Nuovo Codice della Strada, niente multa se sfori il 10% del tempo pagato sulle strisce blu: ecco le regole nel 2026
Pubblicato il: 02/09/2026
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Pubblicato il: 02/09/2026
Pubblicato il: 02/09/2026
Pubblicato il: 02/09/2026
Pubblicato il: 02/09/2026
L'onere della prova grava per intero sul lavoratore
L'art. 2697 del c.c. pone in capo a chi rivendica un diritto il compito di provarne i fatti costitutivi. Applicato al lavoro straordinario, questo significa che non basta sostenere genericamente di aver lavorato oltre l'orario contrattuale, ma occorre indicare con precisione giorni, orari di ingresso e uscita, durata effettiva della prestazione e, se rilevanti, le pause.
Il monito della Cassazione n. 20700/2026: attenzione ai capitoli di prova generici
Con l'ordinanza n. 20700 del 18 giugno 2026 la Sezione Lavoro ha respinto il ricorso di un lavoratore che chiedeva l'ammissione di una prova testimoniale costruita attorno a un semplice prospetto riepilogativo delle ore lavorate, privo di specificazioni sull'articolazione giornaliera dell'orario. I giudici di merito avevano giudicato quei capitoli generici, perché avrebbero richiesto al teste una valutazione anziché una deposizione su fatti concreti. La Cassazione ha confermato il rigetto, affermando che il potere del giudice di disporre d'ufficio ulteriori mezzi istruttori resta discrezionale e il suo mancato esercizio non è sindacabile in sede di legittimità.
Quali prove reggono davvero
Tra gli strumenti probatori più solidi rientrano le timbrature del badge, i fogli presenza, i registri aziendali e i prospetti delle ore lavorate. Utili anche email, messaggi e ordini di servizio che dimostrino la necessità di una prestazione oltre l'orario ordinario, così come elementi indiretti, ad esempio una comunicazione inviata dal computer aziendale in tarda serata. Quando questi documenti provengono dalla stessa azienda, la posizione del lavoratore si rafforza, perché spetterà al datore contestarne specificamente l'inesattezza.
Le timbrature da sole non bastano
Nell'ordinanza n. 7293 del 26 marzo 2026, relativa a un lavoratore del settore della grande distribuzione, la Cassazione ha confermato che il tempo intercorso tra la timbratura di ingresso e quella di uscita non coincide automaticamente con il tempo di lavoro effettivo: la pausa pranzo e altre interruzioni fisiologiche vanno considerate insieme all'organizzazione concreta dell'attività. Il giudice di merito deve dunque valutare le timbrature nel quadro complessivo delle risultanze istruttorie, senza attribuire loro un valore assoluto.
Il valore rafforzato dei dischi cronotachigrafi
Diverso il discorso per chi svolge mansioni di autotrasporto. Con l'ordinanza n. 5702 del 12 marzo 2026 la Suprema Corte ha attribuito pieno rilievo probatorio ai dischi cronotachigrafi, ritenendoli idonei a fornire un riscontro oggettivo dei tempi di guida, e ha confermato la condanna del datore di lavoro fondata su questo elemento unito alle deposizioni testimoniali raccolte in appello. Il disconoscimento di questi supporti, per essere efficace, deve essere tempestivo, circostanziato ed esplicito, non bastando una generica contestazione di conformità.
L'autorizzazione del datore di lavoro non deve essere per forza scritta
Un secondo fronte, spesso decisivo nelle controversie di pubblico impiego, riguarda la necessità di un'autorizzazione preventiva allo straordinario. La giurisprudenza più recente ha chiarito che il consenso datoriale può essere anche implicito, purché la prestazione non sia resa insciente o prohibente domino, cioè all'insaputa o contro la volontà di chi ha il potere di organizzare il lavoro.
