Come funzionano le aste giudiziarie? Quanti tipi di aste ci sono? Chi può parteciparvi?

Pubblicato il: 27/09/2022

Lo scenario tipico a cui in genere si assiste in ogni periodo di crisi economica è quello che vede da un lato coloro che sono costretti a subire le conseguenze di tale crisi e dall'altro coloro che, in qualche modo, ne ricevono un vantaggio.
I primi sono quelli che si trovano costretti ad indebitarsi ed a soccombere alle sempre più pressanti richieste creditorie, fino a giungere a perdere i beni accumulati, a volte anche con grande fatica.
I secondi, invece, sono coloro che, vuoi per una questione puramente fortuita vuoi per le loro capacità di sopravvivenza e adattamento, riescono a trarre vantaggio da tale situazione di crisi, riuscendo perfino ad accrescere il loro patrimonio oppure ad investire fruttuosamente il capitale di cui già dispongono.
Un’ottima occasione che hanno questi ultimi per raggiungere tale obiettivo è quello di avventurarsi nel mondo delle aste giudiziarie, trovandosi poi di fronte a meccanismi e procedure abbastanza complessi.
Si cercherà, con questo contributo, di fare proprio un po' di chiarezza sul sistema di funzionamento delle aste giudiziarie.

Intanto, si ritiene utile premettere che nell’ordinamento giuridico italiano l’attuazione coattiva di un diritto di credito, già accertato in sede di cognizione o stragiudizialmente, ma non eseguito spontaneamente, si ottiene attraverso il processo di esecuzione, disciplinato dal codice di procedura civile agli artt. 474 e ss.
Attraverso l’espropriazione forzata il creditore pone in essere un complesso di atti diretti a sottrarre coattivamente al debitore determinati beni facenti parte del suo patrimonio ed a convertirli in danaro, con cui poi soddisfare (o tentare di soddisfare) il proprio diritto di credito.
Si tratta di una forma di esecuzione c.d. indiretta, per distinguerla dall’esecuzione in forma specifica, che si definisce diretta, in quanto avente ad oggetto proprio il bene dovuto.

In generale, il procedimento di espropriazione si articola essenzialmente in tre macro fasi, disciplinate dagli articoli dal 483 al 512 c.p.c.:
a) il pignoramento;
b) la vendita o l’assegnazione del bene pignorato;
c) la distribuzione del ricavato.
La fase che qui verrà presa in esame è proprio la seconda, ossia quella della vendita, grazie alla quale il creditore procedente (o qualunque altro creditore intervenuto, purchè munito di titolo esecutivo) cerca di ottenere la liquidazione dei beni oggetto di espropriazione, ossia la trasformazione dei beni in denaro.

Subito dopo il pignoramento, il creditore ha due possibilità:
1. fare istanza per la vendita dei beni pignorati;
2. fare istanza per la loro assegnazione in pagamento.

Quando viene disposta la vendita forzata (la quale, ovviamente, fa sempre seguito al primo tipo di istanza), in generale i documenti che dovranno essere per primi visionati al fine di verificare l’interesse alla partecipazione ad una gara d’asta sono:
a) l’ordinanza e/o l'avviso di vendita, che contengono gli estremi per l’individuazione dell’immobile oggetto della vendita, il prezzo base ed offerta minima, l'importo della cauzione e le modalità di versamento, l'indicazione della tipologia di procedura e la definizione della modalità di asta (tradizionale o telematica sincrona/sincrona mista/asincrona) nonché alcune indicazioni estratte dalla perizia;
b) la perizia di stima, che costituisce parte integrante del bando di vendita.

Anche in questo tipo di attività processuale ha svolto una grande influenza il diffondersi del commercio elettronico, in quanto il legislatore, consapevole e approfittando della forte impennata che ha avuto il sistema delle compravendite concluse online, ha ritenuto conveniente rendere tendenzialmente obbligatorie dapprima le vendite mobiliari telematiche (si veda al riguardo il comma 6 dell’art. 530 del c.p.c., novellato dall’art. 48, comma 1, Legge n. 90/2014, convertito nella Legge n. 114/2014) e successivamente le vendite immobiliari, attraverso la riscrittura del comma 4 dell’art. 569 del c.p.c., avvenuta nel 2016.
In particolare, con riferimento a queste ultime può osservarsi che l’obiettivo della vendita immobiliare telematica non deve essere tanto ricercato nell’azzeramento delle distanze che una vendita di tale tipo indubbiamente consente, quanto piuttosto nell’attitudine della stessa vendita telematica ad aggirare i rischi connessi a quella svolta in modo tradizionale, rischi derivanti dal necessario contatto fisico tra gli offerenti e dai conseguenti profili di imbarazzo o turbativa.

La previsione contenuta al comma 4 del citato art. 569 c.p.c. (nel testo riscritto dall’art. 4 co. 1, lett. e) del d.l. 59/2016), non è altro che il risultato di un processo evolutivo proiettato verso l’introduzione del modello di vendita telematica come modo ordinario di svolgimento del sub procedimento di liquidazione del bene sottoposto a pegno, che vede le sue origini nel decreto legge 29 dicembre 2009, n. 193 (convertito, con modificazioni, nella Legge 22 febbraio 2010, n. 24) il quale per la prima volta ha previsto la possibilità dello svolgimento della vendita con modalità telematiche.
Si parla di “possibilità” in quanto mentre la vecchia lettera della disposizione riconosceva al Giudice la semplice facoltà di disporre che la vendita si celebrasse con modalità telematiche (la norma infatti prevedeva che “il Giudice può stabilire”), il legislatore del 2016 ha chiaramente espresso la volontà per cui la vendita telematica deve costituire il modello normale, derogabile soltanto nel caso in cui “sia pregiudizievole per gli interessi dei creditori o per il sollecito svolgimento della procedura”.
La norma rimanda alla previsione di cui all’art. 173 quinquies delle disp. att. c.p.c., dovendosi tuttavia notare sin da subito un difetto di coordinamento tra le due disposizioni, in quanto la stessa mantiene ancora la vecchia dizione, riconoscitiva della mera facoltà, per il Giudice, di disporre la vendita telematica (tale incongruenza, comunque, è facilmente superabile facendo applicazione del principio di cui all’art. 15 delle preleggi).

