Protezione dei dati personali: cosa cambia

Pubblicato il: 16/12/2021

È stata di recente pubblicata in Gazzetta Ufficiale la L. 3 dicembre 2021, n. 205, che converte in legge il c.d. Decreto Capienze (D. L. n. 139/2021) recante “disposizioni urgenti per l'accesso alle attività culturali, sportive e ricreative, nonché per l'organizzazione di pubbliche amministrazioni e in materia di protezione dei dati personali”.
Ma cosa cambia con specifico riferimento a questo ultimo ambito?

Allo scopo di far chiarezza sul recente intervento normativo, è opportuno elencare in modo breve e schematico le principali novità:

  • l’art. 2 ter ter del Codice Privacy è stato modificato in modo da consentire in via generale alla Pubblica Amministrazione il trattamento, conforme al c.d. GDPR, dei dati personali delle persone fisiche (ad. es anagrafici o fiscali) non solo in presenza di una specifica norma di legge o di un regolamento ad hoc ma anche in ogni caso in cui ciò sia necessario per adempiere ad un compito di interesse pubblico o per esercitare un potere;
  • l’art 166 del Codice Privacy è stato modificato in modo da attribuire al Garante Privacy la facoltà, in sede di irrogazione delle sanzioni amministrative, di ordinare l’attuazione di campagne di comunicazione istituzionale volte alla promozione della consapevolezza del diritto alla protezione dei dati personali, sulla base di progetti previamente approvati dal Garante e che tengano conto della gravità della violazione. Il legislatore del c.d. Decreto Capienze attribuisce inoltre al suddetto Garante la possibilità di valorizzare, nel determinare il quantum della sanzione amministrativa, di “eventuali campagne di comunicazione istituzionale volte alla promozione della consapevolezza del diritto alla protezione dei dati personali, realizzate dal trasgressore anteriormente alla commissione della violazione”.

Altre misure che è opportuno segnalare sempre nell’ottica dell’ampliamento della tutela della privacy sono:

  1. l’assegnazione di un termine breve al Garante della Privacy per esprimere un parere relativo alle riforme e ai progetti riguardanti il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Tale termine è della durata di trenta giorni dalla richiesta e non sono ammesse proroghe;
  2. il potenziamento della disciplina di contrasto al c.d. revenge porn, mediante l’attribuzione ai genitori e ai tutori legali nonché a tutti i soggetti con età superiore ai quattordici anni della facoltà di segnalare eventuali situazioni pericolose al Garante della Privacy, il quale entro quarantotto ore potrà assumere decisioni cautelari ex art. 144 Codice della Privacy, in primis nei confronti del gestore della piattaforma digitale mediante la quale avviene il sospetto abuso;
  3. l’ampliamento delle risorse per l’Autorità Privacy, aumentate nello specifico da 162 a 200 unità.

Vai alla Fonte

Estorsione contro i genitori mediante minaccia: è punibile?

Pubblicato il: 16/12/2021

I delitti contro il patrimonio, in genere, non sono punibili se commessi in danno del coniuge, della parte dell’unione civile, di un ascendente o discendente o di un affine in linea retta, ovvero dell'adottante o dell'adottato e di un fratello o di una sorella convivente. Tanto si afferma in forza del disposto legislativo dell’art. 649 c.p., che prevede una causa di punibilità volta alla tutela dell’unità familiare, che potrebbe risultare ulteriormente turbata da un’intromissione della giurisdizione penale.

Tuttavia, ai sensi del terzo comma della norma citata, la causa di esclusione della punibilità non si estende ai delitti di rapina, estorsione e sequestro di persona a scopo di estorsione, nonché a tutti gli altri delitti contro il patrimonio, qualora commessi con violenza sulle persone.

Il reato di estorsione, pertanto, non è mai scriminato ex lege, anche nel caso in cui sia diretto contro i genitori conviventi senza l’impiego di violenza fisica. Tale rigida interpretazione del dato normativo, già consolidata nella giurisprudenza di legittimità, è stata recentemente ribadita dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 44916 del 3 dicembre 2021.
Il reato di estorsione, infatti, è qualificato espressamente dal legislatore – sottolinea la Suprema Corte – come ostativo per l’operare della causa di non punibilità in quanto la condotta tipica è connotata da una violenza che non si limita mai alle cose, ma attinge inevitabilmente la persona della vittima, anche solo mediante minaccia.

