Parcheggi condominiali: l’assemblea può decidere l’assegnazione di “posti fissi”?

Pubblicato il: 19/04/2022

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 9069 del 21 marzo 2022, si è pronunciata sulla questione dell’ammissibilità dell’assegnazione, con delibera assembleare approvata dalla maggioranza, di posti fissi nel parcheggio condominiale a singoli condomini. Sul tema, in particolare, la Suprema Corte si è espressa sfavorevolmente.

Per giungere a tale conclusione, infatti, gli Ermellini hanno distinto tra

  • atti di natura meramente organizzativa sulle cose comuni, che si limitano appunto a disciplinare temporaneamente le modalità d'uso delle cose comuni o la gestione ed il funzionamento dei servizi condominiali, senza menomare i diritti dei condomini di godere e disporre delle stesse;
  • atti di natura contrattuale, che invece limitano o ridistribuiscono convenzionalmente i diritti reali, eventualmente menomando i diritti dei condomini di usare, godere e disporre delle parti comuni, come delle unità immobiliari di proprietà esclusiva.

Tanto premesso, può evidenziarsi che solo gli atti di natura organizzativa possono essere adottati a maggioranza dei condomini, mentre per gli atti di natura contrattuale occorre l'espressione di una volontà contrattuale, e quindi il consenso di tutti.

Per rispondere al quesito in oggetto, pertanto, è necessario capire quale sia la natura dell’assegnazione definitiva ad un singolo condomino di un posto fisso nel cortile condominiale.
E a tal fine, la Suprema Corte richiama l’orientamento delle Sezioni Unite n. 28972 del 2020, secondo cui l'attribuzione del cosiddetto diritto reale di uso esclusivo su una porzione del cortile condominiale va qualificata come traslativa della proprietà della porzione stessa, ovvero come costitutiva di un diritto reale d'uso o come concessione di un uso di natura obbligatoria.

Sulla scorta di tali considerazioni, gli Ermellini concludono che la delibera “non può validamente contemplare la definitiva assegnazione nominativa a favore di singoli condomini in via esclusiva e per un tempo indefinito, di posti fissi nel cortile comune per il parcheggio delle autovetture”: posto che una simile assegnazione sottrarrebbe ad alcuni condomini l'utilizzazione del bene a tutti comune, infatti, è imprescindibile il consenso di tutti i condomini.

Conclusivamente, la Corte segnala che la delibera dell’assemblea, nell'ambito del potere di regolamentazione dell'uso delle cose comuni a questa spettante, può comunque

  • individuare all'interno del cortile condominiale i singoli posti auto di cui possano fruire i singoli partecipanti, ma solo al fine di rendere più ordinato e razionale il godimento paritario;
  • prevedere il godimento turnario del bene, allorché sia impossibile il simultaneo godimento in favore di tutti i comproprietari.

Una siffatta delibera mantiene, infatti un valore meramente organizzativo delle modalità d'uso delle cose comuni senza menomare i diritti dei condomini e rispetta il principio della parità di godimento ex art. 1102 c.c., il quale impedisce che possa essere riconosciuto soltanto ad alcuni il diritto di fare un determinato uso del bene.

Il caso giunto all’attenzione della Suprema Corte, in particolare, riguardava l’impugnazione di due delibere con cui l’assemblea di un condominio aveva stabilito l'assegnazione individuale e nominativa dei posti auto compresi nell'area del condominio adibita a parcheggio, in favore dei soli trentacinque condomini proprietari delle unità abitative dell'edificio, escludendo pertanto dal godimento dell'area i condomini proprietari dei locali commerciali.
La domanda, tuttavia, era stata rigettata sia dal Tribunale sia dalla Corte d’appello. Quest’ultima, in particolare, aveva reputato infondata la domanda, ritenendo che, in esecuzione del regolamento condominiale che prevede la destinazione a parcheggio del cortile, l'assemblea avesse soltanto disciplinato la ripartizione dello spazio da assegnare ai condomini titolari di appartamento, senza incidere sul diritto di condominio degli altri partecipanti.
Avverso tale sentenza il condomino soccombente aveva dunque proposto ricorso, deducendo la violazione e/o falsa applicazione dell'art. 1102, art. 1120, comma 2 (nella versione della norma anteriore alla riforma del 2012) e dell’art. 1421 c.c. Ritenendo tale impugnazione fondata, la Cassazione ha dunque affermato gli importanti principi sopra richiamati.


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Medico ritarda colposamente la guarigione: si tratta di lesioni?

Pubblicato il: 19/04/2022

È noto che il reato di lesioni colpose è previsto dall’art. 590 c.p., il quale punisce chiunque cagioni ad altri per colpa una lesione personale.
È altrettanto noto che il reato di lesioni si considera consumato nel momento in cui si verifichi una malattia nel corpo o nella mente del soggetto passivo, quale conseguenza non voluta della condotta dell'agente. Gli ermeneuti, a tali riguardi, hanno chiarito che:

  • la malattia nel corpo ricorre quando c'è un'alterazione anatomica o funzionale dell'organismo tale da richiedere cure, cautele o precauzioni. In particolare, la giurisprudenza moderna richiede che si accerti l’esistenza di un processo patologico, acuto o cronico, localizzato o diffuso, che implichi una sensibile menomazione funzionale dell'organismo;
  • la malattia nella mente, invece, ricorre quando c’è un'alterazione psichica che elimini o scemi grandemente la capacità di intendere o di volere della vittima, così da richiedere cure, cautele o precauzioni.

Tanto premesso, con specifico riferimento alla malattia nel corpo, occorre chiedersi se integrino il reato di lesioni solo le condotte colpose che cagionino una perturbazione funzionale nei termini sopra descritti o altresì quelle che intervengono sul tempo necessario alla guarigione, dilatandolo.

Ebbene, la Corte di Cassazione, con sentenza n. 8613 del 15 marzo 2022, ha affrontato proprio questo tema, ritenendo il concetto di "malattia" penalmente rilevante meritevole di essere ulteriormente definito. A tal fine, la Suprema Corte ha

  • ricordato che il legislatore, misurando la durata della malattia in termini di tempo necessario alla guarigione o al consolidamento definitivo degli esiti della lesione dalla quale è derivata, ha assegnato al tempo un "peso" che incide sulla "quantità della sanzione”;
  • concluso – ribadendo un orientamento già affermato (cfr. Cass. n. 5315/2019) – che “ogni condotta colposa che intervenga sul tempo necessario alla guarigione, pur se non produca ex se un aggravamento della lesione e della perturbazione funzionale, assume rilievo penale ove generi una dilatazione del periodo necessario al raggiungimento della guarigione o della stabilizzazione dello stato di salute.

Alla luce di questa recente pronuncia, può dunque affermarsi con sicurezza che integra il reato di lesioni colpose la condotta anti-doverosa del sanitario che determini l'aumento del periodo di tempo necessario alla guarigione o alla stabilizzazione dello stato di salute del paziente.

Il caso concreto affrontato dalla Corte di Cassazione, in particolare, riguardava un chirurgo oncologo imputato di lesioni colpose per aver aggravato per imperizia il quadro clinico di una paziente ed averla costretta a sottoporsi ad un altro intervento che le aveva impedito di tornare a lavoro per più di 40 giorni. Tale soggetto era stato condannato dal Tribunale prima e dalla Corte d’appello poi.
Avverso la sentenza di secondo grado aveva dunque proposto ricorso l’imputato, sostenendo che il reato di lesioni non fosse integrato poiché la paziente aveva avuto solo i normali postumi dell’intervento chirurgico subito, il quale non aveva cagionato alla stessa alcuna “malattia”.


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Violazione obblighi di assistenza familiare: quando non è punibile?

Pubblicato il: 13/04/2022

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 10630 del 24 marzo 2022, ha affrontato il tema dell’applicabilità della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto al reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, optando per la soluzione favorevole.

Al fine di comprendere tale approdo giurisprudenziale, occorre premettere che

  • tale reato è previsto dall’art. 570 c.p., che punisce chiunque, abbandonando il domicilio domestico o comunque serbando una condotta contraria all'ordine o alla morale delle famiglie, si sottragga agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale, alla tutela legale o alla qualità di coniuge. Il reo, in tali casi, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa. Ai sensi del secondo comma, tuttavia, le dette pene si applicano congiuntamente a chi malversi o dilapidi i beni del figlio minore o del coniuge oppure faccia mancare i mezzi di sussistenzaai discendenti di età minore (ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa). La fattispecie in cui più comunemente si vede integrato tale reato, nello specifico, è quella del mancato pagamento, da parte del genitore non affidatario o non collocatario, delle somme dovute mensilmente all’altro genitore per il mantenimento del figlio;
  • la particolare tenuità è contemplata dall’art. 131 bis c.p., che esclude la punibilità del reato al ricorrere di tre requisiti, cioè a) che la pena detentiva irrogabile sia non superiore nel massimo a cinque anni; b) che il comportamento non sia abituale; c) che l’offesa risulti di particolare tenuità alla luce delle modalità della condotta e dell’esiguità del danno o del pericolo.

Tanto premesso, occorre chiedersi se tali presupposti sussistano anche nel caso in cui un genitore, dopo aver saltato il pagamento di diverse mensilità del mantenimento nel corso di un periodo di difficoltà economica, riprenda a versare gli emolumenti dovuti con regolarità, salando altresì l’arretrato. E proprio a tale quesito ha fornito recentemente risposta la Corte di Cassazione con la pronuncia citata, affermando che va tenuto in considerazione l’adempimento tardivo del debito arretrato, che sostanzialmente neutralizza il nocumento patrimoniale provocato dal reato.

L’art. 131 bis c.p., infatti, delinea – ricorda la Suprema Corte – una “causa di non punibilità fondata sul presupposto della inutilità della pena in presenza di un’offesa minima al bene giuridico protetto dalla norma incriminatrice”, sicchè può benissimo trovare applicazione in relazione alla fattispecie descritta.

La vicenda concreta giunta all’attenzione della Corte, in particolare, riguardava un padre accusato di aver fatto mancare i mezzi di sussistenza alla propria figlia minore, non versando alla madre l’assegno di mantenimento né provvedendo altrimenti. L’uomo era dunque condannato per il reato di cui all’art. 570 co. 2 n. 2, sia dal Tribunale che dalla Corte d’appello.
Avverso la sentenza di secondo grado aveva dunque proposto ricorso l’imputato, lamentandosi – per quanto ora di rilievo – della mancata esclusione della punibilità del fatto, il quale risultava del tutto occasionale e comunque commesso ad un circoscritto periodo in cui il ricorrente era disoccupato.
In accoglimento di tale censura, la Corte di Cassazione ha dunque cassato la sentenza con rinvio.


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CGA Sicilia: non è manifestamente infondata la questione di costituzionalità dell’obbligo vaccinale

Pubblicato il: 10/04/2022

Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, con ordinanza n. 351 del 22 marzo 2022 ha ritenuto non manifestatamente infondata la questione di costituzionalità dell’obbligo vaccinale previsto per gli esercenti la professione sanitaria e gli operatori di interesse sanitario dall’art. 4 D.L. 44/2021.