Da quanto fin qui detto se ne può intanto ricavare un primo punto fermo: nel sistema attuale la vendita telematica costituisce la regola, mentre quella tradizionale l’eccezione.

Quanto al diritto intertemporale, il comma quinto dell’art. 4, del d.l. 59/2016 prevedeva che avrebbero dovuto svolgersi in modalità telematiche le vendite disposte dal Giudice o dal professionista delegato 90 giorni dopo la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del decreto ministeriale (da emanarsi a norma dell’art. 4, comma 3 bis del decreto legge 59/2016) che ha accertato la funzionalità del portale delle vendite pubbliche (trattasi del D.M. 5.12.2017, pubblicato sulla G.U., serie generale, n. 7 del 10.1.2018, sicché le vendite telematiche sono divenute obbligatorie a decorrere dal 10 aprile 2018).

Il quarto comma del citato art. 569 c.p.c. (nella sua attuale formulazione) contiene una clausola di riserva in forza della quale il Giudice può disporre che la vendita si svolga secondo il sistema tradizionale ogni qual volta la celebrazione in modalità telematica possa pregiudicare gli interessi dei creditori o il sollecito svolgimento della procedura.
Come può notarsi, non viene fornita al riguardo alcuna precisa indicazione né vengono indicati i criteri a cui deve agganciarsi la valutazione del giudice, il che consente allo stesso giudice di motivare (nel corpo della stessa ordinanza di vendita) la decisione di procedere alla vendita tradizionale facendo riferimento ad ogni elemento (tipologia del bene e del potenziale offerente, mercato di riferimento ecc…) suscettibile di indurre a ritenere preferibile la vendita telematica.

Chiarito per grandi linee il quadro normativo di riferimento, occorre adesso cercare di capire quali sono le concrete modalità di svolgimento di una vendita telematica, come disciplinate dal d.m. 32/2015, e per fare ciò non ci si può che muovere dalla disciplina della presentazione dell’offerta di acquisto.

Intanto, occorre precisare che anche per la vendita telematica, come per quella tradizionale, è possibile procedere secondo due diverse modalità, ovvero con incanto e senza incanto (cfr. art. 503 del c.p.c..
Vendita senza incanto (art. 570 e ss. c.p.c.):
si realizza mediante offerte individuali depositate in busta chiusa in cancelleria e senza gara fra concorrenti. Insieme all’offerta deve essere depositata una cauzione in misura non inferiore a 1/10 del prezzo fissato a base d’asta nell’ordinanza che dispone la vendita.
All’udienza, disposta l’apertura delle buste, il giudice valuta l’offerta sentite le parti e i creditori.
Se l’offerta supera di 1/4 il prezzo fissato, è accolta; se non supera tale limite, il giudice non può disporre la vendita in caso di opposizione del creditore procedente o se ritiene che vi siano serie possibilità di una vendita a migliori condizioni all’incanto.
In caso di più offerte, il giudice può disporre una gara tra gli offerenti, e in mancanza di adesioni alla gara procede alla vendita al migliore offerente o all’incanto.
La vendita si realizza con l’emissione di un decreto, in cui è determinato il modo e il termine del versamento del prezzo.
Effettuato lo stesso, il giudice dispone il trasferimento del bene con nuovo decreto.

Vendita con incanto (art. 576 e ss. c.p.c.):
La vendita all’incanto è caratterizzata dalla gara pubblica dei concorrenti nella sala delle pubbliche udienze davanti al giudice dell’esecuzione (l’anacronistico riferimento alle candele vergini è stato sostituito col tempo di 3 minuti dall’offerta per poter aggiudicare l’immobile).
L’aggiudicazione è fatta all’ultimo maggior offerente; tuttavia, la stessa non è definitiva, poiché entro 10 giorni dall’aggiudicazione possono essere fatte nuove offerte, superiori di 1/5 rispetto al prezzo raggiunto nell’incanto (art. 584 del c.p.c..
Se ciò avviene si fa luogo ad una gara tra coloro che hanno fatto le nuove offerte e il primo aggiudicatario.
La fase conclusiva della vendita è caratterizzata dal decreto di trasferimento, emanato dopo il versamento del prezzo e con il quale il giudice trasferisce la proprietà del bene.
Con il medesimo decreto il giudice ordina la cancellazione delle trascrizioni dei pignoramenti e delle iscrizioni ipotecarie, nonché delle iscrizioni e trascrizioni dei pignoramenti successivi alla trascrizione del pignoramento, ingiungendo al debitore o al custode di rilasciare l’immobile venduto.
Se l’aggiudicatario non versa il prezzo nel termine stabilito, il giudice:
1. dichiara la sua decadenza;
2. pronuncia la perdita della cauzione;
3. dispone un nuovo incanto.

Fatta questa preliminare e generale distinzione, si può adesso ritornare ad illustrare lo svolgimento della vendita telematica.
In questo tipo di vendita, l'offerta è redatta e cifrata mediante un software realizzato dal Ministero è messo a disposizione degli interessati da parte del gestore della vendita telematica.
L'invio telematico di un'offerta d'acquisto pone inoltre il problema, sconosciuto nei sistemi tradizionali di presentazione dell'offerta cartacea, di identificazione dell'offerente e di accertamento della provenienza dell'offerta.
L'art. 12 del decreto ministeriale n. 32/2015 prevede che l'offerta possa essere sottoscritta con firma digitale e trasmessa a mezzo posta elettronica certificata, oppure che la stessa possa essere inviata mediante "casella di posta elettronica certificata per la vendita telematica", ovvero una casella di posta elettronica rilasciata dal gestore del servizio di posta elettronica previa identificazione del richiedente.