A tal proposito, rileva l'ordinanza n. 13661 del 21 maggio 2025, relativa ad alcuni addetti alla vigilanza del Palazzo Reale di Caserta. La Corte d'Appello aveva riconosciuto il diritto allo straordinario feriale, organizzato tramite un ordine di servizio, ma aveva negato quello festivo per mancanza di un'autorizzazione specifica. La Cassazione ha cassato la sentenza su questo punto, ricordando che, se il servizio festivo è comunque necessario e organizzato dall'amministrazione, l'autorizzazione implicita sussiste a prescindere da un atto formale distinto.
Sulla stessa linea si muovono le pronunce n. 4985/2025 e n. 19197/2025, entrambe relative a un ente regionale pugliese. In tema di pubblico impiego contrattualizzato, il diritto al compenso spetta al lavoratore quando la prestazione straordinaria è coerente con la volontà di chi ha il potere di conformarla, indipendentemente dal rispetto formale delle regole sulla spesa pubblica o dall'installazione di sistemi di rilevazione automatica delle presenze, la cui assenza può semmai rilevare sul piano della responsabilità dei funzionari, non su quello del diritto del dipendente.
A completare il quadro, va ricordato che la Corte di Giustizia dell'Unione europea, con la sentenza sulla causa C-55/18, ha imposto alle aziende di dotarsi di sistemi oggettivi e affidabili per la registrazione dell'orario di lavoro, riconoscendo la maggiore difficoltà del dipendente nel reperire questi dati rispetto al datore.
Busta paga e prescrizione
Anche la busta paga, da sola, non risolve la questione. L'ordinanza n. 11277 del 27 aprile 2026 ha ribadito la distinzione tra la firma apposta “per ricevuta”, che attesta solo la consegna del documento, e quella “per quietanza”, che fa invece presumere l'effettivo pagamento, spostando sul lavoratore l'onere di provare il contrario. Chi contesta la propria sottoscrizione, inoltre, deve farlo tempestivamente nel corso del giudizio.
Sotto il profilo temporale, il credito per lavoro straordinario si prescrive in 5 anni. Il momento iniziale di questo termine non è però sempre lo stesso, perché dipende dalle caratteristiche del rapporto di lavoro e dal grado di stabilità dello stesso.
Pubblicato il: 01/09/2026
Invero, non esiste un segnale visivo che permetta sempre all'automobilista di capire, prima del rifornimento, che il carburante è alterato.
Alcuni sintomi possono però comparire poco dopo aver fatto il pieno:
Se l'auto presenta anomalie subito dopo il rifornimento, la soluzione più sicura è rivolgersi a un'officina e chiedere una verifica tecnica del carburante e dell'impianto di alimentazione.
La presenza di acqua o altre sostanze può essere verificata attraverso controlli sul carburante. Per una contestazione nei confronti del distributore, inoltre, è particolarmente importante che l'analisi e la relativa documentazione siano effettuate in modo idoneo a dimostrare successivamente la contaminazione.
Subito dopo bisogna pensare alle prove.
Lo scontrino del rifornimento è fondamentale perché consente di dimostrare dove, quando e quanto carburante è stato acquistato. È utile conservare anche la ricevuta del pagamento elettronico e qualsiasi altro documento che possa collegare il rifornimento al veicolo. Anche il carburante presente nel serbatoio può rappresentare una prova importante.
Se si sospetta una contaminazione, è importante evitare di far eliminare il carburante senza aver prima valutato come documentare tecnicamente il problema.
L'officina dovrebbe poi documentare il problema riscontrato e, quando possibile, indicare la presenza di acqua o altre impurità nel carburante e gli eventuali componenti danneggiati. Una diagnosi dettagliata è molto più utile di una semplice indicazione generica come “benzina sporca”.
E se si vuole chiedere il risarcimento?
Il punto fondamentale è dimostrare il nesso tra il rifornimento e il danno subito. La sequenza documentale ideale è quindi:
rifornimento → comparsa del problema → soccorso → verifica del carburante → diagnosi dell'officina → eventuale riparazione.
Più questa ricostruzione è precisa, più sarà possibile sostenere la contestazione nei confronti del distributore.
