnali sensoriali quando verrà superato il limite di velocità imposto. Questo avvertimento potrebbe arrivare sotto forma di suoni, vibrazioni del volante o altri tipi di feedback sensoriali, garantendo così la permanenza del controllo nelle mani del conducente e minimizzando i rischi associati a rallentamenti automatici e improvvisi della vettura.
Inoltre, un aspetto cruciale di questi sistemi risiede nella possibilità di disattivarli, anche se saranno attivati per impostazione predefinita all’accensione del veicolo.
L’introduzione di questo regolamento segue l’esempio del Regno Unito, che ha già reso obbligatori tali dispositivi a partire da maggio 2023.

L’obiettivo è ridurre significativamente gli incidenti stradali causati dall’eccesso di velocità. Infatti, secondo il Rapporto sull’incidentalità stradale 2023 redatto da Aci e Istat, ogni anno si verificano circa 20.000 incidenti a causa del superamento dei limiti di velocità, che rappresentano il 9,3% del totale degli incidenti e ne costituiscono la terza causa principale dopo la distrazione alla guida e la mancata precedenza. Inoltre, sempre secondo l’Istat, il costo sociale degli incidenti stradali è estremamente alto. Nel 2022, l’Italia ha speso 17,9 miliardi di euro per far fronte alle conseguenze degli incidenti, una cifra che rappresenta quasi l’1% del PIL nazionale. Ridurre gli incidenti non solo migliorerebbe la sicurezza stradale, ma avrebbe anche un significativo impatto economico positivo.

Nonostante l’impiego di una tecnologia particolarmente avanzata, alcuni test effettuati hanno riscontrato errori nei limitatori, spesso dovuti a difetti della segnaletica stradale piuttosto che al sistema stesso. I maggiori problemi, infatti, hanno riguardato le aree con segnali mancanti, confusi o danneggiati: in questi casi, il dispositivo potrebbe impostare limiti non corretti, portando a potenziali disagi per i conducenti.
Un’altra criticità, evidenziata da alcuni automobilisti, riguarda il rischio che i segnali acustici possano distrarre e causare incidenti. Tuttavia, secondo vari studi, una significativa percentuale degli incidenti stradali è dovuta al mancato rispetto dei limiti di velocità. L’obiettivo del limitatore di velocità è ridurre a zero questi incidenti, incoraggiando il rispetto dei limiti tramite avvisi sonori.

L’introduzione obbligatoria dei limitatori di velocità nelle auto di nuova produzione rappresenta un cambiamento significativo nelle politiche di sicurezza stradale in Europa. Se implementato correttamente, questo sistema potrebbe ridurre drasticamente il numero di incidenti causati dall’eccesso di velocità, migliorando sia la sicurezza stradale che l’efficienza economica.


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Bonifico bancario, se sbagli il codice IBAN sul bonifico la banca ti dovrà risarcire: ecco in quali casi è previsto

Pubblicato il: 30/06/2024

La Corte di Cassazione, con la sentenza 17415 del 25 giugno scorso, ha respinto il ricorso dell’Istituto di credito INTESA SANPAOLO S.p.A., condannandolo a versare 40 mila euro alla curatela di una società, al cui titolare – poi fallito – era destinato un bonifico di importo analogo.
La Corte ha affermato il seguente principio di diritto: “In tema di responsabilità di una banca per operazioni effettuate a mezzo di strumenti elettronici, se il beneficiario, nominativamente indicato, di un pagamento da eseguirsi tramite bonifico sia sprovvisto di conto di accredito presso la banca intermediaria (…), si applicano le regole di diritto comune, per cui grava sull’intermediaria stessa, responsabile, l’onere di dimostrare di aver compiuto l’operazione di pagamento nei confronti del beneficiario rimasto insoddisfatto a causa dell’indicazione, rivelatasi inesatta, del proprio IBAN“.

Sulla Banca – continua la Cassazione – grava in particolare l’onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie al fine di scongiurare il rischio di un’erronea individuazione di detto beneficiario o, quanto meno, di essersi adoperata per consentirgli l’individuazione del soggetto concretamente gratificato dal pagamento destinato.

Quali i fatti?

Al Tribunale di Brescia era stata intentata azione legale per ottenere la condanna della Banca Popolare di Vicenza al pagamento di una somma quale corrispettivo del  mancato ricevimento, da parte del fallimento A.A., di un indennizzo da Reale Mutua Assicurazioni, erroneamente versato tramite bonifico bancario ad un terzo sconosciuto. La Banca Popolare di Vicenza, responsabile dell’accredito, non aveva verificato la corrispondenza tra il codice IBAN e il nome del beneficiario. Banca Intesa Sanpaolo, subentrata alla Banca Popolare di Vicenza, ha presentato appello contro la decisione, ma la Corte d’Appello di Brescia ha rigettato il ricorso con sentenza, adducendo che la banca non avesse adottato le necessarie precauzioni nell’eseguire l’ordine di bonifico, violando le norme del D. Lgs. 11/2010 sui servizi di pagamento e quelle sulla tutela della privacy. Oltre al fatto che la responsabilità bancaria è stata confermata in virtù dell’art. 2043 c.c. e del principio di vicinanza della prova, che obbliga la banca a dimostrare le cautele adottate per il recupero dei fondi accreditati erroneamente.

Si osserva che la fornitura di servizi di pagamento si basa su un rapporto contrattuale tra l’utente e l’intermediario, che può derivare anche da un semplice “contatto sociale qualificato”. Tale rapporto impone alcuni obblighi in capo agli  intermediari, tenuti a rispettare non solo la normativa specifica sui servizi di pagamento, ma anche le regole del diritto comune, ovvero quelle dettate dal codice civile.
In più, gli intermediari sono tenuti a operare secondo principi di diligenza professionale: l’art. 24 del D. Lgs. n. 11 del 2010 stabilisce che, qualora l’intermediario rilevi un’incoerenza nei dati, è tenuto a informare l’utente dell’errore, indicando l’apposita procedura correttiva.
La normativa prevede due forme di tutela per l’utente: la tutela restitutoria e la tutela risarcitoria. La prima garantisce al pagatore il recupero delle somme trasferite erroneamente, mentre la seconda – che può essere concessa sia al pagatore che al beneficiario – dipende dalla responsabilità dell’intermediario per eventuali danni causati dalla mancata diligenza professionale.

In conclusione, sostiene la Cassazione, riguardo alla responsabilità bancaria per operazioni effettuate tramite strumenti elettronici, quando il beneficiario di un pagamento non possiede un conto presso la banca intermediaria, si applicano le regole di diritto comune.


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