La gara può essere sincrona o asincrona.
Nel caso di vendita sincrona telematica, le offerte possono essere presentate esclusivamente tramite PEC (posta certificata), di cui ci si dovrà essere previamente muniti (esistono, orami in rete diversi gestori che mettono a disposizione tale servizio anche per un corrispettivo annuale davvero irrisorio).
Si parla di vendita sincrona in quanto nel corso della gara i rilanci saranno effettuati nella medesima unità di tempo e con la simultanea connessione del giudice (o del referente della procedura) e di tutti gli offerenti (per fare ciò ci si dovrà connettere sul portale della procedura ad un orario stabilito, insieme a tutti gli altri partecipanti ed al giudice).
Sia nella vendita con modalità sincrona o sincrona mista, si dà inizio alla gara pochi minuti dopo la fase di spoglio e di verifica delle offerte ricevute.
Subito dopo lo spoglio, infatti, il giudice aprirà l'asta e partirà il conto alla rovescia, definito dal professionista referente della procedura all'avvio della gara (generalmente la durata del conto, specificata nello stesso avviso di vendita, è di 5 o 3 minuti).
Ogni volta che perviene un rilancio inizierà nuovamente il count-down.

Diverso, invece, è il caso della vendita telematica asincrona, così definita perché i rilanci devono essere effettuati in uno spazio temporale predeterminato e senza la simultanea connessione del giudice e del referente della procedura.
Anche in questo caso le offerte possono essere presentate esclusivamente con modalità telematica e tramite PEC, ma, a differenza della vendita sincrona, la gara inizierà nella data e all'orario indicato nell'avviso di vendita e può anche durare più giorni.
Inoltre, a differenza della modalità sincrona, il count-down indica il tempo residuo prima dello scadere effettivo della gara.
Nel caso di gara asincrona è possibile prevedere un ulteriore prolungamento della gara, definito “auto-estensione”.
A tale fase di prolungamento si fa ricorso soltanto nel caso di offerte pervenute negli ultimi minuti dell'asta; al ricevimento dell’ultima offerta si attiva il nuovo count-down e la durata dell’asta si estende fino a che non saranno più inviate nuove offerte.

Ulteriore forma di vendita telematica è quella che si definisce sincrona a partecipazione mista: la caratteristica di tale forma di vendita è che le offerte possono essere presentate sia con modalità telematica (ovvero tramite PEC) sia in busta chiusa (ovvero mediante il deposito fisico nella cancelleria del competente Tribunale o in altro luogo indicato nel bando).
Inoltre, in questa forma di vendita la gara si svolge contemporaneamente sia online che in sala (cioè presso il luogo della vendita indicato nell’avviso d’asta). Se si decide di partecipare all’asta presentando un'offerta con modalità telematica, occorrerà obbligatoriamente partecipare collegandosi online; se, invece, la domanda di partecipazione viene presentata in modo tradizionale (ossia tramite busta cartacea), ci si dovrà recare presso il luogo dell’asta per partecipare alle relative operazioni.
Tutte le offerte e tutti i rilanci, anche da parte di chi compare davanti al Giudice, verranno inserite sulla piattaforma online, così da consentire anche agli utenti connessi telematicamente di visualizzare i rilanci provenienti dalla sala.

Per concludere, si ritiene possa essere utile sapere che il versamento del prezzo da parte dell’aggiudicatario può anche essere fatto con mutuo.
Come è stato detto sopra, l’aggiudicatario definitivo deve versare il prezzo di aggiudicazione, detratta la cauzione versata, entro il termine e con le modalità indicate nell’avviso di vendita.
Ebbene, i partecipanti all’asta possono richiedere e ottenere mutui ipotecari; in questo caso, entro i termini stabiliti per il versamento del saldo del prezzo, dovrà essere perfezionato il contratto di finanziamento, cioè un mutuo di scopo per l’acquisto del bene aggiudicato, che preveda il versamento diretto delle somme erogate e sia garantito da ipoteca di primo grado sul bene aggiudicato.
La stipula del contratto di mutuo e l’iscrizione dell’ipoteca di primo grado a favore dell’istituto di credito mutuante avverranno contestualmente all’emissione del decreto di trasferimento.


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Rifiuti gettati dal balcone? È reato

Pubblicato il: 24/09/2022

L'art. 674 del c.p. punisce chi getti o versi, in un luogo di pubblico transito, cose atte ad offendere o ad offendere, imbrattare o molestare persone oche, nei casi non consentiti dalla legge, provochi emissioni di gas, vapori o fumo, con le medesime potenzialità lesive di cui sopra.


Nel nostro caso, è di particolare interesse la parte relativa al luogo di pubblico transito, con il quale si intende non solo i luoghi i luoghi pubblici destinati al passaggio di un numero indeterminato di persone, ma anche i luoghi privati soggetti al transito di terzi estranei in numero indeterminato, come può essere nel caso dei condomini.

Tanto premesso, il gettare i rifiuti dalla propria finestra nella parte comune del condominio è possibile? La Corte si è interrogata su questo punto.

In particolare, la Suprema Corte ha più volte precisato che la presenza di cocci di vetro causata dal lancio della spazzatura nel cortile di pubblico passaggio integra il reato contestato, non rilevando per nulla il fatto che esso non sia l'unico punto di accesso all'abitazione della persona offesa. La fattispecie di cui all'art. 674 c. p., infatti, non richiede il verificarsi di un effettivo nocumento alle persone. Per la sua configurabilità è sufficiente il semplice realizzarsi di una situazione di pericolo di offesa al bene che la norma intende tutelare, ossia la sicurezza pubblica. In questa ottica può essere ricompresa anche la alterazione superficiale del bene, in cui può anche farsi rientrare il determinarsi un rischio per la salubrità dell'ambiente e conseguentemente della salute umana.
Si ritiene così sufficiente l'idoneità ad offendere, imbrattare o molestare le persone.

La Corte di Cassazione ha così confermato la costante interpretazione della norma, condannando pienamente il rilascio di rifiuti e oggetti dal balcone.


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Preliminare per acquisto immobile: e se poi non ottengo il permesso di costruire?