L’interpretazione consolidata, sopra richiamata, della norma di riferimento era stata tuttavia revocata in dubbio dal ricorrente nella fattispecie concreta rimessa al vaglio della Corte.
In particolare, si trattava di un soggetto tossicodipendente ritenuto penalmente responsabile dal GUP, all’esito di giudizio abbreviato, dei reati estorsione e maltrattamenti ai danni dei genitori e della sorella conviventi per aver costretto i suddetti familiari ad erogargli ogni giorno somme di denaro dietro minacce di morte e violenza sulle cose.
La Corte d’appello aveva poi confermato tale sentenza, che dunque era stata oggetto di ricorso in Cassazione dell’imputato, il quale si doleva – limitatamente a quanto qui di interesse – della mancata applicazione della causa di non punibilità di cui all’art. 649 c.p.

Secondo il ricorrente, nello specifico, l’orientamento giurisprudenziale tradizionale che riconduce la minaccia al genus della violenza in quanto violenza morale deve considerarsi vetusto e non ossequioso del dato normativo, che invece distingue nettamente tra violenza sulle cose e violenza sulle persone. Posto che la clausola di riserva di cui all’art. 649 c.p. contiene un esplicito riferimento solo alla violenza sulle persone, secondo tale prospettazione andrebbero dunque da essa senz’altro esclusi i reati commessi mediante violenza sulle cose o mediante mera minaccia, ancorchè di matrice estorsiva.

Questa interpretazione della norma, tuttavia, non è stata ritenuta meritevole di accoglimento dalla Suprema Corte, che ritiene il motivo di gravame esaminato manifestamente infondato. Gli Ermellini hanno infatti dato continuità al granitico orientamento per cui la causa di non punibilità “per ogni altro delitto contro il patrimonio commesso con minaccia alle persone” si applica solo alle ipotesi diverse da quelle normativamente previste, rispetto alle quali non è richiamata la distinzione tra minaccia e violenza.


Vai alla Fonte

Eccesso di velocità: l’accertamento spetta solo alla Polizia stradale

Pubblicato il: 16/12/2021

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 38276 del 3 dicembre 2021, ha affrontato il tema della competenza ad effettuare gli accertamenti sulle violazioni del Codice della Strada, affermando espressamente che essa spetta in via esclusiva alla Polizia Stradale, anche con riferimento alle verifiche che si devono condurre sul rispetto dei limiti di velocità mediante utilizzo del c.d. autovelox. La questione, in particolare, si era posta in quanto tali apparecchiature sono fornite o comunque noleggiate da operatori privati, i quali si occupano di installarle e di garantire la registrazione del materiale fotografico o video che attesta l’infrazione.

La Suprema Corte, sul punto, ha operato una netta distinzione tra:

  • le attività prodromiche al controllo, quali l’installazione dell’apparecchio elettronico e la sua impostazione al fine di renderlo abile alla registrazione dei dati relativi alla circolazione stradale e alla raccolta di documenti fotografici e video
  • le attività di controllo, consistenti nella lettura e valutazione – e non nella mera verbalizzazione – dei dati raccolti al fine di accertare eventuali violazioni del Codice della Strada

precisando che solo le prime sono di competenza della società fornitrice dell’autovelox, mentre le attività di vero e proprio controllo sono riservate ai pubblici ufficiali: l'attività della forza pubblica, infatti, deve risultare solo supportata e non sostanzialmente sostituita dall'operatore privato, non essendo possibile delegare le operazioni di accertamento della violazione.

La Corte, segnatamente, richiama a sostegno di tale assunto l'art. 61 della L.120/2010, che permette l’attività di accertamento strumentale delle violazioni al Codice della Strada anche attraverso strumenti acquisiti con contratto di locazione finanziaria o di noleggio a canone fisso, ma a condizione che l'accertamento delle violazioni avvenga esclusivamente con l'impiego del personale dei corpi e dei servizi di Polizia Locale. Qualora quest’ultima si occupi di un’attività di mero controllo della validità e della correttezza dell'accertamento svolto dalla società di noleggio degli autovelox, si dovrà ritenere sussistente un’illegittima delega di funzioni.