Per comprendere il recente provvedimento, va brevemente ricordato che tale questione era stata prospettata nell’ambito di una vicenda che vedeva protagonista uno studente di infermieristica dell’Università degli Studi di Palermo, il quale non aveva potuto svolgere, in quanto non vaccinato, il tirocinio formativo in area medica/sanitaria, necessario per il completamento degli studi: con un provvedimento di aprile 2021, infatti, l’Ufficio di Gabinetto del Rettore aveva confermato che, in ossequio alle normative volte al contenimento dei contagi, per continuare i tirocini era necessaria la vaccinazione. Lo studente, allora, aveva proposto ricorso per l’annullamento, previa sospensione, di questo provvedimento. Il TAR, tuttavia, aveva rigettato la domanda, ritenendo prevalente l’interesse pubblico ad evitare che soggetti non vaccinati frequentassero le strutture sanitarie, mettendo a rischio operatori e pazienti.
Avverso l’ordinanza di reiezione della domanda cautelare, allora, lo studente aveva proposto appello, formulando varie censure e prospettando una questione di costituzionalità in relazione agli articoli
[[n3cost ]] e [[n32cost ]] Cost.

Così investito della questione, il CGA Sicilia, con ordinanza del 17 gennaio 2022, aveva dunque:

  • chiarito l’astratta compatibilità con la Costituzione dell’obbligo vaccinale, ricordando come la giurisprudenza della Consulta in materia di vaccinazioni obbligatorie sia salda nell’affermare che “l’art. 32 Cost. postula il necessario contemperamento del diritto alla salute della singola persona (anche nel suo contenuto di libertà di cura) con il coesistente e reciproco diritto delle altre persone e con l’interesse della collettività” e che “la legge impositiva di un trattamento sanitario non è incompatibile con l’art. 32 Cost.”;
  • ricordato le condizioni per la legittimità dell’obbligo vaccinale enucleate dalla Consulta, cioè a) che il trattamento sia diretto non solo a migliorare o preservare lo stato di salute di chi vi sia assoggettato ma anche a preservare lo stato di salute degli altri; b) che il trattamento non incida negativamente sullo stato di salute di chi vi è assoggettato, salvo per le conseguenze normali e tollerabili; c) che, per l’ipotesi di danno ulteriore, sia comunque prevista la corresponsione di una equa indennità in favore del danneggiato, tutte richiamate nel provvedimento in esame.
  • ritenuto pertanto opportuno disporre alcuni incombenti istruttori, al fine di valutare la manifesta infondatezza o meno della questione di costituzionalità prospettata.

All’esito delle verifiche svolte da uno speciale collegio ad hoc, il CGA con la citata ordinanza ha ritenuto rispettato il primo degli indici di costituzionalità degli obblighi vaccinali in quanto il trattamento appare diretto a migliorare o a preservare lo stato di salute sia di chi vi è assoggettato sia degli altri.
Premettendo che i vaccini anti Covid non hanno omesso alcuna delle tradizionali fasi di sperimentazione e che i farmaci commercializzati previa autorizzazione condizionata (che consente lo svolgimento in parallelo, anziché in sequenza, delle fasi di sperimentazione clinica, accelerando, quindi, la normale tempistica di svolgimento delle sperimentazioni) non sono preparati “sperimentali”, il CGA ha rilevato infatti che la campagna vaccinale “risulta efficace nel contenere decessi ed ospedalizzazioni, proteggendo le persone dalle conseguenze gravi della malattia, con un conseguente duplice beneficio: per il singolo vaccinato, il quale evita lo sviluppo di patologie gravi; per il sistema sanitario, a carico del quale viene allentata la pressione”. Per questa ragione, il Collegio ha sottolineato che risulta evidente come la vaccinazione, sostanzialmente, tuteli sia l’interesse dei singoli, sia l’interesse collettivo”, sicchè appare rispettata la prima condizione di legittimità indicata dalla Consulta.

Ad avviso del CGA, elementi di criticità appaiono emergere, invece, con riferimento agli altri parametri, con specifico riferimento alla problematica degli eventi avversi. La Consulta, come ricordato, ritiene infatti che la legge impositiva di un trattamento sanitario non sia incompatibile con l'art. 32 Cost. a condizione che si preveda che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che è obbligato, salvo che per quelle sole conseguenze “che appaiano normali e, pertanto, tollerabili”.
Ebbene, a tali riguardi il Collegio ha rilevato che, sebbene la maggior parte degli effetti collaterali documentati indubbiamente evidenzi sintomi modesti e transitori, si sono registrate anche patologie gravi, tali da compromettere, in alcuni casi irreversibilmente, lo stato di salute del soggetto vaccinato, cagionandone l’invalidità o, nei casi più sfortunati, il decesso. Nella motivazione dell’ordinanza in esame, infatti, si legge che “vero è che le reazioni gravi costituiscono una minima parte degli eventi avversi complessivamente segnalati; ma il criterio posto dalla Corte costituzionale in tema di trattamento sanitario obbligatorio non pare lasciare spazio ad una valutazione di tipo quantitativo, escludendosi la legittimità dell’imposizione di obbligo vaccinale mediante preparati i cui effetti sullo stato di salute dei vaccinati superino la soglia della normale tollerabilità, il che non pare lasciare spazio all’ammissione di eventi avversi gravi e fatali, purché pochi in rapporto alla popolazione vaccinata”.

Infine, per il CGA, ulteriori profili di criticità emergono

  • dalla inidoneità del triage pre-vaccinale, desumibile dalla circostanza che non è richiesta, ai fini della sottoposizione a vaccino, né una relazione del medico di base, né l’esecuzione di esami di laboratorio o test genetici, né tantomeno l’esecuzione di un tampone Covid, che potrebbe evidenziare una condizione di infezione in atto;
  • dalla irrazionalità della normativa sul consenso informato, in considerazione del fatto che non viene espressamente esclusa la raccolta del consenso anche nell’ipotesi di somministrazione di un trattamento sanitario obbligatorio: nonostante l’organismo incaricato dell’istruttoria abbia sottolineato che nel caso di vaccinazione obbligatoria il consenso andrebbe inteso quale presa visione da parte del cittadino delle informazioni fornite, il Collegio non ha condiviso tale chiarimento in quanto “da un punto di vista letterale, logico e giuridico, il consenso viene espresso a valle di una libera autodeterminazione volitiva, inconciliabile con l’adempimento di un obbligo previsto dalla legge”.

Per tali ragioni, il CGA, ai sensi dell’art. 23 comma 2 l. 11 marzo 1953 n. 87, ritenendole rilevanti e non manifestamente infondate, solleva la questione di legittimità costituzionale:

  • dell’art. 4, commi 1 e 2, del d.l. n. 44/2021 (convertito in l. n. 76/2021), nella parte in cui prevede, da un lato l’obbligo vaccinale per il personale sanitario e, dall’altro lato, per effetto dell’inadempimento all’obbligo vaccinale, la sospensione dall’esercizio delle professioni sanitarie, “per contrasto con gli artt. 3, 4, 32, 33, 34, 97 della Costituzione, sotto il profilo che il numero di eventi avversi, la inadeguatezza della farmacovigilanza passiva e attiva, il mancato coinvolgimento dei medici di famiglia nel triage pre-vaccinale e comunque la mancanza nella fase di triage di approfonditi accertamenti e persino di test di positività/negatività al Covid non consentono di ritenere soddisfatta, allo stadio attuale di sviluppo dei vaccini antiCovid e delle evidenze scientifiche, la condizione, posta dalla Corte costituzionale, di legittimità di un vaccino obbligatorio solo se, tra l’altro, si prevede che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che è obbligato, salvo che per quelle sole conseguenze “che appaiano normali e, pertanto, tollerabili”;
  • dell’art.1 della l. 217/2019, nella parte in cui non prevede l’espressa esclusione dalla sottoscrizione del consenso informato delle ipotesi di trattamenti sanitari obbligatori, e dell’art. 4, del d.l. n. 44/2021, nella parte in cui non esclude l’onere di sottoscrizione del consenso informato nel caso di vaccinazione obbligatoria, “per contrasto con gli artt. 3 e 21 della Costituzione”.

La parola, pertanto, passa ora alla Corte Costituzionale.


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Fine dello stato d’emergenza: cosa cambia?

Pubblicato il: 10/04/2022

È noto che il 31 marzo 2022 è cessato lo stato di emergenza legato alla pandemia da Covid 19 perdurante nel nostro paese dal 31 gennaio 2022. Dal 1 aprile, pertanto, iniziano a diminuire le restrizioni vigenti, come disposto dal Governo con D.L. n. 24 del 2022.
Ma cosa cambia nell’immediato? Al fine di fare chiarezza sul punto, pare utile proporre un breve e schematico riepilogo delle novità:

  • gestione dei casi positivi e dei contatti stretti: a partire dal 1 aprile la quarantena scatta solo per i soggetti risultati positivi al Covid. Le persone che hanno avuto un contatto stretto con un caso positivo, siano esse vaccinate o non vaccinate, non finiranno più in quarantena fiduciaria ma saranno invece sottoposti al regime dell'autosorveglianza. In caso di contatto stretto, quindi, è necessario indossare una mascherina FFP2 per 10 giorni dall'ultimo contatto ed effettuare un test in caso di comparsa di sintomi e dopo 5 giorni;
  • mascherine: la mascherina FFP2 resta obbligatoria per i mezzi di trasporto, per gli spettacoli in teatri al chiuso o all'aperto, concerti, cinema, eventi e competizioni sportive. Nei luoghi di lavoro è invecesufficiente, dal 1 aprile, indossare mascherine chirurgiche. Nei luoghi chiusi non lavorativi, peraltro, l’obbligo di indossare la mascherina dovrebbe cessare a fine aprile;
  • accesso al luogo di lavoro: per tutte le persone, anche ultracinquantenni, sarà sufficiente il green pass base (ottenuta quindi grazie alla guarigione, all’effettuazione di un tampone negativo oppure al completamento del ciclo vaccinale), pena la sospensione senza diritto alla retribuzione. Ciò fino alla fine del mese di aprile, momento a partire dal quale l’accesso al luogo di lavoro sarà consentito anche a coloro sforniti della certificazione verde. Per il personale docente, invece, l’insegnamento rimane consentito solo ai soggetti muniti di super green pass. Coloro i quali ne sono sforniti, tuttavia, non saranno più sospesi, ma saranno adibiti ad altre attività diverse dall’insegnamento da svolgersi non a diretto contatto con gli studenti. Per gli esercenti le professioni sanitarie e i lavoratori delle Rsa, infine, rimarrà necessario presentare il super green pass fino al 31 dicembre 2022;
  • green pass base: oltre che per l’accesso ai luoghi di lavoro, la certificazione verde “base” rimane necessaria per usufruire dei servizi di ristorazione al chiuso o di mensa, per la partecipazione a eventi sportivi all’aperto, per l’utilizzo di servizi di trasporto interregionale (treni, aerei ecc) e per la partecipazione ai pubblici concorsi. Nessuna certificazione sarà più richiesta, invece, per i servizi di ristorazione all'aperto e per i mezzi di trasporto pubblico locale o regionale;
  • super green pass: oltre che per l’accesso ai luoghi di lavoro da parte del personale sanitario e per l’insegnamento, il super green pass rimane necessario – almeno fino alla fine del mese – per l’accesso a convegni, feste, discoteche e piscine.