Pubblicato il: 21/09/2022

È ben noto che, quando si ha intenzione di comprare casa o qualsiasi altro immobile, un momento cruciale è rappresentato dalla stipula del contratto preliminare. A questi riguardi, ci si pone però un quesito in relazione alla luce della diffusissima prassi della compravendita “sulla carta” di immobili da costruire o in costruzione: cosa accade se, per l’immobile oggetto del contratto, la Pubblica Amministrazione non concede poi le necessarie autorizzazioni edilizie?

Ebbene, la Corte di Cassazione, con sentenza n. 24318 del 5 agosto 2022, ha proprio affrontato il tema della sorte del contratto preliminare volto all’acquisto di un immobile nel caso in cui il promittente venditore non abbia ottenuto il permesso di costruire.

Al fine di comprendere a pieno le conclusioni del Supremo Collegio, giova dunque brevemente premettere che:

  • il recesso convenzionale è una causa di scioglimento del contratto disciplinata dall’art. 1373 c.c. che dipende dalla volontà unilaterale di una delle parti, cui tale facoltà è attribuita dal contratto stesso;
  • il contratto condizionale consiste invece in una pattuizione, disciplinata invece dall’art. 1353 c.c, la cui efficacia o risoluzione è subordinata al verificarsi di un evento futuro e incerto.

Tanto ricordato in via generale, può evidenziarsi come la Suprema Corte, con la sentenza citata, abbia tracciato una chiara linea di demarcazione tra le due fattispecie ora sinteticamente descritte.
Gli Ermellini, infatti, hanno affermato che

  • la clausola che prevede il recesso convenzionale attribuisce alla parte il diritto potestativo di sciogliersi dal vincolo in base alla propria volontà, “ad nutum”. Una siffatta clausola, in particolarem, non richiede una formula sacramentale ma deve essere sempre “redatta in termini inequivoci, tali da non lasciare alcun dubbio circa la volontà dei contraenti di inserirla nel negozio da loro sottoscritto": se dalla lettura di una clausola attributiva del diritto di recesso residua un qualche dubbio, essa non può dunque qualificarsi alla stregua dell’art. 1373 c.c.;
  • la clausola che invece subordina l’inefficacia del contratto all’avverarsi di un avvenimento futuro e incerto è classificabile come condizione risolutiva "sicché è intrinsecamente contraddittoria la qualificazione in termini di recesso di una previsione contrattuale che subordini lo scioglimento del negozio alla mancata verificazione di un determinato evento ad una certa data”;
  • alla luce di queste considerazioni, non si può che ricondurre alla seconda categoria la previsione della inefficacia del contratto preliminare per l’evenienza – totalmente scollegata dalla volontà delle parti – della mancata concessione del permesso di costruire.

Il caso di specie, in particolare, riguardava le vicende contrattuali intercorse tra un privato (promissario acquirente) e una società (promittente venditrice). Nello specifico, i due soggetti avevano sottoscritto un contratto preliminare, il quale disciplinava l’ipotesi di mancata concessione del permesso di costruire entro un preciso termine, associandovi la inefficacia del contratto e prevedendo la previa rinuncia del promissario acquirente all’azione risarcitoria nei confronti di controparte.
Essendosi poi tali circostanze verificate, e non avendo il promissario acquirente tenuto fede agli accordi, la società aveva agito contro quest’ultimo.
Il Tribunale, tuttavia, non aveva condiviso gli argomenti attorei, ritenendo che il preliminare prevedesse un diritto di recesso convenzionale a vantaggio dell’esclusiva società e una limitazione di responsabilità di questa, unilateralmente predisposta, avente i caratteri della vessatorietà.
La Corte d’appello, poi, aveva confermato la sentenza di primo grado e la questione è dunque arrivata all’attenzione della Corte di Cassazione, la quale ha espresso i chiari principi sopra riportato.


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Revisione dell’assegno divorzile: cosa succede se muore l’ex coniuge durante il giudizio?

Pubblicato il: 19/09/2022

La morte di una parte nel corso di un giudizio civile è un evento contemplato dal nostro Codice di procedura civile, che ne disciplina le conseguenze dal punto di vista giuridico. Due sono le principali norme di riferimento:

  • l’art. 110 c.p.c., secondo cui quando la parte viene meno per morte, il processo è proseguito dal successore universale o nei confronti di questo;
  • l’art. 300 c.p.c., il quale prevede che, nell’eventualità del decesso di una parte costituita prima della chiusura della fase della discussione, la sorte del processo sia quella dell’interruzione. Questa, in particolare, avviene nel momento in cui l’avvocato del defunto dà notizia del decesso in udienza o mediante notifica alle altre parti (oppure istantaneamente, se il defunto era costituito personalmente). Il processo, tuttavia, prosegue qualora a) i soggetti ai quali spetta proseguire il processo si costituiscano volontariamente; b) l’altra citi in riassunzione tali soggetti.

Tanto premesso in via generale, ci si può interrogare circa il concreto operare di tali norme nel caso di morte di una parte nel corso del giudizio di revisione dell’assegno divorzile. Esso, cioè, deve chiudersi per cessata materia del contendere oppure deve essere proseguito dagli eredi della parte deceduta che mirava alla revoca o riduzione dell’assegno?

Ebbene, la Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha di recente fornito risposta a tale quesito.
Con sentenza n. 20495 del 24 giugno 2022, infatti, il Supremo Collegio ha chiarito che “il venir meno di un coniuge – sia egli l’obbligato, sia l’avente titolo all’assegno – non comporta la improseguibilità del giudizio di revisione”.
Le Sezioni Unite, segnatamente, premesso che la sentenza sull’assegno è sempre rivedibile in ragione del mutamento delle condizioni economiche a differenza di quella sullo status, che è invece immutabile, precisa che in caso di morte gli eredi subentrano nella posizione del coniuge che aveva interesse alla revisione dell’assegno.
Essi, infatti, qualora sia accertata la non debenza di alcuni emolumenti, possono subentrare nell’azione di ripetizione dell’indebito ai sensi dell’art. 2033 per la restituzione delle somme non dovute versate all’ex coniuge dalla data della domanda di revisione fino al decesso.