Il caso di specie recentemente attenzionato dalla Cassazione, in particolare, riguardava l’eccesso di velocità in violazione dell’art. 142 cod. str. rilevato tramite dispositivo autovelox compiuto da un soggetto, al quale era recapitato un verbale di accertamento dalla Polizia Municipale.
Il soggetto aveva dunque proposto opposizione al Giudice di Pace, lamentando l’illegittimità del rilevamento, derivante dal fatto che l’autovelox non era di proprietà della Polizia Municipale ma era noleggiato da società privata, la quale aveva installato l’apparecchiatura e si occupava regolarmente della manutenzione della stessa.
Il Giudice di Pace aveva dunque accolto l’opposizione e perciò annullato il verbale impugnato in quanto illegittimo in relazione all’art. 345 comma 4 del Regolamento di Esecuzione del Codice della Strada, secondo cui gli apparecchi elettronici in esame devono essere gestiti direttamente dagli organi di polizia e devono essere nella disponibilità degli stessi. Secondo il Giudice di pace, invero, il fatto che la società noleggiatrice, in forza del contratto di noleggio, si occupasse personalmente di raccogliere e conservare i dati sulle infrazioni portava a ritenere violata siffatta disposizione.
Avverso tale pronuncia aveva poi proposto appello il Comune e, in accoglimento di tale impugnazione, il Tribunale aveva rigettato l’opposizione in quanto il contratto di noleggio attribuiva alla società una serie di attività che erano sì prodromiche all’accertamento delle infrazioni ma non sostitutive della verifica e della valutazione dei dati da parte della Polizia Municipale.
Il soggetto sanzionato, allora, aveva proposto ricorso in Cassazione e la Suprema Corte, accogliendo il gravame poiché nel caso di specie era effettivamente stata posta in essere un’illegittima delega di funzioni, ha operato le importanti precisazioni di cui si è dato conto.


Vai alla Fonte

Vendita di un bene ipotecato: profili risarcitori

Pubblicato il: 15/12/2021

È frequente che, all’atto della stipulazione di un contratto preliminare di compravendita immobiliare, il promittente venditore si impegni nei confronti del promissario acquirente a cancellare, previa estinzione di tutti i suoi debiti nei confronti dei creditori, l’ipoteca gravante sul bene prima del rogito notarile di trasferimento della proprietà. Ma che accade nel caso in cui l’alienante si riveli inadempiente rispetto a tale obbligo di cancellazione?

Proprio a tale quesito ha risposto di recente la Corte di Cassazione, con ordinanza n. 38317 del 3 dicembre 2021, affermando che la conseguenza di un siffatto inadempimento consiste nel sorgere, in capo all’acquirente, del diritto al risarcimento del danno da mancata cancellazione dell’ipoteca.
Chiari invero sono gli Ermellini nell’affermare espressamente che “alla mancata cancellazione dell'ipoteca cui il venditore si sia obbligato consegue il diritto del compratore al risarcimento del danno, il quale, circa l'an debeatur, è "in re ipsa" e trova la sua causa diretta ed immediata nella situazione illegittima posta in essere dal venditore, mentre, ai fini della determinazione e liquidazione, richiede la prova di un concreto pregiudizio economico”.

Nello specifico, il pregiudizio risarcibile può essere di varia natura: a tal riguardo va considerato, in primo luogo, il danno emergente connesso all’esborso, da parte dell’acquirente del bene vincolato, della somma necessaria a cancellare l’ipoteca e a compiere le relative formalità.

Vi è poi il profilo della perdita di chance: il fatto che l’immobile sia gravato da un simile vincolo rende senz’altro più difficile per l’acquirente rivendere il bene ad un prezzo congruo. I terzi, infatti, sono disincentivati all’acquisto atteso che l’ipoteca attribuisce al creditore il diritto di espropriare, anche nei confronti del terzo acquirente, i beni vincolati al fine di soddisfarsi sul ricavato: è di tutta evidenza, pertanto, come la rischiosità di un simile acquisto abbia inevitabili ricadute sul prezzo del bene, in danno del venditore.

Inoltre, il danno risarcibile può coincidere anche con la mancata concessione, connessa all’esistenza di un vincolo ipotecario, di un finanziamento o di un fido da parte della banca.

La recente pronuncia ha però affermato l’esistenza di un ulteriore profilo risarcitorio, quello del mancato guadagno per la non avvenuta stipula del contratto definitivo. È del tutto legittimo, infatti, il rifiuto del promissario acquirente di addivenire al rogito per il trasferimento della proprietà del bene fino a che il promittente venditore non abbia cancellato l’ipoteca che lo gravava. In tal caso, dunque, il danno risarcibile coinciderà – specifica la Corte – nella “perdita del guadagno che una vendita tempestiva avrebbe consentito(guadagno che sarebbe potuto derivare, ad esempio, dall’impiego del bene in attività vantaggiose oppure dalla rivendita tempestiva del bene ad un prezzo particolarmente alto, impossibile da ottenere in futuro per il mutamento dei valori immobiliari), fermo l’onere della prova in capo all’attore.


Vai alla Fonte

Maltrattamenti: può essere vessatorio il disinteresse?