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La dubbia legittimità del Green Pass rafforzato e dell’obbligo vaccinale per gli over 50

Pubblicato il: 06/04/2022


Con il Decreto Legge n. 221 del 24 dicembre 2021 è stata introdotta la riduzione della validità del green pass a 6 mesi. Già il D.L. n. 172/2021, convertito in L. n. 3 del 21 gennaio 2022, all’art. 3, rubricato “Durata delle certificazioni verdi COVID-19” riduceva la validità del green pass da 12 a 9 mesi stabilendo “… «In caso di somministrazione della dose di richiamo successivo al ciclo vaccinale primario, la certificazione verde COVID-19 ha una validita di nove mesi a far data dalla medesima somministrazione.»;
La nuova norma, pertanto, convertita nella L. n. 11 del 18 febbraio 2022, sostituisce quanto precedentemente disposto, dichiarando che “a decorrere dal 1° febbraio 2022, sono apportate le seguenti modificazioni: a) al comma 3: al primo e secondo periodo, le parole «nove mesi» sono sostituite dalle seguenti «sei mesi»; b) al comma 4-bis le parole «nove mesi» sono sostituite dalle seguenti: «sei mesi»”.

Una siffatta decisione, tuttavia, confligge con quanto previsto a livello comunitario, laddove la validità del certificato verde per chi viaggia all'interno dell'UE è fissato in “9 mesi (per la precisione 270 giorni)”(https://ec.europa.eu/info/live-work-travel-eu/coronavirus-response/safe-covid-19-vaccines-europeans/eu-digital-covid-certificate_it, a mente del quale "Dal 1º febbraio 2022 sono in vigore nuove norme che stabiliscono un periodo di accettazione vincolante di 9 mesi per i certificati di vaccinazione, utilizzati per i viaggi all'interno dell'UE. Gli Stati membri devono accettare certificati di vaccinazione per un periodo di 9 mesi a decorrere dalla somministrazione dell'ultima dose della vaccinazione primaria. Per il vaccino Johnson &Johnson ciò significa 270 giorni dalla prima e unica dose. Per un vaccino bidose ciò significa un 270 giorni dalla seconda dose o, in linea con la strategia di vaccinazione dello Stato membro di vaccinazione, dalla prima e unica dose somministrata dopo la guarigione dal virus.
Gli Stati membri non dovrebbero prevedere un periodo di accettazione diverso per i viaggi all'interno dell'Unione europea. Il periodo standard di accettazione non si applica ai certificati per le dosi di richiamo.
Tali norme si applicano solo ai certificati di vaccinazione utilizzati per viaggiare nell'UE. Gli Stati membri possono applicare norme diverse quando utilizzano il certificato COVID digitale dell'UE in un contesto nazionale, ma sono invitati ad allinearsi al periodo di accettazione stabilito a livello dell'UE. Chi è in possesso di un certificato COVID digitale dell'UE valido non dovrebbe, in linea di principio, essere soggetto a ulteriori restrizioni, quali test o quarantena, indipendentemente dal luogo di partenza nell'UE.”), cosicchè la certificazione medica si trasforma in uno yo-yo da allungare e poi accorciare.

Una tale situazione non può che generare una palese discriminazione:
i) tra cittadini provenienti da altri paesi UE, che, giunti in territorio italiano con valido green pass, si vedrebbero di colpo sprovvisti del certificato vaccinale;
ii) tra cittadini UE e cittadini residenti in Italia, in quanto per questi ultimi il green pass ha una durata inferiore di 3 mesi;
iii) tra cittadini residenti all’interno del territorio italiano, incrementando il divario fra chi ha completato il ciclo vaccinale aderendo fin da subito alla campagna vaccinale (prima dose a febbraio-marzo, e poi la seconda tra giugno-settembre) e chi a distanza di tempo e dopo il 15 dicembre 2021.
Con la conseguenza che dai primi di febbraio, tutta la popolazione che ha concluso il ciclo vaccinale, si è vista progressivamente costretta (a causa della scadenza programmata del certificato) a ripetere la somministrazione per non risultare un fuorilegge.
Ma vi è di più: la scadenza programmata non è fissata in “sei mesi” come si legge nel testo di legge, bensì nel minor termine di 180 giorni.
Come specificato nelle FAQ del sito ufficiale del Governo, è presente la seguente dicitura: In quanto tempo viene generata e per quanto tempo è valida la Certificazione? Il tempo di emissione e la durata della Certificazione variano a seconda della prestazione sanitaria a cui sono collegati. In caso di vaccinazione: per la prima dose la Certificazione sarà generata entro 48 ore dopo la somministrazione, ma avrà validità a partire dal 15° giorno dalla prima dose e fino alla dose successiva; per la dose di completamento del ciclo vaccinale primario e vaccinazione a seguito di guarigione, la Certificazione sarà generata entro 48 ore e sarà valida per 6 mesi (180 giorni) dalla data di vaccinazione; per la dose di richiamo (booster) la Certificazione sarà generata entro 48 ore e ha efficacia senza necessità di nuove vaccinazioni.

Nei casi di guarigione da COVID-19: se si è contratta l’infezione Covid-19 senza essere vaccinati, la Certificazione per guarigione sarà generata entro il giorno seguente l’emissione del certificato di guarigione e sarà valida in Unione Europea fino alla data di fine validità e in Italia 180 giorni (6 mesi) dalla data di inizio validità; se si è contratta l’infezione Covid-19 dopo la somministrazione della prima dose di vaccino, la Certificazione per guarigione sarà generata entro il giorno seguente l’emissione del certificato di guarigione e sarà valida in Unione Europea fino alla data di fine validità e in Italia 180 giorni (6 mesi) dalla data di inizio validità; se si è contratta l’infezione Covid-19 dopo il completamento del ciclo vaccinale primario oppure dopo la dose di richiamo (booster) la Certificazione è generata entro il giorno seguente l’emissione del certificato di guarigione. La durata di questa Certificazione verde COVID-19 per guarigione post vaccinazione sarà valida in Unione Europea fino alla data di fine validità e in Italia dalla data di inizio validità senza necessità di ulteriori dosi di richiamo.
Nei casi di tampone negativo la Certificazione sarà generata in poche ore e avrà validità di: 48 ore dall’ora del prelievo in caso di test antigenico rapido; 72 ore dall’ora del prelievo in caso di test molecolare.” (https://www.dgc.gov.it/web/faq.html#gpr).
Ciò si traduce, nella realtà, in una ancor minore validità che non sarà più di sei mesi esatti dall’ultima dose, ma di (soli) 180 giorni. Una differenza che, nel mondo giuridico è tutt’altro che di poco conto, giacché è di facile intuizione che, per un certificato redatto, ad es. il 20.08.2021, i 180 giorni scadranno il 16.02.2022, e non il 20.02.2022, registrando, così, un'ulteriore discrasia tra la norma ed i fatti.

Discriminazione resa ancora più evidente e tangibile, se solo si considera che, con il D.L. 5/2022 è stato introdotto un ulteriore divario tra i cittadini, prevedendo all’art. 1, rubricato “Durata delle certificazioni verdi COVID-19 di avvenuta somministrazione della dose di richiamo della vaccinazione anti-SARS-CoV-2 o di avvenuta guarigione da COVID-19”, che «la certificazione verde COVID-19 ha validita a far data dalla medesima somministrazione senza necessita di ulteriori dosi di richiamo», poiché, come di recente evidenziato da alcuni legali nell’esposto indirizzato al Garante per la protezione dei dati personali, per chi ha completato il ciclo vaccinale, il green pass vale per 180 giorni; mentre, per quanti si sono sottoposti alla terza inoculazione, il medesimo certificato non ha scadenza.
Parafrasando inoltre quanto disposto nel dettato normativo, i cittadini che hanno ricevuto il (primo) booster, non saranno tenuti ad alcuna ulteriore dose vaccinale, né all’interno dell’attuale campagna vaccinale, né per i prossimi richiami. In altre parole, con la c.d. terza dose il soggetto non ha necessità di ulteriori booster o somministrazioni e la propria certificazione verde avrà, nei fatti, una durata illimitata (o infinita, ad vitam aeternam).
Tale risultato, però, collide con la realtà, laddove: i) studi scientifici effettuati in America, dove la maggior parte della popolazione ha già concluso la terza dose, dimostrano che anche il booster, al pari dei suoi predecessori, perde efficacia dopo pochi mesi. In una ricerca pubblicata dai Centers for Disease Control (Cdc) si afferma, infatti, che la protezione dalla terza dose passa dal 91% al 78% dopo soli quattro mesi, subendo la medesima sorte delle precedenti (https://www.cdc.gov/mmwr/volumes/71/wr/mm7107e2.htm); ii) il Ministero della Salute, con circolare del 20.02.2022 a seguito dell’autorizzazione dell’EMA e dell’Aifa, ha raccomandato un’ulteriore somministrazione per i “soggetti fragili” (https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdfanno=2022&codLeg=85813&parte=1%20&serie=null).