È inoltre consigliabile comunicare tempestivamente al gestore quanto accaduto e conservare tutta la documentazione. Le associazioni dei consumatori suggeriscono di formalizzare la contestazione e chiedere il risarcimento dei danni, anche quando il loro importo non è ancora stato definitivamente quantificato.
Pubblicato il: 01/09/2026
Pubblicato il: 01/09/2026
Questo significa che potrebbero tornare a essere recapitate lettere di compliance, comunicazioni di irregolarità e altri atti fiscali, oltre alle notifiche delle cartelle da parte dell'Agenzia delle Entrate-Riscossione.
Per questo è importante arrivare preparati: controllare le dichiarazioni presentate, conservare la documentazione relativa a spese e detrazioni e non trascurare eventuali comunicazioni dell'amministrazione finanziaria.
Si supponga, ad esempio, che un contribuente riceva un avviso bonario il 20 luglio 2026. Il termine ordinario è di 30 giorni. Il periodo compreso tra il 1° agosto e il 4 settembre viene, però, escluso dal conteggio per effetto della sospensione feriale. Il contribuente non perde quindi i giorni che gli restano a disposizione: questi vengono semplicemente congelati e tornano a decorrere dal 5 settembre. Per evitare errori è fondamentale verificare sempre la data effettiva di ricezione dell'atto e il termine indicato nella comunicazione.
Attenzione: il periodo estivo non rappresenta una sospensione generalizzata di qualsiasi attività del Fisco.
La circolare 9/E/2024 dell’Agenzia delle Entrate prevede, infatti, la possibilità di procedere comunque con determinate notifiche in presenza di situazioni di indifferibilità e urgenza.
La deroga può operare, ad esempio, quando vi è il rischio concreto di superare termini di prescrizione o decadenza che impedirebbero allo Stato di recuperare le somme dovute.
La notifica può inoltre proseguire in presenza di atti contenenti una notizia di reato da trasmettere all’autorità giudiziaria, nonché in determinate situazioni che riguardano contribuenti sottoposti a procedure concorsuali.
Attenzione anche a non confondere la tregua fiscale di agosto con le scadenze della rottamazione. La sospensione estiva prevista per determinate comunicazioni dell’amministrazione finanziaria non comporta automaticamente lo slittamento delle rate della definizione agevolata. Chi è interessato dalla rottamazione deve, quindi, continuare a verificare le proprie scadenze sulla base della specifica disciplina applicabile e degli eventuali provvedimenti di proroga.
Per contribuenti e imprese, il consiglio è quindi di non aspettare l’arrivo di una nuova comunicazione per verificare la propria posizione.
Chi ha ricevuto un avviso prima della pausa estiva dovrebbe controllare:
La nuova procedura si inserisce nel percorso di progressiva digitalizzazione dei controlli fiscali introdotto dall’art. 1, comma 111, della L. n. 199 del 2025.
La disposizione consente all’Amministrazione finanziaria di procedere alla liquidazione automatizzata dell’IVA anche quando il contribuente non ha presentato la dichiarazione annuale.
La procedura potrà essere applicata non soltanto quando la dichiarazione risulta completamente assente, ma anche nei casi di omissione sostanziale.
In particolare, viene considerata omessa anche una dichiarazione presentata senza i dati relativi alle operazioni attive effettuate, quando tali informazioni sono necessarie per determinare il volume d’affari e l’imposta dovuta.
In assenza della dichiarazione annuale, l’Agenzia delle Entrate potrà determinare l’imposta dovuta utilizzando le informazioni già trasmesse dal contribuente nel corso dell’anno.
Saranno presi in considerazione, in particolare:
Pubblicato il: 31/08/2026
Pubblicato il: 31/08/2026
È una situazione che può sembrare paradossale: si può essere chiamati all’eredità senza essere eredi e, soprattutto, si possono ricevere atti relativi ai debiti del defunto senza essere personalmente responsabili di quei debiti?