Pubblicato il: 15/12/2021

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 43570 del 25 novembre 2021, ha affrontato la questione della configurabilità o meno del reato di maltrattamenti in famiglia in caso di sopraffazione realizzata mediante il costante disinteresse verso i bisogni affettivi ed esistenziali della vittima e mediante la totale incuria.
Sul tema, la Suprema Corte si è espressa in favore della configurabilità del reato di cui all’art. 572 c.p.: la condotta di omissione reiterata agli obblighi di cura e il costante disinteresse dimostrato verso i bisogni affettivi ed esistenziali del coniuge possono infatti contribuire, soprattutto laddove si sommino ad aggressioni fisiche e psicologiche, a porre la vittima in quello stato di assoggettamento e sopraffazione proprio dei maltrattamenti. La produzione, per la persona offesa dalle condotte del coniuge, di un “sistema di vita mortificante e vessatorioche siafonte abituale di sofferenze fisiche e moralicostituisce, invero, l’elemento oggettivo del reato di maltrattamenti in famiglia.

Ciò posto, emerge come la condotta appena esaminata non sia quindi idonea ad integrare il diverso e meno grave reato di cui all’art. 570 c.p. La violazione degli obblighi di assistenza familiare, infatti, si configura in caso di bdelle obbligazioni economiche gravanti sul coniuge oppure in caso di inosservanza cosciente e volontaria dell’obbligo, scaturente dal vincolo matrimoniale, di assistenza morale e materiale nei confronti del partner, senza che quest’ultimo si debba però trovare a subire la costante sopraffazione altrui.
Netta, dunque, appare la linea di demarcazione tra questo reato e quello di maltrattamenti in famiglia.

Il caso giunto all’attenzione della Suprema Corte, in particolare, riguardava la condanna di un marito alla pena di tre anni di reclusione per il reato di cui all’art. 572 c.p. per aver maltrattato la moglie per oltre vent’anni, attraverso ingiurie, minacce, violenze psicologiche e fisiche nonché mediante un costante disinteresse per i bisogni affettivi ed esistenziali della stessa. Era infatti emerso dall’istruttoria dibattimentale come l’imputato, tra le altre cose, si fosse sempre mostrato indifferente alle richieste che la moglie gli rivolgeva per farlo collaborare nella gestione dei figli (richieste relative, ad esempio, al ritiro dei figli da scuola oppure al prendersi cura di loro mentre lei era al lavoro).
La sentenza di primo grado era poi stata oggetto di conferma da parte della Corte d’appello.
Avverso tale pronuncia aveva dunque proposto ricorso l’imputato, dolendosi – per quanto qui rilevante – della violazione e/o falsa applicazione dell’art. 572 c.p. attesa la mancanza di episodi specifici e reiterati di abuso e l’impossibilità di ricondurvi il disinteresse per le esigenze familiari, che tuttalpiù potrebbe essere sussunto nel reato di cui all’art. 570 c.p.
Nel ritenere tale impugnazione inammissibile perché fondata su motivi generici e manifestamente infondati, la Corte di Cassazione ha dunque precisato quanto sopra esposto, rimarcando la differenza tra il reato di maltrattamenti in famiglia e quello di violazione degli obblighi di assistenza familiare.


Vai alla Fonte

Assegnazione della casa familiare e spese condominiali

Pubblicato il: 14/12/2021

La Corte di Cassazione, con ordinanza n, 36088 del 23 novembre 2021, ha trattato la questione della corretta individuazione del soggetto tenuto al pagamento delle spese condominiali relative alla casa familiare oggetto di assegnazione ai sensi dell’art. 337 ter c.c.

Dalla pronuncia citata, segnatamente, si può trarre la conclusione che non è possibile fornire una risposta univoca al quesito in parola: il soggetto tenuto al pagamento spese condominiali non è invero sempre il proprietario o sempre l’assegnatario, ma l’individuazione dell’onerato dipende da un accertamento di fatto relativo alla finalizzazione del versamento.
In particolare, le spese condominiali spettano:

  1. al proprietario della casa familiare assegnata all’altro genitore convivente con il figlio, nel caso in cui l’obbligo al pagamento degli oneri condominiali integri – sulla base di valutazioni fattuali sulla situazione patrimoniale dei genitori – il contributo al mantenimento della prole;
  2. al genitore assegnatario della casa familiare, laddove non risulti tale finalizzazione.