Le discriminazioni aumentano poi con l’introduzione dell’obbligo vaccinale per gli over 50.
Dopo la previsione per i sanitari, il personale scolastico e gli appartenenti alle Forze dell’Ordine in virtù, rispettivamente, della L. 76/2021, 133/2021 e L. 3/2022, il D.L. 7 gennaio 2022, n. 1 – attualmente in corso di approvazione ed in attesa della pubblicazione sulla G.U. della legge di conversione entro l’08 maro 2022 – sancisce all’articolo 1 rubricato “Estensione dell’obbligo vaccinale per la prevenzione dell’infezione da SARS-CoV-2” che “1. Al decreto-legge 1° aprile 2021, n. 44, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 maggio 2021, n. 76, dopo l’articolo 4-ter sono inseriti i seguenti: «Art. 4-quater (Estensione dell’obbligo di vaccinazione per la prevenzione dell’infezione da SARS-CoV-2 agli ultra cinquantenni) – 1. Dalla data di entrata in vigore della presente disposizione e fino al 15 giugno 2022, al fine di tutelare la salute pubblica e mantenere adeguate condizioni di sicurezza nell’erogazione delle prestazioni di cura e assistenza, l’obbligo vaccinale per la prevenzione dell’infezione da SARS-CoV-2, di cui all’articolo 3- ter, si applica ai cittadini italiani e di altri Stati membri dell’Unione europea residenti nel territorio dello Stato, nonché ai cittadini stranieri di cui agli articoli 34 e 35 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, che abbiano compiuto il cinquantesimo anno di età, fermo restando quanto previsto dagli articoli 4, 4-bis e 4-ter.
2. L’obbligo di cui al comma 1 non sussiste in caso di accertato pericolo per la salute, in relazione a specifiche condizioni cliniche documentate, attestate dal medico di medicina generale dell’assistito o dal medico vaccinatore, nel rispetto delle circolari del Ministero della salute in materia di esenzione dalla vaccinazione anti SARS- CoV-2; in tali casi la vaccinazione può essere omessa o differita. L’infezione da SARS-CoV-2 determina il differimento della vaccinazione fino alla prima data utile prevista sulla base delle circolari del Ministero della salute.
3. La disposizione di cui al comma 1 si applica anche a coloro che compiono il cinquantesimo anno di età in data successiva a quella di entrata in vigore della presente disposizione, fermo il termine del 15 giugno 2022, di cui al comma 1.”
Così si palesa: a) un obbligo sanitario basato – oltre che sulla categoria professionale del destinatario con conseguente violazione dell’art. 3 Cost. per operare un distinguo sproporzionato ed illegittimo tra chi esercita un lavoro aperto al pubblico se pur sottoposto ad una posizione di garanzia, e la generalità degli individui che si trovano nella medesima condizione – anche sull’età del soggetto, in patente violazione del principio di uguaglianza sancito dall’art. 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che pone espresso divieto di discriminazione fondata sull’età (Capo III, Uguaglianza, art. 21 “Non discriminazione: vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l’eta o le tendenze sessuali.”); b) una proroga indiretta fino al 15 giugno 2022, in straordinaria contraddizione con la dichiarazione della fine dello stato di emergenza al 31.03.2022 di cui al D.L. 221/2021. Dinanzi a tale quadro sorge, infatti, spontanea la domanda del perché sia stata individuata una simile data se lo stato di emergenza cesserà al 31 marzo. La permanenza in vita di un obbligo vaccinale a distanza di oltre 70 giorni dallo stato di emergenza (già scaduto) risulta contraddittorio ed illogico.
Tale immotivata discrasia si riscontra anche nella seduta del 18.02.2022, in cui il Parlamento ha respinto l'odg per rendere automatica l’abolizione della certificazione verde a partire dal 01 aprile in corrispondenza con la fine dello stato di emergenza.

Non sfuggirà quindi che l’ingresso del GreenPass rafforzato e le sanzioni previste in caso di mancato adeguamento alle regole si scontrino con i principi costituzionali e con i diritti fondamentali fatti propri dalla Nostra Carta.
É infatti innegabile che l’arsenale delle conseguenze per non essere in regola con il certificato verde non ha precedenti: stiamo assistendo ad obblighi e sanzioni mai previste prima dalla nascita della Costituzione.

Nonostante la Legge n. 119/2017 preveda la vaccinazione obbligatoria per i minori da zero a sedici anni e per i minori stranieri non accompagnati; e la Legge 5 marzo 1963 n. 292 contempli la vaccinazione antitetanica obbligatoria dal 1968 per tutti i nuovi nati e dal 1963 per specifiche categorie lavorative, mai, prima d’ora, era richiesto di esibire il certificato vaccinale da una malattia (difterite, morbillo, epatite, etc.) per poter entrare in locali pubblici (bar, ristoranti, negozi, etc.) o lavorare. La regolarizzazione con le vaccinazioni non è prevista per circolare liberamente nel territorio italiano o essere assunti.
Nè, ad esempio, è parimenti imposto di dichiarare la propria eventuale positività all’HIV, non sussistendo alcun vincolo a comunicare la propria condizione di salute ed il proprio stadio clinico, ed anzi, essendo espressamente vietata non solo la diffusione dei relativi dati a terzi, ma anche la richiesta di sottoporsi all’esecuzione del test HIV (L. 1990, n. 135, art. 5, commi 3, 4 e 5: “Nessuno può essere sottoposto, senza il suo consenso, ad analisi tendenti ad accertare l'infezione da HIV se non per motivi di necessita' clinica nel suo interesse. Sono consentite analisi di accertamento di infezione da HIV, nell'ambito di programmi epidemiologici, soltanto quando i campioni da analizzare siano stati resi anonimi con assoluta impossibilita' di pervenire alla identificazione delle persone interessate. 4. La comunicazione di risultati di accertamenti diagnostici diretti o indiretti per infezione da HIV può essere data esclusivamente alla persona cui tali esami sono riferiti. 5. L'accertata infezione da HIV non può costituire motivo di discriminazione, in particolare per l'iscrizione alla scuola, per lo svolgimento di attività sportive, per l'accesso o il mantenimento di posti di lavoro.”).
Le sanzioni della sospensione e della privazione dello stipendio si pongono, dunque, al di fuori dei perimetri costituzionali, pregiudicando gravemente il diritto al lavoro e ad “una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa” (art. 36 Cost.).
A maggior ragione, questa “spada di Damocle” appare ancora più illogica e sproporzionata per i lavoratori in smartworking che, proprio in considerazione della natura e della modalità di svolgimento delle attività, non comporta il contatto con il pubblico e con terzi.
Sotto tale aspetto, il TAR Lombardia, con la rivoluzionaria pronuncia n. 109/2022, ha annullato il provvedimento di sospensione di un medico affermando che per la “salvaguardia del diritto di ritrarre dal proprio lavoro un compenso che fornisca le risorse necessarie ad assicurare al lavoratore ed alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, residua per il sanitario “la generale facolta di svolgere tutte quelle prestazioni o mansioni, comunque riconducibili allo svolgimento della professione sanitaria, che non comportino contatti interpersonali di prossimita” – intesi in senso materiale, come stretto accostamento fisico tra individui – “e non creino un concreto rischio di diffusione del contagio da Sars-CoV-2,” senza comprimere in modo irragionevole – sia pure temporaneamente – l’interesse del sanitario a svolgere un’attivita lavorativa, esistendo “delle attivita, praticabili grazie alla tecnologia sanitaria, che possono essere svolte senza necessita di instaurare contatti interpersonali fisici, quali ad esempio l’attivita di telemedicina, di consulenza, di formazione e di educazione sanitaria, di consultazione a distanza mediante gli strumenti telematici o telefonici, particolarmente utili per effettuare una prima diagnosi”.
E’, del resto, noto che la sanzione della sospensione dall’Albo professionale può discendere solo da responsabilità disciplinare, civile o penale e <> non può certo dipendere da uno stato di salute del professionista, essendo, piuttosto, legato e derivante dal superamento dell’abilitazione e dall’iscrizione all’Albo.
Al contempo, non si può ignorare che fino ad oggi siffatti provvedimenti trova(va)no la loro fonte in condotte disciplinari o licenziamenti. Una previsione che incide così pesantemente sulla dignità della persona e sul diritto di esercitare liberamente la propria professione sulla base di dati sanitari e personalissimi (per cui la divulgazione, consistente in dati clinici – si ripete – è vietata) si pone in grave contrasto con i principi costituzionali ed il relativo divieto di discriminazione basate sulle “condizioni personali”.
Una tale situazione, che, di fatto, si traduce nella scelta tra farsi somministrare il siero nelle dosi prescritte o rimanere senza stipendio, ha indotto molti cittadini ad accettare un trattamento sanitario senza il libero consenso o a farsi infettare volontariamente al fine di ottenere la certificazione di avvenuta guarigione da Covid-19, cosicché non si può non ammettere un fallimento dello stato di diritto. Un simile effetto risulta infatti aberrante per un Paese che si prefigge di curare i propri cittadini, e lascia ad ogni modo aperto il dubbio per cui il vaccino da Covid-19 rimanga l’unico caso isolato nel panorama normativo a prevedere un regime così drastico, nonostante la presenza di altre malattie altamente contagiose e il crescente numero di eventi pericolosi per la salute, nei confronti dei quali non sono messi a punto adeguati sistemi di protezione e prevenzione.

Alla luce di tali rilievi, la presenza del Green Pass e dell’obbligo vaccinale non sembra perciò superare il vaglio di costituzionalità e di critica sotto la lente della logicità e del buon senso.
Sotto il primo profilo, si evidenzia dunque la compressione:
a) dell’art. 2 Cost., laddove sancisce che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”;
b) dell’art. 3 Cost., laddove impone il divieto di discriminazione “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Conseguentemente, chi ha “opinioni” o fedi divergenti – purché le sue azioni non contrastino con i principi costituzionali e le norme ordinarie – o vive “condizioni personali” (che comprendono non solo lo stato di salute ed il pregresso clinico del soggetto, poiché vi rientrano condizioni fisiche di disabilità, malattia, vulnerabilità e maggiore esposizione; ma anche l’istruzione e la tipologia ricevuta, l’ambiente familiare, il background emotivo e conoscitivo) non può ricevere un trattamento peggiorativo o di esclusione;
c) dell’art. 4 Cost., laddove sancisce che “La repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro”;
d) dell’art. 13 Cost. laddove afferma che “La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa alcuna forma di detenzione…omissis.. né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge”. Per cui ne risulta violato il relativo diritto, dal momento che è stato fatto divieto ai cittadini di godere di altri diritti (viaggiare, accedere ai locali pubblici, esercitare il proprio lavoro, frequentare i corsi universitari, etc.) e di usufruire dei servizi (mezzi pubblici, uffici postali, banche, tabaccai, accesso alla giustizia, cure presso il servizio sanitario, etc.), in una sostanziale restrizione domiciliare senza aver commesso alcun reato e in assenza di una condanna. Viene vietato il raggiungimento di case di proprietà, di spostarsi per esigenze più varie, di porgere l’ultimo saluto ai propri cari nelle case di riposo o nei nosomocomi; di potersi recare in una città distante, o perfino limitrofa se non si dispone di un mezzo proprio; di accedere a ristoranti, musei e cinema, ledendo la socializzazione e la dignità di quanti non si siano sottoposti all’iniezione obbligatoria.
e) dell’art. 16 Cost., laddove sancisce “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale….”, per cui, imponendo divieti di ingresso in locali pubblici e mezzi di trasporto e presso strutture alberghiere e ricettive, risulta violato il diritto alla circolazione delle persone sul territorio nazionale;
f) degli artt. 17 e 18 Cost. in merito al “diritto di riunirsi” e “di associarsi liberamente”, essendo inibito ai soggetti privi del GreenPass rafforzato di partecipare ad assemblee, convegni, incontri, etc.;
g) dell’art. 32 Cost., in tema di tutela e cura della “salute come fondamentale diritto dell’individuo”, giacché, a differenza degli obblighi vaccinali per i minori (come anti-pertosse, Haemophilus influenzae di tipo B, meningococcica di tipo B e C, morbillo, rosolia, parotite e varicella), non è prevista l’esclusione “in caso di avvenuta immunizzazione a seguito di malattia naturale” (cfr. Corte Cost. 2018, n. 5 in tema di obbligo vaccinale), contemplando solo l’ipotesi di omissione o differimento “in caso di accertato pericolo per la salute, in relazione a specifiche condizioni cliniche documentate, attestate dal proprio medico curante di medicina generale ovvero dal medico vaccinatore” (testo coordinato del decreto-legge 26 novembre 2021, n. 172 in Gazzetta Ufficiale – Serie generale – n. 282 del 26 novembre 2021, coordinato con la legge di conversione 21 gennaio 2022, n. 3, recante: «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da COVID-19 e per lo svolgimento in sicurezza delle attività economiche e sociali.»). Al contempo, a fronte della disposizione per cui “La vaccinazione costituisce requisito essenziale per l’esercizio della professione e per lo svolgimento delle prestazioni lavorative dei soggetti obbligati”, il cittadino si può vedere privato del proprio medico curante (di famiglia, o specialista) perché sospeso, così negando al paziente il diritto alle cure e alle visite secondo la propria libertà di scelta.
Da tale situazione derivano due ordini di ripercussioni:
– da un lato, l’esercente la professione sanitaria si trova impossibilitato a curare e ad occuparsi dei propri pazienti. E, dal momento che nessun dottore è escluso dalla ghigliottina, il danno si mostra ancora più rilevante e di portata macroscopica se solo si considera che i pazienti affetti da malattie psichiatriche, malattie rare e/o in procinto di operazioni delicate e altamente complesse (si pensi agli interventi chirurgici fetali, neuropsichiatrici, cardiaci o di ricostruzione di arti che richiedono un’alta specializzazione e una preparazione non comune) si vedono sprovvisti del proprio supporto, con la conseguenza che, da un lato svanisce l’inviolabile “diritto dell’individuo” alla (propria) salute; e dall’altro, viene messo in pericolo l’”interesse della collettività” per la denegerazione della malattia in assenza di adeguate cure;
– dall’altro, nella sostituzione per il paziente, di un professionista estraneo deputato ad occuparsi della sua salute e della sua “condizione personale”, limitando la scelta per le proprie cure ai medici rimasti “disponibili” e non sospesi.
h) dell’art. 33 e 34 Cost., in tema di cultura, arte e istruzione, impedendo ai non vaccinati dal Covid di accedere a musei, cinema, scuole e corsi d’arte; nonché, per gli studenti delle professioni sanitarie, lo svolgimento di tirocini pratico-valutativi;
i) dell’art. 35 e 36 Cost., per la negazione del diritto al lavoro “in tutte le sue forme ed applicazioni” e ad “una retribuzione proporzionata” senza aver commesso alcuna condotta di rilevanza disciplinare o in assenza dei presupposti per essere destinatari di un licenziamento.