Il caso di specie, in particolare, riguardava la vicenda di un uomo tenuto al pagamento nei confronti dell’ex moglie di un assegno mensile di € 2.240,00. Essendo peggiorate le sue condizioni economiche, quest’ultimo aveva proposto ricorso per la revoca dell’assegno.
Il Tribunale, tuttavia, aveva rigettato la domanda del ricorrente.
In sede di reclamo, poi, la Corte d’appello aveva ridotto l’assegno di € 500,00.
Avverso tale pronuncia era stato allora proposto ricorso per Cassazione dall’ex marito avverso la beneficiaria dell’assegno, la quale a sua volta aveva proposto controricorso. Mentre pendeva il terzo grado di giudizio, però, il ricorrente era deceduto e l’ex moglie aveva proposto istanza di interruzione del processo.
La causa è dunque stata rimessa al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite sulla questione se il decesso del coniuge obbligato al pagamento dell’assegno divorzile determini la cessazione della materia del contendere o se il giudizio di revisione debba esser proseguito da parte dei suoi eredi. Decidendo tale questione, quindi, le Sezioni Unite hanno pronunciato l’importante principio di diritto sopra riportato.


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Violenza sessuale di gruppo: anche lo spettatore va condannato

Pubblicato il: 17/09/2022

In caso di stupro di gruppo, il soggetto che presenzia alla violenza senza però compiere in prima persona atti sessuali sulla vittima commette reato? La Corte di Cassazione, con sentenza n. 32503 del 5 settembre 2022, ha di recente fornito alcuni chiarimenti a riguardo, optando per la soluzione affermativa in ossequio alla consolidata giurisprudenza di legittimità sul punto. Anche chi “guarda soltanto” altri soggetti compiere uno stupro, dunque, commette violenza di gruppo.

Al fine di comprendere le conclusioni raggiunte dalla Suprema Corte sul tema, pare utile ricordare in via preliminare che lo stupro di gruppo è un delitto previsto dall’ art. 609 octies c.p..
In particolare, tale norma

  • definisce la violenza sessuale di gruppo come “partecipazione, da parte di più persone riunite, ad atti di violenza sessuale di cui all'articolo 609 bis c.p.”. Questi ultimi, nello specifico, consistono nel costringere la vittima, con violenze o minacce, a compiere o subire atti sessuali oppure nell’indurla a ciò mediante abuso delle condizioni di inferiorità fisica o psichica o mediante sostituzione di persona;
  • punisce chiunque commetta atti di violenza sessuale di gruppo con la reclusione da otto a quattordici anni;
  • prevede una fattispecie autonoma di reato e non, invece, una mera circostanza aggravante del delitto di violenza sessuale;
  • disciplina un’ipotesi di reato a concorso necessario proprio, in cui la pluralità di partecipi è elemento costitutivo del reato.

Tanto rammentato in via generale, è possibile soffermarsi sulla figura del “partecipante inerme”, che non pone in essere la condotta esecutiva del reato ma si limita ad osservare la violenza altrui.
Ebbene, il Supremo Collegio ha richiamato il costante orientamento sul punto (cfr. Cass. n. 3348/2004) e chiarito che il reato di violenza di gruppo richiede, perché sia integrato, la simultanea effettiva presenza dei compartecipi nel luogo e nel momento di consumazione dell’illecito “senza che, peraltro, ciò comporti anche la necessità che ciascun compartecipe ponga in essere un’attività tipica di violenza sessuale, né che realizzi l’intera fattispecie nel concorso contestuale dell’altro o degli altri correi, potendo il singolo realizzare soltanto una frazione del fatto tipico ed essendo sufficiente che la violenza o la minaccia provenga anche da uno solo degli agenti”.

Anche il mero spettatore che partecipa allo stupro, quindi, potrà essere condannato per violenza sessuale di gruppo. Tuttalpiù si segnala che potrebbe ipotizzarsi l’operare del comma quarto della norma in oggetto, il quale dispone che la pena sia diminuita per il partecipante la cui opera abbia avuto minima importanza nella preparazione o nella esecuzione del reato.

Il triste caso giunto all’attenzione della Corte, in particolare, riguardava una violenza posta in essere da più soggetti nei confronti di una vittima portatrice di deficit cognitivo. In particolare, un solo membro del gruppo realizzava la condotta esecutiva, mentre un altro registrava un video e una ragazza presenziava, pronunciando anche frasi come “troppo forte raga quell’atro gli sta facendo pure il video”.
A quest’ultima, quindi, il GIP aveva applicato la misura cautelare dell’obbligo di firma, sicchè l’indagata aveva proposto richiesta di riesame.
Il Tribunale, però, aveva rigettato la richiesta e l’indagata aveva proposto ricorso per Cassazione. Ritenendo il ricorso inammissibile, allora, la Corte ha ribadito i principi sopra riportati.


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Avvocato registrato di nascosto: fa prova!

Pubblicato il: 15/09/2022

La registrazione effettuata con il cellulare rientra nella definizione codicista di "riproduzione meccanica".

L'art. 2712 c.c. elenca le forme che può assumere la rappresentazione meccanica, tra cui anche le registrazioni fonografiche, ossia le normali registrazioni vocali effettuate con un supporto tecnologico.
La ratio di questa norma è infatti sempre più rivolta al riconoscimento come prova delle nuove tecniche di riproduzione della realtà derivanti dal progresso scientifico.

Tanto premesso la Corte di Cassazione si è interrogata se una registrazione audio effettuata dal cliente nel corso di una conversazione riservata con il proprio avvocato potesse essere utilizzata nel corso del procedimento disciplinare a carico di quest'ultimo.