Il caso giunto al vaglio della Cassazione, in particolare, traeva origine dal divorzio di due coniugi, genitori di una figlia maggiorenne non economicamente autosufficiente.
Il Tribunale, dichiarata la cessazione degli effetti civili del matrimonio, aveva determinato in euro 1.500,00 mensili l’ammontare dell’assegno divorzile dovuto dall’ex marito all’ex moglie, ritenuto sussistente in capo al padre l’obbligo di mantenimento della figlia maggiorenne (da assolvere mediante corresponsione di un assegno mensile di euro 1.000,00 oltre alla metà delle spese straordinarie) e assegnato la casa familiare, di proprietà esclusiva di quest’ultimo, all’ex moglie, in quanto convivente con la figlia maggiorenne. A tale ultimo riguardo, nello specifico, il giudice di prime cure aveva fissato l’obbligo del padre di sostenere anche il 100% delle spese condominiali relative alla casa familiare.
Avverso tale pronuncia aveva proposto appello l’ex marito, contestando – limitatamente a quanto qui di interesse – il carico integrale delle spese condominiali. La Corte distrettuale, sul punto, premesso che la casa coniugale era una componente dell’assegno di mantenimento in favore della figlia, aveva valorizzato la solidità della condizione economica dell’appellante e l’assenza di diverse allegazioni sul punto e, di conseguenza, aveva rigettato la doglianza.
La sentenza di secondo grado era dunque stata impugnata dall’ex marito, il quale si doleva – sempre per quanto qui di rilievo – della violazione e falsa applicazione dell’art. 5 co. 6 L. 898 del 1970 e dell’art. 337 ter co. 4 c.c. per aver, la Corte d’appello, posto integralmente a suo carico le spese condominiali relative alla casa familiare: nel ritenere inammissibile tale doglianza per come prospettata, la Suprema Corte espresso gli interessanti principi sopra riportati.


Vai alla Fonte

Regolamento condominiale: contro chi agire se violato?

Pubblicato il: 14/12/2021

La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 35315 del 18 novembre 2021, ha affrontato il tema della legittimazione passiva in caso di azione risarcitoria proposta da un condomino, il quale abbia subito un danno in conseguenza di una violazione del regolamento condominiale. Sul punto, segnatamente, la Suprema Corte ha optato per la legittimazione passiva dell’amministratore di condominio in proprio, disattendendo la tesi favorevole a riconoscere la qualifica di legittimato passivo al condominio stesso.

L’iter logico-argomentativo seguito dalla Corte, in particolare, ruota intorno alla considerazione per cui è proprio il fatto che l’amministratore si sia dimostrato inadempiente rispetto all’obbligo – su di esso gravante ai sensi dell’art. 1130 co. 1 c.c. – di curare l’osservanza del regolamento condominiale che ha consentito il pregiudizio subito dal condomino.
Segnala inoltre la Corte che l’amministratore ha la rappresentanza dei partecipanti ed è pertanto legittimato ad agire in giudizio per far cessare gli abusi dei singoli condomini ex art. 1131 c.c., ma ciò non comporta altresì che il condominio sia legittimato passivo in ordine alla pretesa del singolo rivolta ad accertare le violazioni regolamentari perpetrate da altri partecipanti e ad ottenere una conseguente condanna risarcitoria.

Secondo gli Ermellini, infatti, “dall'omesso adempimento dell'obbligo dell'amministratore di curare l'osservanza del regolamento di condominio ex art. 1130, primo comma n. 1, cod. civ. non ridonda, invero, alcuna automatica responsabilità ricadente nella sfera giuridica dell'intero condominio”. L’amministratore condominiale, piuttosto, è secondo la Corte il vero responsabile nei confronti dei condomini per i danni cagionati dalla sua negligenza.

La vicenda concretamente giunta all’esame della Cassazione, nello specifico, riguardava la domanda risarcitoria proposta, avverso il condominio, da un soggetto in relazione al danno subito in conseguenza dell’immissione sul proprio terrazzo di foglie e arbusti provenienti dalle altre unità immobiliari.
La Corte d’appello, tuttavia, aveva poi rilevato il difetto di legittimazione del Condominio, affermando che l’attore avrebbe dovuto chiamare in giudizio l’amministratore condominiale, inadempiente nel far rispettare il regolamento nella parte recante il divieto ai condomini di invadere con rami e fogliami le unità immobiliari altrui.
Avverso tale pronuncia l’attrice aveva allora proposto ricorso in Cassazione per violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1130 e 1131 c.c., sostenendo che il Condominio fosse il vero legittimato passivo: la Suprema Corte, nel ritenere tale impugnazione inammissibile, ha dunque espresso chiaramente gli importanti principi sopra esposti.