Sotto il secondo aspetto, se solo si considera che:
– come accuratamente evidenziato nel documento presentato dall’Avv. Renate Holzeisen alla Commissione affari costituzionali del Senato della Repubblica Italiana del 21 gennaio 2022, gli attuali vaccini Covid sono autorizzati in via condizionata – come confermato dal TAR Lombardia con la sentenza n. 109/2022 citata – “espressamente contemplata dall’articolo 4 del regolamento della Commissione n. 507/2006/CE”. Si tratta di uno speciale iter che regola a livello comunitario l’immissione sul mercato di farmaci per i quali “non siano stati forniti dati clinici completi in merito alla sicurezza e all’efficacia del medicinale” e per i quali, pertanto, non sono terminati gli studi clinici, e per i quali l’autorizzazione è concessa soltanto in via provvisoria limitata ad un anno (prorogabile);
– l’imposizione coinvolge anche gli ultradodicenni, e dunque gli individui in fase di crescita e sviluppo, sui quali l’introduzione di farmaci e vaccini possono comportare correlazioni ancora non studiate e approfondite; e i bambini nella fascia da 5 a 11 anni, ossia i soggetti più vulnerabili, tutelati da convenzioni internazionali, ed in particolare la Convenzione sui diritti del fanciullo, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, ratificata dall’Italia con legge n. 176 del 27 maggio 1991, il cui art. 2 impone che “Gli Stati parti adottano tutti i provvedimenti appropriati affinche il fanciullo sia effettivamente tutelato contro ogni forma di discriminazione o di sanzione motivate dalla condizione sociale, dalle attivita, opinioni professate o convinzioni dei suoi genitori, dei suoi rappresentanti legali o dei suoi familiari.”, e all’art. 3 rammenta “l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente.”;
– è ormai noto dalle vicende di cronaca che anche con la somministrazione di tutte le dosi di vaccino fino ad oggi previste ed imposte, il soggetto può ugualmente contrarre il virus, e – parimenti ad un soggetto privo del certificato vaccinale – trasmetterlo a terzi, cosicchè sarà contagiato e potrà contagiare (cfr. https://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/archivioFakeNewsNuovoCoronavirus.jsp?lingua=italiano&tagId=881: FALSO: Se ho fatto il vaccino contro Sars-CoV-2 e anche il richiamo con la terza dose non posso ammalarmi di Covid-19 e non posso trasmettere l’infezione agli altri; VERO: La vaccinazione contro Sars-CoV-2 diminuisce drasticamente il rischio di sviluppare forme gravi della malattia e riduce la necessità di ricovero ospedaliero.In molti casi la vaccinazione è efficace anche nella prevenzione dell’acquisizione dell’infezione e/o della sua trasmissione ad altre persone ma non in tutti. Pertanto, al momento anche le persone vaccinate devono continuare ad adottare le misure di protezione anti-COVID-19. – aggiornamento al 09.02.2022)
Si aggiungano, inoltre, le incessanti contraddizioni provenienti dalle Autorità deputate alla tutela della salute della popolazione.
Non si dimenticherà, del resto, che all’inizio della campagna vaccinale, a gennaio 2021, fu salutato con grande entusiasmo l’arrivo del vaccino di più case farmaceutiche, arrivando sino ad affermare che avrebbe garantito l’immunità per anni (https://www.nature.com/articles/s41586-021-03647-4, in Italia, l’articolo, di maggio 2021, è stato ripreso da più testate giornalistiche e da siti dell’ordine dei medici https://www.ordinemedicifc.it/2021/07/07/vaccini-moderna-e-pfizer-protezione-per-anni-dal-covid/), salvo poi scoprire con l’amaro in bocca a marzo 2021 in diretta tv dal Ministro Giovannetti che anche laddove tutta la popolazione si fosse vaccinata, le misure anticontagio (mascherina e distanziamento) non sarebbero scomparse, affermando, di fronte allo sgomento dei presenti che «Il vaccino non evita il contagio, non si risolve vaccinando tutti» /https://www.ordinemedicilatina.it/coronavirus-il-ministro-giovannini-il-vaccino-non-evita-il-contagio-non-si-risolve-vaccinando-tutti/).