La risposta è stata affermativa. Secondo la sentenza 16 luglio 2021, n. 20384, la registrazione fonografica di un colloquio svoltosi tra soggetti legittimati a parteciparvi non è riconducibile alla nozione di intercettazione ex artt. 266 e segu. del Codice di procedura penale, bensì si configura come forma di memorizzazione fonica di un fatto storico, della quale l'autore può disporre legittimamente. Questa interpretazione rientra nella consolidata visione della Corte di Cassazione, che aveva già affermato in molteplici occasioni come l'operazione di registrazione della conversazione costituisse prova documentale a condizione che l'autore abbia effettivamente e continuativamente partecipato o assistito, in ogni caso fatta salva la sua valutazione di affidabilità (Cass.pen. n. 13810/2019 e altre).

Con questa decisione i Supremi giudici hanno respinto il ricorso presentato da un avvocato, condannato per la violazione dell'art. 42, comma 1, del Codice Deontologico Forense.

L'avvocato, infatti, era stato sottoposto a procedimento disciplinare per i commenti denigratori fatti nei confronti di un collega durante un colloquio con un cliente. Oltre a ciò aveva anche tentato di acquisire relazioni con i clienti in modo contrario alla correttezza e al decoro, arrivando a proporre al cliente un lavoro con un conoscente se, in cambio, avesse restituito il fascicolo di una controversia patrocinata dal collega che lo aveva offeso.

Inutili le argomentazioni del ricorrente, che aveva messo in dubbio l'utilizzabilità delle registrazioni, adducendo altresì una violazione del Codice della privacy, poiché eseguita in violazione del diritto di difesa e del domicilio privato quale certamente doveva considerarsi lo studio legale. La Corte, anche su questa censura, ha chiarito che utilizzo processuale della fonoregistrazione non è precluso dal c.d. Codice della privacy (D.Lgs. 196/93), se si tratta in particolare di "far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria, sempre che i dati siano trattati esclusivamente per tali finalità e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento (art. 13, co. 5, lett. b), ed art. 26, co. 4, lett. c)".

La Corte ha, dunque, confermato la condanna per la violazione dell'art. 42, comma 1, del Codice Deontologico Forense.


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Le nuove regole sulla circolazione dei monopattini elettrici

Pubblicato il: 14/09/2022

I monopattini elettrici sono diventati ormai una vista molto comune per le strade delle nostre città, accolta con entusiasmo dai fautori della mobilità sostenibile, poco gradita invece ad altri, a causa della notevole velocità a cui viaggiano questi mezzi e dei problemi legati al cosiddetto “parcheggio selvaggio”.
Questa duplicità di atteggiamento si può riscontrare anche da parte del Legislatore, che via via ha introdotto – spesso a colpi di Decreto Legge – norme sempre più stringenti per la circolazione di questi mezzi. Presenti anche tentativi da parte dei Comuni di introdurre norme di sicurezza, quali l’obbligo del casco, in anticipo sulla disciplina nazionale, prontamente dichiarati illegittimi dai Giudici amministrativi (cfr. T.A.R. Firenze, sez. I, 19 aprile 2022, n. 524).

Dopo una prima fase di sperimentazione, a seguito delle ultime modifiche apportate all’art. 1, commi da 75 a 75 vicies ter, L. n. 160/2019 e con l’entrata in vigore del D.M. 18 agosto 2022, possiamo ora dire di avere a disposizione un quadro abbastanza completo

  • delle regole di circolazione
  • delle caratteristiche tecniche e costruttive che questi mezzi devono possedere
  • delle sanzioni per comportamenti scorretti.
La particolarità di questo assetto normativo, però, è quella di non essere ricompreso – come forse sarebbe stato più opportuno per ragioni logico-sistematiche – nel Codice della strada (a differenza di quanto accade con le biciclette a pedalata assistita), ma di costituire un corpo a sé, pur confermando che i monopattini elettrici appartengono alla generale categoria dei velocipedi disciplinata dal Codice.

In ogni caso, tra le disposizioni più rilevanti della L. n. 160/2019 possiamo ricordare a titolo di esempio:

– il limite di potenza nominale continua del motore elettrico, che non deve essere superiore a 0,50 kW;
– il limite di quattordici anni di età per l’utilizzo di questi mezzi, con l’obbligo di indossare il casco per i minorenni;
– il limite di velocità di 6 km/h nelle aree pedonali e di 20 km/h negli altri casi;
– il divieto di sosta e di circolazione sui marciapiedi.

Da ultimo, il D.M. 18 agosto 2022 ha introdotto regole più puntuali in merito ai presidi di sicurezza, imponendo l’installazione di segnalatori acustici, di indicatori luminosi e così via (per una disamina più puntuale si rinvia all’articolo “Vuoi comprare un monopattino elettrico? Controlla che sia a norma” pubblicato su questo sito).

Questo susseguirsi di aggiornamenti, però, potrebbe creare non pochi problemi a chi già possiede un monopattino o a chi sia intenzionato a comprarne uno a breve, dovendo capire se il proprio mezzo possa circolare o meno e sia conforme alle ultime novità.
Dovendo porre un primo punto fermo, il citato Decreto ministeriale entrerà in vigore il prossimo 30 settembre 2022, con la conseguenza che i veicoli commercializzati dopo quella data dovranno necessariamente possedere tutte le caratteristiche in esso previste.
I proprietari dei veicoli già circolanti, invece, hanno tempo fino al 1° gennaio 2024 per adeguare il proprio mezzo alle nuove regole.
È previsto, però, anche un periodo di applicazione facoltativa del Decreto ministeriale, che va dalla data di entrata in vigore del 14 settembre 2022 fino al 30 settembre 2022.
Pur non essendo presente alcun obbligo, dunque, viene lasciata la scelta di provvedere all’adeguamento dei mezzi destinati ad essere messi in circolazione nel corso già di tale – seppur breve – lasso di tempo.
Si tratta di una successione di date alla quale è necessario prestare particolare attenzione, posto che le sanzioni vengono applicate non solo a chi commercializza monopattini non conformi, ma anche agli utenti della strada che li utilizzano (v. l’art. 1, comma 75 undevicies, L. n. 160/2019).

Ma come avverrà in concreto l’accertamento delle violazioni che si basano sul requisito della data di commercializzazione del mezzo, posto che i monopattini – a differenza di altri veicoli come le motociclette o le automobili – non sono registrati e non possiedono un libretto di circolazione?
Lo stesso quesito si pone quando si tratta di individuare l’effettivo proprietario del mezzo, anche ai fini dell’applicazione del principio di solidarietà fissato dall’art. art. 196 del codice strada.

Un tentativo di rispondere a questa domanda lo si può fare andando a cercare nella circolare del Ministero dell’Interno – Dipartimento della Pubblica Sicurezza n. 300/A/1974/20/104/5 del 9 marzo 2020, che è interessante perché affronta proprio questo problema dal punto di vista dei soggetti che si troveranno a dover emanare le sanzioni.
La circolare ha chiarito che si deve fare riferimento al possesso del monopattino, purché il soggetto che lo detiene lo abbia acquisito in buona fede e in virtù di un titolo astrattamente idoneo. Di conseguenza, il conducente sarà considerato anche proprietario se il monopattino è detenuto legittimamente e fatta salva la dimostrazione della proprietà in capo ad altro soggetto attraverso l’esibizione di idoneo documento che lo possa comprovare.

Quando si acquista un monopattino elettrico, quindi, è opportuno non solo fare attenzione alle sue caratteristiche tecniche, ma anche preoccuparsi di conservare le ricevute o altri documenti indicanti la data e il soggetto compratore, in modo da tutelarsi in caso di contestazioni.


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Quando due marchi sono confondibili?

Pubblicato il: 12/09/2022

La confondibilità tra marchi può essere un aspetto difficile da determinare. Esiste un'identità e una confusione tra i prodotti o servizi sulla base della loro somiglianza? Questo è ciò che deve chiedersi il tribunale per accertare l'esistenza o meno di un illecito di contraffazione, nel caso di specie tra due marchi relativi al commercio di olio (quindi prodotto agro-alimentare).
Nell'ordinanza 23 marzo 2022, n. 20227, la Cassazione civile ha stabilito che non è sufficiente guardare due segni e decidere se sono identici, ma bisogna guardarli in relazione l'uno all'altro e anche ai rispettivi prodotti e servizi.
Si è ribadito un orientamento già consolidato secondo il quale "l'apprezzamento sulla confondibilità (tra prodotti o servizi) va effettuato dal giudice di merito accertando non solo l'identità o quantomeno la confondibilità dei due segni, ma anche l'identità e la confondibilità tra i prodotti (o servizi), in base almeno alla loro somiglianza; tali giudizi non possono essere considerati indipendenti l'uno dall'altro, ma sono entrambi strumenti per accertare la cosiddetta 'confondibilità tra imprese'".
Oltre al principio di confondibilità, nella pronuncia in esame è stato applicato un principio di diritto già affermato e consolidato negli orientamenti giurisprudenziali che definiscono l'ambito di applicazione del principio di "affinità funzionale".
Due prodotti si definiscono "affini", nel momento in cui "per loro natura, per la loro destinazione alla stessa clientela o al soddisfacimento dello stesso bisogno risultano in misura rilevante fungibili e, quindi, in concorrenza tra loro, cosicché la mancanza di una precisa distinzione tra i segni che li identificano sul mercato comporta il rischio di confusione e quindi di illecita aggressione dell'avviamento e della clientela altrui".
Il concetto di "affinità merceologica", invece, è un termine giuridico che si riferisce alla relazione tra due beni o servizi che vengono acquistati dai consumatori in base al loro scopo funzionale condiviso. L'affinità merceologica può essere determinata dal bisogno del consumatore-utente di una particolare funzione, e quindi dal fatto che due prodotti forniscano o meno la stessa funzione.
Quindi, in sostanza, si sta dicendo che se si cerca di decidere se due cose sono abbastanza simili da poter confondere le persone facendogli credere che sono collegate quando non lo sono, bisogna guardare sia alle loro somiglianze che alle loro differenze. E se le somiglianze sono più numerose delle differenze, è probabile che quella cosa confonda le persone inducendole a pensare che sia imparentata con un'altra cosa che non esiste.
L’ordinanza in commento ribadisce, altresì, che l'affinità tra i beni o i servizi richiede che i beni o i prodotti siano ricercati e acquistati dal consumatore-utente sulla base di "motivazioni identiche o strettamente correlate, tali che l'affinità funzionale tra di essi induca il consumatore a ritenere che provengano dalla stessa fonte di produzione, indipendentemente da qualsiasi uniformità dei canali di commercializzazione".
La Corte di Cassazione ha, poi, stabilito che il giudice deve verificare "non solo l'identità o almeno la confondibilità dei due segni, ma anche l'identità e la confondibilità tra i prodotti, in base almeno alla loro somiglianza; questi giudizi non possono essere considerati indipendenti l'uno dall'altro, ma sono entrambi strumenti per accertare la cosiddetta 'confondibilità interaziendale'".
Oltre a ciò, il giudice deve anche valutare l'"identità dei bisogni che spingono all'acquisto dei prodotti di cui si rivendica l'affinità merceologica", affermando che essa "non può tuttavia essere ancorata a criteri eccessivamente generici (come il bisogno di vestirsi, di nutrirsi, di dissetarsi, di leggere, ecc.)
In conclusione, la Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto che la Corte d'Appello dell'Aquila si fosse pronunciata in conformità ai principi di diritto formulati negli anni dalla Corte di legittimità, e per questo motivo ha dichiarato inammissibile il ricorso.

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Liquidazione compenso CTU: entro quando è possibile opporsi?

Pubblicato il: 11/09/2022

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 20054 del 21 giugno 2022, ha affrontato il tema dell’individuazione del preciso termine entro il quale è possibile opporsi al decreto con il quale sono liquidati i compensi del consulente tecnico d’ufficio.

Al fine di esaminare la risposta a tale quesito, appare necessaria una breve disamina del quadro normativo di riferimento. Ebbene, esso è composto sostanzialmente da tre norme:

  1. l’art. 170 D.P.R. 115/2002, il quale prevede che avverso il decreto di pagamento emesso a favore dell'ausiliario del magistrato, del custode e delle imprese private cui è affidato l'incarico di demolizione e riduzione in pristino, il beneficiario e le parti processuali, compreso il pubblico ministero, possono proporre opposizione e che l'opposizione è disciplinata dall'articolo 15 del D.lgs. n. 150/2011;
  2. l’art. 15 D.lgs.150/2011, secondo cui – al primo comma – le controversie previste dall'art. 170 D.P.R. 115/2002 sono regolate dal rito sommario di cognizione, ove non diversamente disposto;
  3. l’art. 702 quater c.p.c.., per cui l’ordinanza emessa all’esito del rito sommario di cognizione produce gli effetti di cui all’articolo 2909 del codice civile se non è appellata entro trenta giorni dalla sua comunicazione o notificazione.

Interpretando questa articolata serie di rimandi normativi, dunque, la Suprema Corte, con la recente pronuncia, ha concluso che contro il decreto con cui vengono liquidati i compensi del c.t.u. è possibile proporre opposizione entro 30 giorni dalla sua comunicazione o notificazione.
In particolare, la Cassazione – ponendosi in linea di continuità con la richiamata Cass. n. 4423/2017 e altresì con Corte Cost. n. 106/2016 – ha precisato che l’opposizione avverso il decreto di pagamento dei compensi degli ausiliari del giudice deve essere proposta entro il termine previsto dall’art. 702 quater c.p.c.. perchè “tale disposizione trova applicazione non in via analogica, ma direttamente, in forza dell’esplicito rinvio contenuto nell’art. 170 d.p.r. n. 115 del 2002 all’art. 15 d.lgs. n. 150 del 2011, che dichiara applicabili al procedimento le disposizioni dettate per il rito sommario di cognizione”.

Nel caso concretamente sottoposto alla Cassazione, in particolare, il Tribunale aveva dichiarato inammissibile, per tardività, il ricorso proposto da un ctu avverso il capo di una sentenza con cui gli era stato liquidato l compenso per l’attività prestata quale consulente tecnico d’ufficio.
Il Tribunale, nello specifico, aveva rilevato che, ai sensi del nuovo testo dell’art. 170 d.p.r. n. 115 del 2002, le controversie ivi previste sono regolate dal rito sommario di cognizione, con l’effetto che, in base all’interpretazione accolta dalla sentenza di rigetto della Corte costituzionale n. 106 del 2016, l’opposizione avverso il provvedimento di liquidazione del compenso dell’ausiliario del giudice deve essere proposta, a pena di decadenza, nel termine di 30 giorni stabilito in via generale dall’art. 702 quater cod. proc. civ., che nella specie non era stato osservato.
Per la cassazione di questa ordinanza aveva dunque presentato ricorso il consulente, denunziando – per quando in questa sede di rilievo – la violazione dell’art. 702 quater c.p.c. per avere il Tribunale applicato all’opposizione avverso il provvedimento di liquidazione delle spese di giustizia del termine di decadenza di 30 giorni fissato dalla citata disposizione.
Ritenendo il ricorso manifestamente infondato, la Cassazione ha dunque operato alcune chiare precisazioni sul punto.


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Vuoi comprare un monopattino elettrico? Controlla che sia a norma

Pubblicato il: 10/09/2022

Con il decreto ministeriale del 18 agosto 2022, il Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibile ha emanato questo decreto in risposta all'esigenza di definire le caratteristiche tecniche dei monopattini a propulsione elettrica.
Questa necessità è stata dettata dalle differenze tecniche di questa tipologia di monopattini rispetto ai velocipidi definiti dall'art. 50 del Nuovo Codice della Strada, ai fini della sicurezza degli utilizzatori dei monopattini stessi.

Tante le novità previste.

Definizione di monopattino
L'art. 1 si occupa di identificare il monopattino, definendolo come "veicolo a due assi con un solo motore elettrico, dotato di manubrio e non dotato di sedile".

Le caratteristiche tecniche
Tema importante quello delle caratteristiche tecniche, che sono:

  • il motore elettrico non deve superare i 0,5 kW;
  • devono essere muniti di pneumatici, dotati di battistrada tale da garantire una sufficiente tenuta in tutte le condizioni d'uso;
  • devono essere dotati di un regolatore di velocità configurabile in base al limite di velocità (6 km/h nelle aree pedonali e massimo 20 km/h per le altre situazioni);
  • i monopattini devono essere dotati di freni indipendenti su entrambe le ruote e possono agire anche sugli altri organi di trasmissione del monopattino.

Le luci e i segnalatori acustici
Per quanti riguarda i dispositivi di sicurezza per la circolazione stradale, i monopattini devono essere muniti di:

  • un segnalatore acustico che deve essere d'intensità tale da essere udito a 30 metri di distanza;
  • indicatori luminosi di svolta (le frecce);
  • luce bianca o gialla davanti e una luce rossa dietro, entrambi fisse;
  • catadriotti gialli applicabili sui lati.

È ammessa anche l'installazione di luci di arresto, che devono emettere luce rossa e le loro caratteristiche devono essere conformi a quanto prescritto per le luci posteriori dei velocipidi dall'art. 224 del regolamento di attuazione del Nuovo Codice della Strada.

Entrata in vigore
Queste nuove disposizioni si applicheranno obbligatoriamente a tutti i monopattini elettrici commercializzati in Italia a partire dal 30 settembre 2022.
Per quanto riguarda i monopattini in circolazione prima del 30 settembre, questi dovranno essere adeguati e dovranno essere installati obbligatoriamente indicatori di svolta ed impianto frenante su entrambe le ruote. L'adeguamento dovrà essere effettuato entro il 1 gennaio 2024.
Ai fini di rendere più agevole l'adeguamento, saranno predisposti dei kit appositamente strutturati per il proprio monopattino, al fine di garantire gli standard previsti dalla direttiva n. 2006/42/CE.


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