Vai alla Fonte

Sospensione infermieri no-vax: finalmente la parola alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea

Pubblicato il: 13/12/2021

È noto che, attualmente, in considerazione della situazione di emergenza epidemiologica in corso, per i soggetti esercenti le professioni sanitarie e per gli altri operatori di interesse sanitario che operano in strutture pubbliche e private vige l’obbligo di effettuare la vaccinazione contro il Covid-19. L’art. 4 D.L. n. 44 del 2021, infatti, prevede che “la vaccinazione costituisce requisito essenziale per l'esercizio della professione e per lo svolgimento delle prestazioni lavorative dei soggetti obbligati”.

Le conseguenze normativamente previste dall’art. 4 co. 6, in caso di mancata vaccinazione sono molto gravi. Esse, in particolare, sono l’adozione dell’atto di accertamento da parte dell’Asl, l’invio di immediata comunicazione scritta all’interessato, al datore di lavoro e all’ordine professionale e soprattutto la sospensione dallo svolgimento di ogni prestazione che implichi contatti ravvicinati interpersonali o comporti in qualsiasi modo il rischio di contagio o, addirittura, la sospensione da ogni prestazione con il venir meno del diritto alla retribuzione.

Tanto premesso circa l’attuale quadro legislativo, è opportuno dare notizia di un recente rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea avente ad oggetto la legittimità delle citate disposizioni.
Il caso da cui è originato il rinvio, in particolare, vedeva come protagonista un’infermiera, già in precedenza contagiata e guarita dal virus, sottrattasi all’obbligo vaccinale e per questo sospesa dal suo lavoro in Azienda Ospedaliera senza diritto alla retribuzione, conformemente a quanto normativamente previsto. Avverso tale provvedimento, l’operatrice sanitaria aveva proposto ricorso d’urgenza, chiedendo il ripristino del rapporto di lavoro sospeso e la trasmissione del fascicolo alla Corte di Giustizia. Così investito della questione, il Tribunale patavino – con ordinanza del 7 dicembre 2021 – ha allora optato per la sospensione di ogni decisione in merito al ricorso dell’infermiera, ritenendo che “le autorizzazioni ai vaccini anti Covid sono atti di diritto dell’Unione Europea e come tali valutabili sotto il profilo della loro legittimità soltanto dalla Corte di Giustizia”. Oggetto del rinvio, in particolare, è l’interpretazione dei rapporti tra Legge italiana e Regolamenti europei al fine di vagliare in generale la legittimità dell’obbligo vaccinale per i sanitari e, in particolare, per quegli operatori che hanno già contratto il virus.

Restando in attesa della pronuncia dei Giudici di Lussemburgo, si segnala sin d’ora che un’eventuale sentenza favorevole alla ricorrente segnerebbe un evidente cambio di rotta rispetto alle univoche posizioni della giurisprudenza nazionale, fermamente orientata verso la legittimità dell’obbligo vaccinale per i sanitari (cfr., da ultimo, Cons. St. n. 7045 del 20 ottobre 2021).

Si riportano le testuali conclusioni del provvedimento:
“visti l’art. 267 TFUE e l’art. 19, par. 3, lett. b, TUE,
presenta alla eccellentissima Corte di Giustizia dell’Unione Europea domanda di pronuncia pregiudiziale, chiedendo che risponda ai seguenti quesiti:
1. “Dica la Corte di Giustizia se le autorizzazioni condizionate della Commissione, emesse su parere favorevole dell’EMA, relative ai vaccini oggi in commercio, possano essere considerate ancora valide, ai sensi dell’art. 4 del Reg. n. 507/2006, alla luce del fatto che, in più Stati membri (ad esempio in Italia, approvazione AIFA del protocollo di cura con anticorpi monoclonali e/o antivirali), sono state approvare cure alternative al COVID SARS 2 efficaci e in thesi meno pericolose per la salute della persona, e ciò anche alla luce degli artt. 3 e 35 della Carta di Nizza”;
2. “Dica la Corte di Giustizia se, nel caso di sanitari per i quali la legge dello Stato membro abbia imposto il vaccino obbligatorio, i vaccini approvati dalla Commissione in forma condizionata ai sensi e agli effetti del Regolamento n. 507/2006, possano essere utilizzati al fine della vaccinazione obbligatoria anche qualora i sanitari in parola siano già stati contagiati e quindi abbiano già raggiunto una immunizzazione naturale e possano quindi chiedere una deroga dall’obbligo”;
3. “Dica la Corte di Giustizia se, nel caso di sanitari per i quali la legge dello Stato membro abbia imposto il vaccino obbligatorio, i vaccini approvati dalla Commissione in forma condizionata ai sensi e agli effetti del Regolamento n. 507/2006, possano essere utilizzati al fine della vaccinazione obbligatoria senza procedimentalizzazione alcuna con finalità cautelativa o se, in considerazione della condizionalità dell’autorizzazione, i sanitari medesimi possano opporsi all’inoculazione, quanto meno fintantoché l’autorità sanitaria deputata abbia escluso in concreto, e con ragionevole sicurezza, da un lato, che non vi siano controindicazioni in tal senso, dall’altro, che i benefici che ne derivano siano superiori a quelli derivanti da altri farmaci oggi a disposizione. Chiarisca la Corte se in tal caso, le autorità sanitarie deputate debbano procedere nel rispetto dell’art. 41 della Carta di Nizza”;
4. “Dica la Corte di giustizia se, nel caso del vaccino autorizzato dalla Commissione in forma condizionata, l’eventuale non assoggettamento al medesimo da parte del personale medico sanitario nei cui confronti la legge dello Stato impone obbligatoriamente il vaccino, possa comportare automaticamente la sospensione dal posto di lavoro senza retribuzione o se si debba prevedere una gradualità delle misure sanzionatorie in ossequio al principio fondamentale di proporzionalità”;
5. “Dica la Corte di Giustizia se laddove il diritto nazionale consenta forme di dépeçage, la verifica della possibilità di utilizzazione in forma alternativa del lavoratore, debba avvenire nel rispetto del contraddittorio ai sensi e agli effetti dell’art. 41 della Carta di Nizza, con conseguente diritto al risarcimento del danno nel caso in cui ciò non sia avvenuto”;
6. “Dica la Corte se sia compatibile con il Regolamento n. 953 del 2021 e i principi di proporzionalità e di non discriminazione ivi contenuti, la disciplina di uno Stato membro che imponga obbligatoriamente il vaccino anti-Covid – autorizzato in via condizionata dalla Commissione – a tutto il personale sanitario anche se proveniente da altro Stato membro e sia presente in Italia ai fini dell’esercizio della libera prestazione dei servizi e della libertà di stabilimento”;
7. “Dica la Corte se sia compatibile con il Regolamento n. 953 del 2021 e i principi di proporzionalità e di non discriminazione ivi contenuti, la disciplina di uno Stato membro che imponga obbligatoriamente il vaccino anti-Covid – autorizzato in via condizionata dalla Commissione – a tutto il personale sanitario anche se proveniente da altro Stato membro e sia presente in Italia ai fini dell’esercizio della libera prestazione dei servizi e della libertà di stabilimento”.

Vai alla Fonte

Ladri nello studio legale: è furto semplice o in abitazione?

Pubblicato il: 12/12/2021

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 38412 del 27 ottobre 2021, è tornata sul tema dell’opportunità di qualificare il furto avvenuto all’interno di uno studio professionale come furto semplice ex art. 624 c.p. ovvero come furto in abitazione ai sensi dell’art. 624 bis c.p., optando per quest’ultima ipotesi conformemente all’ indirizzo giurisprudenziale ormai consolidato sul punto (cfr., ex multis, Cass., n. 34475 del 21 giugno 2018).

Tale pronuncia risulta particolarmente interessante in quanto ribadisce delle preziose precisazioni in merito alla latitudine della nozione di “privata dimora”.
Nello specifico, può considerarsi privata dimora della persona offesa qualsiasi luogo in cui essa:

  • svolge non occasionalmente atti della vita privata, compresi quelli destinati all’attività lavorativa o professionale;
  • può accedere in qualunque momento della giornata, compresa la fascia oraria notturna;
  • gode dello ius excludendi alios, non essendo il luogo accessibile a terzi senza consenso del titolare.

Lo studio professionale dell’avvocato, godendo di tali requisiti, può dunque essere tranquillamente ricondotto alla nozione di privata dimora, trattandosi di un luogo avente le stesse caratteristiche dell’abitazione in termini di riservatezza.

Tanto affermando, la Suprema Corte si pone in linea con l’interpretazione letterale e sistematica dell’art. 624 bis c.p. fornita dalle Sezioni Unite c.d. D’Amico del 2017, secondo cui la nozione di privata dimora deve ancorarsi a tre indefettibili elementi, quali:

  1. l’impiego dello spazio per lo “svolgimento di manifestazioni della vita privata (riposo, svago, alimentazione, studio, attività professionale e di lavoro) in modo riservato e al riparo da intrusioni esterne”;
  2. la stabilità e “non occasionalitàdel rapporto tra il luogo e la persona;
  3. la “non accessibilità” del luogo da parte di terzi in assenza del consenso del titolare.