Nel corso di questi mesi abbiamo, quindi, assistito a continue conferme e smentite da parte del Ministero della Salute, dell’Ema e dell’Aifa. Non sfuggirà come originariamente fossero previste (solo) due dosi (una, per il vaccino Johnson&Johnson) e le circolari del Ministero della Salute del I semestre del 2021 afferma(va)no che “il ciclo vaccinale comprende due dosi”.
In particolare:
– per i vaccini Astrazeneca, Moderna e Pfizer, nella Circolare del Ministero della salute del 14.01.2021 (https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdfanno=2021&codLeg=78398&parte=1%20&serie=null) si sostiene che “Il ciclo vaccinale comprende due dosi (da 0,5 mL ciascuna) a distanza di 28 giorni l’una dall’altra. I soggetti vaccinati potrebbero non essere completamente protetti fino a 14 giorni dopo aver ricevuto la seconda dose.”. Il ciclo vaccinale è dunque completo con la seconda dose (https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdfanno=2021&codLeg=79656&parte=1%20&serie=null).
– nel Parere Aifa del 09 aprile 2021: “Si ribadisce che per ottenere una protezione ottimale e necessario completare il ciclo di vaccinazione con la seconda dose.”
– Addirittura, con il vaccino Johnson & Johnson è prevista una sola dose. La Circolare del Ministero della Salute del 21 aprile 2021 (https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdf?anno=2021&codLeg=79916&parte=1%20&serie=null) avente ad “OGGETTO: Aggiornamento vaccini disponibili contro SARS-CoV-2/COVID-19 e aggiornamento note informative del consenso”, afferma “In data 11 Marzo 2021 la European Medicine Agency (EMA) ha autorizzato il vaccino contro SARS- CoV-2/COVID-19, denominato COVID 19 VACCINE JANSSEN (Azienda Janssen-Cilag International NV, del gruppo Johnson & Johnson) e l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) lo ha approvato giorno seguente. Dopo l’approvazione del vaccino COMIRNATY (Pfizer/Biontech), del vaccino COVID-19 VACCINE MODERNA (Moderna) e del vaccino VAXZEVRIA (AstraZeneca), quello di Johnson & Johnson e il quarto vaccino contro SARS-CoV-2/COVID-19 che ha ricevuto da parte di EMA la raccomandazione per l’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata. COVID 19 VACCINE JANSSEN e indicato per l’immunizzazione attiva nella prevenzione della malattia da nuovo coronavirus (COVID-19), causata dal virus SARS-CoV-2, in soggetti di eta pari o superiore a 18 anni (per le raccomandazioni specifiche si veda oltre); viene somministrato come singola dose da 0,5 mL esclusivamente mediante iniezione per via intramuscolare, preferibilmente nel muscolo deltoide del braccio.”
– viene raccomandato il vaccino Astrazeneca agli under 65 con la Circolare del Ministero della Salute del 23.02.2021(https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdfanno=2021&codLeg=78914&parte=1%20&serie=null) che recita “si rappresenta la possibilita di utilizzo del vaccino COVID-19 VACCINE ASTRAZENECA nella fascia di eta compresa tra i 18 e i 65 anni (coorte 1956), ad eccezione dei soggetti estremamente vulnerabili. Tali indicazioni, secondo il gruppo di lavoro permanente su SARS-CoV-2, sono rafforzate da nuove evidenze scientifiche che riportano stime di efficacia del vaccino superiori a quelle precedentemente riportate, e dati di immunogenicita in soggetti di eta superiore ai 55 anni, nonche nuove raccomandazioni internazionali tra cui il parere del gruppo SAGE dell’OMS. Pertanto relativamente alla categoria 6 del documento “Raccomandazioni ad interim sui gruppi target della vaccinazione anti-SARS-CoV-2/COVID-19, agg.to 8 febbraio 2021” il vaccino COVID-19 VACCINE ASTRAZENECA puo essere offerto fino ai 65 anni (coorte 1956) compresi i soggetti con condizioni che possono aumentare il rischio di sviluppare forme severe di COVID-19 senza quella connotazione di gravita riportata per le persone definite estremamente vulnerabili. Cio in attesa dell’aggiornamento del suddetto documento.”
– Salvo poi il cambio di rotta, a seguito degli effetti collaterali emersi, con la Circolare del 08.03.2021 per gli over 65: (https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdf?anno=2021&codLeg=79076&parte=1%20&serie=null), nella quale “Si fa seguito alla nota circolare protocollo n° 6830-22/02/2021-DGPRE e al parere del Consiglio Superiore di Sanita trasmesso con nota protocollo n° 00523-06/03/2021 in merito ad un possibile utilizzo del vaccino COVID-19 VACCINE ASTRAZENECA nei soggetti di eta superiore ai 65 anni.
Ulteriori evidenze scientifiche resesi disponibili non solo confermano il profilo di sicurezza favorevole relativo al vaccino in oggetto, ma indicano che, anche nei soggetti di eta superiore ai 65 anni, la somministrazione del vaccino di AstraZeneca e in grado d’indurre significativa protezione sia dallo sviluppo di patologia indotta da SARS-CoV-2, sia dalle forme gravi o addirittura fatali di COVID-19.
Sulle basi di tali considerazioni, anche in una prospettiva di sanita pubblica connotata da limitata disponibilita di dosi vaccinali e alla luce della necessita di conferire protezione a fasce di soggetti piu esposti al rischio di sviluppare patologia grave o addirittura forme fatali di COVID-19, il gruppo di lavoro su SARS-CoV-2 del Consiglio Superiore di Sanita ha espresso parere favorevole a che il vaccino AstraZeneca possa essere somministrato anche ai soggetti di eta superiore ai 65 anni.
Tale indicazione non e da intendersi applicabile ai soggetti identificati come estremamente vulnerabili in ragione di condizioni di immunodeficienza, primitiva o secondaria a trattamenti farmacologici o per patologia concomitante che aumenti considerevolmente il rischio di sviluppare forme fatali di COVID-19 (cfr. allegato 3 della nota protocollo 0005079-09/02/2021-DGPRE). In questi soggetti, si conferma l’indicazione a un uso preferenziale dei vaccini a RNA messaggero.”
– per poi aumentare dopo pochissimi mesi a tre dosi;
– inizialmente prevista solo per le categorie più fragili, con la circolare del Ministero della Salute del 14.09.2021https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdfanno=2021&codLeg=82776&parte=1%20&serie=null)
– poi con la Circolare del 27.09.2021, gradualmente estesa alle seguenti categorie: soggetti di eta ≥ 80; personale e ospiti dei presidi residenziali per anziani. In un momento successivo, una dose booster potra essere altresi offerta agli esercenti le professioni sanitarie e operatori di interesse sanitario che svolgono le loro attivita nelle strutture sanitarie, sociosanitarie e socio-assistenziali, pubbliche e private, nelle farmacie, parafarmacie e negli studi professionali, a partire dai soggetti di eta ≥60 anni o con patologia concomitante tale da renderli vulnerabili a forme di COVID-19 grave o con elevato livello di esposizione all’infezione. (https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdfanno=2021&codLeg=82953&parte=1%20&serie=null);
– con la Circolare del 11.11.2021, a partire dal 1° dicembre 2021 sara altresi possibile procedere con la somministrazione della dose “booster”, con vaccino a m-RNA, anche ai soggetti di eta compresa tra i 40 e i 59 anni ..omissis …purche siano trascorsi almeno sei mesi dal completamento del ciclo primario di vaccinazione”(https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdfanno=2021&codLeg=83829&parte=1%20&serie=null)
– a distanza di appena 11 giorni, con la Circolare del 22.11.2021, l’intervallo minimo previsto per la somministrazione della dose “booster” (di richiamo) con vaccino a m-RNA, ….omissis … e aggiornato a cinque mesi (150 giorni) dal completamento del ciclo primario di vaccinazione, indipendentemente dal vaccino precedentemente utilizzato.(https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdfanno=2021&codLeg=84033&parte=1%20&serie=null);
– con successiva circolare del 25.11.2021, si trasmette la nota congiunta di Ministero della Salute, CSS, AIFA e ISS in allegato 1, relativa alla raccomandazione, a partire dal 1° dicembre 2021, della somministrazione della dose di richiamo (booster), nell’ambito della campagna di vaccinazione anti-SARS-CoV-2/COVID-19, anche ai soggetti a partire dai 18 anni di eta(https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdfanno=2021&codLeg=84077&parte=1%20&serie=null)
– con Circolare del 07.12.2021 (https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdf?anno=2021&codLeg=84353&parte=1%20&serie=null) è stato approvato l’estensione di indicazione di utilizzo del vaccino Comirnaty (BioNTech/Pfizer), nella specifica formulazione da 10 mcg/dose, per la fascia di eta 5-11 anni ;
– con la seconda circolare n. 59207 del 24.12.2021, viene ridotto l'intervallo minimo di almeno quattro mesi (120 giorni) dal completamento del ciclo primario o dall’ultimo evento, sulla scorta del comunicato AIFA;

Il tutto nonostante:
– la stessa AIFA aveva originariamente escluso a settembre 2021 la necessità del booster per l’intera popolazione https://www.aifa.gov.it/documents/20142/1289678/Parere_CTS_09.09.2021.pdf “la CTS ritiene che al momento non ci siano sufficienti evidenze per raccomandare in via prioritaria la somministrazione di una terza dose di vaccino nella popolazione generale.”;
– l’EMA abbia dato inizio alla sperimentazione del booster sugli adolescenti a partire dal 07 febbraio 2022 https://www.ema.europa.eu/en/news/ema-evaluating-data-booster-dose-covid-19-vaccine-comirnaty-adolescents, ergo prima della note diffusa da AIFA e Ministero della Salute;
– il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie abbia dichiarato che la valutazione rischi-benefici non sia completa e la non necessità di un ulteriore richiamo per la fascia 12-17 anni https://www.ecdc.europa.eu/en/publications-data/covid-19-vaccine-effectiveness-adolescents-and-interim-considerations-for-booster-dose;
– il responsabile per i vaccini dell'Ema, Marco Cavaleri, avesse dichiarato durante una conferenza stampa in collegamento da Amsterdam nel gennaio 2022 che "Non possiamo continuare con booster ogni 3-4 mesi". "Non abbiamo ancora visto i dati sulla quarta dose di vaccino anti-Covid. Siamo abbastanza preoccupati per una strategia che preveda vaccinazioni ripetute in un lasso di tempo breve. Non possiamo continuare a dare dosi di richiamo ogni tre o quattro mesi", (http://www.agenziavista.it/europa/2022/491232_ema-non-possiamo-continuare-con-booster-ogni-3-4-mesi/);
– tesi confermata anche durante il summit mondiale che si è tenuto sotto l'egida dell'International Coalition of Medicines Regulatory Authorities (Icmra) il 12 gennaio, in cui è emerso che «la somministrazione di multiple dosi booster a brevi intervalli di tempo non è un approccio sostenibile a lungo termine». «E' necessario sviluppare una strategia a lungo termine sui tipi di vaccini necessari per gestire Covid-19 in futuro».
– salvo, prevedere nel medesimo intervento dell'EMA la quarta dose per i fragili, mentre, al momento, è esclusa per la generalità della popolazione. L’Ema, ha affermato “non ci sono ancora prove sufficienti per raccomandare un secondo booster", ossia una quarta dose. "Dobbiamo prima vedere l'efficacia degli attuali vaccini nel tempo”, sottolinea il responsabile dell’Agenzia Marco Cavaleri.
– ed infine, con la circolare del 20.02.2022 a seguito dell’autorizzazione dell’EMA e dell’Aifa, è stata raccomandata un’ulteriore somministrazione “come richiamo (booster) di un ciclo vaccinale primario articolato su tre dosi” https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdf?anno=2022&codLeg=85813&parte=1%20&serie=null – che inizialmente era invece previsto in sole due dosi; fermo restando che al 25 febbraio è stata fissata una riunione straordinaria della commissione tecnico scientifica dell'Aifa essere esaminata la possibilità di autorizzare la quarta dose del vaccino anti Covid ai soggetti fragili (fonte ANSAhttps://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2022/02/16/quarta-dose-ai-fragili-allesame-dellaifa-il-25-febbraio_6b14a5c4-be71-42c1-afef-c28b9c80de1b.html), di fatto, già autorizzata (prima della riunione, ndr!).

Di fronte ad un simile quadro, in perenne evoluzione e continuo aggiornamento, dove gli organi deputati alla tutela della salute della collettività non sono in grado di assicurare una strada lineare, il cittadino comune non può che trovarsi confuso e sfiduciato.
La scienza è una materia in continua evoluzione e, proprio per il suo insito ed incessante cambiamento, deve soppesare accuratamente ogni possibile conseguenza.
Davanti alla moltitudine di provvedimenti e dichiarazioni, spesso contrastanti tra loro, molti sono i dubbi ancora irrisolti, e le poche certezze rimaste si affievoliscono.
Gli studi sull’immunità sono stati smentiti da 4 ripetizioni di dosi nell’arco di appena un anno; la non necessità di un richiamo è stata smentita a distanza di pochi giorni dalle stesse autorità che l'avevano escluso.
La stessa affermazione per cui la sollecitazione del sistema immunitario ne diminuisce la risposta immunitaria è stata smentita dall’applicazione immediata ai soggetti fragili, con un sistema immunitario già gravemente compromesso, il che espone questa strategia ad una duplice critica:
– da un lato, in assenza di studi approfonditi su come la reiterazione del vaccino potrebbe reagire ad altri medicinali presenti nell'organismo e quali effetti collaterali potrebbe avere una continua sollecitazione sui soggetti già debilitati, li espone a rischi ignoti;
– dall’altro, la logica imporrebbe che, dato il loro stato di salute precaria e in un’ottica di tutela delle persone più deboli e vulnerabili, siano le ultime ad essere esposte a farmaci di cui non si conoscono ancora gli effetti a lungo termine, e su cui la stessa scienza, come abbiamo visto sopra, rilascia dichiarazioni spesso contrastanti, dal momento che il corpo umano non è un programma informatico e, se subisce un danno, non può essere resettato e formattato.

Pertanto, in conseguenza, da un lato, del continuo mutamento delle raccomandazioni sanitarie; e, dall’altro, delle numerose violazioni dei principi costituzionali, si ritiene logico concludere che lo strumento del green pass (rafforzato) e dell'obbligo vaccinale non trovi una sufficiente base giuridica, per cui è auspicabile e impellente l’intervento della Corte Costituzionale sul punto.
La nascita di esposti e diffide da parte di moltissimi legali (segnalazione ex art. 144 del D. lgs. 196/2003 al garante per la protezione dei dati personali; diffida indirizzata alla Presidenza del Consiglio, alle Regioni, ai Comuni, alla Fipe, a Confcommercio e alla Federalberghi da parte degli avvocati dell'Unione per le Cure, i Diritti e le Libertà; diffida all’Aifa da parte dell’Associazione Avvocati Liberi) sollecitano una attenta riflessione sul tema.
Contemporaneamente, le settimane appena trascorse hanno visto proliferare numerose sentenze che, esprimendosi in senso contrario alle pronunce precedenti, manifestano profili di illegittimità della vigente normativa in tema di imposizione vaccinale. E’ il caso dell’ordinanza n. 38 del 17 gennaio 2022 del Consiglio di giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana; dei decreti cautelari nn. 721, 724 e 726 del 2 febbraio 2022 del Tar Lazio, che hanno ripristinato le retribuzioni dei ricorrenti agenti di polizia penitenziaria non vaccinati; del decreto cautelare n. 919 del 14 febbraio 2022 del Tar Lazio di sospensione di 26 provvedimenti nei confronti di militari inottemperanti all’obbligo vaccinale (consultabili sul sito https://www.giustizia-amministrativa.it, alla voce “Decisioni e pareri”); e, da ultimo, oltre alle decisioni n. 109/2022 e 254/2022 del Tar Milano, l’ordinanza cautelare del Tar Lombardia n. 192 del 14.2.2022 che ha rimesso alla Consulta la questione di legittimità costituzionale dell’obbligo vaccinale per i sanitari.

Le motivazioni dell'ordinanza di rimessione non risultano ancora pubblicate, ma, nel richiamare le ragioni sopra espresse, appare innegabile una grave ed irreparabile lesione dei diritti fondamentali, tali da poter consentire una pronuncia favorevole da parte della Consulta, anche alla luce del Doc. n. 15444 e n. 15212 (laddove al punto n. 7 sancisce: “With respect to ensuring high vaccine uptake: 7.3.1. ensure that citizens are informed that the vaccination is NOT mandatory and that no one is politically, socially, or otherwise pressured to get themselves vaccinated, if they do not wish to do so themselves; 7.3.2. ensure that no one is discriminated against for not having been vaccinated, due to possible health risks or not wanting to be vaccinated; 7.3.3. take early effective measures to counter misinformation, disinformation and hesitancy regarding Covid-19 vaccines; 7.3.4. distribute transparent information on the safety and possible side effects of vaccines, working with and regulating social media platforms to prevent the spread of misinformation”, ovvero: “garantire che i cittadini siano informati che la vaccinazione NON è obbligatoria e che nessuno è politicamente, socialmente o altrimenti sottoposto a pressioni per farsi vaccinare, se non lo desidera; 7.3.2. assicurarsi che nessuno sia discriminato per non essere stato vaccinato, per possibili rischi per la salute o per non volersi vaccinare”), della Raccomandazione n. 2222 e n. 2424 (laddove, al punto n. 9.4.3. afferma che i mandati di vaccinazione “non dovrebbero coprire i bambini fino a quando e a meno che non sia assicurata la completa sicurezza ed efficacia di tutti i vaccini messi a disposizione, con particolare attenzione al superiore interesse del bambino, in conformità alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia) assunta dal Consiglio d’europa nel gennaio 2022.
Nè, d’altronde può essere concepibile una gerarchia o prevaricazione tra diritti inviolabili della Costituzione tra le libertà personali, la salute o il lavoro.
Come affermato dall’attuale Ministro della Giustizia Marta Cartabia in occasione della presentazione della Relazione annuale sull’attività della Corte Costituzionale del 2019, «La nostra Costituzione non contempla un diritto speciale per lo stato di emergenza […]. Si tratta di una scelta consapevole. Nella Carta costituzionale non si rinvengono clausole di sospensione dei diritti fondamentali da attivarsi nei tempi eccezionali, né previsioni che in tempi di crisi consentano alterazioni nell’assetto dei poteri. La Costituzione, peraltro, non è insensibile al variare delle contingenze, all’eventualità che dirompano situazioni di emergenza, di crisi, o di straordinaria necessità e urgenza […]. La Repubblica ha attraversato varie situazioni di emergenza e di crisi – dagli anni della lotta armata a quelli più recenti della crisi economica e finanziaria – che sono stati affrontati senza mai sospendere l’ordine costituzionale, ma ravvisando al suo interno gli strumenti idonei a modulare i principi costituzionali in base alle specifiche contingenze: necessità, proporzionalità, bilanciamento, giustiziabilità e temporaneità sono i criteri con cui, secondo la giurisprudenza costituzionale, in ogni tempo deve attuarsi la tutela «sistemica e non frazionata» dei principi e dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione, ponderando la tutela di ciascuno di essi con i relativi limiti».
La stessa Corte Costituzionale, con la sentenza n. 85/2013, ebbe modo di chiarire che “Tutti i diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione si trovano in rapporto di integrazione reciproca e non è possibile pertanto individuare uno di essi che abbia la prevalenza assoluta sugli altri. La tutela deve essere sempre «sistemica e non frazionata in una serie di norme non coordinate ed in potenziale conflitto tra loro» (sentenza n. 264 del 2012). Se così non fosse, si verificherebbe l'illimitata espansione di uno dei diritti, che diverrebbe "tiranno" nei confronti delle altre situazioni giuridiche costituzionalmente riconosciute e protette, che costituiscono, nel loro insieme, espressione della dignità della persona.
Per le ragioni esposte, non si può condividere l'assunto del rimettente … secondo cui l'aggettivo «fondamentale», contenuto nell'art. 32 Cost., sarebbe rivelatore di un «carattere preminente» del diritto alla salute rispetto a tutti i diritti della persona. Né la definizione data da questa Corte dell'ambiente e della salute come «valori primari» (sentenza n. 365 del 1993, citata dal rimettente) implica una "rigida" gerarchia tra diritti fondamentali. La Costituzione italiana, come le altre Costituzioni democratiche e pluraliste contemporanee, richiede un continuo e vicendevole bilanciamento tra princìpi e diritti fondamentali, senza pretese di assolutezza per nessuno di essi. La qualificazione come "primari" dei valori dell'ambiente e della salute significa pertanto che gli stessi non possono essere sacrificati ad altri interessi, ancorché costituzionalmente tutelati, non già che gli stessi siano posti alla sommità di un ordine gerarchico assoluto. Il punto di equilibrio, proprio perché dinamico e non prefissato in anticipo, deve essere valutato – dal legislatore nella statuizione delle norme e dal giudice delle leggi in sede di controllo – secondo criteri di proporzionalità e di ragionevolezza, tali da non consentire un sacrificio del loro nucleo essenziale.”.
Principi che vengono espressi anche nella Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo, in cui vengono riversati tutti i diritti sopra citati, specificando, in chiusura, attraverso


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Stato d’emergenza: per il Tribunale di Pisa è sconosciuto al nostro ordinamento costituzionale

Pubblicato il: 05/04/2022

Con sentenza n. 1842 del 17 febbraio 2022, il Tribunale di Pisa ha affrontato il tema della sussumibilità nella fattispecie di reato di cui all’art. 650 c.p. della condotta di chi nelle primissime fasi dell'emergenza pandemica violava il lockdown, optando per la soluzione negativa.

Il caso concreto sottoposto al Giudice del Merito, in particolare, riguardava dei soggetti che durante il lockdown erano stati trovati fuori casa, in violazione dell’ordine di rimanere in casa imposto con DPCM dell’ 8 marzo 2020 dal fine di contenere i contagi da Covid-19 nella primissima fase pandemica. A tali soggetti, nello specifico, era stato contestato il reato di cui all’art. 650 c.p.: con la pronuncia in esame, tuttavia, essi sono stati assolti. E ciò in quanto il Giudice ha ritenuto che il DPCM citato non sia qualificabile come “provvedimento legalmente dato dall’autorità”.

Nella lunga motivazione della recente sentenza si legge infatti quanto qui di seguito sinteticamente riportato:

  • che l’Ordinamento costituzionale italiano non contempla né lo stato di eccezione, né lo stato di emergenza, al di fuori dello stato di guerra, previsto all’art. 78 della Cost;
  • che la situazione causata dal Covid-19 non è giuridicamente assimilabile allo stato di guerra, per cui non è possibile fare ricorso all’applicazione analogica dell’art. 78 Cost;
  • che “qualora emergano situazioni emergenziali, in cui si ravvisi la necessità di dare attuazione ai principi precauzionali del primum vivere e del salus rei publicae, occorre sempre tener presente che non è possibile istituire una gerarchia tra le varie figure di diritti fondamentali, non sussistendo nell’ordinamento costituzionale alcuna presunzione assoluta di prevalenza di un diritto su tutti gli altri”;
  • che, nel bilanciamento tra diritti, occorre rispettare i principi di necessità e urgenza, riserva di legge assoluta e relativa, necessità, proporzionalità, bilanciamento e temporaneità;
  • che gli atti normativi di matrice governativa volti a far fronte alla recente emergenza epidemiologica non rispettano i principi elencati.

Tanto premesso, il Tribunale ricorda che lo stato d’emergenza è stato proclamato con la Delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio 2020, emessa in forza degli articoli 7 e 24 del D. Lgs. n. 1/2018 (c.d. Codice della Protezione Civile), il quale prevede tra i presupposti dello stato d’emergenza il rischioigienico sanitario. Tuttavia, il Giudice ritiene che “certamente non è credibile inserire il plesso epidemia-pandemia nella locuzione ‘rischio igienico-sanitario’” in quanto quest’ultimo individua e valuta i fattori di rischio chimico e biologico, le relative misure di prevenzione e protezione per la salute dei lavoratori, dei consumatori e degli utenti nonché le misure di sicurezza per la salubrità degli ambienti professionali-commerciali, degli edifici e degli alimenti ma non anche le emergenze epidemiologiche di portata nazionale e internazionale.

Tanto chiarito, il Tribunale conclude che “manca, perciò, un qualsiasi presupposto legislativo su cui fondare la delibera del Consiglio dei Ministri del 31.01.2020, con consequenziale illegittimità della stessa” e che “devono reputarsi illegittimi tutti i successivi provvedimenti emessi per il contenimento e la gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid 19, nonché tutte le successive proroghe dello stesso stato di emergenza”.


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I nuovi reati contro il patrimonio culturale

Pubblicato il: 05/04/2022

In data 23 marzo 2022 è entrata in vigore la Legge n. 22/2022 recante «Disposizioni in materia di reati contro il patrimonio culturale». Con tale intervento normativo, il legislatore ha perseguito il fine di ampliare la tutela del patrimonio artistico-culturale italiano introducendo un intero Titolo VIII-bis all’interno del Codice Penale e prevedendo in tal modo nuove fattispecie di reato.

Prima di esaminare i nuovi delitti contro i beni culturali previsti, va ricordato che la recente riforma appare in linea con la Convenzione del Consiglio d'Europa sulle infrazioni relative ai beni culturali, la quale è stata di recente ratificata dall’Italia ed entrerà in vigore il 1 aprile 2022. Essa, infatti, mira proprio ad incrementare gli strumenti da utilizzare nella lotta ad attività criminali come la tratta e il danneggiamento dei beni culturali.