La recente giurisprudenza della Cassazione ha fatto chiarezza su questo punto, ribadendo un principio fondamentale: la responsabilità per i debiti tributari del defunto presuppone l'acquisto della qualità di erede. La semplice chiamata all'eredità non è sufficiente.
Con l'ordinanza n. 17703 del 3 giugno 2026, la Suprema Corte ha ribadito che spetta all'Amministrazione finanziaria dimostrare l'avvenuta accettazione dell'eredità quando pretende dal chiamato il pagamento dei debiti tributari del defunto. La sola denuncia di successione, inoltre, non basta a dimostrare l'acquisto della qualità di erede. E una successiva pronuncia, la Cassazione n. 24651 del 14 agosto 2026, ha affrontato proprio il problema degli effetti della rinuncia rispetto alle pretese tributarie e alla possibilità per il Fisco di mantenere in vita le proprie pretese attraverso notifiche rivolte al rinunciante.
Se l'Amministrazione vuole pretendere dal figlio, dal coniuge o da altro chiamato il pagamento di un debito tributario del defunto, deve dimostrare che quella persona ha effettivamente acquisito la qualità di erede.
La Corte ha chiarito che la semplice denuncia di successione non è sufficiente a dimostrare l'accettazione. Occorre una prova idonea, come gli atti dai quali risulti l'accettazione espressa o tacita.
Questo è particolarmente importante perché essere indicati nella successione non significa automaticamente aver accettato l'eredità.
Il vero rischio, piuttosto, è l'accettazione tacita. Ed è qui che chi rinuncia deve prestare la massima attenzione.
La rinuncia formale non dovrebbe essere accompagnata da comportamenti incompatibili con la volontà di non diventare erede.
L'articolo 476 del codice civile disciplina l'accettazione tacita: determinati comportamenti possono dimostrare che il chiamato ha inteso comportarsi come proprietario o titolare dei beni ereditari.
Per questo, dopo una rinuncia, bisogna prestare attenzione alla gestione dei beni appartenuti al defunto.
La giurisprudenza, tuttavia, ha anche chiarito che non ogni attività compiuta dal rinunciante equivale automaticamente ad accettazione. La Cassazione n. 6803/2026, per esempio, ha escluso la possibilità di una revoca tacita della rinuncia e ha precisato che determinati atti possono essere compiuti in forza di un titolo autonomo rispetto alla successione, senza comportare necessariamente accettazione ereditaria.
E se il Fisco teme una rinuncia “strategica”?
È questo uno degli aspetti più interessanti della citata pronuncia n. 24651/2026. L'Amministrazione finanziaria aveva sostenuto, in sostanza, che il chiamato avrebbe potuto rinunciare oggi e successivamente revocare la rinuncia, entro i limiti previsti dalla legge, accettando l'eredità in un secondo momento.
Secondo tale impostazione, sarebbe stato necessario continuare a notificare gli atti per proteggere il credito fiscale durante il periodo in cui il chiamato avrebbe potuto ancora modificare la propria posizione. La Cassazione non ha ritenuto sufficiente questa possibilità futura per trasformare il rinunciante in un debitore attuale. Il fatto che una persona possa eventualmente acquistare l'eredità in futuro non significa che sia già erede oggi. Il rinunciante, quindi, può opporre questo escamotage legale con successo contro qualsiasi richiesta di pagamento.
Ma i creditori non sono completamente senza difese?
La rinuncia non può essere utilizzata come strumento per danneggiare impunemente i creditori personali del rinunciante.
Il codice civile prevede, infatti, una specifica tutela all'articolo 524, attraverso la quale i creditori del rinunciante possono chiedere al tribunale di essere autorizzati ad accettare l'eredità in nome e luogo del rinunciante, per soddisfarsi sui beni ereditari nei limiti previsti dalla legge.
È quindi sbagliato dire che la rinuncia consenta semplicemente di “far sparire” il patrimonio dalle mani dei creditori.