Il caso concreto sottoposto al vaglio della Cassazione, in particolare, riguardava il furto di gioielli, denaro e lingotti d’oro custoditi da un avvocato all’interno dello studio professionale perpetrato dal soggetto addetto alle pulizie, il quale si era trattenuto nel garage fino a che tutti i dipendenti si erano allontanati dal luogo ed era entrato in azione.
Il Tribunale aveva condannato l’imputato per furto in abitazione ai sensi dell’art. 624 bis c.p. e la Corte d’appello aveva poi confermato tale sentenza.
L’imputato aveva allora proposto ricorso, dolendosi dell’erronea qualificazione giuridica del fatto, che non poteva essere ricondotto al furto in abitazione in quanto il luogo ove si svolge la vita professionale non è riconducibile alla nozione di privata dimora e comunque non era stato provato che l’avvocato fosse solito compiere presso il proprio studio attività di natura personale, relative alla vita privata e non lavorativa.
Nel dichiarare l’impugnazione inammissibile in ragione della sua genericità, la Corte di Cassazione ha dunque operato le importanti precisazioni sopra riportate, sottolineando peraltro che la destinazione dello studio legale allo svolgimento di vita privata emergeva nel caso di specie proprio dal fatto che ivi erano custoditi gioielli e oggetti personali di valore.


Vai alla Fonte

Reazione avversa al vaccino: è possibile ottenere l’indennizzo?

Pubblicato il: 12/12/2021

La Corte Costituzionale, con sentenza n. 118 del 26 maggio 2020, ha operato delle importantissime precisazioni in merito all’obbligo di indennizzo gravante in capo allo Stato per il caso di danni da reazioni indesiderate ad un vaccino somministrato, affermando che esso sussiste sempre a prescindere dall’obbligatorietà o meno dell’inoculazione e dalla sottoscrizione del consenso informato da parte del paziente.

La Consulta, nello specifico, è giunta a pronunciarsi in tal modo a seguito della questione di costituzionalità sollevata dalla Corte di Cassazione con riferimento all’art. 1 L. n. 210 del 1992, nella parte in cui essa non prevedeva un indennizzo in favore di chi avesse riportato lesioni o infermità, fonte di una menomazione permanente della integrità psico-fisica, a causa della vaccinazione contro il contagio dal virus dell’Epatite A. L’esclusione dell’indennizzo si collegava, in particolare, al carattere non obbligatorio ma solo raccomandato di tale vaccinazione.
Così investita della questione, la Corte Costituzionale ha allora rilevato l’illegittimità di tale norma alla luce della violazione degli artt. 2, 3 e 32 Cost.

Al cuore della pronuncia, che riconosce dunque sempre il diritto all’indennizzo in caso di un danno da reazione avversa al vaccino, si trova una pregevole riflessione relativa al “patto di solidarietà tra individuo e collettività” sotteso ad ogni campagna vaccinale.
Per la Consulta, infatti, in siffatte evenienze è naturale che i cittadini, in virtù di un dovere di solidarietà, si affidino a quanto non solo imposto ma anche meramente consigliato dalle autorità sanitarie compiendo scelte che giovano alla collettività tutta.
Per tale ragione, dunque, è opportuno che proprio sulla collettività, che da tali scelte ha tratto complessivamente vantaggio, sia traslato il peso economico delle conseguenze dannose per l’integrità psicofisica causate al cittadino dall’inoculazione.
Distinguere tra coloro che risultino affetti da lesioni o infermità provocate da vaccinazione obbligatoria e coloro che manifestano le medesime patologie a seguito di una vaccinazione non obbligatoria ma raccomandata dalle autorità sanitarie, pertanto, sarebbe contrario ai principi costituzionali della solidarietà, dell’uguaglianza e della tutela del diritto alla salute. Nell’ottica della tutela della salute collettiva, infatti, “non vi è differenza qualitativa tra obbligo e raccomandazione: l’obbligatorietà del trattamento vaccinale è semplicemente uno degli strumenti a disposizione delle autorità sanitarie pubbliche per il perseguimento della tutela della salute collettiva, al pari della raccomandazione”.

Ciò chiarito, è estremamente importante precisare – come del resto fa la Consulta – che:

  • il fatto che si riconosca il diritto all’indennizzo non deriva da una valutazione negativa sul grado di affidabilità medico-scientifica della somministrazione di vaccini;
  • la previsione dell’indennizzo rende anzi più serio il programma sanitario volto alla diffusione dei trattamenti vaccinali.

Conclusivamente può rilevarsi come le considerazioni sopra esposte appaiano oggi, nel vivo della campagna vaccinale volta al contenimento dell’emergenza epidemiologica da Covid-19, più che mai attuali.


Vai alla Fonte

1 2 3 4 5