Tanto premesso, è possibile fornire uno schematico riepilogo delle principali modifiche apportate al Codice Penale. Orbene, il nuovo Titolo VIII-bis prevede i delitti di:

  • furto di beni culturali (art. 518 bis): si punisce chiunque si impossessi di un bene culturale mobile altrui, sottraendolo a chi lo detiene o allo Stato, al fine di trarne profitto, per sè o per altri;
  • appropriazione indebita di beni culturali (art. 518 ter): si punisce chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropri di un bene culturale altrui di cui abbia a qualsiasi titolo il possesso;
  • ricettazione di beni culturali (art. 518 quater): si punisce chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto, acquisti, riceva od occulti beni culturali provenienti da un qualsiasi delitto, o comunque si intrometta nel farli acquistare, ricevere od occultare;
  • impiego di beni culturali provenienti da delitto (art. 518 quinquies): si punisce chiunque impieghi in attività economiche o finanziarie beni culturali provenienti da delitto;
  • riciclaggio di beni culturali (art. 518 sexies): si punisce chiunque sostituisca o trasferisca beni culturali provenienti da delitto non colposo, ovvero compie in relazione ad essi altre operazioni, in modo da ostacolare l'identificazione della loro provenienza delittuosa;
  • autoriciclaggio di beni culturali (art. 518 septies): si punisce chiunque, avendo commesso o concorso a commettere un delitto non colposo, impieghi, sostituisca, trasferisca, in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, beni culturali provenienti dalla commissione di tale delitto, in modo da ostacolare concretamente l'identificazione della loro provenienza delittuosa;
  • falsificazione in scrittura privata relativa a beni culturali (art. 518 octies): si punisce chiunque, in tutto o in parte, formi una scrittura privata falsa o alteri, distrugga, sopprima od occulti una scrittura privata vera, in relazione a beni culturali mobili, al fine di farne apparire lecita la provenienza;
  • violazioni in materia di alienazione di beni culturali (art. 518 novies): si punisce chiunque, senza la prescritta autorizzazione, alieni o immetta sul mercato beni culturali oppure, essendovi tenuto, non presenti nel termine la denuncia degli atti di trasferimento della proprietà o della detenzione di beni culturali. Ancora, si punisce l’alienante di un bene culturale soggetto a prelazione che effettui la consegna della cosa in pendenza del termine di sessanta giorni dalla data di ricezione della denuncia di trasferimento;
  • importazione illecita di beni culturali (art. 518 decies): si punisce chiunque importi beni culturali provenienti da delitto o rinvenuti a seguito di ricerche svolte senza autorizzazione;
  • uscita o esportazione illecite di beni culturali (art. 518 undecies): si punisce chiunque trasferisca all'estero beni culturali, cose di interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, bibliografico, documentale o archivistico o altre cose oggetto di specifiche disposizioni di tutela ai sensi della normativa sui beni culturali, senza attestato di libera circolazione o licenza di esportazione. Inoltre, si punisce chiunque non faccia rientrare nel territorio nazionale, alla scadenza del termine, i medesimi beni, per i quali siano state autorizzate l'uscita o l'esportazione temporanee;
  • distruzione, dispersione, deterioramento, deturpamento, imbrattamento e uso illecito di beni culturali o paesaggistici (art. 518 duodecies): si punisce chiunque distrugga, disperda, deteriori o renda in tutto o in parte inservibili o non fruibili beni culturali o paesaggistici propri o altrui. Inoltre, è punito chiunque destini beni culturali a un uso incompatibile con il loro carattere storico o artistico ovvero pregiudizievole per la loro conservazione o integrità;
  • devastazione e saccheggio di beni culturali e paesaggistici (art. 518 terdecies): si punisce chiunque commetta fatti di devastazione o di saccheggio aventi ad oggetto beni culturali o paesaggistici ovvero istituti e luoghi della cultura;
  • contraffazione di opere d'arte (art. 518 quaterdecies): si punisce chiunque, al fine di trarne profitto, contraffaccia, alteri o riproduca un'opera di pittura, scultura o grafica ovvero un oggetto di antichità o di interesse storico o archeologico oppure chiunque ponga in commercio o ponga a tal fine in circolazione, come autentici, esemplari contraffatti. Inoltre, è punito chiunque, conoscendo la falsità di un’opera, la autentichi o contribuisca ad accreditarla come autentica mediante dichiarazioni, perizie ecc.

Il nuovo Titolo, inoltre, contiene la previsione di una speciale causa di non punibilità e di specifiche circostanze aggravanti e attenuanti da valorizzare in relazione ai reati in esso previsti.


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Prescrizione del credito: come interromperla?

Pubblicato il: 04/04/2022

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 7835 del 10 marzo 2022, ha affrontato il tema della prescrizione dei crediti, precisando in particolare quali caratteristiche deve presentare l’atto idoneo ad interromperla.

Al fine di esaminare il recente approdo giurisprudenziale, tuttavia, è necessario premettere che il quadro normativo di riferimento in tema di interruzione della prescrizione è costituito da due norme del Codice Civile. Queste, nello specifico, sono:

  • l’art. 2943 c.c., secondo cui la prescrizione è interrotta, oltre che dalla notificazione dell’atto con cui si inizia un giudizio o dalla domanda proposta nel corso di un giudizio, anche da ogni atto che valga a costituire in mora il debitore: il legislatore, dunque, garantisce che la prescrizione non opera qualora sopraggiunga una causa che faccia venire meno l'inerzia del titolare, presupposto stesso dell'istituto;
  • l’art. 1219 c.c., che precisa come la costituzione in mora debba consistere in una intimazione o richiesta fatta per iscritto.

Ma quali caratteristiche deve presentare questa richiesta fatta per iscritto? È necessario che essa contenga l’indicazione dello specifico importo dovuto oppure basta che l’atto contenga la richiesta di pagamento?
Ebbene, proprio a questi riguardi, con il citato provvedimento la Suprema Corte ha precisato come l’atto interruttivo della prescrizione non debba necessariamente indicare l’importo richiesto in pagamento o l’intimazione ad adempiere “essendo sufficiente anche la mera richiesta scritta di adempimento accompagnata (…) dall’individuazione del debitore”.

La Cassazione ricorda, infatti, che già un precedente giurisprudenziale aveva chiarito come, ai fini dell'interruzione della prescrizione, sia sufficiente la comunicazione del fatto costitutivo della pretesa: il termine, dunque, si interrompe nel caso in cui l’atto inoltrato al debitore sia idoneo a portare chiaramente a conoscenza di quest’ultimo la manifesta volontà del creditore di far valere il proprio diritto (cfr. anche Cass. n. 24054 del 2015).

Il caso concretamente giunto all’attenzione della Cassazione, in particolare, riguardava il credito di un avvocato nei confronti di un cliente, il quale dopo esser stato assistito in giudizio dal professionista non gli aveva pagato la parcella. Ricevuto per tale ragione un decreto ingiuntivo, il cliente aveva dunque proposto opposizione segnalando la prescrizione del credito del professionista.
Il Giudice di primo grado, allora, aveva dato torto al creditore opposto, ritenendo prescritto il suo credito alla luce della inidoneità dei meri solleciti da questo inviati al debitore a interrompere la prescrizione.
Avverso tale sentenza aveva dunque proposto ricorso il professionista, lamentando – per quanto qui ddi interesse – la mancata valorizzazione del tenore delle missive di sollecito, che, pur non indicando nel dettaglio gli importi richiesti, indicavano chiaramente la volontà del debitore di ottenere il pagamento della propria parcella. Sulla base del principio sopra riportato, la Suprema Corte ha dunque accolto tale doglianza e cassato la sentenza con rinvio.


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Contrassegno disabili: dove si può circolare?

Pubblicato il: 03/04/2022

Al fine di facilitare la mobilità delle persone disabili, il legislatore ha ideato uno speciale contrassegno per le automobili che, in deroga ad alcune prescrizioni del Codice della Strada, impedisce ai soggetti invalidi di essere destinatari di contestazioni e sanzioni.
Nello specifico, si tratta di un tagliando recante il simbolo grafico della disabilità rilasciato dal Comune dopo le opportune verifiche mediche.

Il dato normativo di riferimento è l’art. 188 cod. str., il quale prevede che il sindaco autorizza le persone invalide ad utilizzare apposite strutture per la circolazione e la sosta dei veicoli a loro servizio nonché a non rispettare i limiti di tempo della sosta ove previsti. Inoltre, il comma 3 bis della norma citata prevede che “ai veicoli al servizio di persone con disabilità, titolari del contrassegno speciale ai sensi dell'articolo 381, comma 2, del regolamento, è consentito sostare gratuitamente nelle aree di sosta o parcheggio a pagamento, qualora risultino già occupati o indisponibili gli stalli a loro riservati”.

Tanto premesso, ci si chiede se il contrassegno disabili possa essere utilizzato dalla persona invalida anche fuori dal Comune di residenza e anche qualora egli sia trasportato in un veicolo diverso dal proprio.
Orbene, la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 8226 del 14 marzo 2022, si è pronunciata proprio su tale questione, rilevando

  • che già in passato la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che il contrassegno invalidi è rilasciato alla persona disabile in quanto tale, in modo che questa se ne possa servire esponendolo su qualsiasi veicolo adibito in quel momento al suo servizio e che, perciò, la sua validità non è limitata al territorio del Comune che abbia rilasciato tale contrassegno, ma è estesa a tutto il territorio nazionale (cfr. Cass. n. 719/2008; Cass. n. 21320/2017 e Cass. n.7630/2019);
  • che la ratio sottesa alla concessione del contrassegno è quella di ridurre il più possibile gli impedimenti deambulatori, sicchè i Comuni di transito, diversi da quello di rilascio, non possono porre limitazioni non previste dalla legge.

Per tali ragioni, la Suprema Corte ha ribadito che il contrassegno può essere legittimamente esposto e utilizzato anche al di fuori del Comune di residenza o sul veicolo altrui in quanto “non può frapporsi ostacolo alla libertà di locomozione della persona disabile”.

Il caso di specie sul quale si è pronunciata la Suprema Corte, in particolare, riguardava un soggetto che, trasportando in automobile il padre disabile munito di apposito contrassegno, era stato registrato mentre transitava nella corsia riservata ai mezzi pubblici in un comune diverso da quello di rilascio dell’autorizzazione e senza previa comunicazione da parte del padre. La Polizia locale aveva dunque notificato a tale soggetto un verbale di contestazione e l’autista aveva presentato opposizione.
Quest’ultima era però stata rigettata dal Giudice di Pace e altresì dal Tribunale: i giudici del merito, infatti, avevano ritenuto che il transito del veicolo nell’area interdetta non fosse legittimo senza previa comunicazione, da parte del titolare del contrassegno, al comune di transito diverso da quello del rilascio.
L’automobilista, pertanto, aveva proposto ricorso per Cassazione, lamentandosi – per quanto di rilievo in questa sede – di come il Giudice d’appello avesse erroneamente imposto al titolare del contrassegno un onere di comunicazione non previsto dalla legge. Nel ritenere tale doglianza manifestamente fondata, i giudici di legittimità hanno dunque precisato il principio sopra riportato.


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