Pubblicato il: 31/08/2026
In particolare, per una coppia che sceglie di non sposarsi, il contratto di convivenza è lo strumento giuridico previsto dalla legge che può essere particolarmente utile quando i partner hanno patrimoni diversi, sostengono spese in misura differente, acquistano beni importanti oppure vogliono stabilire preventivamente come contribuire alle necessità della famiglia.
La sua funzione, quindi, non è soltanto quella di risolvere eventuali problemi dopo la fine della relazione, ma soprattutto quella di prevenire conflitti, stabilendo regole condivise quando il rapporto è ancora stabile.
La disciplina di riferimento si rinviene nell'art. 1 della Legge 20 maggio 2016, n. 76, nota anche come legge Cirinnà, che ha introdotto una disciplina specifica per i conviventi di fatto.
Il contratto può essere utilizzato soprattutto per disciplinare gli aspetti patrimoniali della vita comune.
Tra le questioni che possono essere regolamentate rientrano, ad esempio:
Si rammenta che la Legge Cirinnà prevede il diritto di abitazione, ovvero si riconosce al partner superstite la possibilità di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per due anni oppure, se la convivenza è durata più di due anni, per un periodo pari alla durata della convivenza, fino a un massimo di cinque anni.
Questo significa che, se la coppia ha convissuto per cinque anni, il convivente superstite può avere diritto a rimanere nell'abitazione per cinque anni, salvo le specifiche condizioni previste dalla legge.
La tutela è ancora più forte quando nella casa vivono figli minori o figli disabili del convivente superstite: in questo caso il diritto di continuare ad abitare nell'immobile non può essere inferiore a tre anni.
È però fondamentale ricordare che il convivente non diventa automaticamente proprietario della casa e non diventa automaticamente erede del partner. Il diritto di abitazione previsto dalla legge è una tutela temporanea e non equivale ai diritti successori riconosciuti al coniuge.
Se la coppia si separa la legge stabilisce che, quando la convivenza termina, il partner che si trova in stato di bisogno e non è in grado di provvedere al proprio mantenimento può ottenere gli alimenti dall'ex convivente. Non si tratta, quindi, del normale assegno di mantenimento previsto in determinate situazioni per i coniugi. Per i conviventi è necessario che sussista una concreta situazione di bisogno.
Anche in questo caso la durata della relazione assume un ruolo importante: la legge stabilisce che gli alimenti siano riconosciuti per un periodo proporzionale alla durata della convivenza e secondo i criteri previsti dal codice civile.
Di conseguenza, una convivenza durata cinque anni costituisce un parametro rilevante, ma non significa che dopo cinque anni spetti automaticamente un assegno per cinque anni. Sarà il giudice, valutate le condizioni previste dalla legge, a determinare se gli alimenti spettano e per quanto tempo.
Ma le tutele riguardano soltanto il patrimonio? No. Anche in caso di malattia o ricovero, i conviventi di fatto hanno diritto reciproco di visita, assistenza e accesso alle informazioni personali sullo stato di salute, secondo le regole organizzative delle strutture sanitarie. La legge permette inoltre a ciascun convivente di designare l'altro come proprio rappresentante.
La designazione può riguardare:
La condizione di convivente di fatto può assumere, inoltre rilievo anche nei rapporti con la pubblica amministrazione e nell'accesso all'edilizia residenziale pubblica, secondo le regole applicabili alle singole procedure.
Si ricorda, infine, che con la sentenza n. 148 del 2024, la Corte Costituzionale ha stabilito che la tutela dell'impresa familiare deve comprendere anche il convivente di fatto che presta in modo continuativo la propria attività nella famiglia o nell'impresa dell'altro partner. La Consulta ha dichiarato illegittima la disciplina nella parte in cui escludeva il convivente e ha esteso le relative garanzie.
Si tratta di un passaggio importante perché rafforza la tutela del lavoro prestato all'interno della famiglia o dell'attività economica del partner.
Per accedere ai diritti riconosciuti dalla legge e poter stipulare un contratto di convivenza, è necessario che la coppia: